Ma un recensore non dovrebbe conoscere la materia di cui parla?

Mi è capitato di leggere alcune interessanti recensioni di romanzi indiani tradotti in italiano, non firmate, o firmate solo col nome proprio, su di un sito dedicato al cinema indiano. In realtà l’ennesimo blog dedicato (e ti pareva) al cinema di Bollywood. Ben fatto, non c’è che dire. Peccato sia tutto anonimo, dato che nessun nome o firma sono in alcun modo rintracciabili su questo blog.

Detto per inciso, pensavo che, chi scrive una recensione, su qualunque argomento, dovesse firmarsi con nome e cognome, tanto per assumersi la responsabilità di ciò che mette per iscritto. Non è solo una simpatica abitudine, ma anche un atto di civiltà e professionalità, magari solo per risultare più credibili.

Anche perché su questo sito, si citano ampi stralci tratti da opere coperte da copyright e non credo sia sufficiente mettere le mani avanti e dichiarare: “se abbiamo violato il copyright, o se non abbiamo chiesto il permesso all’editore, ce ne scusiamo”!

Tra le varie, la recensione  di Un uomo migliore, di Anita Nair, che potete leggere qui  e, nello stesso sito, un’altra, quella di Nettare in un setaccio, di Kamala Markandaya, che potete leggere qui e ancora una recensione di La Stanza della Musica, di Namita Devidayal, che potete leggere qui.

Ho scelto queste recensioni perché riguardano romanzi di autrici indiane che conosco molto meglio di altre per vari motivi. Ovviamente Anita Nair perché sono la sua traduttrice italiana, ma la Markandaya perché avevo letto il suo romanzo di una bellezza che ti strappa il cuore, agli inizi degli anni 70, quando vivevo a Londra e il romanzo era un caso editoriale. Nectar in a sieve, il titolo originale,  dell’edizione ancora in mio possesso, è un romanzo che descrive, nello stile tipico di quella corrente di naturalismo narrativo che la letteratura indiana conobbe agli inizi del 900, la dimensione più tradizionale dell’India, quella rurale e del villaggio. Markandaya ha una scrittura di una delicatezza estrema, raffinatissima e lirica, eppure riesce a ricreare l’atmosfera apparentemente semplice di sentimenti primari, essenziali. Quasi primordiali. Ma non è solo questo, è stato anche il primo romanzo che ha rivelato una scrittrice indiana che scriveva in inglese all’Occidente.

Il romanzo conserva tutta la freschezza e la poesia e la forza che si trova in una scrittrice tra le più grandi che l’Italia abbia avuto e che ha dimenticato: Grazia Deledda.  Dunque, dare un giudizio come quello contenuto  nella recensione denota non solo cecità per la bellezza e la forza del romanzo, ma anche una limitata conoscenza sia della letteratura indiana che della cultura e della società indiane.

Analogo discorso va fatto per la recensione di Un uomo migliore, di cui ho già scritto ampiamente sul mio blog e di cui ho spiegato i profondi meccanismi e significati.

Dopo aver fatto degli appunti allo stile, come se proprio quel modulare lo  stile a seconda del personaggio (variando da registri drammatici a comici, a grotteschi a poetici e sognanti) non fosse la chiave di interpretazione dei singoli personaggi, Si arriva addirittura a dichiarare “alcune tappe rituali fanno sorridere”….  sorridere chi? Un’espressione davvero infelice, perché tradisce un atteggiamento di supponenza che parrebbe fuori luogo. Il significato semantico  di questo sorriso infatti è: guarda che ingenuona è questa Nair, i mezzucci letterari che usa sono infantili e io, dall’alto della mia conoscenza, non ci casco di sicuro.

A quali  tappe rituali (tappe rituali?) poi si riferisce?   Forse intendeva quell’intuizione geniale per cui Mukundan viene rinchiuso in una enorme giara per rivivere una sorta di ritorno all’utero. Credo che chi ha scritto questo non sappia molto di antichissimi riti, atavici, e della dimensione ancora intrisa di magia religiosa che permane in molte zone rurali del subcontinente indiano, specialmente nell’India meridionale, dove il Kerala si trova. I culti religiosi che vi si praticano non sono di tradizione hindu. Questa  non è l’India vedica, ma dravidica.

Per quanto riguarda La Stanza della Musica, che è un romanzo, almeno nella versione originale, che molto perde nella traduzione italiana, di folgorante bellezza, è ovvio che per apprezzarlo appieno sarebbe auspicabile sapere qualcosa di musica indiana classica e semiclassica. In questo caso, di  canto.  Magari non in modo superficiale. Magari saper apprezzare il diversissimo senso del tempo, musicale, ma anche interiore, dell’anima indiana, che la raffinatissima musica, narrata con altrettanto raffinatissimo linguaggio (poiché qui forma e idea si uniscono in una sintesi mirabile) racchiude.

Allora, ho trovato un po’ bizzarro che la nota “negativa” del recensore sia: “ci metterete più di un paio di giorni a finirlo”…

Lo spero bene, è un libro piuttosto corposo!

