Tramonti d’Occidente di Emilia Blanchetti.
18 ott 2011 Lascia un commento
in autodafé, Autodafé edizioni, case editrici, editori, editori italiani, editoria, Emilia Blanchetti, Europa, famiglia, fine, Francesca Diano, immigrazione, Italia, letteratura, letteratura femminile, libri, morte, narrativa italiana, Occidente, politica italiana, romanzo, scrittori italiani, Tramonti d'Occidente, Uncategorized
Se una coppia di categorie si dovesse individuare per analizzare al meglio la società che ciò che definiamo Occidente ha creato, questa potrebbe essere frastuono/silenzio o, in alternativa pieno/vuoto o, ancora, caos/ armonia. L’Occidente, inteso come l’insieme delle culture che lo hanno generato (greca, celtica, cristiana) vive una crisi che si potrebbe forse meglio definire un passaggio.
Noi, figli dell’Occidente, siamo chiamati a una trasformazione – che è il senso della crisi – pur senza saperne vedere al momento i termini o gli strumenti necessari. Sospesi tra un passato che ci ha segnati e ci ha determinati e un futuro di cui nulla sappiamo, se non l’incertezza, non abbiamo più strutture, culturali o mentali per vivere il presente.
E’ ciò che questo romanzo, profondo e all’inizio apparentemente caotico di Emilia Blanchetti, squaderna come un insieme di fili che cercano la loro trama sotto i nostri occhi. L’intreccio, quasi un viluppo, di storie, di personaggi, di situazioni, (frastuono – pieno – caos appunto) all’inizio ti accerchia, quasi ti soffoca.
C’è il proprietario di una casa editrice milanese di successo, figlio di quell’intellighenzia privilegiata che è in apparenza un solido baluardo alla dissoluzione. C’è una badante rumena che cerca, come avviene per tante sue compagne e compagni di destino, di nutrirsi delle briciole di un benessere e di una democrazia che non ha tempo per occuparsi degli anziani e dei malati. C’è una sorta di voce narrante, dal ritmo ondivago, che osserva, commenta e condivide le vicende del suo editore e c’è una giovane islamica, una figlia della vecchia generazione immigrata, che non solo non si è integrata, poiché lo scontro di culture non è affatto sopito, né ha trovato ancora nei figli degli immigrati nati in una nuova patria, alcuna vera integrazione, ma vede nella realtà in cui vive il Nemico da distruggere. C’è un’Italia che, tra Milano, Torino e Roma, fino a luoghi meno opulenti e felici, mostra la trama frusta del suo tessuto.
Attorno a questi quattro personaggi chiave ruota un coro di figure a loro legate e di storie che alle loro si intrecciano, in percorsi molto complessi.
La prima impressione, nel leggere i primi capitoli, è quella di un’umanità brulicante, confusa, nevrotizzata dalle incertezze che ottundono proprio quella qualità che è alla base della cultura occidentale: la ragione.
E’ come se tutti questi personaggi annaspassero in un gorgo che li risucchia e non riuscissero a trovare appigli.
Ma, quello che ciascuno di essi cerca, è il filo che li possa condurre fuori dall’abisso, (il silenzio, il vuoto, l’armonia appunto) senza alcuna certezza di trovarlo. Ciò che rimane è l’istinto di sopravvivenza, il principio oscuro e potente che il disfacimento della civiltà occidentale ha dimenticato, seppellendolo sotto valanghe e slavine di negazione del senso.
Poi, alla fine, il caos, il frastuono, culminano in una tragedia annunciata. Ma è in quell’acme che in realtà si sopiscono e il disegno dei destini individuali si rivela per quello che veramente è: una sapiente tessitura del destino collettivo. I protagonisti scorgono infine – almeno alcuni di loro – un barlume di quello che un senso non pareva averlo.
Solo un barlume. Ma la scorgono una scintilla di quel silenzio, di quel vuoto, di quell’armonia che l’Occidente pare abbia perduto.
Emilia Blanchetti è un’esperta di comunicazione ad alti livelli e questa sua competenza si vede nel modo in cui riesce a “domare” un materiale complesso, inizialmente caotico (o così appare), come quello che forma le fondamenta sotterranee del suo romanzo. L’Italia confusa e dai confini così labili (confini ideologici e culturali, non solo geografici) e permeabili c’è tutta in questo romanzo intenso e sapiente.
(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo
31 ago 2011 7 commenti
in autodafé, Autodafé edizioni, case editrici, Charles Darwin, Chioggia, disoccupazione, editori italiani, editoria, Francesca Diano, Giordano Boscolo, giovani, lavoro precario, libri, mare, narrativa italiana, pescatori, pescherecci, piccole case editrici, piccoli editori, precariato, romanzo, scrittori italiani, sopravvivere, tartarughe, viaggio
Quando Darwin, dopo il ritorno in Inghilterra dal suo lungo viaggio esplorativo per mare sul Beagle, durato cinque anni e affrontato con una tempra e una salute invidiabili, sviluppò una serie di sintomi strani e allarmanti, tra cui vomito violento, nausea, fatica cronica, attacchi di panico, depressione e malesseri di ogni tipo, non ci fu medico in grado di capire che tipo di malattia lo affliggesse. Darwin divenne un invalido per i successivi 36 anni, fino alla sua morte.
Giordano Boscolo ha scelto questo titolo per il suo primo romanzo, (ma non prima pubblicazione) perché la sua narrazione è in fondo un apologo amaro e feroce di come, nell’Italia di oggi, ci si possa trovare, dopo la laurea, a vomitare su un peschereccio tra pescatori chioggiotti sballottato dai marosi, per un’improbabile ricerca sulle tartarughe marine, le Carretta carretta, commissionata da un fantomatico centro di ricerche, che non ha uffici, non paga, non si manifesta se non attraverso un tizio sfuggente e laconico.
