Angelina Jolie, o l’arte di annientarsi.


TIME Magazine Cover, May 27, 2013

 

La notizia è talmente scioccante che Time le ha dedicato una copertina. Quale notizia? Che l’icona della bellezza femminile, la cui grazia si riflette nel cognome, la donna che molti portano a pietra di paragone, si è volontariamente mutilata entrambi i seni dopo che il risultato di un test che indicherebbe la presenza di un gene che predispone al tumore al seno è risultato positivo. Jolie NON ha il cancro al seno. Solo potrebbe svilupparlo. E’ perfettamente sana. Dunque siamo nel campo delle ipotesi. Eppure questo non le ha impedito di sottoporsi a una mastectomia bilaterale, riducendo di molto (ma non annullando, si badi) il rischio di un futuro cancro. E non è la sola, perché pare che negli USA il 36% delle donne che risultano positive alla presenza del gene che potrebbe predisporle al cancro opta per la mastectomia bilaterale! Anche se molti medici suggeriscono che sono sufficienti visite ed esami regolari di prevenzione. E di recente anche un’altra giovanissima e bellissima concorrente di Miss America, Allyn Rose, ha annunciato che farà la stessa cosa.

Ma la Jolie non si ferma qui. Progetta già di togliersi anche le ovaie, perché quel gene può predisporre anche al tumore alle ovaie. Non c’è dubbio che l’aver perso la madre e la nonna per questo motivo possa spaventarla, ma i test di prevenzione ora sono molto efficaci. Il fatto è che questo massacro del corpo femminile in nome di una supposta prevenzione pare sia sempre più diffuso in America. E in costante crescita è il numero delle giovani donne che si sottopongono a queste pratiche da macelleria. E la cosa è agghiacciante.

In passato la Jolie non ha risparmiato operazioni di chirurgia estetica, imbottendosi di silicone e botulino, il che non le è parso pericoloso, dunque già ha – come molte donne del resto – sfregiato il proprio corpo in nome di una perfezione che, ad ogni modo, non è di questo mondo. Ma lo spietato mondo dello show-biz si sa non fa sconti. Ora però la faccenda è diversa. Non per rimanere sulla cresta dell’onda, non per mantenere una bellezza che perfino in lei sfiorisce, ma per anticipare un possibile rischio. Come ha potuto? Io credo che, se il corpo non è più avvertito come parte integrante e inscindibile  dell’unità che noi siamo, se possiamo pensare di manipolarlo senza motivo, solo per farne merce, allora non parrà strano o tremendo mutilarlo. Compiendo cioè un’azione che è esattamente l’opposto di quello che asseriamo di voler fare. Lo aggrediamo, lo trattiamo come un pezzo di materia inerte, lo allontaniamo da noi, ne facciamo merce. Il corpo è oggetto e, come tale, separato da noi. Che in occidente e in questo momento storico il corpo sia un mezzo e non un soggetto è cosa già saputa e ciò ha portato a tutta una serie di  conseguenze che vanno dall’incapacità di coniugare affetti ed emozioni alle sensazioni (si confonde l’attrazione con l’amore, con tutti i danni che ne derivano), alle manipolazioni in nome di un modello standard imposto, alla sempre maggiore diffusione dei disturbi alimentari, ai maltrattamenti e alle violenze sull’altro da sé ecc.

Ormai la medicina – certa medicina – è arrivata a superare limiti ed è fuori da ogni controllo. Sappiamo che molti chirurghi eseguono isterectomie totali e mastectomie del tutto inutili e in questo denunciano un odio e un disprezzo per il corpo della donna che non ha nulla da invidiare alle pratiche contro le “streghe” della Santa Inquisizione. Ma ora una donna che ha fatto della bellezza la sua fortuna arriva a farsi mutilare orrendamente, a farsi sfregiare il corpo solo perché dei test, la cui validità è ancora in dubbio, le hanno detto che “potrebbe” essere a rischio di cancro al seno…. chirurghi che si prestano, come i medici nazisti dei campi di concentramento, a fare esperimenti sul corpo femminile e donne, a cui è stato fatto un lavaggio del cervello, accettano felicemente di farsi svuotare, mutilare, privare della parte più essenziale della femminilità.  Ed è solo perché a farlo è una diva di questa notorietà, solo perché anche lei si è mutilata, che la notizia è tale. Non che negli USA siano ormai migliaia le donne che si immolano a una medicina mostruosa e disumanizzata. Una misoginia avallata e legalizzata dalla scienza. Una misoginia passivamente accettata dalle donne, che diventano complici consenzienti di questo scempio del loro corpo. Un corpo che viene accettato e celebrato se esibisce una femminilità artificiosa, sfacciatamente di plastica, ma non se quella femminilità è naturale.

