Quaderno di traduzione
26 feb 2012 11 commenti
in Alois Riegl, Francesca Diano, Franco Fortini, Franco Fortini traduttore, Grammatica storica delle arti figurative, letteratura, libri, scuola di traduzione, seminario traduzione, teoria della traduzione, tradurre poesia, traduttore, traduzione letteraria, traduzione poetica, traduzioni Etichette: editoria, Francesca Diano, Francesca Diano traduttrice, teoria della traduzione, traduzione letteraria
NOTA
Riporto qui alcune mie riflessioni sulla traduzione letteraria da un post pubblicato su Moltinpoesia, per cui ringrazio Ennio Abate che mi ha voluta gentilmente opsitare e che, da me scritte in forma di commenti, hanno preso alla fine, grazie ai numerosissimi commenti di altri, ( ringrazio di cuore per questo Erminia, Emy, Rosanna, Larry, Giorgio), la forma di un piccolo seminario sulla traduzione.
Per me è stata un’utilissima occasione di dare rilievo ad alcuni aspetti che, mi accorgo, sono frutto della mia ormai lunga esperienza e in fondo posso dire formino la mia idea di traduzione letteraria.
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Per me diventare traduttrice è stato un caso – se mai caso esiste. Ho iniziato a farmi le ossa quando a 16 anni mio padre mi diede un piccolo preziosissimo libro , in una traduzione francese dall’originario giapponese, Il libro del Tè di Kakuzo Okakura, e mi disse: traduci! Io il francese lo mastico molto male, non l’ho mai veramente studiato e gli dissi che era impossibile. Mi rispose che niente è impossibile se lo vogliamo col cuore. Così mi ci misi e la cosa strana era che…capivo.
Poi ho davvero iniziato nel modo più duro che si potesse immaginare, quando ho tradotto dal tedesco, lingua che invece ho studiata, uno dei testi più difficili che ci si possa trovare in mano, un testo di un grandissimo critico d’arte viennese dei primi del 900, la Grammatica storica delle arti figurative , di Alois Riegl,(mia traduzione poi pubblicata da Cappelli nel 1983).
Iniziai la traduzione per la mia tesi su quel libro e la seguitai anche dopo. Ci misi due anni. Questo perché nel frattempo facevo altre cose e perché il tedesco di questo autore è il più difficile e specialistico che ci sia. In seguito ho tradotto un libro meraviglioso, quello che ha cambiato la mia vita. Un libro antico di leggende irlandesi. Le Leggende e tradizioni dell’Irlanda meridionale di Thomas Crofton Croker. All’inizio lo tradussi per i miei bambini, solo in seguito cercai un editore. Da quel libro è iniziata una collaborazione costante anche come consulente editoriale con un grande editore, per il quale costruii gli inizi di una collana di autori indiani, molti dei quali ho tradotto, tra cui Anita Nair che allora era giovane e sconosciuta. Ma nel numero dei molti autori tradotti, solo tre sono grandi autori: T.C. Croker, Sudhir Kakar e Anita Nair, gli altri, non solo indiani, erano autori di medio valore o di nessun valore, appunto di quelli da cassetta. Come importanza letteraria poca o nulla. Traducendo questi ”miei” autori, ho imparato moltissimo in termini di stile, di struttura narrativa, di coerenza e compattezza. Questo è per me un aspetto molto importante della traduzione; quando si traduce, in un certo senso si “entra” nella struttura di un testo, la si vede dal suo interno, perché è solo così che la si può poi ricreare. Dunque questo ti insegna quelli che sono gli strumenti di base, i ferri del mestiere della scrittura. Senza questo, è difficile fare una buona traduzione. Dunque tradurre non è un’operazione a senso unico – tu che traduci l’autore – ma uno scambio reciproco – l’autore ti mette a disposizione i suoi segreti e te li dona.
Ho sempre considerato la traduzione un compito importante che unisce epoche, culture e popoli e in questo sono molto, ma molto lontana da tutte le querelles che ammorbano l’attuale panorama di molti dei traduttori italiani e delle loro cammarille.