Boscolo è uno scrittore nato. Scrive bene. Conosce i trucchi per legare il lettore alla pagina e, probabilmente per il suo carattere, ha scelto la cifra dell’ironia. Lui non ama questo termine, preferisce “umorismo”. Ma, mentre l’umorismo ha sempre, in qualche modo, una componente bonaria e sorridente, l’ironia è distruttiva, corrosiva, graffiante. E’ il mezzo più sottile ed efficace per mostrare la tragedia che si cela dietro la commedia. Non sorride. Ghigna. Rivela senza pietà la sofferenza.
E, come si diceva, la storia, molto ben strutturata, di cui Luca Visentin, col suo compagno di sventure Davide, è protagonista, è una storia tragica. Quella di moltissimi ragazzi che, in un’Italia dove millantatori, grassatori, mafiosi, politici corrotti ed escort fanno soldi a palate, non hanno lavoro, non hanno futuro, nonostante le lauree, le specializzazioni, la sete di costruirsi una vita.
La tragedia è nell’assassinio della speranza, nell’uccisione del futuro.
Luca è la voce narrante, ma questa è una storia corale. Sullo sfondo della vicenda si avverte la presenza invisibile di molti che non hanno voce. Fantasmi, come Alessandro, alla fine, che si aggira esangue tra le vasche dell’allevamento di branzini.
Poi ci sono le pagine epiche dei viaggi sul peschereccio. I pescatori hanno qualcosa di conradiano e questa ricerca della tartaruga marina ricorda l’inseguimento della balena bianca. Esiste ma non si sa dove sia. E’ quasi un’entità soprannaturale. Con la differenza che una tartaruga viene pescata. L’unica probabilmente di tutto il Mediterraneo. E, come si conviene a un Leviathan degno di questo nome, mozza il dito del povero Davide.
Ma la tragedia si sfiora davvero e non riveleremo come. La fine è terribile. Perché l’unico sentimento che emerge è la rassegnazione. Ed è il sentimento più terribile di tutti, perché è come morire da vivi.
L’intelligenza dell’autore – l’ironia è propria solo delle menti intelligenti – sta nel narrare questa Italia sommersa, grigia, priva di luce, senza un solo piagnisteo, senza autocompatimenti, ma in modo secco e quasi distaccato.
Distaccato al punto che si ride fino alle lacrime. Come quando Luca, per ammazzare il tempo prima di iniziare il suo ultimo lavoro, che consiste nell’aggirarsi da solo in piena notte in uno sconfinato capannone immerso nel buio, tra le vasche di branzini (pare che poi i guardiani inizino a sentire le voci), si immerge nella lettura di La mia pipì è gialla. La tua, di che colore è? istruttivo libretto per l’infanzia. Ma, a dire il vero, metafora di una forzata regressione, o meglio costrizione, a uno stadio arcaico dell’evoluzione dell’individuo.
E poi ci sono momenti di scrittura che fanno di questo romanzo un’opera davvero speciale.
“In notti, o prealbe, come questa, il tempo si manifesta nella sua vera natura di entità informe, ti appare nella sua nudità, tutt’altro che inerme, evocato dall’oscillazione dello scafo, dal rumore regolare del motore, dal fiato caldo che ti esce dalla bocca in sbuffi di vapore. E’ come il tempo delle sale d’aspetto nelle piccole stazioni di provincia, quando il treno non arriva mai e non c’è nessun altro passeggero con cui chiacchierare; il tempo delle code in autostrada, della mamma che ritarda più del solito e tu hai solo cinque anni, del telefono che non squilla anche se Lei ha promesso di chiamarti. E’ il tempo un minuto prima di essere impiccati. Il tempo dei manicomi.
Solo i filosofi possono permettersi il lusso di dire che il tempo non esiste.” ecc.
In questa riflessione filosofica sul tempo, perché filosofica lo è, sta tutto il senso del romanzo. Il tempo che fugge e sfugge eppure che ti acciuffa, un tempo grigio e compatto su cui non si ha potere se non quello di esserne vittime.
E’ amaro che sia un giovane a percepirlo così. Quasi tremendo. E’ il tempo di Aspettando Godot.
Questo romanzo filosofico, questo apologo, questa storia di illusioni perdute di un’intera generazione (e forse più di una) è costruito con una struttura che mi è molto piaciuta. I capitoli si alternano secondo una temporalità diversa, passato e presente storico, l’inizio della storia e un passato recente che diviene presente, per confluire poi nella contemporaneità della narrazione.
E tutta la storia, il modo in cui è narrata, il distacco fatto di presa di distanza da una disillusione troppo cocente per poterla trasformare in lacrime, l’uso del chioggiotto (che non è il veneziano di Goldoni, come è stato detto) per la parlata dei pescatori (finalmente un testo di narrativa in cui i personaggi non parlino in siciliano o romanesco), lo stile asciutto e sapiente, tutta la storia dicevo, è ciò che oggi, nella nostra Italia alla deriva, solo può essere un romanzo di formazione: cercare la leggendaria tartaruga di Darwin in un mare tempestoso, può significare ritrovarsi senza un dito o senza vita.