E questo mi ha aperto gli occhi! Se  la velocità di lettura di questo recensore anonimo è tale, forse per questo si perde le finezze, le sottigliezze, le sfumature di una letteratura che chiede tempo, amore e rispetto. E apertura mentale a ciò che è diverso da noi.

 

Ma quand’è che l’Italia uscirà da questo provincialismo che fa sì che tutti strillino alla meraviglia quando le mode arrivano da noi – in genere quando ormai sono quasi finite altrove? Quand’è che la gente si prenderà la briga di conoscere  gli argomenti di cui parla? Decenni fa proposi Nectar in a sieve, allora da noi sconosciuto (ovvio) e strapremiato ovunque nel mondo, a qualche editore. NON ERA INTERESSANTE. Chi voleva leggere un romanzo scritto in inglese da una donna indiana? Il massimo che si conosceva da noi era Tagore, e magari solo per sentito dire, perché aveva avuto il Nobel.

Ma non parliamo di Tagore anche oggi, per carità. Girano traduzioni che….

N.B. Il sito rende impossibile lasciare dei commenti se non si è membri del team, nessuno dei quali appare col proprio nome… capito?

Anita Nair – The better man

Anita Nair The Better Man. Italian edition translated by Francesca Diano. Guanda 2010

Anita Nair and Francesca Diano at the Turin Book Fair (Salone del Libro) 2010

It has  recently been released a new Italian edition of The Better Man, (Un uomo migliore, Guanda, 2010)  the first novel by the Indian writer Anita Nair. It was this the work that introduced me to Anita Nair’s art and made me love her first as a writer and, later, as a dear friend.

Her first novel as I said, but not her first book. That was the short story collection Satyr of the Subway.  So, The Better Man is a transition between her first published work and the international bestseller Ladies Coupé. Still,  in this novel, all is already there: the magic, the elegance of her style, the depth of her writing, the fascination and the vastness of her literary world, even if compressed in a small Kerala village.

The story is set in the little, imaginary  village of Kaikurussi, in Kerala, the state where Nair was born and that permeates her poetic and evocative writing. In the past, Kerala was part of a region known as Malabar.

Malabar is no more but, like Anita Nair says, it is still a state of mind, a powerful feeling, arising from a longing for the past, a denial of the future, but also from a silent sense of unhappiness.

Kaikurussi is a village in the middle of nowhere, where  nothing remarkable is to be found, where  no great man was ever born, where even the road comes to an end, leading to nowhere. Just fields and hills. And souls.

In the first pages, the reader is directly addressed by Bhasi, the housepainter, speaking in the first person. He is the only character in the novel, whom we can connect with immediately, as a direct link to the heart of the narrative, and we are able to do so, thanks to this intimate relationship that his being an “I” sets right from the start.

In fact, Bhasi is the very heart of the plot, the deus ex machina, that will set off the many changes. So, he is, right from the start, an off-screen voice, the voice of the village conscience. Yet, he is inside the story, partaking of this double nature: a character and the motive; part of the village and an outsider. And this will be very clear at the end.

Bhasi has taken refuge in this far away place, running away from his past as a university lecturer and from a secret.  Hiding his very self from the world. Nobody knows about his past; to the village he is “One-screw-loose- Bhasi”. But he is a healer too. He heals crumbling walls and sore souls, aching bodies and rotting plasters. He knows herbs and techniques, he has his own bizarre methods, mixing fithotherapy, psycology, magic and homeopathy. And his desperate need to be needed, to be loved, to be accepted. This is why, in his obscure life, he feels that something great will happen one day, something that will give him “a reason to exist”. He’s waiting for it. And destiny will bring that reason to him: Mukundan.

Mukundan Nair is a man with folded wings, like the handkerchieves he meticously folds into eight parts. A man oppressed by endless fears and doubts, not well certain of who is is, crushed by a vicious, dictatorial father since he was a child.

He is a retired government official and is back to Kaikurussi because has no other place to go.

And the meeting of these two men, so different from each other, so necessary to each other, is an extraordinary meeting. The story of a deep healing and of a rebirth, of a spiritual healing and deep transformation, will go through a terrible betrayal: that of Mukundan, who will discover, in the end, that he is not better man than his father. In order to gain his place among the leading people of the small village, he deceives his friend and benefactor; he forces Bhasi to sell his house for almost nothing, so that the pompous and bossy Power House Ramakrishnan will build a useless Community Hall.

The fictious village of Kaikurussi, with its exraordinary characters, with the ghostly presences, where all the clash between the old and the new India creates subterranean currents of discontent and uneasiness, with its undercurrent of myths, magic and mystery, is actually all the world.

And, the end of the novel is no less suprising,  impressive and unexpected than the novel itself. The loosing of that knot, heavier than a boulder, requires a blast. A real one.

I’ve always thought that this explosion, this destruction of the Community Hall by hand of Mukundan, it was a symbolic explosion of a world suspended between past and present, unable to find an answer. Not an immediate one, not an easy one. So you can do only one thing: step out.

It is true, Mukundan destroys what had been Bhasi’s betrayal tangible and symbolic object. But, does he ask himself what will happen next?

Will then Mukundan find eventually the courage to break free from himself, to become a better man than his father? A man?