Non è anche questa una più sottile violenza contro le donne? Non è, in un certo senso, una forma più subdola ma non meno devastante di femminicidio? Privare una giovane donna, che magari non ha ancora avuto dei figli (come nel caso della Miss)  della capacità riproduttiva e di allattamento – di fatto sterilizzarla –  significa uccidere la femminilità che è in lei. E’ un metodo più sofisticato, pianificato, programmato e raffinato, ma estremamente efficace. Da una parte il chirurgo costruisce un corpo finto e omologato, dall’altra il chirurgo demolisce un corpo reale. E tutto avviene su una donna che ha cancellato la propria capacità di giudizio e di autonomia intellettiva. E’ il segno di un’involuzione, di un regresso femminile. Come se serpeggiasse una sorta di taciuto senso di colpa che si traduce in un volontario sacrificio della propria carne.

(C)2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Nelu Pascu, Van Gogh e l’Oriente


Nelu Pascu, acrilico e olio su tela

Nelu Pascu, acrilico e olio su tela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il caso, dice Jacques Monod, è inseparabile dalla necessità. Così può accadere che ci si trovi su di un ponte per scattare delle foto e si incontri, proprio quel giorno, proprio in quel luogo, qualcosa o qualcuno che te lo ricorda. Per lui, Nelu Pascu, pittore visionario, così è avvenuto. Nato nel 1963 a Cosmesti, nella Romania di Ceaușescu, ne fugge soffocato dall’orrore e dalla mancanza di libertà. Io credo anche e soprattutto dal grigiore mortale di un paesaggio esterno e interiore senza più vita. E arriva in Italia. Per molti motivi; perché è la culla dell’arte e del colore e perché era l’unico paese in Europa ad accogliere degli immigrati. Dunque per necessità e per caso.

Se gli si chiede quali siano stati i suoi inizi, risponde che è un autodidatta. Ma è un’affermazione nata da una ritrosia ben celata dietro un’esplosione di energia e di vitalità. Una profonda timidezza nel parlarti davvero di sé. E’ della sua arte che parla con generosità. E in fondo è giusto. Perché lui è la sua arte. E’ uno di quegli artisti, non così frequenti, la cui vita è dominata dall’arte.

Poi inizia a parlare di Van Gogh, il suo Maestro. Tra tutti il pittore che, lo si sente a pelle, contiene in sé come in una teca. E sulla tomba di Van Gogh è andato e gli ha parlato. Soprattutto Van Gogh ha parlato a lui. Un pellegrinaggio alla sua tomba e ad Arles. E quando Pascu parla ti accorgi che è un filosofo e che la sua è una visione spirituale  dell’arte. Profondamente spirituale.

Pascu ha lasciato la Romania negli anni Novanta, ed è stato in Italia, in Francia, in Catalogna, in Inghilterra, per poi stabilirsi di nuovo in Italia, a Milano. Ma la sua vita è quella di un cavaliere errante, un artista itinerante che trova nel viaggio stesso la sua meta.

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Ha fatto molte mostre in Italia e nel mondo, ed ha avuto la soddisfazione di un tributo della Romania, con una grande mostra al Museo di Arti Visive,  ma nella sua vita non è il successo che conta e  che in realtà non gli interessa. La sua vita è l’arte. L’arte filtrata da una visione solidamente filosofica, che trova nelle parole di Nietsche le sue radici. E ha idee molto precise sul ruolo che l’arte gioca nella sua vita. La divora. E, dice, “l’arte per me è una necessità, non una scelta.”

Lavora molto en plein air, (io l’ho incontrato sul ponte che guarda la Specola, l’Osservatorio astronomico in cui fu Galileo nei suoi anni padovani. La Specola è protagonista di molti quadri di Pascu, ripetuta in varie stagioni e varie luci) ma poi l’immagine si trasforma in  visione – è un pittore visionario Pascu –  dove il colore pressa e tracima con la violenza di un Fauve. “Tutto parte dell’idea”, dice, “ma poi c’è il cuore, l’istinto, la sensibilità. Mente e sentimento”, dice, devono unirsi. Dunque la conciliazione di esprit de finesse e di esprit de geomètrie perché l’alchimia si attivi.  Ed è proprio nel colore, nel modo in cui gli dà sostanza, che sta quel filo che lo unisce alla pittura di Van Gogh, di Raushemberg,  ma anche dell’arte popolare della sua terra, che ritorna filtrata da un Oriente molto bizantino.