(C) by Francesca Diano
RIPRODUZIONE RISERVATA
IL CORVO di Edgar Allan Poe, tradotto da Francesca Diano
24 ago 2011 12 commenti
in case editrici, Edgar Allan Poe, editori, editoria, Francesca Diano, IL CORVO, letteratura, letteratura americana, morte, passato, Poe Francesca Diano, poesia, poeti, poeti ameicani, scrittori indiani, tradurre poesia, traduttore, traduzione poetica, traduzioni

Ritratto di Edgar Allan Poe poco prima della morte (1849)
Poe, oltre ad essere quello scrittore di incredibile ingegno e genio, uno dei maggiori sperimentatori, dei maggiori rivoluzionari della letteratura di tutti i tempi, è - come già nel suo nome in certo senso annunciato – uno dei maggiori poeti americani. Un poeta che ha percorso vie ancora ignote, che lui stesso s’è tracciato, scrivendone nei suoi saggi, The Rationale of Verse, The Philosophy of Composition ( saggio in cui Poe analizza in modo puntuale la composizione di The Raven e la tecnica e teoria della composizione letteraria) e The Poetic Principle.
Poe ha condotto ai suoi confini estremi l’idea, in realtà molto antica, che la poesia sia inscindibile dalla musica, stabilendo che sia musica essa stessa. La poesia è musica e il suo significato è quella stessa musica.
La via nuova, la grande rivoluzione poetica che Poe tracciò nella poesia, non fu battuta dai suoi contemporanei americani, ma arrivò come un tuono all’anima di Baudelaire, suo primo e grandissimo traduttore, che fu preso da un amore totale e assoluto per questo genio infelice e tradito dai suoi contemporanei. Cosa poi questo significò per Baudelaire e quale seguito ebbe nella scuola dei Decadenti francesi ed europei è noto. Rimando alla lettura del meraviglioso saggio che Baudelaire scrisse su Poe. Quel saggio famosissimo. scritto nel 1852, che così inizia:
“Di recente, fu tradotto dinanzi ai nostri tribunali un infelice la cui fronte era illustrata da un raro e singolare tatuaggio: Sfortuna! Egli portava così al di sopra dei suoi occhi l’etichetta della propria vita come un libro porta il suo titolo, e l’interrogatorio provò che quella bizzarra scritta era crudelmente veritiera. Nella storia letteraria ci sono destini analoghi, dannazioni, dannazioni di uomini che portano la parola scalogna scritta in caratteri misteriosi nelle pieghe sinuose della loro fronte. L’Angelo cieco dell’espiazione si è impadronito di loro, e li sferza senza pietà, a edificazione degli altri. Invano la loro vita mette in mostra talenti, virtù, grazia: ad essi la Società riserva uno speciale anatema, e li accusa delle menomazioni che la sua persecuzione ha provocato loro. Cosa mai non fece Hoffmann per disarmare il destino, e cosa non intraprese Balzac per scongiurare la sorte? Esiste dunque una Provvidenza diabolica che prepara la sventura sin dalla culla, che getta in modo premeditato nature spirituali e angeliche in ambienti ostili, come i martiri nei circhi? Ci sono dunque anime consacrate, votate all’altare, condannate a marciare verso la morte e verso la gloria attraverso le loro proprie rovine? L’incubo di Ténèbres assedierà eternamente queste anime elette? Invano si dibattono, invano si conformano al mondo, alle sue previdenze, alle sue astuzie; perfezioneranno la prudenza, tapperanno ogni uscita, imbottiranno le finestre contro i proiettili del caso; ma il Diavolo entrerà dalla serratura; una perfezione sarà il difetto della loro corazza, e una qualità superlativa il germe della loro dannazione.”
Questa ricerca ossessiva e maniacale del valore musicale della parola, che in realtà è presente anche nella sua prosa, rende difficilissima e in alcuni casi impossibile, la traduzione (una traduzione degna di questo nome) delle poesie di Edgarpoe (come lo chiamano i suoi innamorati, me compresa).
Penso ad esempio a The Bells, Le campane, il cui effetto è tutto giocato sulla riproduzione del suono delle campane a festa, a morto, ad allarme. Un testo poetico che è una partitura musicale, un pezzo di jazz, un fuoco d’artificio di effetti sorprendenti, mai uditi, che ti scagliano sulle montagne russe più estreme e che fanno tremare i polsi.
Tradurre la poesia di Poe dunque, è davvero un’impresa. Ma io amo le imprese e già molti anni fa mi venne voglia di misurarmi con la bellezza siderea, soprannaturale dei suoi versi.
In italiano ci sono varie traduzioni delle poesie di Poe, ma nessuno dei suoi traduttori più illustri ha mai nemmeno provato a mantenere il ritmo musicale dei suoi versi. Sono quasi tutte traduzioni in prosa. Per quanto io sappia.
In seguito, al noto editore con cui allora collaboravo, quelle mie traduzioni piacquero moltissimo mi propose di pubblicarle. Il fatto è che il contratto che proponeva era un semplice contratto di quelli con cui si torce il collo ai traduttori letterari in Italia: a cartella e una tantum! Dato che il numero di cartelle tra l’altro sarebbe stato esiguo e il mio lavoro un lavoro non certo di semplice traduzione, ma un’opera poetica, io proposi un normale e giusto (e dignitoso) contratto a royalties. All’editore (sfruttatore) la cosa non andò e non se ne fece nulla.
NOTA
Nella mia traduzione ho mantenuto la massima fedeltà al testo originale e ho cercato di riprodurre il ritmo musicale più simile possibile a quello del poemetto originale. Un ritmo ondulante, ipnotico, sovrannaturale, quasi da incantatore di serpenti. Ho mantenuto perciò, per quanto possibile, l’uso del doppio ottonario e del settenario della metrica originale.
*****************
Il CORVO (1845)
Edgar Allan Poe
Traduzione di Francesca Diano
Una tetra mezzanotte, meditando, stanco e debole
Sopra tomi antichi e strani di perdute conoscenze,
Con il capo tentennante, quasi mezzo addormentato,
Ecco a un tratto un lieve battito, come chi grattasse piano
Come chi grattasse piano alla porta della stanza.