Anita Nair’s language is as light as it is powerful, as evocative as it is full of magic, ironic and humourous and full of drama. So limpid that you can see the darkness peeping behind.

I was given this novel to read 11 years ago, when Anita Nair was not yet the worldknown author she is now and still very young. I couldn’t believe that this mature and knowing portrait of the human soul could have been written by such a young writer. The emotion was very strong, right from page one. It was Anita Nair’s Italian debut, the book I love most.

Like it had happened for all her books, translating it was pure joy,a deep emotion and it seemed to me so easy, so natural, to find an Italian form that would render in full her style and voice. A voice that is now heard by milions of readers.

(C) Copyright by Francesca Diano

Mangia prega ama, la fiera dell’inutilità

Ho appena finito di vedere (costringendo me stessa a non sprecare i 5 Euro dell’affitto del DVD) il ridicolo e grottesco film “Mangia, prega, ama”, tratto dall’altrettanto ridicolo romanzo omonimo dell’americana Elizabeth Gilbert. Che, per la cronaca, scrive solo e unicamente i fatti suoi. Ma non si dice sempre che un vero scrittore non deve mai essere autobiografico? Boh…

Preciso che ho visto il film nell’originale inglese, dunque ho potuto apprezzare la parlata degli italiani nel film, che anche a Roma parlano con accento siciliano o italoamericano, anzi passando nello stesso dialogo dall’uno all’altro. Giusto no? Tutti gli italiani parlano con l’accento siciliano. E tutti gli italiani sono scuri di pelle e di capelli e tutti gli italiani sono seduttori.

Dire che le risate, generate dalla goffaggine del film, si sono mescolate col senso di nausea è dir poco. La storia è pietosa, i personaggi vuoti e praticamente inesistenti, i luoghi trattati come piatti sfondi da cartolina e Giulia Roberts, ormai ridotta a un’acciuga legnosa e ben lontana dallo splendore dei suoi primi film, è antipatica, gelida e insopportabile quanto la protagonista.

Il romanzo-biografia non è da meno. Una tizia, la tipica newyorkese nevrotica, che ha tutto nella vita – marito innamorato, lavoro interessante e ben remunerato, giovinezza – non si sa perché viene presa dalla fregola della crisi esistenziale.  Non ha il cancro, non si ritrova sotto una tenda grazie a mutui scippacasa, non è stata licenziata, non è una vecchia zitella con il fuoco di S. Antonio, non le è deflagrato un seno rifatto, insomma, che cavolo ha sta donna per essere tanto triste?  Ma ovvio! Si accorge che non ha ancora trovato se stessa!

Questa missione esistenziale che ogni brava americana evoluta e meglio se newyorkese radical chic ha e per la quale è disposta a spendere migliaia di dollari, e che la Gilbert ha apparentemente compiuto, è la chiave del mistero di un incomprensibile successo di questo romazetto tristanzuolo ma pittoresco e di questo filmetto ridicolo.

Tutte le donne americane, oberate da questi terribili problemi esistenziali si sono identificate con questa eroina del luogo comune, dell’ovvietà, della superficialità più becera. Accompagnata da una tipica ignoranza, propria della presunzione di questa tipologia umana, delle culture e dei luoghi che affollano il libro e il film.

Liz (Elizabeth Gilbert stessa), la newyorkese nevrotica e ovviamente mentalmente instabile, decide che l’unica soluzione a questa terribile sofferenza è licenziare il marito, peraltro innamoratissimo (pare che dovunque vada non ci sia uomo che non cada ai suoi piedi, ossessionato dall’idea di sposare questa Venere) e mettersi a girare il mondo per un anno. Un anno! E i soldi? Boh. Comunque dove va a cercare se stessa? Ma a Roma, ovvio. La città più bella del mondo, grondante di monumenti, di bellezze, di paesaggi e scorci mozzafiato. Ma lei, di tutto questo, non vede nulla e nulla gliene  importa nemmeno.

Lei va a Roma per abboffarsi. Non fa che ingozzarsi di pasta, dolci, piatti ipercalorici. Il che fa sorgere un dubbio: che la legnosa, segaligna Gilbert sia una bulimica? La risposta è: sì. Nessuno si ingozza fino a quel punto e poi trova la scusa che “il cibo italiano è sensuale”…. Ma per favore! Ancora a sto punto sono gli americani. Ancora sti luoghi comuni?  Sì. SOLO luoghi comuni. Questa vede solo trattorie, vicoli, i personaggi romani sono macchiette improbabili da Broccolino, la sua pervicace ignoranza sul luogo in cui, pur come afferma senza soldi vive,  è totale, assoluta, infrangibile. Ovviamente questo microcosmo ossessivo è per la Gilbert l’Italia stessa. Dà dei giudizi sui romani che sono quelli non di una “scrittrice” come lei ama definirsi, ma di chi se li è fatti su film come Il Padrino o Gang of New York. Non vede se non quello che vuole vedere: cioè nulla.