Ho visto veri e propri orrori di incapaci a cui vengono affidate traduzioni di grandi autori, poeti e scrittori, che massacrano e distruggono.
Una pratica che mi ha insegnato moltissimo è quella di tradurre me stessa (testi narrativi e poetici o saggi) o di scrivere direttamente in inglese, che nelle poesie mi viene molto naturale. Questa pratica è utilissima ad esempio per perfezionare un testo scritto in italiano, perché i problemi posti dall’inglese esigono che il testo italiano sia chiarissimo e lineare. Consiglio a tutti quelli che siano in grado di farlo, di autotradursi per capire se un testo scritto in italiano funziona. E’ una pratica meravigliosa.
Ribadisco che le scuole di traduzione e comunque le teorie della traduzione in genere, non sono di molta utilità, se non come interessantissima lettura. Arte è fare. Le teorie vengono a posteriori, come le grammatiche. Per quanto mi riguarda, mi considero un’operaia o un’artigiana della traduzione, proprio nel senso che ho iniziato con un lungo apprendistato e con la fortuna di aver imparato direttamente da un grande Maestro.
Nella traduzione poetica credo che l’orecchio musicale sia indispensabile, dato che la poesia, anche quella senza apparenti regole metriche, è musica, e se il traduttore non ha un orecchio musicale, né percepirà quella musica nell’originale, né sarà in grado di ricrearne una nella propria lingua. E’ per questo motivo che dico che si deve essere poeti, cioè si deve essere in grado di trasporre in una forma poetica un teso poetico. E se uno non è poeta, se non conosce per natura e per frequentazione pratica la tecnica, come fa? Lo stesso Fortini, grande maestro di traduzione, lo sapeva bene e lo ha in più sedi detto e messo in pratica.
L’Italia credo sia uno dei o il paese dove si traducono più libri stranieri e i motivi sono molti. Non certo perché da noi si pubblichino pochi autori. Ma salta agli occhi il fatto che quando si va in una libreria in Francia, in Inghilterra o negli USA, il reparto dei libri stranieri in traduzione è davvero esiguo rispetto al numero di quelli in inglese e francese. Quello che si pubblica in inglese poi ha un mercato immenso, dall’UK agli USA dall’India all’Australia e a molti altri paesi orientali, dove l’inglese è lingua franca. Si parla di un bacino di moltissime centinaia di milioni di possibili lettori. Dunque, anche se ovunque l’editoria tira meno, lì gli editori hanno meno problemi dei nostri, per non dire che la distribuzione non è così esosa e quindi ciò che viene tradotto è in genere ciò che si ritiene abbia qualche valore e chi traduce tende ad essere specializzato, gode di maggiore rispetto e viene pagato meglio. Da noi si traduce tutto e l’enorme diffusione dell’inglese, oltre alla sua apparente facilità, dà l’idea errata che basti conoscerlo un po’. Con le conseguenze del caso.
Mi viene in mente una delle due volte che ho accettato di rivedere una traduzione altrui. Si trattava di una scrittrice cinese americana, di quel filone minimalista. Niente di importante, ma raccontini graziosi. Il primo racconto era la narrazione in prima persona di una vecchia donna cinese trapiantata negli USA e del suo modo di vedere la vita americana. L’inglese era smozzicato e bizzarro, come di chi non sia riuscito ad adattarsi e anche dopo molti anni non sia padrone della lingua, con “errori” che diventavano giochi di parole molto divertenti. L’incapace traduttore a cui era stato affidato il testo non aveva capito quasi nulla, né lo stile riproduceva l’intento e il sapore dell’originale. Così sono andata in un ristorante cinese e ho parlato più volte con la moglie del proprietario, che pur non anziana, aveva una certa età e parlava italiano male. Mi sono fatta l’orecchio e ho riprodotto nella traduzione quella modalità. Ero pure riuscita a ricreare dei giochi di parole nati da errori. Che fa l’editore? (con cui lavoravo da 7 anni) dice che no, non si può….perché è poco corretto… ma così era nell’originale! I bravi editor hanno appiattito tutto in una lingua banale e il racconto ha perso ogni senso.
