Lo stato dell’arte: rete e letteratura.
07 nov 2011 17 commenti
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Mi diverto da un po’ a seguire le discussioni che si svolgono su vari siti letterari italiani presenti in rete, spesso senza intervenire, spinta dalla curiosità di capire se la libertà offerta dal mezzo possa riflettere un panorama più respirabile di quello a cui è stata ridotta la cultura italiana. Mi sembrava che almeno in rete si manifestasse una vivacità intellettuale che al di fuori è assente, almeno da noi. Vivacità che è il frutto di una maggiore libertà di voce, di voci, non mediate dalla stretta mortale delle varie lobbies culturali, gemmazioni delle lobbies politiche, che ingessano il nostro paese.
L’immobilismo dinosaurico, nella politica, nella vita sociale, nella cultura – insomma ovunque- a cui assistiamo apparentemente impotenti da tempo non è cosa nuova per noi. E’ un habitus lungamente testato e, nei suoi scopi e risultati, vincente. Un meccanismo bene oliato di cui sarebbe interessante tracciare una storia di taglio antropologico. E’ da sempre la politica che la Chiesa, un’istituzione di dinosauri benedicenti, ha insegnato a un paese che ha l’ha imparata e riprodotta come nessuno.
Come dice Leopardi, agli italiani manca il concetto di “società”, dunque dell’individuo come unico responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte e dell’impatto che quelle azioni e quelle scelte possono avere sul tessuto sociale, che è poi quello in cui egli stesso vive. Così – pur avendo noi l’immeritata fama di essere degli individualisti – si rende necessario l’aggregarsi a un qualche gruppo che possa non solo proteggere l’individuo, ma avvalorare la direzione delle posizioni che assume. In realtà, l’individuo conta poco e corre grandi rischi nel muoversi da solo. E’ il vaso di coccio tra vasi di ferro trasportati sul carro traballante. L’elemento estraneo, sospetto, da estromettere perché non disturbi la compattezza del gruppo.
Allora ecco la necessità, iscritta nel DNA di questo paese, delle cricche, delle consorterie, delle conventicole, dei gruppi e dell’idea che tutto, assolutamente tutto debba avere un senso politico e, soprattutto, che tale senso sia quello di una realtà binaria. Un o/o. Una corsa all’esclusione che genera una serie infinita di inclusioni, di recinzioni ben protette.
Analogamente, risulta impensabile considerare le cose in termini di libertà individuale. Essendo la struttura psicologica quella del gruppo chiuso – l’Italia non è mai uscita dalla struttura feudale – non riesce possibile credere che qualcuno sfugga al giochetto (rassicurante, perché evita la necessità di capire ciò che non si conosce) di ritrovarsi addosso appiccicata un’etichetta di un qualunque tipo. Non c’è straniero che non si meravigli e si capaciti nello scoprire che, in qualunque campo non politico – scienza, letteratura, arte, filosofia, psicologia, meteorologia, o quel che vi piaccia. – da noi sia necessario bollare con un’etichetta politica l’individuo di cui si parla. E’ di destra o di sinistra? Come se davvero esistesse più una destra o una sinistra. C’è persino chi ancora parla di marxismo… che tenerezza.
Proprio nel paese in cui la politica è la più corrotta, lurida, ostentata pratica volta solo all’arraffo personale, di tutto il mondo civile, si pretende di ridurre a politica o di ravvisare risvolti politici in ciò che proprio non può o non dovrebbe esserlo.
Certo, che la letteratura sia, come qualunque altro fenomeno culturale, figlia della visione del mondo che la produce e che dunque ne segua i moti e le direzioni, è talmente ovvio da non aver bisogno d’esser detto. E se, le culture si riverberano nelle società, ciò che fa quelle società è anche la direzione politica che le segna. Ma, la politica di un’epoca o di un paese in quell’epoca, è comunque uno degli aspetti di quella data visione del mondo. In questo senso, essendo i fenomeni culturali frutto delle specifiche visioni del mondo, non c’è aspetto di una società che non sia profondamente connesso a tutti gli altri. Dunque, i fenomeni culturali, sociali, economici e politici non possono essere considerati isolatamente per essere compresi.
In questo senso, non c’è fenomeno culturale che non sia anche politico, economico, sociale ecc. Ma non è che la politica ne sia la sola ed esclusiva chiave di lettura, come in molti casi si vorrebbe fare. Mi pare un taglio stalinista.
Così ho imparato da una serie di sedicenti o supposti critici militanti, molto attivi in rete, nelle case editrici e negli atenei, ( o legati tra loro o nemici giurati gli uni degli altri) che la letteratura è e non può che essere politica. Non mi è stato facile capire sempre di che stessero parlando negli infiniti commenti ai loro aggiornatissimi post, perché a un certo punto, tra paroloni, involutissimi periodi sintattici, ripetute citazioni da superatissimi maîtres à penser francesi (ancora di moda solo tra una certa genia di accademici italiani della cosiddetta generazione TQ) e qualche loro epigono americano, mi perdevo come Cappuccetto Rosso nel bosco.
