Congedi – viatico in undici stazioni. Francesca Diano
17 gen 2012 3 commenti
in anima, Francesca Diano, morte, poesia, poeti, racconto orale, reincarnazione, religione, ritorno, separazione, sopravvivere, spiritualità, tempo, viaggio, vita dopo la morte

Le Sorti, Francesco Marcolini – Giuseppe Porta inc. Venezia 1540
CONGEDI
Viatico in undici stazioni
un inedito di Francesca Diano
I
L’ESCLUSA
Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me.
Ero povera – di quella povertà che non conosce
Nemmeno il nome di miseria
Perché al mondo non c’era creatura
Che mi guardasse se non come sgualdrina.
Sospesa in una terra di nessuno
Dove il giorno non vira nella luce e le notti
Sono il delirio di un lebbroso.
Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto
Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza
Delicata che si rispetta perché consacrata
Dalla legge di Dio e degli uomini.
Io ero buona solo per sfogare la rabbia
L’istinto che si tace nel letto coniugale.
Con la rabbia impotente di uomini malati
D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini
Signori o poveracci – io ero buona per voi
Ma non per me. Non abbastanza
Da avere casa nel vostro cuore.
Avevate forse cuore per me?
Cagna reietta nell’istante stesso
In cui mi possedeva la vostra carne.
Ogni volta eravate assassini
Ogni volta morivo un po’ di più
Finché il mio corpo si disfece
– me viva ancora -
Non vi perdono la disperazione
Vostra sola elemosina per me
Il solo soldo con cui mi pagavate.
Poi venne lui. Mentre stavo morendo.
Lo sguardo dei suoi occhi
non lo dimentico nemmeno ora.
Quel corpo martoriato dalla vita
Lui me lo fece amare
Donandomi il perdono per me stessa.
Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte
Scintillò la bellezza luminosa
Che lessi nei suoi occhi
Capaci di vedere oltre le piaghe.
E mi diede la pace.
II
STEPPA
Non ero che un bambino e tu un adulto.
Ti temevo. Temevo il tuo sorriso
Come una lama sfoderata a colpire
Senza guardarti in faccia.
La tua jurta era grande e molto solida
Però a te non bastava. Eri feroce
Nella tua sete di potere.
Quell’anno fu gelido l’inverno
Più dei passati e il fuoco non bastava.
La nostra gente – gente guerriera
Soffriva il freddo.
Predatori eravamo e predavamo.
Tu più di tutti.
Io non potei evitare che mio padre
Mi abbandonasse nella steppa
Lasciandomi bambino a sostenere
Il peso di un potere non voluto.
Mi piegava le spalle e mi schiantava.
Lo subivo il potere e con che gioia
A te lo avrei ceduto.
Dunque – quando quel giorno con un’ascia
Mi aggredisti alle spalle e mi spezzasti
Le vertebre e la vita – senza guardarmi in faccia
- non eri coraggioso – io non potei capire.
Ma avresti visto – per sempre congelata
Nei miei occhi la sorpresa e l’orrore.
Cadendo altro non vidi che terra congelata
E i licheni – come ricami di trine verdegrigie
A riempire lo spazio breve del mio viso.
I tuoi occhi una steppa – morta – immota.
Non ero che un bambino e tu un adulto.
III
LA PROMESSA
Vent’anni. Solamente vent’anni
E mai avevo odiato.
Tu eri il mio signore.
Ero nato nella tua casa.
A mio padre facesti la promessa
Che m’avresti protetto.
Morì sereno per la tua promessa.
Venne la guerra – aspra come l’aconito.
Case e campagne devastò e la miseria
E la fame tra la gente – sedute in trono –
reggevano lo scettro di regine gemelle.
Mi volesti al tuo fianco.
Così tu mi dicesti – al mio fianco,
Mi farai da scudiero e sarai il mio protetto.
Nulla di male ti potrà accadere –
Così tu mi dicesti. E ti credei
E ti seguii sul campo di battaglia
Di una guerra non mia e tua nemmeno.
Ma poi il saccheggio t’avrebbe fatto ricco.
Perché – mentre morivo trafitto da una lancia
Con il petto squarciato ed il dolore
Rovente e vivo come brace viva
Steso a terra tra corpi devastati –
Perché – mentre passavi fiero a cavallo
Tra rantoli e lamenti – col tuo morrione in testa
Ageminato d’argento e d’oro
Lo sguardo compiaciuto crudele e prepotente
del vincitore che sa d’esser temuto -
Non ti fermasti nemmeno accanto a me
Che ti chiamavo con l’ultimo respiro?
Aiutami – dicevo – sono qui, non mi vedi?
Ma alle tue orecchie la mia voce era muta
Ed ai tuoi occhi non ero che un’ombra.
Non mi guardasti e mi passasti accanto.
Ed io morendo imparai cos’è l’odio.
IV
ATTIS
Volgevo la mente alla speculazione astratta
E non volli sapere della vita
Che imbratta l’animo –
Non lasciai che irrompesse
Dentro di me – fui sordo al suo richiamo.
La nobiltà del pensiero
Non mi salvò dal contagio.
Vissi come in un sogno
Ricercando il segreto della vita
Non nelle azioni quotidiane
Non nella gioia o nella sofferenza
Ma perso nella mistica bellezza
Nel senso di ciò che non vivevo.
Guardavo da lontano – coltivavo il distacco
Con sguardo aristocratico.
Ed ero bello e nobile e vestivo
La tunica di lino della mia condizione
La vita cinta dalla fascia gialla
E il nastro giallo legato sulla fronte.
Portavo al collo il gioiello sacro
Forgiato nel metallo il cui segreto
Custodiva la mia stirpe e m’avrebbe donato
Chiarità di visione.
Credetti in vita che la conoscenza
Sgorgasse dalla mente – non dal cuore
E non amai nessuno – se non me stesso
Senza dare a me stesso
Amore per la vita.
Così, quando a trent’anni, venne il morbo
Che decimò la mia gente
E mi tolse la vita
Compresi – ma era tardi.
Amai la vita solo nell’istante
In cui divenni un’ombra
Incorporea – non un’orma
Lasciai di me – segnato dalla sete.
V
LA COPPA
Stretta la lama di luce che filtrando
Dalla finestra stretta
Si piega lieve a seguire in un barbaglio
La luce delle gemme
Traendone riflessi come un fuoco
Azzurro e verde tinto di rubino.
La mano sfiora la coppa d’oro
Si ritrae poi la sfiora
Esitando e poi ancora
Si sofferma sull’orlo.
Da una fiala riversa
Nel liquore un filo breve liquido
Di tetro rosso – denso come sangue.
La vedo ancora e ancora
La mano di mia figlia
L’orrore che si compie
Il suo esitare ed io
Stesa sul letto – con la mente persa.
Non avevo pace da darle
Solo paura di me e di se stessa.
E fu questa paura che la perse.
Come fiori mostruosi – parole
Di giusquiamo le fiorirono in bocca
In urla oscene – intessute di fiele
Quando con il suo complice
Mi forzò nella gola la morte liquida.
Quali lampi di tenebra oscurarono il sole
Riflesso dalla coppa stretta dalle sue mani.
Per terre e per ricchezze mi tolsero la vita –
Per il castello e il titolo e i gioielli.
Povere cose che il tempo disperde
Che nulla sono se non polvere
Ombre, apparenze, inganni della mente
E in cenere si sfanno – come il tempo.
VI
IL CAVALIERE NERO
Attendo. Arriverai. Il villaggio è deserto.
Così appare. Ma tutti sono chiusi nelle case.
Così povere le nostre case. Poco più che capanne.
Mi hanno preparata. La veste lunga
Di tela grezza e la cuffietta in testa.
Solo il terrore sanno. Temono la tua ira
E il tuo potere di padrone di queste terre.
Noi non siamo che servi. Solo cose.
E io – una cosa poco più che bambina.
Mia madre mi ha pettinata e mi ha lavato il viso.
Verrai. Da me tu torni sempre.
È questo il mio destino. Non ho scelta.
O te, o la morte di tutto il mio villaggio.
Attendo immobile e m’aggrappo
Per non cadere alla staccionata
Che divide la terra fangosa del villaggio
Dal grande prato e in fondo è la foresta.
Sento il rimbombo del tuo cavallo
Prima che tu compaia laggiù in fondo
Emergendo dal bosco fitto e scuro.
Trema la terra e trema la mia bocca.
So che ci sono. Sono tutti dietro
Le porte chiuse ed il silenzio è un maglio
Che picchia sul mio cuore e lo fa in pezzi.
Non verranno a salvarmi. Non verranno.
Si schianta il cuore nell’attesa
Buia come la notte quando la luna è nera.
Nero è il tuo viso e nera la tua veste
È nero il tuo cavallo e la tua barba
Nera come la terra che copre i nostri morti.
Sento l’odore del tuo cavallo
Che m’insegue e tu ridi
Della mia fuga inutile che per te è come un gioco.
Un balzo e mi sei sopra. Non ti guardo.
Gocciola il tuo sudore acre sulla mia pelle.
Come fuoco rovente la perfora.
La tua spada di carne che mi uccide
Ed il corpo mi squarcia.
Il tuo peso mi schiaccia e come morta
Crollo a terra. Non vedo altro che il cielo.
Non sento. Non sono viva più
Ed esco da me stessa.
Tutto s’è fatto immobile. Sospeso.
Vitrei i miei occhi. Persi dilatati.
Le nuvole – lontane – come angeli
Fuggono via nel cielo. Me ne riempio gli occhi.
Se io fossi un uccello dalle ali di vetro
Perforerei le nuvole veloci.
Ti rialzi. Ti giri. Ti allontani.
Non uno sguardo per me.
Non vuoi lasciare che ti legga negli occhi
Il vuoto buio che ti azzanna l’anima.
Chi di noi due è la vittima?
Questo è il nostro destino. Non c’è scelta.
VII
LA LEGGE
Tra il borgo e il bosco, solamente una striscia
Di terra spoglia, e di erba giallastra.
In questa terra erano venuti
I nostri padri traversando il mare
Su vascelli di legno e le case del borgo
Son fatte del fasciame delle navi
A ricordare che un mare ci separa
Dal passato – che in una terra nuova
Il nostro cuore sarebbe salpato
Solcando nuove rotte – nuove vite.
Ma non intero il cuore e l’anima divisa
Tra passato e futuro. Tra borgo e selva
Inesplorata – dove potente sussurra
Un richiamo che io sola intendevo.