<<Non è che un visitatore>>, mormorai, <<Che batte piano
alla porta della stanza –
Questo solo, e nulla più.>>
Ah, ricordo chiaramente ch’era un tristo assai dicembre,
E ogni brace moribonda proiettava il proprio spettro.
Agognavo all’indomani: – vanamente avea cercato
Di trovare nei miei libri qualche tregua alla mia pena –
Pena per Leonore perduta –
Per la rara e risplendente giovinetta a cui hanno dato
Nome gli angeli Leonore –
Che qui un nome avrà mai più.
Ed il serico frusciare, così incerto delle tende
Rosse mi facea tremare – mi colmava
di fantastici terrori sempre prima sconosciuti.
Così ora, per tacere il pulsare del mio cuore, ritto in piedi ripetevo
<<Non è che un visitatore che mi supplica d’entrare dalla porta della stanza; -
Qualche ospite in ritardo che mi supplica d’entrare;
Questo solo e nulla più.>>
E d’un tratto ebbi coraggio; cancellai l’esitazione,
<<Oh signore>>, dissi, <<o Dama, perdonatemi, v’imploro;
Ma di fatto ero assopito e così lieve bussaste
E così sommessamente voi bussaste alla mia porta,
Che mi parve appena udire>> – e qui spalancai la porta; -
Solo buio e nulla più.
Scrutai a lungo nella tenebra, ritto, incerto, spaventato,
Dubitante e poi sognando sogni che prima mortale
osò mai nemmen sognare.
Ma il silenzio era profondo e la tenebra spietata
Ed un’unica parola – bisbigliata – fu <<Leonore!>>
Questo era il mio sussurro ed un’eco mormorante
mi rispose, <<Leonore!>>
Solo questo e nulla più.
Ritornando nella stanza, la mia anima un incendio,
Presto ancora udii bussare con più forza del passato.
<<Di sicuro>> dissi, <<certo è qualcosa alla finestra:
Su vediamo cos’è mai; ch’io disveli quel mistero –
Che il mio cuore un po’ si calmi e che io sveli il mistero; -
Solo il vento e nulla più!>>
E l’imposta spalancai quando, un frullo e un batter d’ali,
Entrò un Corvo maestoso, di remoti giorni sacri.
Non mi fece riverenze; né un istante stette fermo,
Ma s’andò a posare sopra l’architrave della porta
come un nobile signore o milady, appollaiato
sopra il busto di Minerva che sovrasta la mia porta.
Fermo, immoto e nulla più.
Poi l’uccello nero ebano fece sì che in un sorriso
Io sciogliessi le atre angosce, col decoro grave e nobile
del severo atteggiamento.
<<Pur se il ciuffo hai tu rasato, di sicuro tu sei fiero>>, dissi,
<<corvo torvo, orrido e antico che veleggi dalle plaghe
della Notte – dimmi quale nome nobile hai tu
sopra il lido plutoniano ch’è confine della Notte!>>
Disse il Corvo, <<Mai non più.>>
Molto mi meravigliai nell’udir quell’uccellaccio favellare tanto chiaro,
Pur se quella sua risposta non aveva senso alcuno
e a sproposito veniva;
Ché chi mai può convenire, che vivente creatura
Mai abbia visto un tale uccello sulla porta di una stanza.
Un uccello o altro animale sopra il busto cesellato sulla porta della stanza.
Il cui nome è <<Mai non più.>>
Ma, posato solitario sopra quel busto sereno, solamente disse il Corvo
Sol quell’unica parola, come se vi riversasse
per intero la sua anima.
E null’altro disse ancora – e non piuma scosse o mosse –
Finché appena bisbigliai, <<Altri amici son fuggiti prima d’ora-
E domattina egli pur mi lascerà, come già ogni mia speranza.>>
E l’uccello: <<Mai non più.>>
Mi sorprese quel silenzio, rotto solo dalla replica
così a senso pronunciata.
<<Senza dubbio>>, dissi allora, <<quel che dice non è altro
che soltanto dire sa
E l’ha appreso da un padrone incalzato da Sciagura impietosa
Ancora e ancora, tal che un solo ritornello era quello dei suoi canti –
Che i suoi pianti disperati con quel triste ritornello ebber chiusa
Sempre quello, sempre quello
“Non più mai – mai non più”.>>
Ma quel Corvo, trasmutò le mie tristi fantasie
nuovamente in un sorriso
Ed allora trascinai proprio accanto a lui e alla porta
e poi al busto una poltrona:
Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegare
Fantasia e fantasticare e mi chiesi che volesse
dire mai quell’uccello antico e infausto –
Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –
Dir volesse nel gracchiare <<Mai non più.>>
Ciò, seduto, riflettevo, ma non sillaba volgevo
All’uccello i cui occhi accesi mi bruciavano nel petto;
Questo ed altro ripensavo, con la testa reclinata
Sul velluto del cuscino che la lampada assetata riguardava avidamente,
Ma il velluto del cuscino viola, che la lampada assetata
riguardava avidamente
Lei non premerà mai più!
Poi parve addensarsi l’aria, con profumi ch’esalavano
da invisibile incensiere
Oscillato da alati angeli, i cui passi tintinnando
risonavano sul marmo.
<<Infelice>>, gridai allora. <<è il tuo Dio che li ha mandati –
con questi angeli ti invia un sollievo ed un nepente
al ricordo di Leonore!