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La forza del colore, nelle sue opere pittoriche, è centuplicata dalla matericità  del colore stesso, steso con la spatola in successive stesure. Oppure si condensa in un assoluto nero o in un assoluto bianco tridimensionali.

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La forma si consolida, l’idea prende corpo. Nella sua pittura ci sono le figure rupestri, le icone e gli affreschi dei monasteri rumeni, Rembrandt, i Fauves, Fra’ Angelico e molto altro tempo e spazio. Ma soprattutto c’è il travolgimento di una visione spirituale della realtà tradotto in un colore trionfante e dilagante.

 

 

 

 

 

Qui potete trovare il video con l’intervista a Nelu Pascu

 

 

(C)2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa – Blumenbilder


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Il nostro universo – si legge in alcuni testi sapienziali – è già tutto presente  nella sua estità e non vi è evoluzione se non apparente. Passato, presente, futuro sono categorie, o meglio illusioni, create dall’uomo per dare un senso a quanto in apparenza e in loro assenza, non ne avrebbe. La realtà è come  la pellicola di un film. Noi ne vediamo solo un fotogramma, che è la realtà in cui ci muoviamo. Ma la pellicola di un film contiene già tutta la storia, tutta  contemporaneamente presente, che tuttavia risulta inconoscibile  se se ne considera un unico fotogramma. E’ questa esattamente la percezione che ne abbiamo.

La nostra difficoltà nel vedere “l’intero”, la totalità e la nostra condanna  a doverci affidare all’esperienza – vale a dire all’illusione – è tutta qui.

Due sono gli strumenti che possediamo per superare, o aggirare, questo impasse: l’arte e la percezione del Sacro. Perché sono le due dimensioni in cui l’Essere esiste come Forma, come assoluto. Anzi, l’arte tende al Sacro. Poiché “tutte le arti tendono alla parola e la parola al silenzio.”

In quella sfera il tempo nel suo scorrere eracliteo non esiste e i dormienti si destano. E’ in questo stato dell’essere che davvero “vediamo”.  E qui l’assolutamente discreto coincide con l’assolutamente continuo.

Come dice Carlo Diano: “Unità che risolve le parti e ne eleva l’organicità a totalità, dalla sfera analitica della ragione a quella intuitiva dell’intelletto sfera nella quale esse si compenetrano pur rimanendo se stesse come le idee nel kosmos noetos di Plotino, e fanno ciascuna rispetto all’altra da centro e da limite. Unità che è propria della coscienza e fa del corpo spirito – L’unicità a sua volta risolve in sé lo spazio e fa della cosa un assoluto = l’essere di Parmenide –” (Appunti per Forma ed evento, 1950-51)

In Blumenbilder,Natura morta con fiori ( Introduzione di Andrej Silkin, Passigli 2013) come nel successivo (in ordine compositivo) Paradiso,  Giorgio Linguaglossa non isola il fotogramma, ma lo assolutizza e ne fa un archetipo. Un simbolo del tutto. Che la visione sia quella dell’assolutamente continuo è cosa già presente nella struttura che lega le diverse parti. Ciascun testo inizia con puntini di sospensione e i punti fermi sono, dall’intero testo, completamente banditi. Perché non esiste interruzione  del Discorso.

Il tutto si svolge in uno spazio plotiniano – che mi ha molto ricordato la stanza luminosa in cui giunge alla fine del suo viaggio l’astronauta nel film di Kubrick 2001 Odissea nello spazio. Un luogo che è l’universo intero. Un universo che si ripiega su se stesso. Questo universo è il salone di una  casa, in cui si muove l’elusiva Dama dai capelli purpurei (la porpora imperiale)  e dai multiformi aspetti insieme  ai multiformi aspetti in cui si manifesta il suo compagno/amante. E’, del resto, una Natura morta quella di cui parliamo.