Ed eccovi schierati – come tanti birilli
Come un muro di cinta da cui tenermi fuori.
Autorevoli, onesti cittadini
Le vesti nere, il cappello e le scarpe
Con le fibbie d’argento bene ornato.
Tutti in fila – con lo sguardo severo
Ed io la peccatrice – giudicata da voi.
Le vesti lacere – i capelli selvaggi.
Ma era per la fame. Avevo fame
E nulla da mangiare.
Tu mi guardavi, dall’alto del tuo rango
Di borgomastro ed io, la tua serva
Giovane e bella – mi dicevi allora.
Ma la bellezza non mi dava cibo.
Anche tu avevi fame. Un’altra fame.
Segreta, inconfessabile, ossessiva
Che attirava i tuoi sguardi
Su di me. Ma tua moglie,
La signora, padrona della casa,
Degnamente il tuo rango rispecchiava
Nella sua veste nera e con la cuffia bianca
Ornata di merletti, i gioielli preziosi.
Ma lei non ti sfamava.
Il corpo inaridito dalla dura virtù
Di donna onesta. Lo sguardo austero
E le labbra tirate – una fessura amara.
Come potevi sperare che il segreto
Non ti esplodesse in mano
Devastando quell’ordine e la legge
Dietro cui nascondevi i tuoi terrori
Le tue incertezze di senzapatria?
Avevo fame e il mio sguardo di selvaggia
Che ti accendeva dentro
No, non era per te – ma per il pane
Che poi mi avresti dato.
Io provavo ribrezzo del tuo corpo
Delle tue mani bianche – senza segni.
Non avevi vergogna di accoppiarti
Quando la tua di fame t’accecava.
Mai vidi compassione nei tuoi occhi
Ma avida follia. E quando un giorno
Il tuo peccato gridò la sua presenza
Perché non c’era legge che valesse
A tacere il crescendo della fame
Che ti mordeva l’anima
Io sola fui accusata. Io t’avevo stregato -
Dicesti. T’avevo preso l’anima
Con malefici e inganni – e mi scacciaste.
Votata a morte certa in quella selva
Vasta come l’oceano. Ma non avevo nave
Su cui salpare. O un porto.
Tu – il borgomastro – tu eri la legge.
Tutti mi giudicaste. Per non vedere
La trave che accecava i vostri occhi.
Con il dito puntato mi scacciaste.
Tu – nel vedermi andare –
Piegata in due per la disperazione
Provasti del sollievo.
Se ne andava a morire
Con me la tua vergogna.
Io la selva – voi il borgo
Io la strega e voi tutti la legge.
VIII
IL NULLA
La gola trema delle parole che s’avvitano
Come convolvoli alla tua fronte lunata.
Con te – dico – con te oltre le vette.
Niente più conta. Di tutto il resto
– e ti porsi la mano.
E quando uscii dalla mia casa che guarda il mare
Tacendo la tempesta del segreto - il cuore un lago inquieto –
Era per sempre. Non sarei mai tornata.
- Sali sulla mia nave – questo dici
Con un sorriso irrequieto a cui fui cieca.
Ed io salii. Per volare oltre me stessa
Per adattare il mondo alla tua sorte
Che diviene la mia contro la morte.
La morte t’è sbocciata tra le mani
Pervasa dal languore dell’assenzio
Che fu l’assenza dell’una parola mai détta.
Dètta dentro il tuo spazio limitato
Da cortei virginali di promesse
La legge degli opposti – la sinergia
Di feroci dolcezze che lambiscono il corpo
Con lingua di predone. Come radici malate
Fitte nelle midolla.
Umidore e rossore – rivoli come serpi
Sanguigne sulla pelle a fiotti da voragini
Slabbrate urlanti erompono in sorgenti.
Via se ne fugge la vita verso cui son fuggita
Resta sulle tue mani ormai svuotate
L’odore del mio sangue.
IX
LA PROFEZIA
Non mi voleste credere
Quando con il rigore della logica
Vi annunciavo il pericolo
La fine che incombeva su noi tutti.
Non ero un sacerdote né un veggente
Ma la mia mente seguiva i meandri
Della realtà che cela il suo disegno
Finale in ingannevoli apparenze.
La gente ch’era giunta da oltremare
Era contaminata. La purezza
Del cuore non era in loro e germinava
Soltanto il seme della distruzione.
Non mi voleste credere
Quando – leggendo i segni delle azioni –
Vi indicavo la falsità – l’opportunismo
Degli stranieri dalle lunghe barbe.
Sapevo calcolare riflettere e dedurre
Pur nel terrore di quello che vedevo
Quel che svelavano le relazioni
Dei messaggeri inviati alla scoperta.
Vi supplicavo invano di ascoltarmi
Di capire con me che il salvatore
Annunciato da tempi immemorabili
Che quel Santo che il mare avrebbe reso
Non era giunto. Non era lì tra loro
Il Dio Serpente – lì tra quella gente
Che si fingeva amica e ci avrebbe annientati.
Erano umani – come tutti noi
Ma avidi e bugiardi. Abili nella guerra
E nell’inganno. Voi non voleste credermi.
Avrebbero travolto e devastato
Distrutto e cancellato millenni di sapere.
E fui un vigliacco. Non seppi sostenere
L’orrore preannunciato – la morte d’ogni cosa.
Non la seppi affrontare con voi la fine.
Ero un aristocratico e il mio mondo
Era fatto di studio e di bellezza.
Ma la mia logica – la mia conoscenza
Non furono sorgenti di coraggio.
Quando salii sulla scogliera alta
Guardai le rocce aguzze e il mare ribollente.
Nel mio ultimo volo – a braccia aperte
Come un uccello dalle ali d’oro
Scorsi la libertà dalla paura.
Non percepii la fine. Non la morte.
Solo il mio corpo – disteso sulle rocce
Vidi dall’alto. Libero
Libero ormai – compresi.
Il mio posto era lì – con la mia gente.
Tolsi a me stesso e a voi la mia presenza.
Non mi voleste credere
Perché a me stesso io pure non credetti.
X
RITORNO
Percorro il sentiero di terra battuta
Tra le querce del bosco. Filtra il cielo
Tra le piante l’azzurro in mille occhi
Che accompagnano i passi.
Ombre come merletti disegnano le foglie
Sul bronzo del sentiero.
Sono felice – sto tornando a casa.
Il mio villaggio dove la mia gente
Mi attende. Sento già i rumori farsi
Più intensi. È così dolce e familiare
Il suono delle voci che mi giunge.
Un suono che mi avvolge in un abbraccio.
Ma quando arrivo alle siepi alte
La macchia che divide il bosco dal villaggio
Circolare che s’apre alla radura
La gioia si sframmenta e si contrae.
Soltanto il vuoto – solamente case
Vedo ed oggetti ed attrezzi – ma non voi –
La mia gente.
Non vedo i vostri volti o i vostri corpi
E solo avverto le voci e le risate.
Non posso valicare la barriera
Invisibile che da voi tutti mi esclude.
Non c’è ritorno dal buio e dal freddo.
Mi esplode allora crudo dentro il petto
E disperato un urlo d’abbandono
Come dicono facciano i vulcani
Che vomitano lava ribollente.
E quella pena si gonfia e s’accresce
Fino a serrare l’anima in un gorgo
Che mi squassa e mi schianta e mi travolge.
E allora – solo allora – ecco, ti vedo.
Alto solenne con la barba bianca
La testa fiera e il nobile profilo
Tu padre mio – nella tua veste bianca
Di veggente e di saggio. Ancora vigoroso.
Tu solo ti riveli alla mia ombra
Ch’è tornata dal freddo e dal silenzio
Perché sia certa dell’immenso amore.
E la pena si placa e si dilata
Sciogliendosi in dolcezza e compassione.
Non ci siamo mai persi – perché amore
È una potenza che non ha confini
Nel tempo e nello spazio ed è collante
Tra gli esseri che amano donando
Se stessi agli altri al di là d’ogni tempo.
XI
LA BAIA
Piatta si allarga nella sera dolce
Di fine estate e l’oro verdazzurro
Si liquefa nell’acqua e vi si fonde
Col violetto rosato del tramonto.
Piatta la baia incurva le sue braccia
Accogliendo nel cerchio ampio del seno
Mille isole verdi. Le grida dei gabbiani
Solcano il cielo alto dove nubi
Vive come vascelli dalle vele spiegate
Veleggiano per lidi liquescenti.
Sciabordio spumeggiando si trasforma
In un canto corale che si scioglie
Nell’aria nella terra e nelle acque
Fatte di luce che il tempo ha trafilato.
Piccole barche doppiano sull’acqua
Il volo dei gabbiani ed il salmastro
Ricolma le narici – inebriante.
In un luogo lontano – in un Nord indistinto
E in un tempo lontano da ogni tempo
Ti guardavo nascosta tra le piante
Alte di querce. Tu che scivolavi
Davanti a me sulla tua barca bianca.
Anima amante e amata cui l’amore
Mi ha pur saldata per la vita e oltre.
Ci siamo amati – ma da te divisa
Dalla meschinità dall’ignoranza
Del fanatismo che separa in caste.
Casto l’amore e puro come il mare
Che come ventre cercavi consolante
Alla tua pena. Solo – nel silenzio.
Il mare madre il mare confortante
Rifugio alla mia assenza.
Allora non riuscisti ad ignorare
Il marchio dell’infamia e rinunciasti.
Ma nulla è perso – tu che mi sei giunto
Da lidi dolci e amari – da terre che nell’acqua
Si frammentano in isole virenti
Anima amante e amata tu percorri
Il sentiero che solo porta a casa.
******
Anima amante e amata cui l’amore
Mi ha pur saldata per la vita e oltre.
A te che da altro tempo mi sei giunta
Sia lume la parola che ci lega.
Padova, febbraio 2007
(C) 2007 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
L’arte del tradurre
15 gen 2012 3 commenti
in editori italiani, Francesca Diano, letteratura, scrittori, traduttore, traduzione poetica, traduzioni Etichette: letteratura, teoria della traduzione, traduttologia, traduzione letteraria

Tradurre, è un’arte o una scienza?