A dire la verità, a Roma  si trova anche un insegnante di italiano. Perché Gilbert non è superficiale e vuole imparare la lingua degli indigeni. Un giovane gigolò che ha risolto il problema della disoccupazione giovanile in Italia bazzicando le turiste straniere e raccontando loro che dà lezioni di italiano. Magari prima potrebbe imparararlo anche lui. Però riesce a insegnarle due parole: una è “actriaversciamo” (= attraversiamo) e l’altra è “dolcifarnienti”. Quando Gilbert assapora in bocca, come una pappardella alla lepre, la parola “actriaversciamo” ne rimane fulminata e in preda all’estasi commenta la sensualità di tutte queste s, r, a, “tipicamente italiana”.

Poi va a Napoli. (Un giorno) Dice: avrà visto le bellezze del posto, il mare, il Vesuvio, Pompei, Mergellina…no. Ci va solo per mangiare la pizza, vedere la partita di calcio in TV in un’osteria e comprarsi dei jeans più larghi, dati i 12 chili che le abbuffate le hanno regalato. Dice che questo è il “dolcifarnienti”…. e che lei lo deve imparare. Va e torna, mi raccomando. Non sia mai che le tocchi di vedere qualche bellezza artistica o naturale!

Intanto, quando passa per strada, tutti le fanno apprezzamenti, perché, basta guardare le sue foto, questa 42enne che dimostra 10 anni di più, segaligna, tirata, spettinata  e poco curata (così sono le newyorkesi radical chic) racconta che TUTTI gli italiani quando la vedono le pizzicano il sedere, le gridano dietro “a bona!” ecc. Del resto, anche nel film, la cosa è davvero poco credibile, perché la povera Julia Roberts ha ormai ben poco da pizzicare sui suoi quattro ossetti e difficilmente un romano direbbe “a bona!” a una come lei. Ormai i galli italiani sono scomparsi, a meno che le amministrazioni comunali non li ingaggino a giornata in luoghi come la Riviera romagnola. Ormai ci sono rimasti solo gli extracomunitari a fare apprezzamenti per strada alle donne.

Quello che è rassicurante però, è che Julia/Liz, pur ingozzandosi di tonnellate di cibo per mesi, rimanga un’acciuga. Forse poi rivomita tutto?

Comunque, dato che mentre la Gilbert doveva capire se stessa a New York, mentre ancora vive col marito si trova un amante giovane e prestante, scopre le filosofie orientali. L’amante, che per lei fa follie, è devoto dell’ennesima guru indiana che fonda ashram a destra e a manca (ma soprattutto in America) dove poter sucare dei bei dollaroni a quei bambacioni degli occidentali che credono davvero di percorrere un cammino spirituale e di arricchire se stessi….. la scena in cui i bambacioni newyorkesi cantano di lena tutti insieme davanti alla gigantografia della guru circondata di fiori e incensi è impagabile!

Così Julia/Liz, dopo essersi abboffata a Roma (Mangia) va in India (Prega). Ma dove in India? Ma ovvio, nell’ashram della santona! Che è uguale a quello di New York (e si suppone che sia costosissimo) ma più grande. Il bello è che, pur rimanendo un bel po’ di tempo in India, NON METTE MAI PIEDE FUORI DALL’ASHRAM! ahahahah. E che fa lì tutto il tempo? Si abboffa di cibo indiano, tanto che le appiccicano il nomignolo di “grocery” (negozio di cibarie) e medita. Sta ore ferma, e medita. Però conosce un idraulico texano che pure lui sta lì (quale idraulico texano non va una volta nella vita in un finto ashram indiano di una finta santona indiana?)

La tizia si meraviglia solo quando le dicono che la santona, di cui troneggiano le gigantografie ovunque, lì non ci sta mai, sta sempre in America. Però questo non la sposta di una virgola e seguita a mangiare e meditare.

Poi, visto che non ha soldi, va a Bali. Ovvio. Tutti noi andiamo a Bali quando siamo in bolletta. Lì si trova una casa da sogno in mezzo a uno scenario da sogno e…medita. Dall’ora tot all’ora tot. Mette pure la sveglia!

Però a Bali (Ama) dove era già stata in passato, ritrova l’unico personaggio divertente e simpatico di tutta la storia. Un vecchio sciamano sdentato che le predice il futuro e le impartisce questi illuminati insegnamenti: “devi sorridere, ma devi sorridere anche col fegato”. Stop. Certo, guardando le foto  della Gilbert e le espressioni costantemente aggrondate e gli isterismi della Roberts nel film, credo che chiunque avrebbe detto. “e sorridi una buona volta!”

Comunque lei sorride. Si mette la sveglia all’alba, si siede sulla veranda e sorride dall’ora tot all’ora tot. TUTTI I GIORNI. Poi, ovvio, quando è finita l’ora del sorriso, non sorride poi tanto.

Ma non è tutto! Perché conosce un figone brasiliano che immediatamente le cade ai piedi. Cotto come un pero! Lei che fa? Beh, dato che il figone è tale e ogni lasciata è persa, coglie la pera. Ma, quando il poveretto le dice che la vuole sposare, che è disposto a fare la spola tra Bali (dove ha il suo business)  e New York  (come seguita a volerla sposare l’amante a New York in telefonate strappacuore) le offre un week end da sogno tutto per loro, lei gli fa una scena isterica (che altro?) e lo molla. Proprio nel senso che lo insulta, urla come una gallina che deve scodellare un uovo troppo grosso, bava alla bocca e tutto il resto.