Su trangugia quel nepente e dimentica Leonore!>>
Disse il Corvo, <<Mai non più.>>
<<Oh Profeta!>> dissi, <<creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno
che sia tu diavolo o uccello! –
Che ti mandi il Tentatore, o tempesta abbia inviato,
Solitario ma indomato in questo deserto incantato –
In codesta mia magione dell’Orrore – dimmi imploro –
Vi è – vi è un balsamo in Gilead? Dimmi, dimmelo, t’imploro!>>
Disse il Corvo, <<Mai non più.>>
<<Oh Profeta!>> dissi, <<creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno
che tu sia diavolo o uccello!
Per quel Ciel che ci sovrasta – per quel Dio che entrambi amiamo –
Di’ a quest’animo gravato dal tormento, se nell’Eden
Sì distante stringerò la cara santa a cui Leonore
nome gli angeli hanno dato –
Stringerò la risplendente giovinetta rara a cui hanno dato
nome gli angeli Leonore?>>
Disse il Corvo, <<Mai non più.>>
<<Sia un addio questo tuo dire, uccellaccio di sventure!>>
gridai alzandomi all’impiedi –
<<Fa’ ritorno alla tempesta ed al lido plutoniano
della Notte!
Non lasciare piuma nera a ricordo del mentire che hai dianzi pronunciato!
Lascia intatto il mio silenzio! Lascia il busto sulla porta!
Togli il becco dal mio cuore e il tuo corpo dalla porta!
Disse il Corvo, <<Mai non più.>>
Ed il Corvo non s’alzò; sempre posa, sempre posa
Sopra il bianco busto pallido di Minerva sulla porta;
E i suoi occhi hanno l’aspetto di un demonio sognatore
E la luce della lampada che lo inonda getta l’ombra
sua di sopra il pavimento;
La mia anima dall’ombra che per terra aleggia immota
non si alzerà – mai più!
(C) copyright 2006 by Francesca Diano
RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma un recensore non dovrebbe conoscere la materia di cui parla?
01 ago 2011 2 commenti
in Anita Nair, Bangalore, case editrici, editori, Francesca Diano, Guanda, india, indian literature, indian novel, indian women writers, indian writers, Kamala Markandaya, letteratura, letteratura femminile, letteratura indiana, luoghi comuni, Namita Devidayal, scrittori indiani, traduttore, traduzioni
Mi è capitato di leggere alcune interessanti recensioni di romanzi indiani tradotti in italiano, non firmate, o firmate solo col nome proprio, su di un sito dedicato al cinema indiano. In realtà l’ennesimo blog dedicato (e ti pareva) al cinema di Bollywood. Ben fatto, non c’è che dire. Peccato sia tutto anonimo, dato che nessun nome o firma sono in alcun modo rintracciabili su questo blog.
Detto per inciso, pensavo che, chi scrive una recensione, su qualunque argomento, dovesse firmarsi con nome e cognome, tanto per assumersi la responsabilità di ciò che mette per iscritto. Non è solo una simpatica abitudine, ma anche un atto di civiltà e professionalità, magari solo per risultare più credibili.
Anche perché su questo sito, si citano ampi stralci tratti da opere coperte da copyright e non credo sia sufficiente mettere le mani avanti e dichiarare: “se abbiamo violato il copyright, o se non abbiamo chiesto il permesso all’editore, ce ne scusiamo”!
Tra le varie, la recensione di Un uomo migliore, di Anita Nair, che potete leggere qui e, nello stesso sito, un’altra, quella di Nettare in un setaccio, di Kamala Markandaya, che potete leggere qui e ancora una recensione di La Stanza della Musica, di Namita Devidayal, che potete leggere qui.
Ho scelto queste recensioni perché riguardano romanzi di autrici indiane che conosco molto meglio di altre per vari motivi. Ovviamente Anita Nair perché sono la sua traduttrice italiana, ma la Markandaya perché avevo letto il suo romanzo di una bellezza che ti strappa il cuore, agli inizi degli anni 70, quando vivevo a Londra e il romanzo era un caso editoriale. Nectar in a sieve, il titolo originale, dell’edizione ancora in mio possesso, è un romanzo che descrive, nello stile tipico di quella corrente di naturalismo narrativo che la letteratura indiana conobbe agli inizi del 900, la dimensione più tradizionale dell’India, quella rurale e del villaggio. Markandaya ha una scrittura di una delicatezza estrema, raffinatissima e lirica, eppure riesce a ricreare l’atmosfera apparentemente semplice di sentimenti primari, essenziali. Quasi primordiali. Ma non è solo questo, è stato anche il primo romanzo che ha rivelato una scrittrice indiana che scriveva in inglese all’Occidente.
Il romanzo conserva tutta la freschezza e la poesia e la forza che si trova in una scrittrice tra le più grandi che l’Italia abbia avuto e che ha dimenticato: Grazia Deledda. Dunque, dare un giudizio come quello contenuto nella recensione denota non solo cecità per la bellezza e la forza del romanzo, ma anche una limitata conoscenza sia della letteratura indiana che della cultura e della società indiane.
Analogo discorso va fatto per la recensione di Un uomo migliore, di cui ho già scritto ampiamente sul mio blog e di cui ho spiegato i profondi meccanismi e significati.
Dopo aver fatto degli appunti allo stile, come se proprio quel modulare lo stile a seconda del personaggio (variando da registri drammatici a comici, a grotteschi a poetici e sognanti) non fosse la chiave di interpretazione dei singoli personaggi, Si arriva addirittura a dichiarare “alcune tappe rituali fanno sorridere”…. sorridere chi? Un’espressione davvero infelice, perché tradisce un atteggiamento di supponenza che parrebbe fuori luogo. Il significato semantico di questo sorriso infatti è: guarda che ingenuona è questa Nair, i mezzucci letterari che usa sono infantili e io, dall’alto della mia conoscenza, non ci casco di sicuro.