Per chi è convinto del secondo caso, in italiano è ormai in uso il termine, che io trovo orribile, di “traduttologia”, esso stesso traduzione del francese “traductologie”. Meglio, molto meglio, se è questo il modo in cui la si intende, ”teoria della traduzione”, che si apre a campi molto più vasti del freddo traduttologia, che tanto mi suona come tuttologia e che relega in una sorta di obitorio livido le competenze e le qualità letterarie che un traduttore deve avere.
Siamo sommersi da studi, saggi, convegni sulla traduzione, ci sono dipartimenti universitari ad essa dedicati eppure, e so di suonare blasfema, di essere una voce fuori dal coro, di scandalizzare gli “esperti” arroccati nella loro accademia, sono convinta che tutto questo a poco serva.
Come a nulla servono le Scuole e i Corsi di scrittura, a parte insegnare delle tecniche. Che però non sono sufficienti per produrre degli scrittori o dei poeti. Di sicuro potranno migliorare lo stile, grammatica e sintassi, la capacità di costruire una frase o un periodo. Di far comprendere meglio a questi allievi profumatamente paganti l’opera di scrittori e poeti (che è quanto fa un buon corso di letteratura, per inciso). Ma non produrranno alcuno scrittore o alcun poeta. A meno che tra di loro non ce ne sia già uno, che comunque, per esere tale, dovrà, come è sempre accaduto, dimenticare TUTTO quello che gli hanno insegnato e scoprire da sè la sua lingua e il suo stile.
Milioni di opere letterarie nei secoli sono nate senza scuole di scrittura. Opere assai migliori di quelle che oggi si producono, a dispetto dei tanti che insegnano e imparano a scrivere.
L’arte non è una catena di montaggio. Non è un prodotto che si confeziona in fabbriche di scrittori. Come ci hanno insegnato gli americani e come abbiamo imparato a scimmiottare noi. Se i loro “prodotti” ben confezionati vendono come hamburger, perché non adottare le loro formulette? Certo, qui si parla di quei fabbricanti di best sellers a cui tanti autori de noantri guardano con invidia e soffocato rancore e non di gente come Foster Wallace, Franzen, Palahinuk, ma anche il tanto bistrattato (dai critici) e adorato da milioni di lettori adoranti, ora riconosciuto come un o dei maggiori e più originali scrittori americani, che è Stephen King. Questa recentissima consacrazione infatti è stata immediatamente registrata anche da noi, affidando la traduzione dell’ultimo suo geniale romanzo, 22/11/63, a Wu Ming1.
Uno scrittore però si forma, con immensa fatica, a parte rarissime e felici eccezioni, su Maestri, che sono gli altri scrittori. E sulla propria capacità di vivere la vita in ogni istante e senza risparmio.
Ma scrittori si nasce (e poi si diventa), così come artisti si nasce (e poi si diventa).
Preciso meglio: una scuola di traduzione forse serve moltissimo a chi affronta un testo scientifico, tecnico, ma non certo a chi affronti un testo letterario.
Ho osato dire una volta, ad un Convegno di traduttori (italiano) che per tradurre letteratura si dev’essere uno scrittore e per tradurre poesia un poeta… apriti cielo! Tutti i traduttori e le traduttrici presenti (tutti noti) mi si sono scagliati contro scandalizzati. Ma come!? Per tradurre un testo letterario è necessario conoscere la teoria della traduzione, seguire corsi (per inciso, al convegno erano presenti molti giovani allievi dei corsi tenuti da questi noti traduttori) fare pratica presso case editrici ecc. ecc. e basta fare esperienza. Ma quale scrittore, ma quale poeta! …Già, altrimenti la quasi totalità dei presenti sarebbe risultata obsoleta. Si sono sentiti minacciati. Bisognava zittirmi.
Ebbene, nella mia esperienza ormai quasi trentennale (ho iniziato nel 1981) di traduttrice di svariate decine di testi letterari e di saggistica, ho sperimentato che un buon traduttore letterario tanto giovane non può essere, perché la capacità di tradurre un testo simile è l’insieme di doti letterarie (o poetiche), che sono innate ma vanno incessantemente affinate, pratica e pratica e pratica e ancora pratica, vasta cultura generale, profonda conoscenza di campi specifici (che sono quelli in cui sarebbe consigliabile muoversi nel tradurre) conoscenza APPROFONDITA dell’epoca, del mondo, della cultura e dell’autore dell’opera. E infine, ancora pratica. Esattamente le qualità che servono a uno scrittore.
Questo è il bagaglio scientifico necessario a un buon traduttore letterario.
Tradurre è inanzitutto conoscenza.
E non la si accumula se non in anni di studio e di pratica. Questo è il motivo per cui un esperto traduttore letterario, che spesso tra l’altro, ha anche il naso più degli editori stessi, per autori interessanti da proporre, va pagato e va pagato bene. Perché la competenza si paga.
Moltissime case editrici si avvalgono di giovani traduttori con poca conoscenza e poca esperienza, perché li sottopagano e poi si trovano traduzioni pietose, irte di errori e prive di qualunque valore letterario.
Io stessa mi sono trovata due volte e solo per particolarissime circostanze (ma mai più) a dover rifare daccapo delle simili traduzioni e mi sono chiesta con che coraggio questi signori avevano consegnato all’editore degli obbrobri simili, dato che non conoscevano nemmeno la materia che stavano traducendo, per non parlare della lingua originale, con gli svarioni di interpretazione immaginabili. Ma ci sono editori che prefersicono pagare poco piuttosto che pubblicare opere dignitose.
Non parliamo poi di certi dilettanti che accettano di essere sottopagati o addirittura non pagati, pur di vedere il proprio nome all’interno di un libro. Questa gente contribuisce a svilire la professionalità dei traduttori letterari. Perché, ormai è assodato, ben pochi sono gli editori che prestano attenzione al valore letterario di una traduzione.
Dunque, un buon traduttore letterario deve avere delle competenze vastissime, a volte persino maggiori dell’autore, (mi è capitato di dover correggere macroscopici errori di un autore, ovviamente vivente, di tipo storico e informativo, dunque di fare anche un lavoro di editing e parlo di un testo già pubblicato in lingua originale, che di conseguenza nelle edizioni successive è stato modificato in tal senso) e non può limitarsi a esercitare le sue capacità esclusivamente come traduttore, ma deve anche essere autore. Solo così infatti, si rende conto di cosa significhi costruire un testo letterario e dunque comprendere le difficoltà e le sottigliezze tecniche che richiede la struttura, l’architettura, di un’opera letteraria. Solo così può proporre un testo che sia letteratura anche nella propria lingua e non una semplice traduzione meccanica. Che comunque, in questo senso, non sarebbe una traduzione.
E’ cosa simpatica tenere seminari sulla tecnica della traduzione (ne ho fatti anche io, ma a mio modo), laboratori di traduzione, incontri sulla traduzione dei proverbi e sui modi di dire, convegni sulla filosofia e sulle tecniche e sulle teorie della traduzione e via dicendo. Ma tutto questo, i discorsi astratti, non servono poi quando ti trovi da solo col tuo autore e devi dargli una voce nella tua lingua.
Anzi, proprio coloro che più si danno da fare in questo senso sono poi i traduttori più mediocri.
Perché è questo che fa un traduttore letterario: dà una voce all’autore.
Il traduttore letterario è come un attore, come l’interprete di un testo musicale. La naturalezza è ciò che chiediamo a un attore, no? Un attore se vero e tale è, non deve “recitare”. Ma deve recitare facendoti dimenticare che sta recitando.
E tradurre un testo letterario significa far sì che non ci si possa render conto che di una traduzione si tratta.
Chi ti può insegnare a riprodurre un’atmosfera, uno stile, una sonorità? Ma del resto, mediocri traduttori vanno bene per mediocri opere di narrativa.
In Italia si traduce tutto e molto di questo è mediocre. E allora, non importa se anche il traduttore non svetta. Anche questa è una forma di armonia.
Se poi l’autore è morto e non può aiutarti a risolvere i dubbi sul senso o la sfumatura che può avere una frase o una parola, se non può difendersi dai tuoi errori di interpretazione, allora ti può venire in aiuto solo la tua conoscenza, a volte devi fare un lavoro filologico, ti viene in aiuto l’intuizione, ti viene in aiuto la voce dell’autore come ha parlato nel resto delle sue opere che tu non stai traducendo, ma che devi conoscere.
A quel punto non ci sarà “traduttologia” che tenga. Ci sei tu e c’è l’autore e c’è questo dialogo intimo e profondo che ci lega. Devi lasciare che ti parli. Devi ascoltare quella lingua che non è fatta di parole in nessuna lingua. Solo così puoi filtrarla nella tua.
Ed è per questo che uno dei punti essenziali del tradurre letteratura è il massimo rispetto per il testo.
Non lo puoi “riscrivere”. Non puoi mettere ai personaggi di Shakesperare le divise naziste… certo, lo si fa, ma…. grazie a dio ci sono autori che sopportano qualunque obbrobrio, anche se ne escono acciaccati e pieni di lividi.
Molto s’è detto anche sul fatto che le traduzioni invecchiano.
Io dico di no. Una bella traduzione non invecchia affatto. Come non invecchia la lingua di un grande scrittore, non invecchia affatto la lingua di un grande traduttore. Se poi parliamo di una traduzione così così….beh, certo, quella invecchia, perché non era letteratura nemmeno all’inizio.
La traduzione che Foscolo ha fatto del “Viaggio sentimentale” di Sterne, non è invecchiata, ma è limpida e smaltata come allora.
Un traduttore deve “sentire” lo stile del suo autore e cercare di ricrearlo nella sua traduzione.
Dunque deve sapere cos’è lo stile, cos’è la forma letteraria. Come traduci letteratura altrimenti? La puoi solo appiattire e falsare.
Non è poi il caso di dire che si debba conoscere a perfezione sia la lingua (e la cultura) d’origine che la propria. Altrimenti si finsice per produrre delle frittatone illeggibili come quellla traduzione, zeppa d’errori e pesantissima, in cui la lingua meravigliosa e aerea del grande autore americano è morta e sepolta, perché la tanto osannata traduttrice era in realtà una mediocrissima traduttrice, che è quello che tutti pensano ma non osano dire.
E tradurre poesia?
Questo, in una prossima nota.
(C) 2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
COBH a poem by Francesca Diano
13 gen 2012 6 commenti
in Cobh, Cobh bay, Francesca Diano, ireland, Irish poems, Irish poetry

Cobh Bay
This is a poem from a short collection of poems I wrote in English. Most of them have been written while I lived in Ireland.
http://www.ouririshheritage.org/page_id__89_path__.aspx
COBH
Green like dawn among the oaks
green I am – and my throat
thick with moss and heather –
opens to the flush of greenish words.