Però c’è perfino chi arriva a porre una questione di base: si deve (si può) o non si deve (non si può) tradurre? Introducendo l’idea di una legittimità o meno della traduzione tout court.
Vorrei dire che, partendo da questo punto di vista, perfino la lettura di un testo è un “tradurre”, perché, come ben sa chi scrive, per quanto si lavori sul testo, perché la parola convogli “quel” preciso senso-segnale, nessuno potrà mai ricostruire tutto il percorso – e dunque il vero senso – che ha portato a quella scelta. Anche leggere è tradurre. Dall’autore al lettore – tanto più se ciò che leggiamo appartiene a epoche da noi lontane – ciò che un lettore “comprende” non sarà mai quello che potrà comprendere un lettore contemporaneo all’autore e persino l’autore stesso. La medesima cosa è ben nota anche nel campo dell’arte.
Iniziare a porsi la questione del perché si traduca è, a mio avviso, una questione di lana caprina, pura perdita di tempo, non ha senso, oltre ad essere stupida. Eppure c’è chi, non avendo mai tradotto nulla in vita sua, lo fa.
Si traduce da sempre. Perché? Perché l’uomo vuole sapere quello che l’altro dice, vuole ascoltare storie venute da lontano. Pascal diceva che se la gente se ne stesse a casa sua invece di uscire di casa, la storia del mondo sarebbe diversa. Ma la gente esce di casa ed è curiosa. Con le traduzioni si sono cambiate intere culture.
Ciò su cui si può puntare è una sorta di “quintessenza” che il testo contiene e che, nel caso di grandi opere, attraversa i tempi, gli spazi e le culture. In genere questi li chiamiamo “classici”.
Partendo dal linguaggio tecnico-scientifico: qui parrebbe che la questione non si ponga. In effetti non è del tutto così. Se prendiamo testi scientifici in cui si presentano ricerche in campi prima inesplorati, per i quali l’autore conia termini e concetti nuovi, chi traduce non ha referenti precedenti e dovrà coniare un neologismo che gli corrisponda nella propria lingua.
In realtà la questione, questione che si è posta fin dall’antichità (la necessità della traduzione è antichissima, anche perché è proprio grazie alle traduzioni che si sono diffuse le idee, con tutto il loro carico di trasformazione – (si pensi ai filosofi greci tradotti dagli arabi e così tornati in occidente) non ha sfumature di maggiore o minore legittimità o possibilità, man mano che dal linguaggio scientifico si procede verso quello letterario, narrativo e poetico.
La vera priorità, più che una competenza semplicemente antropologica, è l’analisi filologica del testo. E un’analisi filologica richiede competenze e conoscenze che non sono di tutti.
Dunque, la specializzazione del traduttore, che soprattutto per i classici o i grandi, non può essere il primo raccomandato o infilato.
Io posso portare la testimonianza di un grande maestro, che è stato anche grandissimo traduttore dei tragici greci, che attraverso un’analisi filologica, storica, filosofica – a volta perfino di una singola parola – ecc. di quei testi, ne ha rovesciato spesso il senso ormai passivamente acquisito.
Quanto alla poesia, valgono gli stessi principi, con in più la difficoltà di trovare una forma poetica. Certo, nessuna traduzione, per quanto meravigliosa, filologica, che diventa prima di tutto un atto di conoscenza per chi la fa, potrà ritrovare certe sottilissime ambiguità, allusività, sonorità dell’originale. Ma ci si prova e il lavoro è entusiasmante.
Figurarsi dunque cosa avviene quando si affidano a dei traduttori avventizi, che di grande hanno solo l’ignoranza, ma sono da noi acclamati come eccelsi, testi che richiedono studio di anni, amore e molta, molta umiltà.
