Questi versi sulfurei di una delle cose più belle e mai eguagliate nella nostra angusta poesia del ‘900, che è quel poemetto in prosa, Canti Orfici, (Campana ha precisato che non I Canti Orfici, ma Canti Orfici ne era il titolo) sono pura bellezza. Intensi, tracimanti vita, fuoco, visioni.
Quello che nelle vicende umane di Dino Campana mi sempre sconvolta è stata la superficialità, la “volgarità” umana e la supponenza di Papini e Soffici, in cui Campana aveva creduto e a cui aveva affidato – mioddio che ingenuità! – l’unica copia del suo manoscritto. Quelli lo persero… e poco se ne curarono anche. Non ci sono parole per dire cosa significa per uno scrittore sapere che tutto ciò che hai costruito, meditato, sofferto per mettere sulla carta è perso. E’ una sofferenza che non si comprende se non si prova. Il manoscritto, dal titolo “Il più lungo giorno”, che era la prima versione di Canti Orfici, venne poi ritrovato in casa Soffici nel 1971. E pur essendo quella che Campana definì “la premiata ditta Papini & Soffici” composta da due intellettuali, artisti e scrittori entrambi, la cosa non li toccò più di tanto. In fondo Campana era “un matto”…
Ma anche i parenti di Campana abbandonarono in soffitta il manoscritto dei Canti Orfici, che aveva ricomposto e di fatto modificato rispetto al Più lungo Giorno, senza minimamente preoccuparsi o porsi il problema di farne qualcosa, tanto l’avevano amato e compreso.
Era stato proprio suo padre a farlo rinchiudere ancora giovanissimo in manicomio, perché aveva comportamenti da lui giudicati inaccettabili, ma in realtà dettati solo da un’anima viva.
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COBH
Verde come l’aurora tra le querce
Verde io sono e la mia gola
Folta di muschi ed erica
Si apre dilagando parole come antere.
Verde è il mio riso e foglia la mia pelle
Le dita trasmutanti in fili d’erba verde.
Trasparente lo sguardo che si perde nell’acqua
Si fa onda e corrente e guizzo e sabbia –
Perso oltre la baia allagata di stelle
Piatta dove filari di gabbiani
Segnano il tempo.Il tempo che mi allaga, che riempie le secche
Riportando la luna e la marea a intrecciare le dita.
Grondo di acque arcaiche
Di parole lucenti. Rotola lungo i colli
Gonfi di spuma verde la rima delle nubi
Segni oghamici impressi sulla pietra celeste.
Alto è il cielo e più alto si fa
Quando ne cerco il limite, il segno primordiale.
Da lì mi viene l’alba del mio nuovo cammino
Già segnato nella sua triplice spirale.
Ascolto ad occhi aperti il canto della luce
La verde isola sacra che mi porto nel cuore
Sfera di desiderio – ascolto il tuo respiro
Modulato sul mio – ora non più straniero
Che sale dal profondo della terra
E segreti sussurra alle mie orecchie tese.
Sono venuta al mondo con gli occhi spalancati
Ho vestito me stessa di infiniti mantelli
Tutti li ho persi e nuda finalmente
Premo il piede sul suolo familiare
Non più in esilio – sola – ma accolta tra le braccia
Verdi e materne – morbide e segrete
Della Donna di Bheara
F.E.D.
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La Baia di Cobh, nel Munster
Un viaggio, ogni viaggio, se tale è, è sempre dentro se stessi. Mi piacerebbe che qualcuno iniziasse una discussione su questo.
Io ne sono convinta, perché molto spesso abbiamo bisogno di volgere lo sguardo all’esterno per trovarvi lo specchio dell’interno. Un volgere centripeto, poiché è nel confronto col mondo che ci conosciamo e riconosciamo.
Avviene così anche nei rapporti umani in fondo. E anche quelli sono dei viaggi in altri universi.
L’Irlanda, tra tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato, per me è stata questo viaggio.