Green is my smile and leaf-like is my skin
my fingers green grass leaves.
My eyes – a wave – lost in translucent waters
melt into currents and wriggling sands -
travel beyond the bay – flooded with stars –
Flatland –where long rows of preying seagulls
keep time beyond the line of time.
The time that fills me, that fills up the banks
of twin skies – reflecting a blue shyness –
bringing together – interlaced fingers – moon and tide.
Around me dripping of archaic waters
ebullient flashing words.
In their rolling – the clouds – melting the hills
burst with green froth of rhyming waves.
Ogham signs carved into the stone of heaven.
High is the sky and higher still
When I set on my quest – searching the limit
For its primeval sign.
The well of my new path –
gleaming already in its triple spiral.
Listening – open-eyed – to the song of the light
to the lightning that sets rainbows on fire.
The green sacred Isle that is buried inside –
Sphere of desire.
Nothing will win you back
If not a running – melting sky.
(C) 1998 Francesca Diano. All rights reserved
Lamentazione di Felix McCarthy per la morte dei figli (XVII sec.) Traduzione di Francesca Diano
07 gen 2012 2 commenti
in cattolicesimo, Cork, donna, esistere, fine, folklore, Francesca Diano, funerale, Irlanda, isola/isole, mitologia, morte, poesia, potere femminile, racconto orale, religione, sopravvivere, storyteller, tradizione, tradizione orale, tradurre poesia, traduzione poetica, traduzioni Etichette: Battaglia del Boyne, Giacomo II, Guglielmo d'Orange, keen irlandese, lamentazione funebre, tradizioni funebri, veglia funebre irlandese, wake
Le tradizioni funebri irlandesi, che sono da molti anni un mio oggetto di studio, all’interno dello studio specialistico del folklore irlandese, sono un campo vastissimo e di interesse unico in Europa, perché, come più volte ho scritto, l’Irlanda ha mantenuto la più ricca tradizione folklorica europea.
Le tradizioni funebri culminano essenzialmente in due momenti fondamentali: la veglia funebre (wake) e la lamentazione funebre ritualizzata (keen – irl. caoineadh) . Tali tradizioni erano entrambe assai vive ancora fino agli inizi del ’900, anche se la seconda si andava affievolendo e rimaneva soprattutto in aree rurali o sulle isole.
Entrambe si sono sviluppate nel corso dei secoli, quando il dominio inglese, dopo la conquista di Elisabetta I, aveva vietato lo svolgimento di riti cattolici (battesimi, messe, funerali, matrimoni), ma in realtà gli irlandesi hanno semplicemente enfatizzato e riversato nelle antiche tradizioni precristiane il sentimento antiprotestante e la volontà di preservare la loro identità culturale e religiosa. Dunque, le messe si svolgevano all’aperto, usando dei massi come altare, e la sepoltura era solo l’atto conclusivo di una serie complessissima di riti, che iniziavano con la veglia funebre.
La lamentazione funebre ritualizzata veniva recitata da donne, le keeners, che in parte conoscevano a memoria un’enorme numero di versi, ( gli antichi keen tramandati a memoria nei secoli) e in parte improvvisavano. La lamentazione funebre, a volte recitata da una prefica, a volte, per le famiglie più ricche, da più prefiche, celebrava il defunto, ne illustrava le virtù e le imprese, ne piangeva amaramente la perdita. Ma non con semplici formule stereotipate, bensì in forme poetiche raffinatissime ed elaborate, in cui versi aulici si succedevano in decine di strofe.
Il keen che qui presento, nella mia traduzione, risale alla fine del XVII sec. è uno dei più famosi ed è attribuito allo stesso Felix McCarthy. La tradizione vuole che Felix fosse uno di quei seguaci di Giacomo II, il re inglese che appoggiava i cattolici, nel corso delle lotte contro Guglielmo III d’Orange, quando re Giacomo sbarcò in Irlanda per tentare di ritornare in Inghilterra. Come si sa, le forze giacobite furono sconfitte nel corso della Battaglia del Boyne (1689) e Giacomo tornò poi in esilio in Francia.
Nel corso di quei disordini, Felix, del clan dei McCarthy, si rifugiò in una regione montagnosa del Munster, nella zona del West Cork, con la moglie e i quattro figli ma, durante un’assenza sua e di sua moglie, la capanna di legno che aveva costruito come rifugio per la sua famiglia, crollò seppellendo i bambini.
La lamentazione, terribile e disperata, in cui la ferocia del dolore è durissima, segue tuttavia lo schema classico e codificato. Inizia con la manifestazione della sofferenza della perdita, prosegue con l’elogio delle qualità dei figli, di cui ricorda le nobili ascendenze, inserendo la loro nascita nella genealogia di stirpe regale. La chiusa, che precede il Ceangal (il tradizionale Commiato o Ripresa) consiste in una terribile maledizione (l’interdetto druidico), pronunciata in modo solenne all’interno della lamentazione e dunque di efficacia spaventosa, contro la valle e contro tutta la natura che ha condannato a morte precoce i suoi piccoli, nei secoli a venire.
Come si vedrà, il metro, che nelle strofe è incalzante e che, nella mia traduzione, ho cercato di rendere tale da mantenere il ritmo ondulante e ipnotico, tipico della recitazione classica del keen, nel Ceangal cambia e si fa più disteso. Anche questo rientra nella struttura della lamentazione funebre ritualizzata.
La grande tradizione poetica che il keen rappresenta in Irlanda, fu da sempre osteggiato sia dalla Chiesa, perché vi si credeva di scorgere (e in fondo con ragione) una forma di paganesimo, sia dagli inglesi, che, non comprendendo il gaelico e sentendo solo i suoni gutturali, tipici della recitazione del caoineadh, bollavano tanta bellezza come una manifestazione di ignoranza e arretratezza. Questo è il motivo per cui la tradizione si è andata spegnendo. Ma non la sua memoria e il suo studio.
Nota di Traduzione
Questa mia traduzione poetica è stata condotta non sull’antico testo in gaelico, ma su una bellissima e fedele traduzione in inglese della prima metà dell’ 800. Lo preciso perché trovo estremamente scorretti quei traduttori (e ce ne sono molti anche notissimi) che traducono dall’inglese o dal francese testi in altre lingue ma non lo dicono, anzi appoggiati in questo dai loro altrettanto scorretti editori. Poiché la ritengo una truffa nei confronti del lettore, desidero sia chiaro. In questo senso, le ineffabili sfumature e raffinatezze stilistiche dell’originale saranno certo in parte perse, ma mi sono attenuta il più possibile alla bellissima versione inglese, cercando allo stesso tempo si creare una lingua poetica che si avvicinasse il più possibile all’anima poetica irlandese come io la conosco e amo.
LAMENTAZIONE DI FELIX MAC CARTHY PER LA PERDITA DEI SUOI QUATTRO FIGLI (XVII sec.)
Pur strozzato dal pianto – tenterò di cantare
I miei cari adorati, con profondo dolore –
Mia la perdita dura a cui corre il pensiero
E la piena del cuore porterà a traboccare.
Oggi, giorno di Pasqua, io non ho più sostegni
Questo giorno crudele che squarcia il mio petto!
Lontano da amici e da ciò che più amo
Solitario mi tocca vagare nell’ovest.
Sospinto a parlare da atroci ferite
Lasciate ch’io pianga il mio lutto infinito:
La testa sconnessa, fiaccato da pena
E il cuore mi scoppia e non trova sollievo.
Dolore di vedova mai è quanto il mio
O dello sposo per il suo letto vuoto.
Solo io sono col gelo d’inverno
Vuoto è il mio nido – i miei piccoli morti.
Così, come il cigno su onde in tempesta,
Sia dolce il mio canto, funebre e cupo.
Il canto di morte che onora i morenti
E sussurra la musica oltre l’abisso.
Mio piccolo Callaghan – o crollo funesto;
E Charles dalla pelle di tenera seta
Mary – e Ann, che di tutti eri più amata
Che un ammasso di pietre tutti ha sepolti.
Miei quattro bambini – puri come la luce
Di alto lignaggio – in un giorno soltanto
Tutti morti vi ho visti – o visione fatale
Che rende il mio cuore triste e riarso.
Rami del nobile albero d’Heber
Nel fior della vita – tutti verità e amore –
Miei figli! Via siete andati da me
Nell’alba gioiosa della prima età vostra.
Pur di stirpe più fiera – tuttavia essi pure
Col re della Scozia si potevan legare –
E i sovrani di Spagna, riccamente adornati
Poiché quello era il ceppo dei loro natali.
Con molti audaci di sangue milesio
Potevan vantare uno stretto legame
E da cronache antiche potevan provare
Con i re sassoni un legame di sangue.
La loro voce era dolce al mio orecchio
Quando indulgevano in giochi infantili,
ma ora non suono allegro mi giunge –
muto è il loro labbro, come la terra.
E chi potrà dire quanto soffre la madre?
Per i figli che amava con amore di fuoco
Nutriti alla fonte del suo stesso cuore –
Suo sarà tutto il dolore che resta.
Le bianche mani ha tutte infiammate
Per lo strofinarle in disperazione
Grosse lacrime versano gli occhi. Incessanti
È folle il suo cuore, scomposti i capelli.
Ma strano sarebbe se meno soffrisse
Ché ha perso il sostegno della sua intera vita;
Né in Innisfail vi è chi inchiodata
Più alla sua croce sia e piegata.
Su quella valle triste e tetra
Dove quasi di senno è uscito il mio cuore
Possa Iddio apporre il Suo suggello
In memoria del mio greve fardello.
Valle del Massacro, da questo momento
Battezzo quel luogo nei tempi a venire;
Sia ricoperta del veleno più nero
E cancellata dalle inondazioni.
Non la illumini più la luce del sole
Né vi brilli una stella né raggio di luna;
Foglie, fiori e boccioli bruciati e appassiti,
Non uccelli né insetti vi facciano il nido.
E mai risvegli una voce trionfante
L’eco di quella maledetta vallata
Ma angoscia di morte e di carestia
Per sempre e per tutti il suo nome sia.
Ceangal (Commiato)
Causa della mia disperazione e fiaccante dolore
Tal che morte mi appare una benedizione
È la perdita dei miei figli, chiusi in un unico avello
Ann, Mary, il mio bel Charles e Callaghan, mio fiore novello.