Ora, uno chiede, ma perché?  Pareva lo amasse tanto…   Beh, ma ovvio! Non ha ancora trovato se stessa! Non ha ancora mangiato abbastanza, pregato e meditato abbastanza, urlato abbastanza, non si è ancora strappata abbastanza da dosso tutti i figoni che le si attaccano ai pantaloni e la vogliono sposare. Del resto, per fare tutte queste cose estremamente impegnative, non ha mai visto niente né di Roma, né dell’India, né di Bali. Mica ha tempo!

Ma, proprio quando mancano due ore alla partenza per New York, va a salutare il simpatico sciamano. Dunque, ho dimenticato di precisare due cose in proposito; lo sciamano  le affida a un certo punto un preziosisssimo testo antico di secoli, scritto si suppone in una qualche lingua balinese antica, e le chiede di ricopiarlo per lui. Voi che avreste fatto? Come copiare pagine e pagine di una scrittura semicancellata, sconosciuta, su pagine mezzo mangiate? Uno dice: impossibile. E invece Julia/Liz, che non per nulla è una di quelle americane iperattive, iperefficienti, inizia a copiare! Però mica è scema. E così sottrae al vecchietto il libro mentre quello le va a prendere un bicchiere d’acqua e…lo va a fotocopiare. BRAVA! Questo sì che si chiama saper vivere e il simpatico sciamano è felice come una Pasqua balinese.

La seconda cosa da precisare è che la moglie dello sciamano non fa che ripeterle: trovati un marito!  Mi sa che la signora aveva l’occhio clinico.

Comunque, lo sciamano, per ringraziamento le chiede: “come va col tuo boyfriend?”

Julia/Liz, a questa semplice domanda, rimane di princisbecco e, nonostante stia per partire, nonostante l’abbia trattato a pesci in faccia e coperto di improperi, che fa? Corre dal figone brasiliano in un empito di rimorso (oppure tutta quella meditazione le ha fatto bene e conclude: ogni lasciata è persa) e accetta il week end. La sua accettazione avviene in questa scena: tramonto sul mare, barca che li condurrà all’isoletta dove saranno solo lei, lui e i pappagalli sotto una tenda di veli, e nel salire a bordo lei proclama con tutta l’enfasi di una metafora carica di significati: “Actriaversciamo!!” (Le lezioni del gigolò avevano dato i loro frutti)  

HAPPY END!

Nel narrare l’illuminante vicenda, ho cercato di nobilitare un po’ la materia, evitando di sottolineare l’atteggiamento supponente, incapace di vedere le cose e le persone, la banalità di cui libro e film sono disseminati come mine antiuomo.

Questo capolavoro ha venduto 8.000.000 di copie nel mondo e la grande filosofa e pensatrice Elizabeth Gilbert è stata inclusa tra le 100 persone più influenti del mondo…… no comment

Per chi è curioso. Gilbert (nella vita) ha poi portato il figone brasiliano a New York e siccome gli scadeva il permesso di soggiorno e l’amore per questa milionaria era troppo forte, si sono sposati. Lei precisa che è un ottimo cuoco e cucina sempre lui.

Progetti per il futuro? Sta scrivendo un libro sul matrimonio.

Buona lettura e buona visione del prossimo romantico film

(C) 2011 il ramo di corallo RIPRODUZIONE RISERVATA

Anita Nair – Un uomo migliore

Anita Nair Un uomo migliore traduzione di Francesca Diano. Editore Guanda 2011

E’ appena uscita, per i tipi di Guanda, una edizione del tutto nuova del primo romanzo di Anita Nair, Un uomo migliore, da me tradotto,  il romanzo che mi ha fatto scoprire e amare Anita. E’ stato il suo primo romanzo, precedente al bestseller internazionale Cuccette per Signora, ma che già contiene tutta la magia, l’eleganza, la profondità della sua scrittura, che ne hanno fatto una delle voci più amate e conosciute della narrativa indiana in lingua inglese.