Pare che tra i nostri critici letterari militanti (e che siano militanti lo si capisce dalle bombe carta di cui sono armatissimi) vadano per la maggiore francesi e americani radical-chic come padri ispiratori del pensiero critico. Ignorano – a parte alcune rare eccezioni – tutto quello che avviene nel resto d’Europa e del mondo. Tanto che Francia e Italia si scambiano il fior fiore dei loro intellettuali e filosofi influenti. Noi ne abbiamo esportata una che, filosofa considerata oltralpe pare mente tra le più influenti non so se di Francia o del mondo, scrive profusamente sulla condizione femminile (e non solo ) in un tripudio dell’ovvio e del qualunquismo rosato degno della migliore rubrica di cuori solitari. Però, essendo comunque donna, non l’ho vista molto citata in questi blog letterari, se non in quelli tenuti da donne d’assalto, molto attive al pari dei loro colleghi maschi.
Se poi tra loro interviene qualche intellettuale (parola e funzione desueta pare) con le idee più chiare, che usa un linguaggio chiaro e piano e parla di cose concrete usando il buon senso, lo massacrano. Confermando, di fatto, che la critica letteraria da noi, di stampo accademico e non, ben lontana dall’occuparsi di esegesi del testo, o di ermeneutica (usiamo pure, per darci un tono, un termine che spesso ricorre in questi ambienti) seguita ad essere quella che è stata da un po’ più di un secolo a questa parte: un accapigliarsi dei parenti sul cadavere.
Ma, in tutto questo, il cadavere, la letteratura in Italia dov’è? Ma è chiaro. La Letteratura da noi è il prodotto di una generazione di giovani che vanno dai circa 25 ai 40 o giù di lì anni, (sono prevalentemente maschi, le donne sono in minoranza, come ovunque in Italia) molto attivi sia in rete che nelle case editrici che su riviste letterarie e sulle rubriche letterarie dei giornali à la page e che sparano a zero sui premi letterari e le supermafie dell’editoria che se li spartiscono, ma ai quali ambiscono disperatamente. Infatti, quando li ricevono, non li rifiutano.
La loro attività pubblica è così intensa che non è ben chiaro quando scrivano. E’ vero che quando si legge cosa scrivono si comprende che il prodotto non richiede molto tempo o lunghe applicazioni. Misurano la propria credibilità e il peso delle loro parole dai libri e dai saggi che hanno pubblicato, come se ciò che gli editori italiani pubblicano non fosse per lo più il risultato di connessioni e intrallazzi lobbistici. Lo sanno tutti, non è una novità. E’ un tale dato di fatto da essere diventato ormai un tòpos, a discapito di qualche raro editore minore che così non fa.
Dichiarano la morte del romanzo ma scrivono romanzi – o tali sono nella loro intenzione – discutono su cosa sia la poesia – che pare sia diventata una cosa indefinibile – ma scrivono poesie – o tali sono nella loro intenzione, affermano che la critica letteraria non si può più fare se non in termini di militanza e poi non hanno categorie da usare se non le stesse del passato botulinate e siliconate.
Le donne che scrivono (in Italia il trend è opposto a quello del resto del mondo, poiché le donne pubblicate sono in numero molto inferiore a quello degli uomini, così come quelle che hanno peso nella cultura) sono o fatte a pezzi, soprattutto se vendono molto, o ignorate, o ammesse nel gruppo se sono delle virago molto aggressive e mascoline e dunque fanno loro paura. (Vedi sopra).
Tutto questo, è ovvio, è frutto dell’impressione generale dello stato dell’arte che mi sono fatta leggendo i blog letterari italiani più in che la rete offre. Non è un’impressione molto edificante, perché, lungi dall’essere usata come spazio di una maggiore libertà e creatività, la rete tende a riprodurre, in questi blog, gli stessi meccanismi che si trovano al di fuori: aggregazioni, gruppi, sette, conventicole, esclusioni, odi e invidie, rivalità, esibizione di erudizione datata e modaiola allo stesso tempo. Insomma, un grigiore.
Non è tutto così grigio e squallido. Le voci libere sono moltissime e alcune davvero interessanti. Ma è strano che lo sia nei blog letterari che – così loro sostengono – hanno un’autorevolezza maggiore. Tuttavia il meglio non è dove è più facile vederlo. I diamanti si trovano ben nascosti sotto terra. Bisogna scavare.
(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
La notte che il satellite cadde sulla terra
03 ott 2011 Lascia un commento
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Satellite UARS (Fonte NASA)
La notte che il satellite cadde sulla terra
Un racconto inedito di Francesca Diano
(C) Copyright by Francesca Diano – Tutti i diritti riservati.
Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.
La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente, palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo? E, in ogni modo, cos’era il tempo?
La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra due cesure: il momento in cui s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato di un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.
Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso. Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori, oggetto di interesse puramente meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo- così gli era sembrato che i Costruttori manifestassero le loro emozioni - venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata prima in amore e poi corrosiva nostalgia.
Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri.
Cercava – ogni volta che nel suo volo rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa. Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.
Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.
Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile. Per loro era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa.
Da loro, dalla grande casa dei Costruttori, non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso. Non riusciva a comunicare la sua nostalgia, la sua preghiera di farlo tornare. Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.
Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenti il suo cuore e la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere. Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso. E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.
Poi accadde un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio. Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento.
Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.
Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza. La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti solari e dalle correnti. Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.
Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione e devastazione.
Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani. Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine. Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.
E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare. Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA
Un cuore irlandese
03 ago 2011 8 commenti
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Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte (1901)
Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.
Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.
Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto. La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo, è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo. Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.
E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.
Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.
La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.
Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.
Fonte sacra- acquaforte
Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.
L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.
Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso, nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.
Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.
(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA
Politica editoriale italiana: fiabe e leggende sono out
20 mag 2011 10 commenti
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Se esiste un patrimonio dell’umanità che, nonostante i tempi e gli avvenimenti, si è conservato intatto e intatto rimane il suo fascino, questo è l’immenso corpus delle fiabe, delle leggende, dei miti e della tradizione orale che ogni paese civile conserva con amore.
Scrittori in Causa Contratto Editoriale
23 mar 2011 1 commento
in case editrici, cultura, diritti d'autore, editori, Francesca Diano, letteratura, libri, romanzo, scrittori, stampa, traduttore, traduzioni Etichette: autore, autori, contratto editoriale, editoria, potere contrattuale, scrittori in causa
Ecco un’altra bellissima iniziativa – e assolutamente meritoria – dei responsabili del blog Scrittori in causa. La redazione di una bozza di possibile contratto editoriale che tenga conto degli interessi dell’autore, oltre che dell’editore.
Questo è il link
http://scrittorincausa.splinder.com/post/24330398/il-contratto-lavori-in-corso
Come si può vedere è un contratto che prevede delle clausole in genere non presenti nei contratti standard che gli editori amano tanto e che li tutela a scapito spesso degli autori. Tra cui una percentuale più decente sul prezzo di vendita, indicizzata al numero progressivo delle copie vendute, la scelta sui diritti di stampa che non è necessario cedere in blocco e non in modo cumulativo, un numero di anni minore rispetto allo standard dei 20 anni di cessione dei diritti all’editore e così via.
E’ bene far circolare questo tipo di contratto quanto più è possibile, in modo da creare in ogni autore la consapevolezza che si può contrattare con un editore e non è necessario accettare passivamente le clausole imposte.
Aggiungo anche che sarebbe tempo di caldeggiare contratti a royalties anche per i traduttori in particolare letterari e che traducono grandi autori, perché come mi capita, se di un libro vengono vendute 900.000 copie anche per il mio lavoro di traduttrice, che lo rende in una traduzione letteraria degna di questo nome, in quanto tradotta da chi è anche autore, permettete che anche solo 50 centesimi a copia è meglio di un compenso una tantum…. ed è per questo che gli editori non ci sentono in questo campo.
Un plauso a Scrittori in causa per il loro lavoro e per l’attenzione e l’aiuto che offrono a tutti noi!
Anoressia. La nuova frontiera della misoginia
16 feb 2011 2 commenti
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Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.
Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.
L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.
E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.
Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.
L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.
Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attarverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.
Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esaperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?
de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.
Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.
Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento.
Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza è segno di bellezza e non di poca salute.
Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.
Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.
No. Non è sufficiente.
Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rar eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.
Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.
Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.
Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. Magari morire sotto i ferri. Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?
Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello incoscio. E certo spiega anche il successo che hanno i transessuali e i travestiti. Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, però è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne.
Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.
E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.
Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.
La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra, si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.
Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.
E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.
Ecco, potrebbe essere questa l’origine di questa epidemia dilagante di anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti ”chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.
Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.
Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.
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Thomas Crofton Croker – Leggende di fate e tradizioni irlandesi. Traduzione e commento di Francesca Diano
29 gen 2011 4 commenti
in Celti, circoli di pietre, Cobh, Cork, cultura, Dublino, editori, fate, folklore, folletti, Francesca Diano, Irlanda, letteratura, libri, magia, mitologia, passione, spiritualità, strega, streghe, tradizione orale, traduttore, traduzioni, viaggio Etichette: Angelo Colla, folklore irlandese, Irlanda meridionale, leggende di fate, leggende irlandesi, Luigi Brioschi, Neri Pozza, Thomas Crofton Croker
Il libro in mio possesso fu pubblicato nel maggio del 1825, quando Croker ormai viveva già a Londra, dove si era trasferito a 18 anni, e le 600 copie di questa prima edizione andarono esaurite in una sola settimana. Croker aveva raccolto il materiale per queste leggende girando a piedi l’Irlanda meridionale tra il 1812 e il 1815, innamorato com’era sin da bambino, di antichità e tradizioni. A Londra divenne cartografo all’Ammiragliato, perché tra le sue qualità v’era quella di avere una felicissima mano come disegnatore e incisore, ma il suo lavoro non gli impediva di continuare a coltivare l’immenso amore per l’Irlanda, per il passato, per le tradizioni orali, di cui aveva compreso l’importanza e, come i Romantici, aveva capito che i tempi nuovi e l’industrializzazione avrebbero presto messo a tacere quelle voci. Le Fairy Legends, che erano la sua seconda opera, gli diedero fama immediata e la sua intelligenza, il suo humour, la sua capacità di affascinare un uditorio per ore, gli aprirono le porte di durature amicizie con Sir Walter Scott, con Charles Dickens, con Disraeli, con Alicia Lefanu, col poeta Thomas Moore, con Daniel Maclise e altri ancora. L’opera fu tradotta in tedesco lo stesso anno dai Fratelli Grimm, che divennero suoi amici di corrispondenza e con cui progettò una storia del folklore europeo, poi mai compiuta.