“Sono trascorsi venticinque anni dalla stesura  di queste composizioni. Ora esse sono defunte veramente. Adesso soltanto posso consegnarle ai lettori perché sono parole morte di un autore anch’esso  scomparso tanto tempo fa da rendermelo, oggi, ad un tempo, familiare ed estraneo, irriconoscibile e intimo…”, sono le prime parole di Linguaglossa  che introducono la bella presentazione di Andrej Silkin.

Appunto, parole morte. Come, se non quando tutto si è compiuto, si può mai  attingere a quel luogo misterioso in cui si forma la Parola, poetica e creatrice? Come, se non nell’incommensurabile distanza di un’assenza  è possibile vedere e poi de-scrivere quel che è invisibile nell’immediatezza dell’esperienza, cioè il simbolo?

L’ho detto già altrove, la poesia di Linguaglossa è una poesia aristocratica, molto lontana dalle mode italiane correnti. A differenza di chi crede che per scrivere qualcosa di nuovo oggi si debba infarcire i propri testi di quella koinè ignorante e limitata oltre che becera, pensando che così si suoni dissacranti o “moderni”, ma in realtà ci si mostra solo del tutto digiuni di ogni tecnica o esperienza  di cosa davvero significhi scrivere poesia, questa  è davvero una poesia rivoluzionaria. Per i motivi cui ho accennato, ma anche per la sua estraneità all’Italietta poetante e asservita alle mode.

Perché questo sulfureo Canzoniere, questo poema circolare, che coniuga incredibilmente  D’Annunzio, Bisanzio (non dimentico mai, nemmeno per un istante, che Linguaglossa vi è nato) il simbolismo russo, Aleksandr Blok, un manieroso  700 rivisitato nelle illustrazioni degli anni ’30, il Dark Gothik  e Guido Gozzano, non altro è che uno di quei rari accessi al magma in cui si generano miti e simboli.  Difatti le immagini traboccano con violenza o tenerezza, di colori, di odori, di travolgimenti e fra le trine e le parrucche scorre un rivolo di sangue rappreso. Io non ci vedo affatto un’allegoria della morte, né tanto meno del tramonto, ma un ordinato universo self-contained, autonomo e indipendente.

Il linguaggio è sempre, come altrove in Linguaglossa, potentemente visionario e generatore di visioni. La ricca bizzarria di quelle visioni  può essere resa solo con la scelta di termini obsoleti, preziosi, rari, ed è in questo mosaico di tessere d’oro, di lapislazzuli, di malachite, di pietra di luna, di ambra e sardonica che si consuma un dramma solo apparente. Poiché non può esservi dramma fuori dell’evento. Tutto nasce e s’annulla nel sorriso  della Dama, che apre e conclude, in un eterno ritorno, lo spazio di Blumenbilder

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… non scacciare le figurine della mia insonnia

non lo consente la lingua degli dèi

sul davanzale della finestra sfioriscono le viole

bruciate dal gelo invernale…

il tranquillo terrore

del tuo guardinfante che volteggia leggero

al notturno di Chopin, mi turba…

noi ciechi di ebrezza e dissipazione amiamo

il nitore del passo marziale e l’insonnia,

la corona dei tuoi capelli purpurei lentamente

ondeggia sulle nude spalle come una caravella

con tutte le sue alberature…

non chiedermi la parola che ti possa salvare

in questa notte di pioggia e di tedio regale

assopita sul guanciale del mio feroce sarcasmo

sono assetato di immoralità e immorale

ho indosso il costume screziato del pesce

e mi smarrisco tra le tue squame azzurre

e ti guardo come il piccolo Manuel Osorio De Zuniga

guarda l’infinito dal fondo del ritratto

di Francisco Goya…

la forbice degli anni allontana i tuoi capelli

dai miei occhi vitrei, il tremore si irrigidisce

sul fondale dell’apparenza, sul crinale dell’aria

non chiedermi se in questa notte di ardori,

come i figli di Cheope, narrerò al sovrano,

per tenerlo desto, la storia dello scriba nel

palazzo invernale, del tradimento dell’amata

e della vendetta che ne seguì…

ho indosso l’abito dell’erba

che resiste al vento e alla pioggia…

sotto il gran candeliere delle stelle ci siamo noi

mia amata: arsenici, prussici

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… questa stanza è una rete di immagini…

la porta socchiusa e le finestre

ermeticamente sprangate; i divani,

le consolle hanno una posizione neutrale…

v’è una parentela fra i tendaggi

e i linguaggi della polvere, ragnatela di collisioni

incompiute… i diaframmi delle immagini

riflettono l’indistinzione del mio occhio vitreo…

come per il cieco la notte è già un vedere

così esiste un ecosistema delle immagini,

una cronistoria delle immagini isotopiche

è già esistita…

la nostra angoscia assume la forma

d’un pallone invisibile che ci palleggiamo

con le nostre mani inadatte a dei lavori

servili…

le tue mani così inabili

a impugnare le cesoie del giardiniere…

(C) Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Keeners – a poem by Francesca Diano