E’ bene precisare che qui si sta parlando di traduzione letteraria. Cioè di letteratura vera, non di roba di cassetta. Dunque il mio discorso a quella si riferisce. Non ho la ridicola pretesa di escludere assolutamente i giovani traduttori che devono farsi le ossa. E ci mancherebbe altro! Dovranno pure imparare. Anche se ci sono casi in cui un giovane traduttore di eccellenza, con molte competenze e capacità già acquisite, sia in grado di produrre traduzioni di qualità assai più alta di certi vecchi barbogi ben appollaiati sui loro rami.
Quello che intendevo è che chi commissiona una traduzione, DEVE capire a chi affidarla. Affidare un grande autore a un principiante solo perché si risparmia, o all’amico che non conosce l’autore e l’argomento, ma solo perché è l’amico è, oltre che stupido, controproducente. Ai principianti si potranno affidare testi – e gli editori italiani ne sfornano a bizzeffe – di autori magari di cassetta, ma mediocri scrittori. Così anche se il giovane principiante fa una mediocre traduzione, va bene lo stesso, non è n gran danno.
Affidare a chi ha conoscenza, esperienza e qualità un testo letterario (saggio, romanzo, poesia, poema ecc.) significa rispettare quel testo e il risultato non potrà essere che soddisfacente da ogni punto di vista.
Un buon traduttore delle teorie non sa che farsene. Ci vuole pratica ed esperienza – fermo restando che anche per fare i traduttori ci vuole una predisposizione. Certo che ascoltare le esperienze e gli errori che tutti i traduttori esperti hanno fatto non possa che far bene, ma poi ciascuno si deve fare gli errori suoi.
L’unica pratica utile può essere l’analisi testuale e sul testo le motivazioni del perché si scelga di tradurre in un modo piuttosto che in un altro. Ma non è teoria, è pratica.
Tim Parks, uno dei più noti traduttori, che tiene corsi di traduzione letteraria allo IULM, nel suo libro “Tradurre l’inglese”, in realtà non fornisce alcuna teoria sulla traduzione, ma prende famosi testi letterari in inglese e esamina (cioè fa le bucce a) con molta attenzione le varie traduzioni italiane che ne sono state fatte (ad esempio Virginia Woolf, D H Lawrence). Sono piene di errori, fraintendimenti, anche molto grossolani, stile mediocre. Non teorizza, ma indica punto per punto gli errori e li corregge. Detto tra parentesi, io fossi uno di quei traduttori o traduttrici andrei a nascondermi.
Esiste una traduzione de The Dubliners, che è illegibile tanto saltano all’occhio gli errori, per non dire dello stile. Chi l’ha fatta non è giovane, ma non sa tradurre. Il che significa che pratica ed esperienza non bastano.
Quando ho velocemente riassunto il mio percorso, ho specificato che ho avuto un grande Maestro, mio padre. Non perché si metteva a teorizzare come si traduce, ma perché osservavo come traduceva lui. Non tutti hanno questa fortuna, ovvio. E io stessa ho imparato – e ancora non ho finito di imparare – solo con gli anni. Io stessa non mi sentirei di tradurre tutto, come molti fanno. A parte cose non molto importanti, so di poter tradurre solo quello di cui almeno ho conoscenza. Poi qualcosa ci si inventa. Una volta dovevo tradurre un testo di un autore indiano in cui si parlava di rugby. Io non so nulla del rugby, così sono andata a vedermi una partita e ho messo l’allenatore in un angolo finché non mi ha spiegato le regole e i termini.
Ho ritrovato con molta gioia che le idee che Fortini aveva della traduzione, non si discostano molto dalla mia. Mi sarebbe molto piaciuto poter ascoltare quelle lezioni, di cui non so quanto nell’operazione della Quodlibet resti, ma è lo stesso Fortini a sostenere che chi teorizza sulla traduzione non è necessariamente un buon traduttore e un buon traduttore può aver difficoltà a spiegare le proprie scelte.