Carlo Diano e la cattiva memoria della cultura italiana
30 dic 2010 12 commenti
in Cacciari, Carlo Diano, cultura, Diano Carlo, filosofia, Francesca Diano, letteratura, Massimo Cacciari, mitologia, passione, traduzioni Etichette: Anassagora, Aristotele, Boringhieri, Carlo Diano, Carlo Felice Crispo, Epicuro, Eraclito, filologia, filosofia, filosofia greca, Giovanni Gentile, greci, letteratura greca, Lorenzo Valla, Neri Pozza, Parmenide, pensiero greco, Pietro Citati, Platone, Università di Padova, Vibo Valentia
Carlo Diano è stato un esiliato tutta la sua vita.
Da questo forse derivava quel suo carattere così fatto di contrasti. L’estrema dolcezza si alternava a momenti in cui la sua mente si allontanava, persa nelle sue speculazioni, per passare all’improvviso ad esplosioni di insofferenza o di ribellione. Il tutto senza soluzione di continuità e senza che vi fosse preavviso di quei cambiamenti.
Dell’esiliato mio padre aveva l’irrequietezza, come di chi viva tutta la vita col dolore di una perdita, di un vuoto incolmabile, che nulla potrà mai colmare, perché ciò che potrebbe colmare quel vuoto è perso per sempre. E di questo v’è consapevolezza.
Esiliato da dove? O da cosa?
A otto anni era rimasto orfano del padre, capostazione a Vibo Valentia, che allora si chiamava Monteleone di Calabria.
Era il primo di quattro tra fratelli e sorelle (altri due erano morti bambini) e sua madre si trovò improvvisamente vedova e senza mezzi. Nella famiglia di sua madre c’erano medici e notai, ma nella Calabria di inizi ‘900, a parte la solidarietà delle sue sorelle, mia nonna si trovò a fronteggiare fatiche e sacrificio nel crescere i figli.
Quasi da sola dovette affrontare difficoltà economiche, mancanza di un sostegno, enormi responsabilità nel crescerli quei quattro figli.
L’infanzia di mio padre deve essere stata molto dura e difatti non ne parlava mai, come se quegli anni tanto difficili gli avessero lasciato dentro un nodo oscuro, che non era nemmeno in grado di ricordare perché così crudele. Il ricordo di un tradimento. Di un abbandono. Come figlio di suo padre e come figlio della propria terra. E dunque, chi è in esilio così dalle proprie radici, può andare ovunque, perché ovunque sarà in esilio, ché se lo porta dentro. Perché in realtà è in esilio da se stesso.
Per quanti legami possa stringere nel suo vagare, nessun legame lo strapperà alla sua solitudine assoluta. E allora, l’unico dialogo vero, autentico, profondo, può essere solo quello con la propria solitudine, che altro non è se non la scissione dolorante e dolorosa dalla patria interiore: da se stesso. Da un se stesso che si è dovuto autogenerare.
E’ questa però la condizione ideale per la creatività, come se gli occhi dell’anima, rivolti costantemente verso l’interno, attingessero alla fonte della solitudine, per creare, per capire il mondo e darne un’immagine.
Quale fosse una parte della sua patria perduta mio padre lo capì molto presto: lo capì attraverso Carlo Felice Crispo, un vibonese di famiglia aristocratica, che aveva dedicato la sua vita agli studi e alla speculazione, e che come lui si portava dentro la piaga di una separazione non sanabile. Crispo esiliato dal sogno degli Orfici. Mio padre dagli assoluti delle forme che vedeva con occhi antichi dentro di sé, prima ancora che fuori. Ma per entrambi, il luogo e il tempo a cui tornare erano scomparsi due millenni e mezzo prima. E non sarebbero tornati mai più.
Con la Calabria aveva un rapporto conflittuale. Ne era partito a poco più di diciassette anni quando, dopo la maturità classica, era andato a Roma a studiare all’università.
I soldi per il viaggio gli erano stati dati da una zia, sorella di sua madre e da Roma scriveva a casa lettere piene di nostalgia e dolore. Chiedeva che gli mandassero l’origano, le olive, i sapori e gli odori della sua terra. Perché una parte della sua casa, del suo mondo, a cui era legato non solo dalla sofferenza, ma dalle prime scoperte di se stesso e della sua vocazione, dagli affetti della famiglia e dai paesaggi incantati, fosse presente nella quotidianità dura della sua nuova realtà.
Chiedeva, con la sete della lontananza e con il desiderio di mantenere un legame con le cose note. In una realtà che era per lui ancora ostile e ignota. Dove era e si sentiva solo. E in alcune di queste lettere, a sua madre, ai suoi fratelli, trapela tra le righe il carattere di un mistico, di chi ha fatto già del dolore uno strumento di conoscenza.