Image Detail from Gospel of Luke, Book of Kells

From the Book of Kells

 

KEENERS

The woman of tears, that cries from distant darkness

Is your lonely companion – and yet she bears no loneliness.

You dug deeply into the bog of souls

Into the misty eyes of subtle whispers

Crowds of whispers – linked together – shape your path –

Like pebbles thrown into the water.

Wide circles trembling over the skin of time

Delicacy – white skin of singing echoes.

Silence thrust into sound – rings of glowing distress –

Hidden amid the stony route – a single sign –

Cobweb-like trace of hidden gods – now only energies.

Dappled green – dappled brown – intertwined in a cloak

Strips of grey hair set loose to reach the wind.

The ancient mothers knew.

They wore their sorrow like a golden lace

Around their throats and spoke so silently

To the ones who had set on the journey

Reaching for distant shores – across the sea of tears

Beyond reach – beyond space – beyond delusion.

They chose you to give voice to, – you to disclose

Once again secret rites – that they be kept

– trapped into the chalice –

A secret token to the dormant ones.

 

 

(C) 2006 by Francesca Diano RIPRODUZIONE  RISERVATA

Stefano Bellin – Mari e papaveri


 

Poseidone doma i cavalli marini

 

Ho incontrato Stefano Bellin sul filo della poesia di Carlo Diano. E’ stata  una bellissima sorpresa, perché Bellin, pur molto giovane, ha già una lunga  vita alle spalle, fatta di studi di filosofia e di arte, di esperienze all’estero, di scrittura e di poesia. Quando mi ha mandato questi quattro testi ho deciso  di pubblicarli sul mio blog perché ci sento una profonda consonanza con un linguaggio poetico che mi è familiare. Soprattutto è un linguaggio poetico  non scontato e non frequente oggi. Classico nel senso del sostrato culturale da cui nasce, ma non invischiato negli schemi classicisti. Questo lo rende molto contemporaneo, perché traslittera  e filtra un io arcaico in un io contemporaneo.

E’ un linguaggio limpido, asciutto, ma non semplificato. Tutto all’opposto.  Perché i riferimenti sono complessi, le antere delle sue parole si spingono lontano e si intrecciano. Originale perché rifiuta la poesia modaiola  e standardizzata che tanto piace oggi in Italia.

Ci sono mari viventi e fiori senzienti in queste poesie. In dialogo costante  con un apeiron periechon che perde la sua minacciosità ma non il suo mistero.

 

Stefano Bellin (Vicenza, 1985) si è laureato in Filosofia all’Università di Padova con una tesi sulle ‘Teorie e pratiche della molteplicità’. Dopo aver lavorato al Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona (MACBA) si è e trasferito a Londra per fare un master in Teoria dell’Arte Contemporanea alla Goldsmiths University. Nel 2011 ha cominciato a collaborare con l’organizzazione culturale Land in Focus e nel 2012 ha cominciato un dottorato in Letteratura Comparata al University College London. La sua ricerca si intitola ‘The Shame of Being a Man: Literature and the Outside’ e si concentra su Primo Levi ed altri autori contemporanei.

 

 

*§*§*§*§*§*§*§*§*

Ci son tempeste,

guglie di mare

che l’umana corteccia

in arido gorgo

schiantano

Ma essa,

non roccia

non gentil sughero

che danza

sulla leggera spuma

come sperduto navio

alla scure luna

si frange

E ancora

le tenaci spoglie

tra cicale e salsedine

in sanguinoso grembo

si fan meriggio:

Nuova tremula ventura

Vecchia impavida paura.

 

*

 

POSIDONE

 

O nume,

ricco di pesci,

dimmi, perché mi tormenti?

Un occhio vale tanti pianti?

 

Come, ungendo gli scogli,

flutti e riflutti

Come il destino dei pesci

tutti in banco

e insieme unico argento

Come la sabbia risponde al vento

così,

lo sai,

è la mi vita.