Voglio fare un esempio in base una realtà di cui ho diretta conoscenza. (credo sempre alla potenza dell’esempio pratico) Nella musica indiana, il metodo che si usa da centinaia di anni a tutt’oggi si chiama guru-shishya parampara, che significa “apprendimento diretto pratico dal maestro all’allievo”. In genere si inizia fin dalla prima infanzia, mettendosi a seguire la pratica (pratica!) di un maestro che non ti impartisce alcuna lezione teorica. Nemmeno per sogno. Ti metti lì a guardare e ripeti esattamente quello che fa lui. E ripeti, ripeti, ripeti, per anni e anni. Il maestro non ti spiega nulla. Nulla! Mostra solo e ti mette a fare. In India si parla di un “giovane musicista” di uno o una verso i 40 anni. Tanto lunga è la pratica che si richiede. Altro esempio: nelle botteghe degli artisti del passato, si entrava ragazzini e si iniziava a spazzare il pavimento, a pulire a mettere in ordine. Questo permetteva di conoscere intanto gli strumenti del mestiere, di prendere contatto, Dopo alcuni anni si potevano pestare i colori, fare le mestiche ecc. Poi, solo poi si iniziava a dipingere e solo dei particolari. Rarissimi sono gli esempi di geni che iniziarono a fare capolavori molto giovani. Cioè a qualunque pratica creativa ci si avvicina con rispetto, pazienza e pratica.
Nel riportare l’esempio del guru-shishya parampara,(tecnica di apprendimento che in India si estende a ogni campo del sapere) che di fatto si basa sull’apprendimento naturale, come quando i bambini imparano a parlare (non gli si insegna certo la grammatica per imparare a parlare!) mi pare evidente che l’apprendimento non è affatto meccanico, come qualcuno molto malaccorto e assai poco informato di questa cosa ha pensato bene di osservare una volta, ma al contrario, mette in condizione l’allievo di sperimentare ogni possibile sfumatura della tecnica e della conoscenza per poter poi essere libero di interpretare la disciplina mettendoci del suo. La teoria è inclusa nella pratica e, come chiunque insegni sa, la dimostrazione è la miglior maestra. La conoscenza della tecnica, che si acquisisce con la pratica e l’esperienza, rende liberi. Chi padroneggia la tecnica è finalmente in grado di “iniziare a fare”. Tutto tranne che meccanico!
Ovvio che molti non saranno d’accordo oggi. Oggi le idee sono molto diverse. E ben venga. Ognuno deve trovarsi la via che più risuona con ciò che si è.
Io, ripeto ancora, non sono una teorica e non ho nulla da insegnare a nessuno, se non raccontare ciò che ho imparato io e quel poco che ho capito. Se per via c’è chi lo condivide ne sono felice, perché ci si trova tra compagni a fare un pezzo di strada insieme, se invece non lo condivide va bene lo stesso. La mia non è insoddisfazione, ma constatazione. Mi dispiace solo che poi molti capolavori vengano lasciati intradotti (si può usare questo termine?) per la cecità, stupidità e ignoranza di molti editori.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
Inno alla Dea di Francesca Diano
17 feb 2012 9 commenti
in Dea Madre, donna, esistere, Francesca Diano, Irlanda, italian women poets, italian writers, letteratura femminile, mitologia, poesia, religione, spiritualità, strega, streghe, tradizione, tradizione orale
La Dea iberno-celtica Maeve - Calderone di Gundestrup sbalzo su argento
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INNO ALLA DEA
O Madre delle quattro parti del mondo
Risveglio della coscienza e dei misteri
Che la terra implora per il vento
Cosmico del tuo respiro.
Madre, Grande Dea dalle dita di arcobaleno
Il tuo volto impregna tutto l’universo.
Tu Est, tu Sud, tu Nord, tu Ovest
Tu fiume di oscurità e di morte
Rendi viva la vita e vivo il mio sentiero.
Madre dalle bianche braccia e dall’occhio di smeraldo.
Tu fonte di luce che genera l’Uno.
Da te tutto procede e in te ritorna
A te s’inchina l’arco immortale della via
Che sola conduce alla salvezza.
Nel mistero d’ogni seme è racchiuso il tuo sorriso
Cosmico, che emana la solvenza della materia.
Tutto in te si genera e in te si distrugge.
Nel suo eterno fluire – senza sosta –
E’ il suono della tua parola immortale.