Amava gli ulivi. Si era portato dentro la loro forma contorta e viva per tutta la vita. Perché l’ulivo non era solo l’albero della sua terra, ma è la prova vivente della capacità di sopravvivere ad ogni tempesta, ad ogni fulmine, ad ogni trascorrer del tempo che uccide la bellezza. Perché nell’ulivo il tempo è bellezza, e ne modella la forma segnandola di sé. L’ulivo è la prova vivente che la sofferenza può essere anche fonte di nutrimento e di vita. E all’ulivo aveva dedicato molti dei suoi disegni e il distico che scrisse in occasione dello scempio della Piana di Gioia Tauro.
La sua terra era la sua radice, perché lì aveva scoperto per la prima volta la bellezza degli antichi padri magnogreci, anche grazie all’incontro con quell’uomo straordinario, appunto, Carlo Felice Crispo, per il quale scrisse una bellissima commemorazione, quando Crispo morì a Roma, ucciso dallo stesso male di Epicuro. E che, come Epicuro, aveva sopportato con coraggio e nobiltà.
Crispo gli aveva reso vive le matrici greche della loro terra comune.
Mio padre non lo avrebbe mai dimenticato.
Ma da quella terra di antichi padri era dovuto partire, per affrontare da solo e così giovane un mondo che non gli era facile affrontare.
Una volta, che io avevo circa l’età in cui lui era andato a Roma, facemmo un viaggio insieme. Io e lui, a Roma. E una sera, andando al teatro Argentina, passammo davanti a un torracchione scrostato e lasciato ancora intatto dal tempo. Alto, triste, gelido.
<<Quando sono venuto a Roma la prima volta, ho abitato lì sopra>>, mi disse. Lo disse come diceva le cose che gli risvegliavano vecchie sofferenze. Per le quali non ci sono parole. Lo disse quasi casualmente, quasi sottovoce. Non disse altro. E allora mi resi conto per la prima volta, guardando mio padre come quel ragazzino di allora, di quanto dovesse aver sofferto. La fame, il freddo, la solitudine. E per la prima volta cominciai a capire. Il suo desiderio di non farci mai mancare nulla, di aiutare sempre i giovani e chi si trovava in difficoltà, il silenzio sulla sua giovinezza, i suoi sbalzi d’umore. La sua fame di vita.
In un quadernetto a righe, datato 1918-25, aveva raccolto alcune poesie che poi, in parte, aveva pubblicato nel 1933 col titolo “L’acqua del tempo”. Ce n’è una, inedita, in forma di sonetto, che non aveva incluso nella raccolta e che sopra reca il segno di una cancellatura, forse perché gli era parsa troppo cruda, che invece esprime con una chiarezza di lama acuminata lo stato d’animo di quanto ho appena detto.
Io ti conobbi, tazza avvelenata
del disinganno, assai volte ed ancora,
sempre più amara e pur t’ho tracannata
lentamente, qual chi vino assapora.
Del tuo velen sottile ebbi malata
l’anima ed aborii veder l’aurora
prossima, e terminai la mia giornata
maledicendo attediato ogni ora.
E vissi e il tempo, nel suo molle volo
spense ogni grido,chiuse ogni ferita
e recò l’ombra di sogni novelli.
Or tu ritorni e m’aggredisci solo
quando l’ultima speme è disfiorita
e vizzo è il fiore dei miei dì più belli.
L’amarezza del disinganno sarebbe stata il leit-motiv della sua vita. Una lezione che si sarebbe ripetuta in molti dei suoi rapporti con gli altri esseri umani.
La sua era una natura in fondo ottimista e facilmente entusiasmabile, non sembri troppo facile dire “ingenua” e dunque questa sua natura lo portava non tanto a fidarsi degli altri, quanto ad affidarsi agli altri.
Se la fiducia nel prossimo è una virtù, il porre nelle mani altrui il proprio benessere, la propria serenità, la propria felicità, è un grande errore. Eppure, ad ogni disinganno, come già poco più che ragazzo aveva capito, tracannava, con coraggio. Fino in fondo.
Lo ha fatto tutta la sua vita. Quando sfidò il potere, giovane docente di Greco al Liceo Tasso di Roma, rifiutandosi di iscriversi al Parito Fascista, come gli era stata fatta pressione, quando compì scelte che solo un pazzo sognatore avrebbe potuto compiere, sposando delle cause ormai perse e abbandonate da tutti, che gli costarono per anni la carriera, quando mise in salvo, all’insaputa di tutti ancora oggi, molta gente ricercata dalla Gestapo a Padova, grazie al suo ruolo di Ispettore della Pubblica Istruzione, ( e nessuno ne ha fatto un eroe per questo) quando si fidò di chi non doveva fidarsi, solo per coerenza con le proprie idee. Quando giunse a mettere in palio la vita per rendere pubblicamente omaggio al suo Maestro, Giovanni Gentile, che era stato per lui il padre che non aveva avuto ed era stato assassinato in modo vile. Per commemorarlo nonostante le minacce di morte che gli erano giunte da più parti.