A quali tappe rituali (tappe rituali?) poi si riferisce? Forse intendeva quell’intuizione geniale per cui Mukundan viene rinchiuso in una enorme giara per rivivere una sorta di ritorno all’utero. Credo che chi ha scritto questo non sappia molto di antichissimi riti, atavici, e della dimensione ancora intrisa di magia religiosa che permane in molte zone rurali del subcontinente indiano, specialmente nell’India meridionale, dove il Kerala si trova. I culti religiosi che vi si praticano non sono di tradizione hindu. Questa non è l’India vedica, ma dravidica.
Per quanto riguarda La Stanza della Musica, che è un romanzo, almeno nella versione originale, che molto perde nella traduzione italiana, di folgorante bellezza, è ovvio che per apprezzarlo appieno sarebbe auspicabile sapere qualcosa di musica indiana classica e semiclassica. In questo caso, di canto. Magari non in modo superficiale. Magari saper apprezzare il diversissimo senso del tempo, musicale, ma anche interiore, dell’anima indiana, che la raffinatissima musica, narrata con altrettanto raffinatissimo linguaggio (poiché qui forma e idea si uniscono in una sintesi mirabile) racchiude.
Allora, ho trovato un po’ bizzarro che la nota “negativa” del recensore sia: “ci metterete più di un paio di giorni a finirlo”…
Lo spero bene, è un libro piuttosto corposo!
E questo mi ha aperto gli occhi! Se la velocità di lettura di questo recensore anonimo è tale, forse per questo si perde le finezze, le sottigliezze, le sfumature di una letteratura che chiede tempo, amore e rispetto. E apertura mentale a ciò che è diverso da noi.
Ma quand’è che l’Italia uscirà da questo provincialismo che fa sì che tutti strillino alla meraviglia quando le mode arrivano da noi – in genere quando ormai sono quasi finite altrove? Quand’è che la gente si prenderà la briga di conoscere gli argomenti di cui parla? Decenni fa proposi Nectar in a sieve, allora da noi sconosciuto (ovvio) e strapremiato ovunque nel mondo, a qualche editore. NON ERA INTERESSANTE. Chi voleva leggere un romanzo scritto in inglese da una donna indiana? Il massimo che si conosceva da noi era Tagore, e magari solo per sentito dire, perché aveva avuto il Nobel.
Ma non parliamo di Tagore anche oggi, per carità. Girano traduzioni che….
N.B. Il sito rende impossibile lasciare dei commenti se non si è membri del team, nessuno dei quali appare col proprio nome… capito?
Politica editoriale italiana: fiabe e leggende sono out
20 mag 2011 10 commenti
in case editrici, Celti, Cork, cultura, editori, fate, folklore, folletti, Francesca Diano, Irlanda, isola/isole, letteratura, letteratura femminile, letteratura indiana, libri, mitologia, passato, passione, poesia, romanzo, scrittori, scrittori indiani, stampa, tradizione, tradizione orale, traduttore, traduzioni Etichette: fiabe, leggende irlandesi, leggende di fate, editoria, Sylvia Plath, poesia, case editrici, politica editoriale, traduttori, consulente editoriale
Se esiste un patrimonio dell’umanità che, nonostante i tempi e gli avvenimenti, si è conservato intatto e intatto rimane il suo fascino, questo è l’immenso corpus delle fiabe, delle leggende, dei miti e della tradizione orale che ogni paese civile conserva con amore.
Scrittori in Causa Contratto Editoriale
23 mar 2011 1 commento
in case editrici, cultura, diritti d'autore, editori, Francesca Diano, letteratura, libri, romanzo, scrittori, stampa, traduttore, traduzioni Etichette: autore, autori, contratto editoriale, editoria, potere contrattuale, scrittori in causa
Ecco un’altra bellissima iniziativa – e assolutamente meritoria – dei responsabili del blog Scrittori in causa. La redazione di una bozza di possibile contratto editoriale che tenga conto degli interessi dell’autore, oltre che dell’editore.
Questo è il link
http://scrittorincausa.splinder.com/post/24330398/il-contratto-lavori-in-corso
Come si può vedere è un contratto che prevede delle clausole in genere non presenti nei contratti standard che gli editori amano tanto e che li tutela a scapito spesso degli autori. Tra cui una percentuale più decente sul prezzo di vendita, indicizzata al numero progressivo delle copie vendute, la scelta sui diritti di stampa che non è necessario cedere in blocco e non in modo cumulativo, un numero di anni minore rispetto allo standard dei 20 anni di cessione dei diritti all’editore e così via.
E’ bene far circolare questo tipo di contratto quanto più è possibile, in modo da creare in ogni autore la consapevolezza che si può contrattare con un editore e non è necessario accettare passivamente le clausole imposte.
Aggiungo anche che sarebbe tempo di caldeggiare contratti a royalties anche per i traduttori in particolare letterari e che traducono grandi autori, perché come mi capita, se di un libro vengono vendute 900.000 copie anche per il mio lavoro di traduttrice, che lo rende in una traduzione letteraria degna di questo nome, in quanto tradotta da chi è anche autore, permettete che anche solo 50 centesimi a copia è meglio di un compenso una tantum…. ed è per questo che gli editori non ci sentono in questo campo.
Un plauso a Scrittori in causa per il loro lavoro e per l’attenzione e l’aiuto che offrono a tutti noi!