Dal tuo ventre zampilla l’acqua
Che spegne ogni sete.
Tu, Madre Dolorosa, ferita nel ventre
Dalla morte del Figlio
Distruggi il tuo corpo immenso
Fatto di stelle e di comete.
Tuo è l’immenso vuoto che riempie lo spazio
Animato dal tuo respiro.
Vieni Madre. Accogli nel passaggio,
Fra le tue braccia – arco balenante di energia -
Vento, foglia, pioggia, tuono
Abisso e oceano, roccia e luna.
Sciogli il mio essere tra i meandri a spirale
Del tuo sorriso di fanciulla immortale.
Cork 1997
Nota
Questo testo è parte del mio romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (2011)
(C) Francesca Diano 2012 TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Un Valentino di Edgar Allan Poe tradotto da Francesca Diano
14 feb 2012 18 commenti
in A Valentine Poe, Andrea Rambaldi, Edgar Allan Poe, Frances Sargent Osgood, Francesca Diano, Poe Francesca Diano, poesia, poesia San Valentino, poeti ameicani, San Valentino, tradurre poesia, traduttore, traduzione poetica, traduzioni
Il testo proposto di seguito fu scritto da Poe il 14 febbraio 1846 per la donna di cui era innamorato, e pubblicato il 21 di quello stesso mese sul New York Evening Mirror. La donna era Frances Sargent Osgood (Boston 1811-New York 1850) e il testo, (in inglese A Valentine), nella sua prima pubblicazione era intitolato To her whose name is written below. Il testo infatti è un acrostico complesso, un vero e proprio indovinello, perché il nome dell’amata si può leggere solo collegando la prima lettera del primo verso alla seconda del secondo, alla terza del terzo e così via. Questo pone notevoli problemi di traduzione, poiché mantenere questa struttura e allo stesso tempo darne una traduzione fedele risulta pressoché impossibile. In tutte le traduzioni italiane che ho esaminato, l’acrostico è inesistente, è stato completamente annullato. Ma, dal momento che il modo in cui io intendo la traduzione è quello di non tradire il testo, di non piegarlo a facili soluzioni, magari inventandosi termini inesistenti per faciloneria, ho adottato una soluzione che mi è parsa l’unica possibile. Ho mantenuto la massima fedeltà al testo, mantenendo l’acrostico nell’unico modo che mi è parso possibile in italiano. In questo caso però il nome Frances Sargent Osgood si leggerà collegando l’una all’altra le prime lettere di ciascun verso.
Frances Sargent Locke, sposata Osgood, fu una delle più famose poetesse e scrittrici americane del suo tempo. Conobbe Poe nel 1845, dopo che lui aveva pubblicamente apprezzato i suoi versi. Frances era già separata dal marito, col quale in seguito si riconcilierà, mentre la moglie di Poe, Virginia, era ancora viva, seppure già malata di tubercolosi. Poe e la Osgood iniziarono uno scambio pubblico di poesie, alcune molto romantiche, anche se sembra che la loro relazione sia rimasta platonica. Tuttavia la loro relazione destò uno scandalo pubblico, che amareggiò non poco Poe. A Valentine, che molti erroneamente traducono “una Valentina”, come se si trattasse di un nome, mentre in inglese significa “un biglietto d’amore” o “biglietto di San Valentino”, è comunque un’aperta dichiarazione d’amore a chiave.
UN VALENTINO
di Edgar Allan Poe
Forma hanno preso i versi per colei, i cui occhi lucenti,
Ricolmi d’espressione, i gemelli di Leda
Arriveranno a trovare il dolce nome, annidato
Nella pagina, celato a ogni lettore
Cerca attenta tra i versi! – racchiudono un tesoro
Eccelso – un talismano – un amuleto
Sul cuore da indossare. Esplora metro e
Sillabe e parole! Non trascurare
Alcun punto sia pur di poco conto, o vano è il faticare.
Racchiuso in questo tuttavia non v’è nodo
Gordiano da recidere con spada
E invece basta comprenderne la trama.