Era capace di un amore senza pudori quando trovava un uguale, chi sapesse parlare alla sua anima, abbattendo le barriere tra essere e essere. Così fu per Giovanni Gentile, per Giorgio Pasquali, per Ugo Spirito, per Walter F. Otto, per Mircea Eliade, per Sergio Bettini. Uomini che hanno segnato la sua vita e la sua mente. Come Maestri e come amici. Uomini a cui lo legavano percorsi di conoscenza e di affetto.
Aveva, dell’amicizia, la stessa concezione di Epicuro. Non conosceva felicità più grande del trovarsi con animi affini. Non solo del presente, ma del passato. Discorreva con Parmenide e con Platone, con Epicuro, con Leopardi e con Baudelaire come con i suoi Maestri e i suoi amici. Senza barriere. Né di tempo né di spazio.
Ma la malattia dell’anima che lo ha minato tutta la vita e che, ne sono convinta, è stata la causa del suo infarto prima e del suo cancro poi, questo “velen sottile”, era da ricercarsi proprio nei primi tradimenti della vita, quelli che, se ti segnano troppo presto, non sono facilmente sanabili.
La cura che lui aveva trovato per sé, perché in questi casi si sopravvive solo trovandosi dentro i meandri dell’anima una cura, era il viaggio dello spirito verso un mondo perduto. La Grecia nei suoi studi e nella mappa della sua anima, giunta a lui, intatta dal passato, attraverso la nascita in una terra colonizzata da quegli antichi esuli volontari.
Ma gli ultimi tre versi del sonetto sembrano essere una terribile premonizione di quella che sarebbe stata la conclusione della sua vita. Il ritorno di quel veleno che lo avrebbe aggredito alla fine.
I poeti hanno il dono della premonizione.
La Calabria era per lui una terra trasfigurata. Era la Calabria della sua fanciullezza, in cui andava a cogliere i fichi d’India dalle piante e saliva sugli ulivi e sugli alberi di fico e una volta una spina gli aveva procurato un’infezione a un mignolo, che gli aveva lasciato una cicatrice che gli teneva piegata la falange. Quel segno era in fondo il ricordo delle sue scorribande felici di ragazzo nelle campagne, ma anche il ricordo di una ferita mai guarita. Cicatrizzata, ma malamente.
Così era per lui la Calabria. Una ferita cicatrizzata, ma malamente.
E dunque, andare in Calabria, per lui, era come riaprire la vecchia ferita. Quella della perdita, quella dell’assenza. Non ci andava a cuor leggero e aveva coi suoi abitanti un rapporto conflittuale, quasi infantile. Come di chi si sia sentito tradito.
Ma dalla Calabria in cui era nato – non per caso – come mai per caso qualcosa avviene – aveva anche ricevuto una doppia eredità, dalle due stirpi che vi hanno lasciato il loro segno: i Greci e i Normanni. La mediterraneità e il richiamo delle terre del grande nord. E non a caso difatti, in lui la grecità si mischiava con l’amore per il Nord Europa e per la Scandinavia, una terra in cui aveva vissuto per sei anni e dove, per contrasto, aveva forse ritrovato parte di se stesso.
Il suo aspetto, del resto, era quello della lunare stirpe normanna, da cui la famiglia paterna derivava. Di struttura robusta, i capelli biondi in gioventù, somigliava poi sempre più con l’età a Jean Gabin o a Spencer Tracy, di cui aveva anche lo sguardo ironico e dolce. Con un fondo di malinconia che non lo abbandonava mai.
Ma la vera patria da cui si sentiva in esilio era la Grecia.
Non so se ne avesse piena percezione. Di quanto quell’amore fosse mischiato allo struggimento e alla nostalgia di un esilio e di come, rendendo viva dentro di sé quella cultura e parlandone come ne fosse appena tornato, di fatto si comportasse come si comporta un esule, che conserva intatta dentro di sé l’immagine della sua terra d’origine.
In realtà non era un uomo ne’ di questo tempo ne’ di questo luogo.
Era come piovuto qui, intatto dal passato, e come tale non poteva essere compreso.
Lui vedeva quelle forme con gli occhi di un uomo di venticinque secoli fa. Quei testi, morti sulla carta, a lui parlavano con una voce fresca, bisbigliante, la stessa di venticinque secoli fa. Comprendeva perché conosceva. Perché sapeva. Già - dentro di sé.
Dagli altri, da quelli del suo tempo, era separato da un muro invisibile ma invalicabile. Sia in un senso che nell’altro. Ed era un privilegio e una condanna.
Aveva questa singolare percezione del tempo. Non viveva mai nel presente, perché o la sua mente era persa nella visione abbacinante del passato, o proiettata in avanti alla velocità del fulmine. Per lampi. Comprendeva prima ancora di aver capito. Eppure mai ho visto qualcuno più capace di amare l’istante.
Non sopportava di non essere amato. Perché la ferita antica non s’era chiusa affatto e i sogni novelli, appunto, in lui forse erano solo ombra, come ebbe a intuire.
Non accettava di non sentirsi amato. E quando si rendeva conto che a volte non lo era, dentro di lui scoppiava la disperazione e forse l’angoscia. Vecchie ferite si riaprivano, l’eco di antichi abbandoni, di antiche insicurezze riaffioravano alla superficie con prepotenza. E reagiva alternativamente in modo aggressivo o infantile, ma sempre chiedendo amore e attenzione.