(C)2007 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
Cyprian Kamil Norwid. Il pianoforte di Chopin
06 gen 2012 6 commenti
in Cyprian Kamil Norwid, Francesca Diano, poesia polacca, poeti polacchi, Polonia, tradurre poesia, traduttore, traduzione poetica, traduzioni
Cyprian Kamil Norwid ((Laskowo-Głuchy, Polonia 1821 - Parigi 1883) è ormai entrato a buon titolo nell’empireo dei grandi poeti romantici europei, nonostante da noi non goda di quella fama che invece gli è dovuta. Fu poeta, pittore, scrittore e drammaturgo, ma la sua più profonda vocazione, nata molto presto nella sua vita, fu quella della poesia.
La vita tormentata e sregolata, l’animo appassionato e assetato di bellezza e conoscenza, le difficoltà economiche, l’anticonformismo, i viaggi in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e America (arrivò negli Stati Uniti nel 1852), le amicizie profonde con poeti, scrittori e musicisti polacchi e russi (soprattutto Chopin, Adam Mickiewicz, Turgenev e Aleksandr Herzen), l’impegno letterario e il socialismo utopico, l’amore assoluto per la libertà, ne fanno un personaggio insieme romantico e moderno. Norwid morì a Parigi come si conviene a un poeta romantico della sua tempra: di tisi e in povertà, aggiungendo anche il tocco estremo alla leggenda del genio infelice; fu sepolto in una fossa comune. Come Mozart. Lasciò dietro di sé un corpus di opere ricchissimo e assolutamente originale. Già i contemporanei ne riconoscevano infatti lo stile anticonformista e nuovo.
Ospito sul mio blog la sua bella versione di Paolo Statuti de Il pianoforte di Chopin, di Norwid, con una sua nota introduttiva.
Francesca Diano
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CYPRIAN KAMIL NORWID
Una vita tormentata e raminga
Cyprian Kamil Norwid, uno dei più grandi poeti romantici polacchi, così scrisse di sé: “Cyprian Norwid oggi compie le sue opere all’acquaforte, domani col pennello, dopodomani con lo scalpello. E’ scultore, pittore, incisore delle opere sue…e ciò si è chiamato per seicento anni e si chiama ancora maestro d’arte”.
Era nato nel1821 a Laskowo-Gluchy in Mazovia. Aveva cominciato la sua formazione artistico-letteraria a Varsavia, ove pubblicò versi e prose in vari periodici. Iniziava poi un lungo viaggio che doveva portarlo per sempre lontano dalla patria. Si recò in Germania, in Italia e in Francia. A Parigi conobbe Slowacki e Chopin, due artisti che esercitarono un grande fascino su di lui e sulla sua opera. Dopo alcune delusioni sentimentali, amareggiato dall’estrema povertà in cui viveva e dal completo insuccesso della sua multiforme attività, emigrò negli Stati Uniti, ove visse un anno e mezzo, compiendo anche lavori manuali. Rientrò finalmente in Europa e passò a Parigi gli ultimi ventotto anni della sua vita, chiuso nei suoi sogni, nei suoi lavori, lontano dai contemporanei dei quali non lo interessavano i gusti e che lo lasciavano soffrire la fame. Malato e deluso, interruppe del tutto ciò che restava delle sue vecchie relazioni e sprofondò in una completa solitudine. Nel 1877 dovette rinunciare anche al suo studio di artista ed entrò nell’ospizio polacco di san Casimiro. Morì a Parigi il 23 maggio del 1883 e fu seppellito in una fossa comune nel cimitero di Montmorency.
L’opera di Norwid fu scoperta soltanto nei primi anni del ‘900 dal critico e poeta polacco Zenon Przesmycki. La poesia di Norwid, permeata di simbolismo spesso oscuro, caratterizzata da una profonda ansia morale e da una ritmica audace, non ha nulla in comune coi facili versi degli epigoni del romanticismo che piacevano al suo tempo.
Geloso della sua originalità, non imitò la poesia della Triade romantica polacca, cioè Krasinski, Mickiewicz e Slowacki (anche se fu spiritualmente vicino a quest’ultimo), cercando anzi di allargarne il contenuto ideologico troppo strettamente legato, secondo lui, all’idea nazionale, in una visione universale della patria e dell’umanità.
Un nuovo significato sociale impronta la concezione dell’arte di Norwid. L’arte è infatti per lui la “forma dell’amore” e la sua fonte è nel popolo, creatore e conservatore dei miti. Norwid ebbe sempre in tutta la sua opera un particolare interesse per quanto si riferiva al tesoro delle tradizioni popolari polacche. La parte più importante dell’opera di Norwid è la lirica, complessa e ricca di interiorità. Tra le fonti della sua formazione poetica si citano oltre a Nerval, Poe, Baudelaire, anche Dante, Shakespeare, Calderon, alcuni padri della Chiesa, rare opere italiane, come le poesie di Michelangelo e le satire di Salvator Rosa.
Norwid è un poeta tuttora vivo e attuale grazie alla sua autentica originalità e, come spiegò egli stesso, alla “coscienziosità positiva” nei confronti delle fonti ideali e letterarie del suo tempo, che egli desiderava perfezionare nelle sue opere. La sua coscienza civica gli imponeva di osservare accuratamente e poi trattare nella propria creazione i fatti salienti e i problemi scottanti dell’epoca, cui come poeta riuscì a dare carattere di costante attualità. Ma Norwid è un contemporaneo anche per la sua pratica poetica innovatrice, nella quale trovarono spazio numerosi mezzi di espressione concepiti in modo nuovo.
Sparirà, striscerà via la multiforme opulenza,
Tesori e forze svaniranno, l’insieme comincerà a tremare,
Delle cose di questo mondo ne resteranno soltanto due,
Soltanto due: la poesia e la bontà…e, niente altro…
Norwid scrisse queste parole quattro anni prima della sua morte, considerata quasi concordemente dalla stampa del tempo come la morte di uno scrittore e artista che aveva promesso molto, ma che non era stato di parola! Oggi che la fama di Norwid ha offuscato la stragrande maggioranza degli scrittori polacchi a lui contemporanei, e il suo nome risuona sonoro come quelli di Mickiewicz e Slowacki, bisogna dire che la sua poesia ha sostenuto magnificamente la difficile prova del tempo – nonché della storia – smentendo allo stesso tempo tutti i suoi antichi nemici.
Il “Pianoforte di Chopin” è uno dei suoi poemi più noti e fu scritto nel 1865. Chopin incarnò per Norwid l’idea dell’arte polacca dell’avvenire e lo spunto per tale composizione gli venne dal saccheggio compiuto dai cosacchi nel palazzo Zamoyski a Varsavia, dove lo strumento era conservato.
Paolo Statuti
CYPRIAN KAMIL NORWID
Il pianoforte di Chopin
Traduzione di Paolo Statuti
Ad Antoni C…
La musique est une chose étrange!
Byron
L’art?…c’est l’art – et puis, voilà tout
Béranger
I
Ero da te quei penultimi giorni
D’inestricabile ordito:
Ricolmi come il Mito,
Pallidi come l’alba…
- Ove la fine della vita bisbiglia al suo inizio:
“Non ti lacero, no!…ma ti do più risalto”.
II
Ero da te quei giorni, penultimi,
Quando somigliavi, sempre più ogni istante,
Alla lira caduta ad Orfeo,
Ove la forza del colpo con il canto attenua,
E conversano tra loro le quattro corde,
Toccandosi,
A due – a due –
E sottovoce sussurrando:
“Ha già scelto
L’accordo?…
Un tal maestro suona?…pur se ci abbandona!”.
III
Ero da te quei giorni, Fryderyk!
La cui mano, per il suo biancore
Alabastrino – e per la presa – e la maniera –
E per i tocchi tremuli, come piuma di struzzo,
Si fondeva nei miei occhi con la tastiera
D’avorio…
Ed eri come quella figura
Che dal grembo marmoreo,
Ancora immacolato,
Trae lo scalpello
Del genio – l’eterno Pigmalione!
IV
E in ciò che sonavi – e che il tono svelava, e dirà,
Benché gli echi si mostrino altrimenti,
Di quando la Tua mano consacrava
Ogni singolo accordo:
E in ciò che sonavi c’era tanta semplicità
Di periclèa perfezione,
Come se una Virtù remota,
In una casa di larice
Entrando, dicesse a se stessa:
“In cielo son rinata,
E mi è diventata arpa – la porta;
Un nastro – il sentiero;
L’ostia vedo tra le pallide biade:
Emmanuele già dimora
Sul Tabor!”.
V
E la Polonia era là, dallo zenit
Di ogni perfezione della storia
Rapita da un’iride d’estasi:
La Polonia dei primevi Carrai,
Quella stessa,
Ape – oro:
La riconoscerei ai bordi dell’essere!
VI
Ed ecco – hai smesso il canto e mai più
Ti guarderò – soltanto – udrò
Qualcosa – come un bisticcio infantile:
Ma ancora questionano i tasti
Per una brama non finita di cantare:
E toccandosi sottovoce,
In otto – in cinque…
Sussurrano: “Sonerà ancora? o ci abbandona?”.
VII
Oh! Tu, che sei il profilo dell’Amore,
Il cui nome è Compiutezza…
Quel che in arte chiamano stile,
E che pervade il canto, dà forma alle pietre –
Oh! Tu, che nelle gesta ti chiami Era,
E ove invece la storia non è giunta allo zenit –
Ti chiami insieme: Spirito e lettera,
E “consummatum est”.
Oh! Tu – perfetta Ultimazione!
Qualunque sia e ovunque sia il Tuo segno –
In Fidia, in David, o in Chopin,
O sulla scena di Eschilo:
Sempre – si vendica di te l’ imperfezione.
- Marchio del mondo è l’insufficienza,
La compiutezza gli duole,
Meglio ricominciare di continuo,
Di continuo espellere da sé un acconto.
- La spiga, già matura come aurea cometa,
Basta che un soffio di vento la scuota –
Una pioggia di chicchi la sbriciola,
La perfezione stessa la disgrega…
VIII
Guarda, Fryderyk – ecco Varsavia
Sotto un astro corrusco,
Così scintillante:
Guarda, l’organo della Parrocchia, guarda, il tuo nido,
E là – le patrizie case vetuste
Come la Publica Res,
Delle piazze i selciati grigi e cupi,
E di Sigismondo la spada nelle nubi.