La storia si svolge nel piccolo villaggio di Kaikurussi, un villaggio immaginario, nel Kerala, lo stato indiano in cui è nata Anita Nair e che un tempo faceva parte di una regione nota come Malabar.
Il Malabar è ormai scomparso, ma, come dice Anita, il Malabar è ancora uno stato dell’anima, un sentire, fatto di attaccamento al passato, di negazione del futuro, ma anche di scontento.
Kaikurussi è un villaggio in cui non c’è nulla, in mezzo al nulla, dove termina la strada, dove non è nato nessun personaggio di rilievo. Solo campi e colline.
La narrazione si apre con le parole di Bhasi il pittore, che parla in prima persona, come una sorta di voce fuori campo rispetto al resto della narrazione, in terza persona. Così come in prima persona Bhasi parlerà in tutto il romanzo. Come una sorta di coscienza.
Bhasi,  che alcuni nel villaggio in cui si è trasferito da qualche tempo, fuggendo da una vita di docente universitario, hanno soprannominato Bhasi lo Svitato, è l’imbianchino del villaggio.  Ma non è solo questo.
Bhasi restaura case, ma restaura anche anime e corpi sofferenti, usando un mix di cure di sua invenzione fatto di medicina omeopatica, di psicologia, di magia e fitoterapia. Tuttavia, in questa vita apparentemente semplice e serena che si è scelto,  sente che un compito grande lo attende, qualcosa che gli darà “un motivo per esistere”. Ne è in attesa. Ed ecco che il destino gli porta quel motivo: Mukundan.
Mukundan è un uomo ripiegato su se stesso, come i fazzoletti che ripiega con meticolosa precisione in otto parti, pieno di timori e incertezze, non ben certo di chi sia, soffocato da un vecchio padre terribile, che ha dominato tutta la sua vita e che ha frustrato ogni suo sogno. Mukundan torna in questo villaggio, da cui era fuggito per non tornare mai più, perchè nessun altro luogo ha al mondo dopo il suo pensionamento da una dignitosa carriera di funzionario governativo. Nessun altro rifugio.
E l’incontro tra questi due uomini così diversi, così necessari l’uno all’altro, è un incontro straordinario. La storia di una profonda guarigione e rinascita, di una guarigione spirituale attuata con metodi bizzarri e quasi magici, che passa anche attraverso un terribile tradimento. Quello di Mukundan che scopre tutto sommato, alla resa dei conti, di non essere un uomo migliore di suo padre.
L’immaginario villaggio di Kaikurussi, con i suoi incredibili personaggi, – indimenticabile la figura del vecchio padre terribile, un padre-padrone che ha un che di titanico - con le presenze del passato, con lo scontro tra la vecchia e la nuova India, col suo sottofondo di miti, di magia, di mistero, è in realtà tutto il mondo.
E la fine del romanzo, così incredibile, così sorprendente, scioglie quel nodo profondo che molti si portano dentro come un macigno.
Mukundan troverà la forza, la volontà di  diventare finalmente un uomo libero,  un uomo migliore di suo padre? Un uomo?
Il linguaggio è lieve quanto potente, evocativo quanto magico, ironico quanto drammatico, originale e limpido.
Mi sono trovata questo romanzo tra le mani poco più di 11 anni fa, quando Anita Nair era ancora da noi del tutto sconosciuta, non molto nota nel resto del mondo e poco più che una scrittrice esordiente, anche se aveva già pubblicato una raccolta di racconti, poi da me tradotta col titolo di Il satiro della sotterranea.  Ma, già dalle prime pagine, la scrittura mi parve di una forza e di una profondità straordinarie. La conoscenza dell’animo umano che questa giovane scrittrice indiana pareva possedere mi catturò e mi emozionò al punto che volli con tutta me stessa che venisse pubblicato e decisi che l’avrei tradotto io.
E’ stato il romanzo che ha segnato l’esordio italiano di Anita Nair, quello a cui sono più legata, grazie al quale è inziato un rapporto di stima e ammirazione, di grande affetto, di profonda intesa con Anita Nair.
Tradurlo è stato, come poi è avvenuto per tutte le sue opere, una gioia dalla prima parola all’ultima e mi è parso così facile, così naturale  trovare immediatamente lo stile italiano che rendesse  la sua scrittura e la sua voce.
Tutti i romanzi di Anita Nair hanno, nella struttura e nel linguaggio, nei personaggi e nello stile, un’originalità che rende la sua scrittura unica, ma questo è quello che amo di più e che mi è più caro. Perché mi ci sono ritrovata, perchè esplora profondità insondabili dell’animo umano, temi che sono alla radice della psiche, perché esplora, con un linguaggio liquido, ironico spesso, e molto limpido, le ombre che ogni uomo nasconde e teme.
E infine, perché l’avere, grazie ad esso, “scoperto” Anita Nair, me lo rende particolarmente caro, così come mi è cara Anita.
 (c) RIPRODUZIONE RISERVATA

Vidiadhar S. Naipaul a Mantova

Finalmente qualcuno ha messo a tacere la supponenza e l’ignoranza dei giornalisti, o sedicenti tali, che vanno in giro per i festival letterari a porre stupide domande agli scrittori. Di chi, solo perché viene affiancato a grandi autori, si sente in diritto di fare il bello e il cattivo tempo.

Forse la giornalista che pensava di mettersi in mostra facendo domande sciocche a V.S. Naipaul,  credeva di trovarsi di fronte a uno dei tanti venduti damerini e damerine della “letteratura” di casa nostra. Gente che non ha nulla da dire e che quel nulla lo dice oltretutto male. Disposti a tutto per un istante di cronaca.

Le domande, tutte volte a fargli esprimere forzatamente dei giudizi politici sull’Islam, sul terrorismo ecc. non hanno in alcun modo tenuto conto del fatto che Naipaul si è esposto in passato con coraggio su questi temi, ma poi, dati i rischi che ha capito di correre, ha deciso di tacerne. E il suo silenzio sull’argomento è, mi pare chiarissimo, molto più pesante ed esplicito di qualunque esternazione.

Ma questo non ha fermato la giornalista, nessun rispetto per la scelta di Naipaul. Si doveva per forza ottenere lo scoop. Lei ne sarebbe uscita come quella che l’aveva fatto sbottonare. Che brava!