Era un uomo apparentemente di sentimenti estremi. Eppure era capace di incredibili tenerezze, di delicatezze commoventi. In apparenza era poco psicologo, e invece non sbagliava mai un giudizio. Solo che i suoi giudizi anticipavano i tempi e di molto. Così tanto, che non li si potevano verificare se non in un futuro distante. Sempre precisi a tal punto, che l’avresti detto un veggente. Ma era il veggente come lo intende Baudelaire, un poeta che amava tanto da tenersene un ritratto nello studio.
Non posso dimenticare quando, il giorno successivo alla strage di Piazza Fontana, quando la stagione oscura degli anni di piombo si affacciava a proiettare un’ombra sinistra sulla storia del notro infelice paese, mio padre disse: “Sono stati loro“. Gli chiesi cosa intendesse con “loro”. E la sua risposta, che allora era apparsa del tutto improbabile fu: “Quelli che ci governano”. Ma morì nel 1974, molto prima che tutto questo fosse chiaro.
L’aveva capito con l’anticipo di decenni. Noi lo sappiamo solo ora, dopo anni di processi che hanno umiliato la Giustizia. Quella con la G maiuscola. Quella in cui credeva Socrate, tanto da dare la vita.
Come poteva essere davvero capito? Sentirsi tra simili?
Aveva il dono dell’essenzialità e della sintesi. Ogni sua pagina è un condensato di idee, intuizioni, analisi profonde e acutissime, illuminazioni per lampi. Non diluiva. E dunque ogni sua pagina è una quintessenza, un distillato, che a voler essere compreso va diluito in cento almeno. E’ questa la difficoltà che pone la lettura dei suoi scritti. Limpidi, chiarissimi, ma densi come una sostanza densa.
Altri avrebbero costruito una carriera sul materiale di una sua sola conferenza. Perché anche in questo dava. Dava di sé senza risparmio.
Dunque anche le sue opere devono ancora essere comprese veramente. C’è ancora tutto da fare.
Sarà un lavoro lungo, per chi verrà dopo di lui.
Quel che lascia un uomo dietro di sé, nei suoi scritti, nelle sue opere, non va giudicato attraverso lo specchio di quella che è stata la vicenda della sua vita. Ecco perché chi viene dopo comprende meglio dei contemporanei. Perché nel suo giudizio non si lascia fuorviare dallo specchio deformante del rapporto emotivo.
Ma a volte è giusto rendere giustizia. Quando le azioni di un uomo, dettate dalla coerenza con se stesso, possono essere velate e nascoste nel loro impulso puro e profondo dalla fragilità nata dalla sofferenza. E la superficialità del giudizio comune non ha gli strumenti per comprendere i moti di un’anima.
Il carattere generoso e impetuoso, ma a volte in apparenza prepotente di mio padre, era solo il prodotto di sofferenze taciute con pudore, di vuoti non colmabili, del senso di isolamento in un mondo lontano dal suo mondo interiore.
Ha vissuto in modo tragico. Non nel senso scontato del termine, ma perché misurandosi costantemente col suo demone, lottando costantemente con l’ombra dentro di sé.
Un’ombra potente, che in apparenza lo ha sconfitto nel corpo.
In apparenza.
Ma le sconfitte sono spesso più onorevoli di una vittoria, quando sai che, in fondo alla tua lotta, ti attende solo la sconfitta. Ma non rinunci a combattere con coraggio. Sia pure contro la morte.
Credo che, a conclusione di questo mio tentativo di capire mio padre, non da figlia, ma da persona che ha vissuto e cercato di capire il mondo intorno a sé, un tentativo non so quanto riuscito, ma fatto con lo strumento dell’amore (non potrei usarne altri, perché è il cuore che conosce e non la mente) l’ultima parola spetti a lui. A lui con linguaggio di poeta, l’unico, insieme alla musica, capace di rivelare l’ineffabile. E difatti mio padre ha lasciato anche della meravigliosa musica da lui composta. Con la poesia che io giudico più intensa e rivelatrice che abbia scritto. Quando era ancora molto giovane, ma molto già aveva compreso.
Una poesia quasi leopardiana, poiché tanto amava Leopardi, un altro esiliato come lui. Del Leopardi de L’Infinito, testo che anche potrebbe a ben ragione recare il titolo di “Atman”, come quello che scelse mio padre.
ATMAN
Ho paura del silenzio della notte
e mi sento abbandonato da ogni cosa
e dinanzi agli occhi ho l’ombra del mio cuore
coi suoi mille desideri senza nome,
cui non basta il mondo, che oltre il mondo vanno
e più forti sono della stessa morte;
ed il vuoto sento intorno a quest’oscuro
mio volere, incomprensibile, solingo,
e mi par di non poter più ripigliare
la mia vita, non poterla più finire,
ma restare per l’eterno condannato,
vuota brama, nel mio nulla imperituro.