IX
Guarda – da vicoli a vicoli
I cavalli caucasici irrompono,
Come rondini dinanzi alla procella,
Sferzando davanti ai reggimenti,
A cento – a cento –
Un palazzo brucia, a tratti il fuoco vacilla,
Di nuovo avvampa – e là, sotto il muro,
Vedo fronti di vedove in lutto
Colpite dal calcio dei fucili;
E ancora vedo – pur se il fumo mi acceca,
Dalle colonne della loggia,
Un mobile – parvenza di bara,
Emerge – e piomba – piomba – il Tuo Pianoforte!
X
Lui che cantava la Polonia, còlta dallo zenit
Di ogni perfezione della storia,
Con un canto d’estasi,
La Polonia dei primevi Carrai:
Proprio lui piomba sul selciato di granito!
Ed ecco, come una nobile mente d’uomo,
E’ martoriata dalle ire della gente,
Oppure come – dai secoli
Dei secoli – tutto ciò che risveglia…
- Ed ecco, come il corpo d’Orfeo,
Mille Passioni lo dilacerano in pezzi,
E ognuna grida: “Io no!”
“Non io!…” – e digrigna i denti…
Ma tu, ma io, intoniamo l’inno del giudizio,
Esortando: “Gioisci, figlio non ancor nato,
Le sorde pietre gemono:
L’ Ideale ha raggiunto il selciato!”.
(C)by Paolo Statuti. RIPRODUZIONE RISERVATA
PRESEPI
24 dic 2011 6 commenti
in Francesca Diano, Uncategorized Etichette: Natale, presepe, presepi, racconto, tradizione
Il mio presepio dell’infanzia era una complessa costruzione paesaggistica che veniva allestita su di un tavolo quadrato, spinto per l’occasione contro l’angolo del muro. Lungo la parete veniva affisso un grande foglio di carta turchina cosparso di stelle argentee e, appoggiate al muro, venivano assemblate le montagne. Blocchi di sughero di forma irregolare, con cime appuntite o arrotondate, su cui mio padre aveva dipinto con della vernice bianca la neve. Poi, dai monti, iniziava il declivio collinare, rivestito di autentico muschio seccato e fresco, che l’estate si raccoglieva nei boschi. In fondo al declivio si apriva la piccola pianura e l’abitato.
Presso le prime casette del paese, di sughero e cartone col tetto di cartone ondulato, tutte dipinte in modo da imitare i mattoni e le tegole, c’era il laghetto. Una ciotola piena d’acqua e circondata di muschio, dove si abbeveravano le pecorelle. Ogni anno il numero dei pastori, degli artigiani e dei paesani si arricchiva di qualche nuovo personaggio. C’era il panettiere con in testa l’asse piena di pani appena sfornati, la filatrice con l’arcolaio, che sul fuso aveva del vero filo e un batuffolo di lana, il fabbro che picchiava l’incudine col suo maglio, l’oste nell’osteria, illuminata da una lucetta, il pescivendolo, col suo barile pieno di pesci d’argento. E poi una tenda beduina circondata di palme di velluto che affondavano nella sabbia raccolta l’estate al mare. E ancora angeli e pastori e donne e uomini e bambini. E tutti convenivano verso il centro focale della rappresentazione: la grande capanna di sughero con Maria, Giuseppe, il bue, l’asinello e la culla con dei fili di paglia. Vuota.
I Re Magi erano lontani, sulle montagne. Due sui loro cammelli ornati di gualdrappe rosse e oro e uno a piedi, ogni giorno percorrevano, guidati dalla mia mano che fungeva da motore, qualche centimetro/miglio (mio padre mi diceva che i chilometri allora non si usavano) per arrivare alla loro meta in tempo per l’Epifania.
Fare il presepe era una tradizione a cui mio padre teneva molto, figlio com’era del meridione. Si faceva anche l’albero, come gli era piaciuto imparare in Scandinavia, ma il presepe era la tradizione della sua infanzia, che avrebbe passato a me.
La notte della Vigilia si preparava il cenone, durante il quale dovevano arrivare in tavola 13 cose, ma niente carne. Dall’antipasto alle lenticchie all’uva (rigorosamente 13 chicchi), compreso il pane e il vino. Poi si giocava a tombola coi ceci e, a mezzanotte meno 3 minuti, fino al momento in cui fui la più piccola di casa, mi veniva posto un velo in testa e mi si metteva in mano il Bambinello. Allora, con un’emozione che mi faceva prestare attenzione ad ogni passo e a non distogliere gli occhi dalle mani a coppa, tutti facevamo tre giri intorno al tavolo, io davanti a tutti, cantando “Tu scendi dalle stelle” e a me toccava l’onore immenso di deporre Gesù nella sua culla. Ero io a far nascere il Bambinello.
Nel mio primo Natale in Calabria, dei miei parenti che abitavano in un grande palazzo nel cuore della città, mi chiesero di aiutarli a fare il presepe. Le statuine erano alte come un bambino di un anno e la capanna era stata fatta costruire dal loro bisnonno col legno dei pini della Sila. Le dimensioni di quel presepe mi ispirarono, quell’anno, l’idea di riprodurre un dipinto di Mantegna. Intrecciammo rametti di pino e di foglie lungo delle cordicelle, per costruire un lungo festone. Lo decorammo con arance e mandarini e lo fissammo come cornice intorno al presepe. Quel Natale io ero incinta del mio primo figlio.
Con le statuine del mio presepe dell’infanzia si fecero ogni anno i presepi per i miei bambini, fino al momento in cui furono in grado di farlo insieme a me.
L’ultimo presepe lo fece mio figlio a 16 anni, molti anni fa. Eravamo uscite e, al nostro ritorno, ci fece trovare la sorpresa del presepe già finito. Allora lo inserivamo in una profonda nicchia nella libreria. Mio figlio, che aveva una grande abilità costruttiva, aveva composto delle bellissime montagne, un laghetto luccicante con lo specchio, le casette poste in perfetta prospettiva. La capanna era in fondo, che guardava la parete e tutti i personaggi, tutte le statuine, compresi Maria e Giuseppe, voltavano le spalle allo spettatore. Nessuno di quei personaggi aveva scelto di guardare il mondo.
Fu l’ultimo presepe che sia mai stato fatto in casa.
(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
L’invidia, cancro dell’anima.
21 nov 2011 11 commenti
in egoismo, Francesca Diano, invidia, malvagità, sentimento, vizi capitali, vizio

L’Invidia- Giotto, Cappella degli Scrovegni
L’invidia è, tra le passioni umane, una delle più spregevoli e pericolose, perché i suoi effetti sono devastanti e il suo manifestarsi sempre subdolo e coperto. Quando i suoi danni vengono alla luce, e dunque la sua esistenza, è ormai troppo tardi per le sue vittime.
E’ il frutto di odio per se stessi, di risentimento, di senso di inferiorità e mancanza di autostima, ma anche di speranza, tuttavia a differenza dell’odio aperto, che si manifesta nell’ira e in violenza aperta, l’invidia agisce come un veleno lento e corrosivo, ledendo dall’interno il tessuto vitale di chi ne è il bersaglio.
Non è l’odio l’opposto dell’amore, ma l’invidia. Perché l’invidioso non conosce l’amore e dunque vorrebbe distruggerlo in chi lo prova, in chi lo conosce. Il suo universo è privo di amore.
L’etimologia, dal latino invidus, da in videre , vedere con odio, vedere, e guardare, in senso negativo, chiarisce il ruolo che l’occhio, il vedere, ha. L’invidioso secerne il suo liquido corrosivo attraverso l’osservazione ossessiva della vita altrui, nutrendo il cancro che lo rode con la convinzione che se l’altro, a suo dire, ha di più in termini materiali o anche spirituali, è perché non lo merita quanto lui, senza far conto che la ricchezza spirituale, la serenità nonostante le difficoltà, la forza d’animo, sono dure conquiste e non doni e che lui stesso potrebbe ottenere, se solo lo volesse e fosse disposto a compiere il difficile cammino che esse richiedono.
Spesso infatti, l’invidia è tanto più feroce e perniciosa, quando scaglia le sue punte velenose contro chi ha fatto della propria vita un cammino alla ricerca di un’evoluzione profonda. Se l’invidioso si rode per qualunque cosa l’altro abbia, ancor di più il suo acido lo tormenta nel vedere chi ha scelto l’amore e non l’odio. Chi nutre di invidia la sua vita, non sa ridere. Non conosce la risata che nasce dal cuore, la leggerezza del respiro aperto che apre il petto, né mai sorride. Le sue labbra si stirano in una smorfia, il naso si arriccia in un ghigno che vorrebbe apparire di disprezzo o di superiorità, ma cela malamente un desiderio di vendetta. Perché l’invidioso non capisce che la vita dà ciò che noi chiediamo e scegliamo. Pensa che ciò che l’altro ha o raggiunge sia solo frutto di fortuna immeritata, una fortuna che lui non ha. Per quanto possa avere. E in questo ha ragione. Non ha la fortuna di saper amare. Ed è questo che lo spinge a vendicarsi. La sua è una vendetta contro l’universo intero.
Iago, l’invidioso per eccellenza, spia di nascosto, trama nell’ombra, sparge calunnie, distrugge e gode della distruzione. Perché lo scopo di chi invidia è la distruzione dell’oggetto che odia, per cui prova risentimento. E questa distruzione avviene attraverso la calunnia, la mala parola, il “malo sguardo”, che augura ogni male a chi si ritiene abbia qualcosa di più: benessere, felicità, forza morale, capacità intellettuali e spirituali. E non bada a mezzi o spese per annientare, anche fisicamente, l’oggetto del suo odio.
Il suo mondo è grigiastro, privo di colori, avvolto in una nebbia fumosa e greve. Il volto è teso, segnato da linee profonde, la pelle spenta, le labbra costantemente tirate nello sforzo di trattenere l’inferno che gli ribolle dentro.
L’invidioso può essere ricco, possedere molte cose, avere successo nella vita, ma tutto questo non basterà mai a sedare il demone che lo dilania. Un demone che non gli dà pace, che lo spinge a perseguire con una costanza terribile un unico scopo: annientare chi gli fa provare sentimenti tanto brucianti. Non tiene in conto che l’oggetto del suo odio nulla ha a che fare con questa sensazione intollerabile, perché nasce da un nucleo malato, dal male che è dentro di lui.