Ma, nel caso di Naipaul, è caduta male. L’aristocratico scrittore non tollera la stupidità e l’ha dimostrato in infinite occasioni. Nonostante abbia sottolineato di essere uno scrittore e NON un politico, le domande non sono cambiate.

Dopo l’intervemto della moglie, la giornalista, con aria di condiscendenza e col tono di chi stia parlando a un cretino,  si è decisa a fargli una domanda da scrittore. “Ci parli della sua scrittura”… Come no?  Ma perché avrebbe dovuto rispondere a quel punto a una persona che, pochi istanti prima, aveva definito lui stesso “di vedute ristrette”? Naipaul stupido non è e ha ben capito l’atteggiamento con cui la domanda sulla sua scrittura gli veniva posta. Cioé senza rispetto e senza alcun interesse per la sua scrittura. Tanto per non perdere la faccia.

Dunque ha fatto non bene, ma  benissimo ad andarsene. Deve aver capito il livello della kermesse letteraria in cui si trovava. Il pubblico doveva prendersela con il poco tatto, con la grossezza dell’intervistatrice.

Anni fa mi capitò di essere inviata al festival di Mantova per conto di un quotidiano. Cosa ho visto? Ad una colazione con Joseph O’Connor, i giornalisti delle maggiori testate nazionali, incapaci di biascicare una sola parola di inglese o di capirlo,  pretendevano di fargli interviste e finì che  lo intervistai io, che comunque lo facevo per me,  traducendo in simultanea le risposte dello scrittore irlandese, che gli altri a quel punto annotavano alacremente.

In un incontro con Vikram Chandra, l’acclamato scrittore sardo di successo che lo affiancava nell’incontro e che avrebbe dovuto discutere con lui dei due bellissimi romanzi che Chandra aveva all’attivo, dimostrò di non aver letto una sola pagina di Chandra, ma soprattutto di non avere la più pallida idea della letteratura e cultura indiane, di non sapere di cosa si stesse parlando, con un effetto grottesco. Chandra, disgustato, lo guardava allibito.

Negli articoli che scrissi per il quotidiano riportai tutto questo, ma chissà perché non vennero pubblicati…

Tutto questo è l’ennesima prova  dell’approssimazione all’italiana, delle pessime figure che facciamo non solo in politica. C’è questa bizzarra idea che l’arroganza e l’ignoranza che da noi sono un biglietto da visita per la scalata al successo siano cose normali anche nel resto del mondo. Che ciò che accade in Italia in politica, economia, cultura, nel sociale, nel privato, sia il modo in cui va il mondo altrove.  Anche perché è questo che ci raccontano.

Non è vero! Siamo il terzo mondo d’Europa. In tutti i sensi.

Ma, quando poi le reazioni sono quelle dovute, se ne addossa la colpa non alla propria grossolanità e ignoranza, ma alla persona che ha reagito con sdegno o dignità a questo triste andazzo.

Difatti i quotidiani e le TV riportano la notizia della giusta reazione di Naipaul come l’ennesima prova del cattivo carattere del premio Nobel.

Non sarebbe ora di fare un po’ di sana autocritica?

Tradurre, un’appassionante arte. Intervista a Francesca Diano

Tradurre: un’appassionante arteIntervista a Francesca Diano per Librialice. di Valentina Acava Mmaka Ha una voce profonda e avvolgente che trasmette entusiasmo, ha il privilegio di conoscere tutti i retroscena di molti dei romanzi che nell’ultimo decennio abbiamo imparato ad apprezzare. Francesca Diano, studiosa di letteratura e tradizioni irlandesi e traduttrice di autori come Anita Nair, Themina Durrani, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Thomas Croker ci ha raccontato l’appassionante esperienza di essere traduttore.
È noto che in Italia il traduttore è una figura professionale che resta quasi sempre sullo sfondo. Raramente, salvo casi eccellenti, il suo nome appare in copertina, o viene citato dai recensori e giornalisti, eppure il traduttore ha un compito delicato e di grande responsabilità. Nella sua trasposizione da una lingua all’altra, può succedere, come ci racconta la Diano ”che una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante”.


Francesca, tu sei traduttrice dall’inglese, come è nata questa tua professione?
 

 

Come molte delle cose che accadono nella vita e hanno un seguito che non ti aspetti, sono diventata traduttrice “per caso”.
Io mi sono laureata in Storia dell’Arte. L’arte è sempre stata una mia grande passione, tanto che avrei voluto essere una pittrice. Il linguaggio delle immagini ha sempre avuto su di me un fascino molto profondo. Ma insieme all’arte, l’altra forma d’espressione che per me è stata determinante è quella della parola, scritta e parlata.
Per anni ho unito le due cose, occupandomi di critica d’arte e, nell’ambito di questi studi, è nata la mia prima traduzione; una corposa opera in tedesco sulla grammatica dell’arte, del padre della moderna critica d’arte, Alois Riegl.
Devo anche dire che sono figlia di un grande traduttore, che non era solo traduttore. Mio padre, Carlo Diano, filosofo, filologo e grande grecista, ha lasciato straordinarie traduzioni dei classici greci, ma anche di autori scandinavi. In questo senso posso dire di aver respirato l’arte del tradurre. Perché tradurre è un’arte.
Poi la mia lingua privilegiata è diventata l’inglese, soprattutto grazie agli anni da me passati a Londra, dove ho lavorato al Courtauld Institute e ho insegnato all’Istituto Italiano di Cultura. È stato proprio a Londra che il libro che ha cambiato la mia vita “mi ha trovata”.