Scrittori in Causa
06 ott 2010 2 commenti
in case editrici, cultura, diritti d'autore, editori, letteratura, libri, romanzo, scrittori, stampa, traduttore, traduzioni
E’ recente la creazione di un fantastico blog, Scrittori in Causa
http://scrittorincausa.splinder.com/
che in modo molto generoso e attivissimo si occupa di dare una mano a chi scrive, per muoversi senza farsi troppo male nel ginepraio del mondo dell’editoria.
Cito dal blog stesso:
“Un organismo indipendente di informazione e confronto sulle convenzioni contrattuali nel campo editoriale. Per scrittori e scrittrici che vogliono eliminare le cattive maniere e diffondere le buone prassi.”
a cura di Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Carolina Cutolo, Sergio Nazzaro.
Da poco il blog offre anche un servizio di consulenza legale gratuito e propone una ricchezza di articoli, consigli, guide e informazioni davvero unica. Dunque, chiunque voglia muovere i primi (o anche i successivi) passi nel mondo della pubblicazione, degli editori e di tutte le problematiche che vi sono connesse, è caldamente invitato a leggere gli interessantissimi post, gli articoli e a dare la propria adesione.
Già moltissimi l’hanno fatto, me compresa.
Un grazie di cuore agli efficientissimi autori!
Tradurre, un’appassionante arte. Intervista a Francesca Diano
06 set 2010 3 commenti
in Anita Nair, case editrici, Celti, cultura, editori, folklore, folletti, fonte sacra, Francesca Diano, Guanda, india, Irlanda, letteratura, letteratura indiana, libri, miti indiani, mitologia, passato, poesia, romanzo, scrittori indiani, tradizione orale, traduttore, traduzioni, viaggio
| Tradurre: un’appassionante arteIntervista a Francesca Diano per Librialice. di Valentina Acava Mmaka Ha una voce profonda e avvolgente che trasmette entusiasmo, ha il privilegio di conoscere tutti i retroscena di molti dei romanzi che nell’ultimo decennio abbiamo imparato ad apprezzare. Francesca Diano, studiosa di letteratura e tradizioni irlandesi e traduttrice di autori come Anita Nair, Themina Durrani, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Thomas Croker ci ha raccontato l’appassionante esperienza di essere traduttore. È noto che in Italia il traduttore è una figura professionale che resta quasi sempre sullo sfondo. Raramente, salvo casi eccellenti, il suo nome appare in copertina, o viene citato dai recensori e giornalisti, eppure il traduttore ha un compito delicato e di grande responsabilità. Nella sua trasposizione da una lingua all’altra, può succedere, come ci racconta la Diano ”che una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante”. Francesca, tu sei traduttrice dall’inglese, come è nata questa tua professione?
A cosa stai lavorando?
Nota bio-bibliografica Francesca Diano è nata a Roma e a da bambina si è trasferita a Padova. Si è laureata in Storia dell’Arte con Sergio Bettini e poi ha vissuto alcuni anni a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Institute e ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura, compiendo allo stesso tempo delle ricerche sulle miniature medievali italiane nei musei inglesi. E’ scrittrice, poetessa e saggista. Di Valentina Acava Mmaka
|
Traduttificio Italia
09 ago 2010 3 commenti
in case editrici, editori, letteratura, letteratura indiana, libri, scrittori indiani, stampa, traduttore, traduzioni
Come tutti sanno, la maggior parte dei libri pubblicati e venduti in Italia è composta da narrativa straniera. In buona parte originariamente in lingua inglese. La stessa narrativa indiana, che oggi è il vero boom da noi, è quasi esclusivamente anglo-indiana. Si tratta cioé di scrittori indiani che, pur vivendo in India, hanno capito che è molto conveniente economicamente scrivere in inglese, sia perché questo apre un enorme mercato mondiale anglofono, sia perché quasi nessuno conosce l’hindi, o l’urdu, o il bengali, o il malayalam, o il kannada o altre lingue indiane. Il che dà una visione molto parziale e molto angusta dell’immenso campo della letteratura indiana.
Questi scrittori difatti in genere, proprio tenendo un occhio al mercato, trattano i temi che immaginano possano stuzzicare e attirare i lettori occidentali. Ma la letteratura indiana in hindi o in bengali, ad esempio, è molto più interessante e molto più “indiana”, e ha caratteristiche molto diverse da quelle che noi conosciamo come “narrativa indiana”, che di fatto rispecchia – e in questo è interessantissima e preziosa – il difficile passaggio dalla tradizione alla modernità. Però, appunto, è una visione molto parziale della letteratura prodotta in India. Per non parlare della grande letteratura indiana del 19° sec. e della prima metà del 20° sec. che non è certo scritta in inglese – fenomeno abbastanza recente. Di quella nulla da noi giunge, se non qualche cosa che è stato tradotto in inglese. E allora è tradotto dalla traduzione inglese.
Ogni tanto compare infatti qualche testo che era stato scritto originariamente in una delle lingue indiane, ma solo dopo la sua traduzione in inglese, da cui quindi il traduttore traduce.
E’ uscito di recente in italiano un meraviglioso romanzo hindi, pubblicato negli anni ’50 ma tradotto in inglese solo due o tre anni fa. Ebbene, l’editore e il traduttore, che non conosce ovviamente l’hindi, si sono ben guardati dallo specificare nel testo che si tratta di una traduzione della traduzione inglese!
Per non parlare poi di traduttori che “fingono” di tradurre da una lingua indiana e mentono persino all’editore (che tanto non ha mezzi per controllare, poiché non ha a sua disposizione o non si avvale di chi conosca quella lingua per controllare) e invece traducono dalla traduzione inglese di quelle opere. La prova è che, pur affermando di conoscere quella lingua indiana o il sanscrito da cui affermano di tradurre, si limitano a tradurre SOLO opere di cui esiste una traduzione in inglese. Se conoscessero davvero quella lingua, come mai non traducono NULLA di tutto quello che esiste e NON è stato tradotto in inglese? Questo è barare! Questo non si fa. perché in fondo è un inganno, una truffa ai danni del lettore.