 

Lasciami dunque

respirare il sole

e amare il vento.

Ondeggiando nei flutti

solo cerco di aggrapparmi

a un solido tronco d’olivo.

 

*

 

SENTIERI

 

Sdraiato

il cielo negli occhi

mi son perso.

Come?

Il cielo non ha sentieri?

 

Le fronde schivavano il vento

mi son girato

e non ti ho visto più.

Sarà questo il freddo?

 

Quattro piedi vennero da laggiù

ora ritornano

in due.

Soli, oltre il pianto,

si guardano:

sono tutto e sono nulla.

 

 *

 

LA LEGGE

 

Compagni,

la guerra

è finita!

. disse un fiore

sopravvissuto

quando la macchina

tacque

nel campo.

Ma un onirico

bambino

saltellando

interrogava

il caso e la vita:

Rosso o bianco?

Finalmente

nudo

il papavero

si vergognò

del suo segreto.

 

(C) 2013 by Stefano Bellin  RIPRODUZIONE RISERVATA

PCR Per colpa ricevuta. Il Male secondo Barbara Codogno


P.C.R. Per Colpa Ricevuta. Due favole per adulti. Barbara Codogno, Cleuo Editore, Collana Vicoli

 

 

Sì può quantificare la malvagità umana? Si può abitare anche solo per un istante l’abisso di un cuore nero per condividerne l’alito soffocante e narrarlo? Così, credo, abbia fatto Barbara Codogno, in questo suo ultimo libro, PCR, Per colpa ricevuta. Due favole per adulti  (Cleup Editore, 2012.) Perché favole? E perché per adulti? Le fiabe sono un patrimonio tramandato oralmente per trasmettere una saggezza antica e, soprattutto,  delle “istruzioni” per affrontare i difficili percorsi della vita umana. Popolate di esseri fantastici, di elementi magici, raccontano l’invisibile che alita sull’uomo. Le favole invece, che hanno in genere per protagonisti animali  antropoformizzati o oggetti inanimati, hanno origine più recente, spesso un autore e possiedono una morale. Raramente il loro obiettivo è un pubblico infantile.

Dunque la scelta che Barbara Codogno ha fatto, di specificare che le sue sono favole, ha un senso ben preciso. Non solo esiste una morale in questi racconti (racconti morali, dunque) ma io vedrei un rovesciamento dei ruoli, poiché qui non di animali dai comportamenti umani si tratta, ma di esseri umani dal comportamento animale. Nel senso che il motore delle azioni  è l’istinto; un puro istinto – in questo caso malvagio – scevro da ogni scrupolo morale. Se l’azione nata da un impulso istintuale è, nel mondo degli animali, neutra poiché non pone alternative, un identico comportamento non è neutro nell’uomo, perché l’uomo possiede la libera scelta. Può decidere di agire secondo il bene o secondo il male. Ecco, nelle favole di Codogno, molti dei personaggi rifiutano la scelta. Agiscono in base a un istinto oscuro. Ciò che li domina è l’oscurità. Ciò che li domina è la colpa.

Il titolo, Per colpa ricevuta, ha un senso profondo. Quello biblico: le colpe dei padri ricadono sui figli.  Una maledizione distruttiva, che serpeggia lungo le generazioni finché non è lavata e riscattata da una vittima sacrificale.  La malvagità, l’avidità, l’ipocrisia, l’odio, sono non solo i sentimenti che Codogno addita, ma prima motori e poi  strumenti di questo lavacro di sangue.

Perché un ragazzo si tolga la vita, questo è il cuore nero del primo racconto, Il tuffo. Perché si debba percorrere un sentiero ingombro di cadaveri e costellato di omicidi a sangue freddo è il cuore nero del secondo racconto,  La tara.

Nonostante i due lunghi racconti siano lontani fra loro nel tempo e nello spazio (il primo in una Londra quasi contemporanea e il secondo nella Polonia e nella Vienna del ’600 (assai ben documentate storicamente) in realtà luoghi e tempi sono di contorno. Il luogo è uno solo: il cuore dell’uomo e le sue  oscurità e il tempo non conta. C’è un che di melvilliano nel tema.