L’immagine di Giotto è terribile nella sua crudezza. Il corpo della figura femminile, dal seno macilento, perché svuotato – un seno che non nutre – è roso alla radice da una fiamma che alimenta il suo tormento bruciante e non si estingue, il volto è devastato, nella mano regge un sacchetto che rappresenta il possesso, la materia, dunque l’identificazione dell’Io col possedere e non con l’essere e tiene ciò che ha stretto a sé. Nulla di sé dà, ma tutto vorrebbe, poiché l’altra mano è tesa ad afferrare.
Allo stesso tempo, un’enorme serpe, che le riempie l’intera bocca, che la soffoca, esce dalle labbra. E’ la serpe della calunnia, delle menzogne immonde che diffonde senza ritegno per distruggere la reputazione e la vita della sua vittima. Ma la serpe gli si rivolta contro e le acceca gli occhi. Le divora la vista e la mente.
Perché, se l’invidia può giungere fino al delitto, sia fisico che psichico, se può arrivare a ciò che oggi si definisce stalking, è pur vero che sfocia nella follia.
Vivere tutta la vita lasciando che l’invidia guidi ogni pensiero, ogni azione, contro la vittima che di volta in volta si sceglie, distrugge la mente, sconquassa la ragione e rende l’anima una palude fetida, un ammasso di cellule purulente e cancerose.
Ha ragione la psichiatra americana Ann Ulanov, che ha meravigliosamente trattato di questo sentimento in Cenerentola e le sue sorellastre. Sull’invidiare e sull’essere invidiati (Tridente, Saggi), che l’argomento è talmente spiacevole e inquietante, che se ne parla molto poco. Eppure l’invidia serpeggia per il mondo. Domina la storia, la cultura, l’economia, la politica, la vita di relazione e familiare.
Segnalo, a questo proposito, un post interessante e coraggioso sul mobbing e sullo stalking, esiti nefasti dell’invidia.
http://divadellecurve.blogspot.com/2011/12/gli-attacchi-alla-propria-autostima-del.html
(C) by Francesca Diano
Lo stato dell’arte: rete e letteratura.
07 nov 2011 17 commenti
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Mi diverto da un po’ a seguire le discussioni che si svolgono su vari siti letterari italiani presenti in rete, spesso senza intervenire, spinta dalla curiosità di capire se la libertà offerta dal mezzo possa riflettere un panorama più respirabile di quello a cui è stata ridotta la cultura italiana. Mi sembrava che almeno in rete si manifestasse una vivacità intellettuale che al di fuori è assente, almeno da noi. Vivacità che è il frutto di una maggiore libertà di voce, di voci, non mediate dalla stretta mortale delle varie lobbies culturali, gemmazioni delle lobbies politiche, che ingessano il nostro paese.
L’immobilismo dinosaurico, nella politica, nella vita sociale, nella cultura – insomma ovunque- a cui assistiamo apparentemente impotenti da tempo non è cosa nuova per noi. E’ un habitus lungamente testato e, nei suoi scopi e risultati, vincente. Un meccanismo bene oliato di cui sarebbe interessante tracciare una storia di taglio antropologico. E’ da sempre la politica che la Chiesa, un’istituzione di dinosauri benedicenti, ha insegnato a un paese che ha l’ha imparata e riprodotta come nessuno.
Come dice Leopardi, agli italiani manca il concetto di “società”, dunque dell’individuo come unico responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte e dell’impatto che quelle azioni e quelle scelte possono avere sul tessuto sociale, che è poi quello in cui egli stesso vive. Così – pur avendo noi l’immeritata fama di essere degli individualisti – si rende necessario l’aggregarsi a un qualche gruppo che possa non solo proteggere l’individuo, ma avvalorare la direzione delle posizioni che assume. In realtà, l’individuo conta poco e corre grandi rischi nel muoversi da solo. E’ il vaso di coccio tra vasi di ferro trasportati sul carro traballante. L’elemento estraneo, sospetto, da estromettere perché non disturbi la compattezza del gruppo.
Allora ecco la necessità, iscritta nel DNA di questo paese, delle cricche, delle consorterie, delle conventicole, dei gruppi e dell’idea che tutto, assolutamente tutto debba avere un senso politico e, soprattutto, che tale senso sia quello di una realtà binaria. Un o/o. Una corsa all’esclusione che genera una serie infinita di inclusioni, di recinzioni ben protette.
Analogamente, risulta impensabile considerare le cose in termini di libertà individuale. Essendo la struttura psicologica quella del gruppo chiuso – l’Italia non è mai uscita dalla struttura feudale – non riesce possibile credere che qualcuno sfugga al giochetto (rassicurante, perché evita la necessità di capire ciò che non si conosce) di ritrovarsi addosso appiccicata un’etichetta di un qualunque tipo. Non c’è straniero che non si meravigli e si capaciti nello scoprire che, in qualunque campo non politico – scienza, letteratura, arte, filosofia, psicologia, meteorologia, o quel che vi piaccia. – da noi sia necessario bollare con un’etichetta politica l’individuo di cui si parla. E’ di destra o di sinistra? Come se davvero esistesse più una destra o una sinistra. C’è persino chi ancora parla di marxismo… che tenerezza.
Proprio nel paese in cui la politica è la più corrotta, lurida, ostentata pratica volta solo all’arraffo personale, di tutto il mondo civile, si pretende di ridurre a politica o di ravvisare risvolti politici in ciò che proprio non può o non dovrebbe esserlo.
Certo, che la letteratura sia, come qualunque altro fenomeno culturale, figlia della visione del mondo che la produce e che dunque ne segua i moti e le direzioni, è talmente ovvio da non aver bisogno d’esser detto. E se, le culture si riverberano nelle società, ciò che fa quelle società è anche la direzione politica che le segna. Ma, la politica di un’epoca o di un paese in quell’epoca, è comunque uno degli aspetti di quella data visione del mondo. In questo senso, essendo i fenomeni culturali frutto delle specifiche visioni del mondo, non c’è aspetto di una società che non sia profondamente connesso a tutti gli altri. Dunque, i fenomeni culturali, sociali, economici e politici non possono essere considerati isolatamente per essere compresi.
In questo senso, non c’è fenomeno culturale che non sia anche politico, economico, sociale ecc. Ma non è che la politica ne sia la sola ed esclusiva chiave di lettura, come in molti casi si vorrebbe fare. Mi pare un taglio stalinista.
Così ho imparato da una serie di sedicenti o supposti critici militanti, molto attivi in rete, nelle case editrici e negli atenei, ( o legati tra loro o nemici giurati gli uni degli altri) che la letteratura è e non può che essere politica. Non mi è stato facile capire sempre di che stessero parlando negli infiniti commenti ai loro aggiornatissimi post, perché a un certo punto, tra paroloni, involutissimi periodi sintattici, ripetute citazioni da superatissimi maîtres à penser francesi (ancora di moda solo tra una certa genia di accademici italiani della cosiddetta generazione TQ) e qualche loro epigono americano, mi perdevo come Cappuccetto Rosso nel bosco.
Pare che tra i nostri critici letterari militanti (e che siano militanti lo si capisce dalle bombe carta di cui sono armatissimi) vadano per la maggiore francesi e americani radical-chic come padri ispiratori del pensiero critico. Ignorano – a parte alcune rare eccezioni – tutto quello che avviene nel resto d’Europa e del mondo. Tanto che Francia e Italia si scambiano il fior fiore dei loro intellettuali e filosofi influenti. Noi ne abbiamo esportata una che, filosofa considerata oltralpe pare mente tra le più influenti non so se di Francia o del mondo, scrive profusamente sulla condizione femminile (e non solo ) in un tripudio dell’ovvio e del qualunquismo rosato degno della migliore rubrica di cuori solitari. Però, essendo comunque donna, non l’ho vista molto citata in questi blog letterari, se non in quelli tenuti da donne d’assalto, molto attive al pari dei loro colleghi maschi.
Se poi tra loro interviene qualche intellettuale (parola e funzione desueta pare) con le idee più chiare, che usa un linguaggio chiaro e piano e parla di cose concrete usando il buon senso, lo massacrano. Confermando, di fatto, che la critica letteraria da noi, di stampo accademico e non, ben lontana dall’occuparsi di esegesi del testo, o di ermeneutica (usiamo pure, per darci un tono, un termine che spesso ricorre in questi ambienti) seguita ad essere quella che è stata da un po’ più di un secolo a questa parte: un accapigliarsi dei parenti sul cadavere.
Ma, in tutto questo, il cadavere, la letteratura in Italia dov’è? Ma è chiaro. La Letteratura da noi è il prodotto di una generazione di giovani che vanno dai circa 25 ai 40 o giù di lì anni, (sono prevalentemente maschi, le donne sono in minoranza, come ovunque in Italia) molto attivi sia in rete che nelle case editrici che su riviste letterarie e sulle rubriche letterarie dei giornali à la page e che sparano a zero sui premi letterari e le supermafie dell’editoria che se li spartiscono, ma ai quali ambiscono disperatamente. Infatti, quando li ricevono, non li rifiutano.
La loro attività pubblica è così intensa che non è ben chiaro quando scrivano. E’ vero che quando si legge cosa scrivono si comprende che il prodotto non richiede molto tempo o lunghe applicazioni. Misurano la propria credibilità e il peso delle loro parole dai libri e dai saggi che hanno pubblicato, come se ciò che gli editori italiani pubblicano non fosse per lo più il risultato di connessioni e intrallazzi lobbistici. Lo sanno tutti, non è una novità. E’ un tale dato di fatto da essere diventato ormai un tòpos, a discapito di qualche raro editore minore che così non fa.
Dichiarano la morte del romanzo ma scrivono romanzi – o tali sono nella loro intenzione – discutono su cosa sia la poesia – che pare sia diventata una cosa indefinibile – ma scrivono poesie – o tali sono nella loro intenzione, affermano che la critica letteraria non si può più fare se non in termini di militanza e poi non hanno categorie da usare se non le stesse del passato botulinate e siliconate.
Le donne che scrivono (in Italia il trend è opposto a quello del resto del mondo, poiché le donne pubblicate sono in numero molto inferiore a quello degli uomini, così come quelle che hanno peso nella cultura) sono o fatte a pezzi, soprattutto se vendono molto, o ignorate, o ammesse nel gruppo se sono delle virago molto aggressive e mascoline e dunque fanno loro paura. (Vedi sopra).