Conoscevo l’Irlanda solo da un punto di vista letterario, da studiosa di folklore e tradizioni orali, ma avevo deciso di non andarci da turista. Quel luogo aveva già troppi significati dentro di me per non desiderare di ritrovarli uno per uno in esperienze vissute.
Così mi sono fermata un anno. E lì mi sono trovata.
So che da alcuni anni l’Irlanda è di moda e che in molti che vi sono stati ha suscitato emozioni intense. Ma, come per tutti i luoghi, il solo vero modo di conoscerli è quello di diventarne parte, di lasciare che il “genius loci”, il dio protettore e signore del luogo, ti catturi e ti accolga come parte di sé.
Fra le cose che più mi sono rimaste dentro in Irlanda, è stata l’acqua, anzi le acque. Mare, fiumi, laghi, rivi, torrenti, fonti spesso ancora oggetto di culti molto arcaici.
L’acqua è ovunque, dentro e attorno alla terra. E isole. Isole nei fiumi e nei laghi, oltre che lungo le coste. E’ un’acqua talmente viva, che nemmeno nei laghetti più minuscoli è stagnante e pullula di forme di vita animale e vegetale.
E poi i profumi. Perchè in Irlanda l’aria profuma. Cosa sia il profumo dell’aria noi qui lo abbiamo totalmente dimenticato. Ci siamo quasi abituati, anche quando la crediamo pulita, a quella sua pesantezza di piombo. Lì no. L’aria è leggera e porta con sé gli aromi di mille piante e fiori e della terra ricca misto a quello del mare portato dal vento fino all’interno.
Il paesaggio non è solo saturo di verdi e azzurri e delle forme mosse delle colline o delle scogliere, delle case colorate e della vegetazione, ma è avvolto come in una carta da regalo in questo misterioso profumo che ti inebria e rende un po’ pazzerelli, come sono tutti gli irlandesi.
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Ho vissuto in Irlanda per un anno. A Cork. Sento da sempre l’Irlanda la mia patria spirituale.
E’ una terra meravigliosa, ricca di spiritualità, rigogliosa, intensa, dove l’incredibile mutevolezza del paesaggio, la sua bellezza, ti spingono a guardarti dentro, a conoscerti. Non a caso nell’antico mondo celtico questa grande isola era considerata l’Isola Sacra per eccellenza, in cui i druidi di tutto il variegato mondo dei Celti d’Europa andavano ad apprendere la parte più complessa ed esoterica della loro conoscenza.
Era una sorta di terra-santuario, in cui immergersi e rinascere.
E di fatto l’Irlanda, ancora oggi fa questo per il visitatore non veloce e non distratto dal folklore turistico.
A chi voglia fare un viaggio in Irlanda darei il consiglio, se possibile, di non avere fretta. Questa terra non ama la fretta e la velocità. Non solo perché c’è così tanto da vedere, e va visto più con gli occhi dell’anima che con quelli fisici, ma anche e soprattutto perché gli irlandesi di oggi, non diversamente dai loro padri Celti, hanno una diversa concezione del tempo. Ce l’hanno proprio nel DNA. Se un irlandese ti dice: ci vediamo alle 3, intende qualunque ora tra le 3 e le 5 e non per maleducazione, ma proprio perché qui non si è mai dimenticato che il tempo non esiste. E’ solo una convenzione.
Certo, se si tratta di un appuntamento di affari la cosa cambia, ma solo in quel caso. In fondo l’Irlanda è oggi uno dei pochi paesi in Europa in cui la crescita economica sia così costante, anche se sta lievemente rallentando rispetto allo scorso decennio.
E questo atteggiamento si unisce a una capacità di ironia e di affabulazione e di pazienza davvero uniche, che hanno permesso agli irlandesi di non solo sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione degli invasori britannici, ma di conservare intatta la tradizione e il sogno.