Entrambi i racconti terminano con queste stesse parole: “Prese a cullarlo e a baciarlo. ‘Andiamo via, te lo prometto, andiamo via!’ gli ripeteva. E finalmente, in quel momento, (nome del protagonista) sentì che per la prima volta amava. Davvero”

Questo identico finale parrebbe rassicurante. La favola si conclude con un lieto fine. La pace è scesa in quei cuori. Eppure non è così. Perché quei cuori hanno perso l’innocenza. La colpa ricevuta, frutto delle azioni di altri e ricaduta sui loro discendenti, ha distrutto, lacerato, avvelenato e i danni sono irreversibili. Quell’amore, quell’aver imparato ad amare davvero, che parrebbe essere tranquillizzante messaggio sulla possibilità di riscatto. Ma è davvero così?

Barbara Codogno non fa sconti. Ed è giusto che non li faccia. V’è un’indicibilità del male. Quello che lei non dice nel corso della sua bellissima scrittura sapiente è il respiro ustionante della malvagità umana. Non ce leo dice direttamente, ma ce ne fa avvertire tutto l’orrore.

Francesca Diano

(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Caoineadh per mio figlio Carlo (16 settembre 1974 – 28 marzo 1992)


Mio figlio Carlo

Mio figlio Carlo Robert Owen

                     

MISERERE

Caoineadh uì Carlo Robert Owen

 I

 Eventi che confondono fluendo

Vortice atroce è  segno del  futuro –

Così la vita è giocatrice abile – un baro

Da  non  cogliere in fallo

Ché il suo barare è onestà nel mentire -

Si apre all’improvviso un cono d’infinito

Folgore di feroce precisione-

Il cuore m’hai squarciato – figlio –

A te e a me l’hai squarciato –

dove ora tu sei è  fluida luce

Tu – un nastro di vento cosmico –

Una carezza di eoni – uno zampillo

Di particelle vaganti –

Vorrei sentire la tua voce – toccarla –

Toccare la tua forma di uomo-bambino

Hai portato con te il mio futuro-

Tu eri il mio futuro-

Non ha spazio né tempo la mia vita-

Di quella che mi resta

Tu sei il filo

Figlio – filo – filare

di viti – filo di vita-

– Anche i ricordi dolorosi, mamma – dicevi

sono belli, mi danno calore-

Tu, il cui nome era uomo libero -

bambino prigioniero

del crudore che strazia

Crocifisso da chi nemmeno il tuo nome

È degno di sfiorare-

Che percorso di sangue ti sei scelto

Scegliendo me a tua porta in questo mondo-

Tu  m’hai lasciato il compito feroce

Di sopravviverti – del vuoto di te-

Stupore di saperti un essere compiuto

così parte di me e da me così altro-

Ho cullato il tuo corpo approdato alla vita

Ho cullato il tuo corpo rubato dalla morte-

Non  rideremo più –  più parleremo

Mai più – mai più su questa terra –

Tutto sulle tue spalle di fragile poeta

Si è rovesciato il mondo

Troppo greve – ed io qui resto

a tenermi nel cuore

i tuoi pochi anni –

la tua breve presenza

e l’infinito abisso

che mi rugge nel ventre.

II

Sei venuto dalla luce e con passo leggero

In silenzio – sei tornato nell’alone pulsante

Affondato via da me

Che ti chiamavo

E ti chiedevo di tornare

Col mio urlo vuoto di voce

Mio bambino d’altre vite -

Emana  il tuo sorriso arcaico

Figlio

Da processioni d’istanti

Mi riempie e mi giudica –

Quanto più saggio di noi tutti

Nella tua scelta atroce –

Ci hai tutti giudicati

Ed additato ai nostri occhi

Neri di disperazione

Una colpa di sangue

III

Il dolore – figlio – è un cane rabbioso

Che sconquassa il torace con violenza vorace

Che mi rompe le ossa il fegato i polmoni –

E ustiona  come brace

Strozza  e stritola la gola

Come una morsa che cola sangue -

È il corpo che fa male

La ferita soffregata col sale -

Nemmeno una ciocca è rimasta

Dei tuoi capelli

Da poter baciare –

IV

 Figlio – che in questa breve freccia di tempo

Hai inchiodato il tuo nome all’amore –

Tu, che agnello ti sei fatto per altri

Per sanare squarci di vuoto –

Ritto sull’arco immobile

Della tua giovinezza

In eterno fanciullo

Della vita hai provato

Solamente

Il  morso feroce –

Tu – figlio – sei fuggito verso la luce

Ché da noi solo buio ti veniva

E silenzio di morte –

Dalla morte volgeva per te

L’istante di liberazione –

Libero ora

Dallo zaino del dolore

Segni a dito chi ti ha straziato –

Tu – crocefisso alla vita

Hai strappato con un gesto

I chiodi i vincoli

Della sofferenza

Per nascere alla morte –

Due volte nato – due volte morto –

Il tuo volto splendente

Nel silenzio

Rimane a giudicare

A segnare

Per sempre la mia vita –

Madre e figlia ti sono nel dolore

Figlio e padre mi sei nell’amore infinito

Che da te come fonte

Mi zampilla

Da un mondo all’altro –

Tu – strada maestra.