Non è difficile capire che questo tipo di traduttori si sono basati sul testo inglese e non su quello originale, perché ci sono degli indicatori. Un esempio molto comune è di lasciare la s finale a termini al plurale che magari sono stati lasciati nel testo inglese nella lingua originale ma vi è stata aggiunta la s finale all’uso inglese. In hindi, ma anche in bengali, non si fa il plurale con la s finale e dunque, vedere termini di questo tipo denuncia l’inganno. Cioé l’ignoranza del traduttore arriva persino a non capire che la s finale è un anglicismo!
A dire il vero ho letto spesso lo stesso errore anche in testi scritti direttamente in inglese ma contenenti parole in hindi o malayalam o bengali, come accade spesso, dato che gli stessi indiani, quando parlano in inglese, usano termini nella loro lingua e accade anche l’opposto. Parlando in hindi, usano mescolare termini inglesi.
Cosa significa? Che gli editori affidano le traduzioni non a persone specializzate ma a gente poco preparata, che tira via per fretta, che si guarda bene dall’informarsi ecc. E questo non accade solo con la narrativa indiana.
Ho visto di recente delle traduzioni di un grande poeta svedese fatte da chi non conosce una parola di svedese e, avendo chiesto, pro forma, al notissimo traduttore, se appunto avesse tradotto dall’originale, ho ricevuto una risposta talmente evasiva da rasentare il ridicolo. Il fatto è che questo poeta svedese è il più tradotto in inglese. Ergo…. Insomma, è la cosa meno corretta che un traduttore possa fare, perché non solo tradurre da una traduzione è come guardare un’immagine in uno specchio e farla passare per realtà tridimensionale, ma è anche un imbroglio nei confronti del lettore, che crede di leggere qualcosa di realmente mediato dall’originale. Significa affidarsi all’eventuale fedeltà del primo traduttore e alla sua capacità interpretativa. Inoltre, chi fa operazioni di questo tipo, spera che il lettore non lo scopra. Che la truffa non venga alla luce. Ma che cosa penosa! Che mancanza di etica.
Ribadisco allora chi è un traduttore letterario. Un traduttore letterario è una persona che conosce perfettamente la lingua di origine e di arrivo del testo, MA anche e soprattutto la CULTURA in senso globale che ha prodotto il testo da tradurre. Conoscere anche le altre opere dello scrittore sarebbe auspicabile. Se queste competenze non sono presenti, il traduttore è solo un principiante della domenica. Eppure purtroppo è pieno di “traduttori” di questo tipo.
Non posso tradurre un testo sui miti indiani se non conosco nè la cultura indiana, nè la mitologia indiana, nè la geografia indiana. Quello che ne risulta è grottesco! E risibile. Ma la cosa più grave è che questo tipo di traduttori, proprio per il pressapochismo che li contraddistingue, fidano poi sul lavoro di revisione fatto in casa editrice. Io penso invece che la revisione dovrebbe limitarsi a un controllo per evitare la presenza di sviste, ripetizioni ecc. NON a correggere errori di traduzione o dettati dall’incompetenza. Ho letto in rete un’intervista rilasciata da una di queste persone. Una traduttrice che traduce per noto editore, la quale dichiara di sbrigarsi a tradurre senza farsi problemi se la traduzione sia corretta o meno e senza rivederla, “tanto poi la rivedono e la correggono in casa editrice”…. E a questa tizia si affidano autori di gran peso letterario e nome.
Quando consegno una traduzione, a parte qualche svista che può accadere a chiunque e dunque sono grata a chi si assume l’ingrato compito di revisione del testo, so che tutto quello che ho scritto ha un suo perché. E posso sostenere e difendere le mie scelte, sia dal punto di vista stilistico che linguistico che filologico. Ci mancherebbe altro!
Da sempre ad esempio, uso l’articolo femminile per il termine indiano sari, perché la sari in hindi è femminile. L’uso diffuso da noi invece è di usare l’articolo maschile (probabilmente perché non termina in a?), il sari.
E’ come se dicessimo il gonna, il camicetta ecc.
Ebbene, di recente, nella revisione di una traduzione per un editore, mi sono ritrovata che era stato corretto in tutto il testo con il sari! Ma se il termine compare al femminile in TUTTO il testo, un motivo ci sarà? Dunque ho spiegato e siamo tornati al mio originale. Ma nessuno mi ha chiesto: come mai usi il femminile? No, “corretto” e basta. Il che non è una mancanza da parte del revisore, che fa il suo lavoro, ma il fatto che si è talmente abituati a ricevere traduzioni che vanno riviste e non per sviste, ma perché zeppe di errori da dare per scontato che quello che non si sa sia dovuto a un errore del traduttore.
In Italia, è bene dirlo, ci sono traduttori ottimi, di grande esperienza e grande capacità. Ci sono traduttori specializzati in un campo preciso o in alcuni autori che seguono da sempre. Poi ci sono quelli che guai a mettersi sulla loro strada. Sono i traduttori pigliatutto. Quelli che fanno il bello e il cattivo tempo e formano – tanto per cambiare – una cricca potentissima.
Un’unica volta ho avuto la curiosità di andare a uno di questi convegni di traduttori e ho giurato di non rimetterci più piede. Quello che ho visto e sentito mi ha talmente nauseata da togliermi per sempre la curiosità.
(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA







Commenti recenti