E’, l’Irlanda, l’unica terra oggi in Europa che abbia conservato intatto il suo immenso patrimonio di leggende e tradizioni, e anzi esiste a Dublino il più grande archivio europeo di documenti in questo senso.
Io non vi darò i consigli di viaggio che potete trovare in moltissime agenzie o su internet. Ma posso dirvi con quale stato d’animo si può visitare questa terra in cui domina ancora lo spirito del passato.
Uno dei luoghi più belli, se mai è possibile fare una simile classifica di ciò che è tutto bello, è la visione che offrono le Blasket Islands, che si trovano di fronte alla penisola di Dingle, nel Kerry. Sono sette isole che si protendono verso l’Atlantico, anzi, sono la propaggine più occidentale d’Europa, oltre la quale c’è la vastità dell’oceano.
L’isola maggiore, Inish Mòr, che significa appunto Grande Isola, è stata la sola abitata, ma dagli anni 50 fu evacuata e ora è meta di turismo. Sulla terra ferma c’è un piccolo museo, bellissimo, in cui sono conservati gli oggetti della vita quotidiana dei suoi abitanti.
La popolazione di Inish Mòr era composta da poche decine di individui, che vivevano di pesca e di quel poco che dava la terra scoscesa dell’isola: patate, rape, un po’ di verdura e nulla più. Non c’era elettricità, nè telefono, solo a un certo punto, negli anni 40, un telegrafo. I giovani iniziarono a emigrare, per cercare una vita meno faticosa e più adatta, e così alla fine il governo decise di evacuare gli abitanti rimasti.
Eppure, su questa isola aspra e meravigliosa, si conservava la parlata gaelica più aulica e pura d’Irlanda e un patrimonio di leggende e tradizioni talmente ricco, che nei primi decenni del 900 iniziarono ad arrivare gli studiosi di folklore per raccogliere dalla viva voce di questi seanchaì (pronuncia scianachì, il termine gaelico che designa i narratori di storie della comunità), l’immenso patrimonio orale che alcuni individui speciali conservavano.
Studiosi inglesi, americani, svedesi rimasero ammaliati e affascinati da tanta arte narrativa e iniziarono a registrare queste voci.
Racconterò di più. E racconterò delle fonti sacre e del culto che ancora sussiste. E della Grande Dea Madre, Anu, dei circoli di pietre, non meno belli e suggestivi di Stonehenge e meno ricostruiti dall’uomo moderno.
Ma se qualcuno intanto volesse riempirsi l’anima di bellezza, vada a vedere il Kerry e le Blasket. Qui non c’è che il mare con le sue infinite sfumature, gli innumerevoli verdi e bruni del paesaggio, le coste ritagliate da un dio, come un merletto, il cielo continuamente mutevole.
Tutto qui muta, tutto è in costante mutamento, eppure tutto è sempre uguale a se stesso.
Così è difatti l’universo.
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Ho scelto un ramo di corallo a rappresentarmi.
Perché il corallo è come un albero i cui molti rami sono simboli. Il rosso è il colore della vita e dell’energia. Il corallo è la pazienza che richiede il costruire, briciola dopo briciola, il lungo percorso che ci porta alla nostra meta, per quanto lontana e irraggiungibile si possa immaginare. E’ il tempo, che nel suo infinito dispiegarsi, costruice mondi.
I suoi rami sono le apparenti deviazioni verso cui a volte ci dirigiamo, convinti di aver imboccato la strada maestra, per poi trovarci in un vicolo cieco. Eppure, anche quei percorsi contorti ci hanno avvicinato al punto d’arrivo, molto più di una via diretta.
Il corallo è figlio del mare, misterioso e bello, e il mare è l’origine della vita. E’ culla e ventre, bellezza e impeto. E non v’è ornamento più abbagliante e vivifico per una donna di un ramo di corallo.
I suoi colori, le sue infinite forme, spesso inattese e strane, la sua rarità, sono pura bellezza.
Ecco perché ho scelto un ramo di corallo.
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