V

 Cercavo padri – maestri – figure carismatiche –

Troppo lontano spesso volgiamo lo sguardo

E la verità è così vicina

Che troppo grande si fa – ci sfuggono i contorni –

La tua presenza è l’intero universo

Sei tu mio padre – figlio – il mio Maestro –

Fulgido sole del mio universo.

 

 

VI

 Amore fatto carne –

Nella morte del corpo

Rinnovo la mia anima piagata

Tu – che ti eri annunciato

Nel sogno di tua madre –

Nella tua veste eterna eri venuto

Perché io non morissi –

La vita a te la devo

Perché la tua parola non parlata

Gridi la sua presenza

Rinnovi il tuo passaggio.

VII

 Mi disfa il cammino

Se il cuore non è saldo

Ma non potrebbe

Ché dentro brucia il demone –

Tu – padre, figlio, amico –

Tu  che l’arco del mio tempo

Hai  sverticato – disciolto

Unica sete – intatta

Il mio sangue accogli nella luce –

Un blocco compatto

Di cemento è il dolore

Che mi soffoca e stringe  -

Non posso urlare

Né chiedere aiuto –

A chi lo chiederei?

Tu che mi segui nel mio percorso amaro

Figlio

Tu che alla fonte sotto il cipresso

Hai bevuto l’acqua  di Mnemosine

Ascolta –

Che la tua vita breve

È un infinito nell’infinito –

Miserere di me – per il dolore

Che rode il corpo e l’anima

Miserere di noi – che qui – nel mondo

Ci siamo fatti carne dolorante.

VIII

 Non era questo il mondo che t’avevo promesso

Parlandoti nel ventre mentre fuori

Primavera ed estate consumavano luci

Mai viste in cielo.

T’avevo promesso un mondo che s’apriva

Alla bellezza e al fulgore

Di scale che s’aprivano al futuro

Leggere d’alabastro rilucente

E di cristallo in cui si rispecchiasse

Il tuo viso di principe normanno.

E di teneri soli che scaldavano

I tuoi capelli abbagliati di luce.

Ma non tenevo in conto

Il mondo in cui io vivo

Quel mondo che t’azzanna alla gola

Quando s’affaccia  timida l’innocenza

Esitante alla soglia

Perché  odia l’amore e la bellezza.

È stato questo il mio inganno

Figlio.

IX

 Al sorriso segreto delle tue labbra

Al tuo sguardo sapiente

D’anima antica e saggia

All’innocenza della tua dolcezza

Di poeta bambino hanno opposto

L’urlo feroce del loro inferno.

Non hanno tollerato di vedere

Come la grazia della tua anima

La purezza della tua vita e del tuo sogno

Scagliasse loro in faccia l’abiezione

Che purulenta li stritolava e stritola.

Hanno distrutto lo specchio

Che tu eri – limpido e trasparente

Con la violenza della negazione.

Il tuo – di urlo – s’è consumato nel silenzio

Della tua stanza, portando via con sé

La tua voce – una scia di materia stellare.

X

 Dove sono le tue parole adesso?

Dove le tue dita forti su mani di bambino

Abili a costruire i sogni del futuro?

Dove getti i tuoi ami d’oro a pescare l’amore?

Dove guizzano i pesci – in quale mare etereo?

Dove volgi i tuoi abbracci e le tue lacrime

Dove s’è spento il tuo dolore di esistere?

Soffice spuma di materia iridata

Di luci pulsanti in un cielo abbagliante

Ora respiri l’Essere  che in te

Alita con potenza illimitata sulla soglia

Dell’eterno fluire di un eterno sacro.

Non più evento – ma forma è la tua essenza

In cui risplende l’anima nuda della materia.

FRANCESCA DIANO

(c) 2012 by Francesca Diano  RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

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