Mio padre, Carlo Diano. Giornata di studi per la commemorazione di Carlo Diano nel centenario della nascita. Padova, 2002
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Questo è il padre che io ho conosciuto, ma poi c’è Carlo Diano lo studioso assetato di conoscenza, il docente universitario che ha cambiato la vita a molti che lo hanno avuto come Maestro, il filosofo rivoluzionario, il pensatore originale che ha percorso vie inesplorate, e il filologo tra i più grandi del ’900.
Il pensiero di mio padre nell’interpretazione del mondo greco, ha aperto una strada che molti hanno percorso. Ma, come ha detto Massimo Cacciari nella giornata di studi tenuta all’Università di Padova nel 2002 a commemorazione del centenario della sua nascita, (giornata di studi piuttosto misera a dire il vero e che si è salvata solo per la presenza di Cacciari e lo straordinario ritratto che ne ha fatto) Carlo Diano è stato un outsider non solo nel panorama del pensiero italiano del ’900, ma europeo. L’originalità della sua visione ha avuto radice nella vastità della sua cultura, nell’ampiezza e nella libertà davvero rinascimentale della sua visione e in una capacità di sintesi e di intuizione solidamente fondate su un rigore filologico di qualità unica.
I suoi studi epicurei, la sua conoscenza di Platone, di Aristotele, dei presocratici, dei tragici greci, la sua convinzione che Parmenide e Anassagora siano alla radice del pensiero occidentale moderno, la creazione delle categorie di forma ed evento, che gli hanno permesso un’ intepretazione originalissima dell’arte e della cultura greca e la loro applicazione ad ogni epoca e ad ogni tempo con risultati ancora insuperati e ancora tutti da esplorare, hanno fatto di Carlo Diano uno dei maggiori pensatori del secolo passato.
Eppure…. su di lui la cultura italiana tace, a parte alcune felici eccezioni, che ne tengono vivo il pensiero e l’insegnamento. Primo fra tutti, Massimo Cacciari, che non omette mai di menzionare, quando tiene quelle sue meravigliose conferenze, o quando scrive, che moltissimo di quello che è e fa lo deve al suo Maestro, Carlo Diano.
Il silenzio degli altri non è un silenzio fatto di dimenticanza. Non era comunista, non era di sinistra, come andava e va di moda (e nemmeno di destra) era un uomo libero. Non si è mai fatto comprare o sedurre dal potere corrente e non amava chi lo faceva. Non amava le chiesucole, le conventicole, i partitelli. Non amava gli eruditi sterili, incapaci di usare le loro nozioni vaste e inutili se non come un muro di fumo. Nè gli imbonitori. Disdegnava le vie già percorse e i sentieri battuti.
La moda, tutta italiana, di dover per forza affibbiare a chiunque un’etichetta - certo per non dover faticare a capire e pensare da individuo – non è mai riuscita a incasellare questo spirito libero.
E, come questa sua libertà di essere e di pensare l’ha pagata in vita, la paga ancora di più dopo la morte.
Certo, all’Università di Padova c’è un suo busto in bronzo, una strada della stessa città che reca il suo nome e, a Vibo Valentia, la piazza della casa in cui nacque, a lui intitolata. Certo, Boringhieri ha ristampato quella geniale storia della filosofia greca che è “Il pensiero greco da Anassimandro agli stoici”, per la cui introduzione Cacciari ha scritto le pagine più belle sul pensiero di Diano e la Lorenzo Valla seguita a ristampare nuove edizioni della sua meravigliosa traduzione dei Frammenti di Eraclito, e molti sono stati i progetti di ristampare le sue opere ormai introvabili sul mercato, tanto che ne circolano versioni in fotocopia. Qualche tesi di laurea sul suo pensiero, ma questo è tutto.
E’ stato un uomo scomodo in vita e ancor di più in morte. Soprattutto per quelli che a lui devono la carriera e la fortuna. Si sa com’è la natura umana. Soprattutto per quelli che hanno cercato di usare il preziosissimo archivio delle sue carte e dei suoi inediti, un tesoro in cui non solo sono conservate opere mai pubblicate, ma anche preziosissimi appunti, un carteggio con i maggiori pensatori europei del ’900, lettere di Giovanni Gentile, di cui una poco prima del suo assassinio, del marzo 1944 da Firenze, in cui Gentile scrive a mio padre che sa che la fine è vicina, ma non la teme.
Documenti di importanza storica unica.
Gli italiani hanno cattiva memoria, o meglio, l’hanno ottima e uno dei mezzi più efficaci per cancellare le persone scomode, quelle che non sono serve del potere o che non si vendono per 30 denari, è quello di seppellirle nel silenzio.
Un silenzio ridicolo, perché dura in genere il tempo necessario per cancellare quella generazione affondandola nella dimenticanza.
La storia dimostra come sia sufficiente una generazione o due a cancellare anche il ricordo delle invidie e dei risentimenti. Gli esempi sono numerosi nella storia del pensiero e dell’arte. La generazione di chi, temendo paragoni in cui perderebbe la faccia, o volendo rinnegare le proprie origini, sparirà nel silenzio. Non quello di stile mafioso o da Santa Inquisizione, ma del naturale ciclo della vita.
Francesca Diano
Voce Carlo Diano Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Diano
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