Nel foglio che ora scrutano occhi lucenti d’anima
Tre parole eloquenti si celano molte volte scandite
Ove sono poeti da poeti – poiché anche quel nome è di poeta.
Seppure per natura le sue lettere
Giochino inganni come il Cavalier Pinto Mendez Ferdinando -
Ognor sinonimi son di Verità – Più non provare!
Ormai non scioglierai l’indovinello,
Dato e concesso tu faccia del tuo meglio.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
Nota: Il bellissimo disegno che ho aggiunto è di mano di Andrea Rambaldi, un giovane artista di talento a cui auguro il successo che merita. F.D.
Charles Dickens e Henry Mayhew: un doppio bicentenario ignorato (in Italia).
09 feb 2012 4 commenti
in Charles Dickens bicentenario, epoca vittoriana, Francesca Diano, henry mayhew, il nostro comune amico, londra, londra vittoriana, oliver twist, Osservatore Romano, scrittori inglesi, sociologia, statistica
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Henry Mayhew (1812- 1887)
Charles Dickens (1812 – 1870)
Charles Dickens e Henry Mayhew nacquero entrambi a Londra ed entrambi nel 1812 ed entrambi avrebbero avuto un ruolo decisivo come scrittori nella cultura vittoriana, seppure in modo diverso. Non solo si conoscevano, ma l’opera di Dickens fu fortemente influenzata da quella di Mayhew, anche se in Italia non lo sa nessuno.
Mayhew ebbe una vita movimentata ed avventurosa. Da ragazzo fuggì da scuola e si imbarcò su una nave diretta a Calcutta. Visse lontano dall’Inghilterra alcuni anni, tornò, divenne avvocato, iniziò a scrivere come giornalista e fu uno dei due fondatori del gloriosissimo Punch. Scrisse romanzi di successo, commedie e articoli, ma il suo nome, famosissimo, è legato a un’opera che precorre si molto i tempi, sia per l’oggetto che per il modo in cui fu redatta. Parlo di London Labour and the London Poor, pubblicata prima in tre volumi nel 1851 e successivamente in quattro volumi nel 1861-62, che raccolgono l’enorme mole di materiale pubblicato negli anni precedenti sotto forma di articoli sul Morning Chronicle.
Come tutti sanno, le opere di Dickens costituiscono un affresco spesso terribile della Londra vittoriana. La vita miserabile dei poveri, gli orrori delle case di lavoro o dei vicoli del West End, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’abbrutimento, le malattie e della mancanza di ogni servizio sanitario per i diseredati, fanno a volte credere, al lettore che non possegga una conoscenza più approfondita degli strati più deprivati della società vittoriana, che Dickens abbia calcato la mano. Ma è vero l’opposto.
Dickens aveva una conoscenza diretta delle durezze di quel mondo, poiché da bambino, insieme alla sua famiglia aveva dovuto sopportare un anno di internamento in una prigione per debitori a causa dei rovesci economici del padre.
Ma la vera fonte del materiale che Dickens usa per la sua rappresentazione di una società feroce e impietosa con i meno fortunati, è questa incredibile opera di Mayhew.
Prostituzione. Illustrazione originale del testo di Mayhew
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Jack Black, Her Majesty’s ratcatcher. Ill. originale nel testo.
Acquistai una copia anastatica dell’opera di Mayhew quando molti anni fa vivevo a Londra e la lettura di questo testo (la cui traduzione italiana ho più volte proposto senza che alcun editore ne prendesse alcuna nota, tanto per cambiare) mi lasciò senza parole. Man mano che leggevo, ritrovavo la Londra di Dickens, i suoi personaggi, le sue atmosfere e mi permise finalmente di trovare una chiave di lettura molto più profonda dello scrittore che è tra quelli che amo di più in assoluto. Uno scrittore il cui mondo è un abisso di cui non si distingue il fondo.
La Londra del 1840 è una megalopoli popolata da una ricchissima alta borghesia, da una ricca media borghesia, da una nutrita middle class, da una enorme working class e da un’ancora più enorme folla di diseredati, di disoccupati e senza fissa dimora, spesso immigrati da ogni parte d’Inghilterra e d’Europa. Londra ha già l’aspetto e i problemi di una megalopoli contemporanea.