Tutto questo, è ovvio, è frutto dell’impressione generale dello stato dell’arte che mi sono fatta leggendo i blog letterari italiani più in che la rete offre. Non è un’impressione molto edificante, perché, lungi dall’essere usata come spazio di una maggiore libertà e creatività, la rete tende a riprodurre, in questi blog, gli stessi meccanismi che si trovano al di fuori: aggregazioni, gruppi, sette, conventicole, esclusioni, odi e invidie, rivalità, esibizione di erudizione datata e modaiola allo stesso tempo. Insomma, un grigiore.
Non è tutto così grigio e squallido. Le voci libere sono moltissime e alcune davvero interessanti. Ma è strano che lo sia nei blog letterari che – così loro sostengono – hanno un’autorevolezza maggiore. Tuttavia il meglio non è dove è più facile vederlo. I diamanti si trovano ben nascosti sotto terra. Bisogna scavare.
(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
Tramonti d’Occidente di Emilia Blanchetti.
18 ott 2011 Lascia un commento
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Se una coppia di categorie si dovesse individuare per analizzare al meglio la società che ciò che definiamo Occidente ha creato, questa potrebbe essere frastuono/silenzio o, in alternativa pieno/vuoto o, ancora, caos/ armonia. L’Occidente, inteso come l’insieme delle culture che lo hanno generato (greca, celtica, cristiana) vive una crisi che si potrebbe forse meglio definire un passaggio.
Noi, figli dell’Occidente, siamo chiamati a una trasformazione – che è il senso della crisi – pur senza saperne vedere al momento i termini o gli strumenti necessari. Sospesi tra un passato che ci ha segnati e ci ha determinati e un futuro di cui nulla sappiamo, se non l’incertezza, non abbiamo più strutture, culturali o mentali per vivere il presente.
E’ ciò che questo romanzo, profondo e all’inizio apparentemente caotico di Emilia Blanchetti, squaderna come un insieme di fili che cercano la loro trama sotto i nostri occhi. L’intreccio, quasi un viluppo, di storie, di personaggi, di situazioni, (frastuono – pieno – caos appunto) all’inizio ti accerchia, quasi ti soffoca.
C’è il proprietario di una casa editrice milanese di successo, figlio di quell’intellighenzia privilegiata che è in apparenza un solido baluardo alla dissoluzione. C’è una badante rumena che cerca, come avviene per tante sue compagne e compagni di destino, di nutrirsi delle briciole di un benessere e di una democrazia che non ha tempo per occuparsi degli anziani e dei malati. C’è una sorta di voce narrante, dal ritmo ondivago, che osserva, commenta e condivide le vicende del suo editore e c’è una giovane islamica, una figlia della vecchia generazione immigrata, che non solo non si è integrata, poiché lo scontro di culture non è affatto sopito, né ha trovato ancora nei figli degli immigrati nati in una nuova patria, alcuna vera integrazione, ma vede nella realtà in cui vive il Nemico da distruggere. C’è un’Italia che, tra Milano, Torino e Roma, fino a luoghi meno opulenti e felici, mostra la trama frusta del suo tessuto.
Attorno a questi quattro personaggi chiave ruota un coro di figure a loro legate e di storie che alle loro si intrecciano, in percorsi molto complessi.
La prima impressione, nel leggere i primi capitoli, è quella di un’umanità brulicante, confusa, nevrotizzata dalle incertezze che ottundono proprio quella qualità che è alla base della cultura occidentale: la ragione.
E’ come se tutti questi personaggi annaspassero in un gorgo che li risucchia e non riuscissero a trovare appigli.
Ma, quello che ciascuno di essi cerca, è il filo che li possa condurre fuori dall’abisso, (il silenzio, il vuoto, l’armonia appunto) senza alcuna certezza di trovarlo. Ciò che rimane è l’istinto di sopravvivenza, il principio oscuro e potente che il disfacimento della civiltà occidentale ha dimenticato, seppellendolo sotto valanghe e slavine di negazione del senso.
Poi, alla fine, il caos, il frastuono, culminano in una tragedia annunciata. Ma è in quell’acme che in realtà si sopiscono e il disegno dei destini individuali si rivela per quello che veramente è: una sapiente tessitura del destino collettivo. I protagonisti scorgono infine – almeno alcuni di loro – un barlume di quello che un senso non pareva averlo.
Solo un barlume. Ma la scorgono una scintilla di quel silenzio, di quel vuoto, di quell’armonia che l’Occidente pare abbia perduto.
Emilia Blanchetti è un’esperta di comunicazione ad alti livelli e questa sua competenza si vede nel modo in cui riesce a “domare” un materiale complesso, inizialmente caotico (o così appare), come quello che forma le fondamenta sotterranee del suo romanzo. L’Italia confusa e dai confini così labili (confini ideologici e culturali, non solo geografici) e permeabili c’è tutta in questo romanzo intenso e sapiente.
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Andrea Zanzotto, un moderno Lucrezio.
04 ott 2011 2 commenti
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Il 10 ottobre di quest’anno 2011, Andrea, compi 90 anni. Ti ricordi della prima volta che ci siamo visti? No, tu di sicuro no. Io sì, mi ricordo perfettamente. E’ stato a Cortina, a casa di Neri Pozza e Lea Quaretti, in una luminosissima giornata di fine dicembre. Tu avrai avuto poco più di quarant’anni e io ero una ragazzina.
Per tutto il tempo che mio padre Carlo, Neri e Lea parlarono animatamente, tu te ne rimanesti in silenzio. Non hai pronunciato una sillaba. Eri seduto sul bracciolo della poltrona di Lea e contemplavi, quasi ipnotizzato, la sua collana. E io fissavo te ipnotizzata che guardavi la collana di Lea. In questa geometrica astrazione, tu avevi una giacca di tweed. Il fotogramma della memoria è quello. Non sapevo chi fossi, ed ebbi la precisa sensazione che tu fossi piovuto da un altro pianeta. Da una parte mi sembrò tu ti sentissi estraneo a tutto e a tutti, dall’altra era come se tu fossi a tuo strano agio in quell’estraneità. Ero già da sempre abituata ai personaggi singolari – tale era mio padre – ma la tua singolarità, ai miei occhi di ragazzina, mi era nuova.
Ora hai 90 anni e tutti celebrano il compleanno del grande poeta, carico di anni e di silenzi. Tutti fanno a gara per esserci, per partecipare alla festa. Chi per affetto e chi per apparire, carpire un po’ della tua aura di Poeta Laureato, di Grande Poeta della Letteratura Italiana. Chissà se mai quel giorno a Cortina l’avresti immaginato. Non credo. Sei ancora preso nella tua geometrica astrazione.
Nel tuo silenzio e nel tuo isolamento in realtà hai parlato tanto, detto tanto, sei stato sempre presente in un mondo che non ti piace più. Se mai il mondo ti è piaciuto. Hai cercato, a tuo modo, di renderlo un po’ più bello, un po’ più dritto. Ma, per me, tu sei l’Andrea a cui mio padre voleva bene, che Ninì Oreffice- cara Ninì capace di sognare come un’adolescente fino all’ultimo istante – aveva nel cuore, che Diego Valeri, quello che mi leggeva le poesie quando ero bambina – teneva come allievo più caro.
Tu sei Andrea che, qualche anno fa, in un teatro vicino alla tua casa, alla fine di una delle tante celebrazioni della tua vita, mi ha guardata negli occhi, sapendo quello che mi era accaduto e nel tuo sguardo – non lo potrò mai dimenticare quello che è passato dai tuoi occhi ai miei, quello che mi hai detto con quello sguardo che non poteva essere se non silenzioso - unito ad un abbraccio che conteneva tutti gli abbracci che mio padre mi avrebbe dati in quella circostanza terribile, c’era la condivisione e la comprensione. E io ho compreso che avevi compreso. Tutto. Tutto l’abisso. E in quell’istante ci sei sceso per un attimo con me. Come dimenticare, Andrea, quello che sei stato in quell’istante? Lì ti ho visto nella tua verità di uomo.
E poi, l’estate scorsa, ricordi? Quando con un amico sono venuta a trovarti. Tu, convalescente da una caduta, non ti fidavi di camminare ancora senza appoggi. Eppure, mentre Marisa, la compagna che non ti ha mai abbandonato nella vita, si dava da fare per accoglierci con la generosità che le è propria, i tuoi occhi erano sempre gli stessi di quel giorno di dicembre a Cortina: vivi, ironici, malinconici e puntati verso il futuro. Anche se, ora, carichi di un passato che forse ti meraviglia.
Poi è successa una cosa buffa e straordinaria. Il mio amico, che non accettava di vederti incerto sulle gambe, capì che ti serviva solo un po’ di fiducia. E ti ricordi cosa ti disse, fissandoti dritto negli occhi, Andrea? Ti disse: “Ma tu, ci credi alla tua poesia? Ci credi a quello che fai? “
Non posso dimenticare con che occhi lo guardasti! Chi ti ha mai chiesto una cosa del genere? Come chiedere a Zanzotto se crede in quello che fa da tutta la vita? Sconcertato forse – la domanda era così perentoria e così inattesa – mormorasti: “Sì.”
“E allora devi credere che sei capace di stare in piedi”. Era una sfida! E allora, Andrea, che forza hai trovato! Quasi tu stesso non credessi. Così ci hai fatto vedere il tuo giardino, e i gatti e i fiori e i vialetti fra le aiole e il prato.
Ecco, Andrea. Ora lo sai. La velocità della luce non è più un assoluto insuperabile. Il fascino che su di te ha esercitato la scoperta che i neutrini superano, nel loro penetrare la materia – ogni materia – la velocità della luce, ha radici nel tuo essere un moderno Lucrezio. Proprio come Lucrezio, ti sei sempre occupato dell’indicibile, del corpuscolare, di ciò che non ha corpo, dell’eterno divenire della materia sottile e ne hai fatto parola. Verso dopo verso, opera dopo opera, hai composto un tuo De Rerum Natura.
In fondo la tua poesia è fatta di neutrini. Prima li chiamavi fosfeni.
18 Ottobre 2011
Oggi Andrea è morto. Sono felice di averlo rivisto prima che lasciasse la sua Pieve di Soligo una volta per tutte. Ora sono certa che scoprirà davvero cosa si celava dietro il paesaggio.
(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA






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