Mayhew è forse uno dei primi veri sociologi della storia, poiché nessuno prima di lui si era messo a girare con occhio di attentissimo osservatore e cronista per le strade di una grande metropoli dell’era industriale a scrutare, interrogare, classificare e annotare con precisione maniacale i mille lavori e mestieri con cui la gente della working class e i poveracci sopravvivevano di giorno in giorno. Spazzacamini, mendicanti, venditori di cibo, proprietari di banchi del mercato, acquaioli, lustrascarpe, prostitute, ladri, borseggiatori, truffatori, lavandaie e persino i mudlarks (gente che frugava tra i fanghi puzzolenti delle rive del Tamigi in cerca di oggetti) o quelli che raccattavano gli escrementi dei cani da vendere ai tintori di tessuti e molto altro, sono sottoposti ad interviste (sì, proprio delle vere interviste) che poi, nel quarto volume aggiunto, concorrono a fornirgli delle rigorosissime statistiche da lui maniacalmente redatte. Mayhew annota con rigore i gerghi usati dalle varie categorie, le espressioni tipiche, l’argot dei ladri e borsaioli, e poi le loro abitudini, gli stili di vita, i guadagni, le convinzioni religiose.
Dichiara di dividere la totalità dei poveri in tre distinte fasi della loro esistenza: quelli che lavoreranno, quelli che non possono lavorare e quelli che non lavoreranno.
Tutto annota e nulla sfugge. Ma l’aspetto davvero rivoluzionario, è che a un certo punto Mayhew ingaggia una serie di persone che vadano in giro per lui a sottoporre i suoi questionari e che istruisce rigorosamente sul metodo con cui intervistare le persone, come e quando e in che modo.
Le sue descrizioni delle scene di strada sono non raramente all’altezza di certe descrizioni dickensiane e infatti moltissimo del materiale che Dickens usa in Oliver Twist, Nichoals Nickleby, Our Mutual Friend per fare alcuni esempi è direttamente attinto da qui e ovviamente rielaborato.
Nel gran numero di articoli pubblicati in Italia per il bicentenario di Dickens, si sono scritte molte cose interessanti, ma alcune davvero superficiali e poco informate, come nell’articolo di Giuseppe Fiorentino sull’Osservatore Romano.
dove Fiorentino arriva ad affermare che Dickens non approfondisce la psicologia dei suoi caratteri, ma ne fa delle maschere in cui ci si può riconoscere (!) o che “lo scopo dei suoi romanzi non è la descrizione verista o la denuncia sociale contingente”. Ma davvero? Prima di fare certe affermazioni sarebbe consigliabile documentarsi meglio, sia su Dickens che sulla società vittoriana.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
To my soul – a poem by Francesca Diano
08 feb 2012 2 commenti
in anima, Francesca Diano, italian women poets, Sarasvati, soul, spirituality
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The Goddess Sarasvati – Mysore Painting
TO MY SOUL
I felt ashamed – so they taught me to –
No bound no tie
Shame is a knife
Feeding on your dreams and flesh
Separating the I from others’ eyes –
Like egg yolk from its white.
It makes you invisible –
Yet boundless – so easy then to melt away
And float over the world
Suspended in a silent cry
Embedded in a river of black stars.
It’s you – my Soul – I’m calling – soul and mother
The only generation I can conceive
Dark origin of a brooding life.
A womb so universal that no birth
Is needed to be born – to see the light.
Black is the colour of light
And darkness is its prize.
Two flowers – one in each hand
On a deep blue cloth
She handed me – in smiling stillness
Both I took to fill the gap between
Me and my words
And suddenly the rage became an ocean
A pouring ocean of words.
They ignited worlds hidden in darkness
Set life afire – painted grey walls
With flashing colours – so that no blackness
Was black any more.
She – the Ruler – the Still One.
(C)2006 by Francesca Diano ALL RIGHTS RESERVED






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