Ci parli della tua formazione?

Della mia formazione ho in parte parlato. Ma devo aggiungere che non ho avuto una formazione molto lineare, perché una buona parte è nata dalla passione divorante per la lettura. Una lettura eclettica e forse anche caotica di libri d’ogni epoca, autore, argomento e stile, iniziata fin da bambina, attinti “a naso” dalla biblioteca di casa, che contava circa diecimila volumi, in cui figuravano tutte le letterature del mondo e argomenti d’ogni tipo. La biblioteca di un umanista con interessi scientifici.
Prima di diventare una fedele traduttrice di Neri Pozza, rapporto durato circa 10 anni, avevo collaborato con Fabbri e  la Cappelli, per cui avevo curato  la traduzione del testo dal tedesco di cui ho detto e con Corbo e Fiore una prima versione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker. A metà degli anni ’90, Neri Pozza cercava un esperto di arte, per tradurre un testo di commento alle tecniche artistiche di Giorgio Vasari e così si sono messi in contatto con me. Da allora ho seguitato a collaborare con loro, in modo sempre più attivo, sia come consulente editoriale che come traduttrice, ma ho poi interrotto il mio rapporto di collaborazione con Neri Pozza qualche anno fa per motivi su cui preferisco sorvolare.
Mi piace anche avere la possibilità di proporre degli autori e delle opere in cui credo, con la soddisfazione poi di vederli diventare dei successi editoriali. Così è avvenuto per Anita Nair, per Sudhir Kakar, per Thomas Crofton Croker, per Alka Saraogi, o Tehmina Durrani.


Come riesci a conciliare il tuo lavoro di traduttrice con quello di insegnante di storia e letteratura in un liceo artistico? Quest’ultima esperienza ti aiuta nella tua professione di traduttrice?

Anche se le due attività non sono tra loro correlate, in realtà tradurre e insegnare sono esattamente la stessa cosa. Si tratta sempre di un “tradere”, trasmettere, trasporre, tramandare. Per me, che sono così legata allo studio della tradizione, è un atteggiamento che fa parte della mia natura. La parola, scritta e parlata, come dicevo. Insegnare è uno dei compiti più nobili e più alti. Ma solo se lo si intende nel senso di educare, nel suo significato etimologico. Trarre fuori. Come la maieutica di Socrate o i suggerimenti di Krishnamurti per l’educazione dei giovani. Io credo che ciò che è necessario, a parte la trasmissione di conoscenze di base, sia proprio aiutare i giovani a liberare il proprio sé dalle incrostazioni che la società, la famiglia, la scuola rovesciano loro addosso. In questo modo, dall’esterno si depositano sulla psiche individuale tutta una serie di sovrastrutture inutili e spesso dannose, di preconcetti e credenze, che impediscono all’indole originaria di manifestarsi con le sue qualità e i suoi talenti. Questo non è trasmettere, ma tradire. Educare significa mettere in grado un’anima di conoscere se stessa. Renderla libera.
Alcuni anni fa ho organizzato un convegno a Padova dedicato a: “Mito, fiaba, leggenda, tradizione. “Tradire” il passato per salvare il futuro”, che partiva proprio da questo punto di vista.


Sei la voce italiana di Anita Nair, Susan Vreeland (La passione di Artemisia), Kushwant Singh (La compagnia delle donne) Geraldine Brooks (Annus Mirabilis). Che rapporto hai con gli autori che traduci? Secondo te è importante stabilire un contatto personale o c’è meno “libertà” rispetto al tradurre un autore defunto?

Il rapporto con gli autori è molto vario. In alcuni casi, come con Anita Nair, questo rapporto, iniziato timidamente per e-mail, è sfociato in un’amicizia profonda, emozionante, direi sororale. Lei è stata anche mia ospite alcune volte. Al punto che Anita mi ha fatto l’onore di dedicarmi la raccolta di racconti appena pubblicata, “Il satiro della sotterranea”. Questo direi è stato per me il più grande riconoscimento per il mio lavoro. Ci sono autori che si rendono conto benissimo di come una traduzione possa determinare il successo della loro opera o azzerarlo. Diciamo che i grandi scrittori lo sanno e hanno dunque con il loro traduttore un rapporto quasi “intimo”, di confessionale.
È una cosa bellissima allora, perché si entra nel processo creativo di un’opera e nei meccanismi che l’hanno fatta nascere. In altri casi – ma sono rari per fortuna – ci si limita a chiedere alcuni chiarimenti, quando sia necessario, perché non sempre l’autore colloquia col suo traduttore comprendendo che una buona traduzione può decretare il suo successo all’estero e risponde seccamente. L’idea in questo caso è che un traduttore sia una sorta di manovale meccanico o uno scrittore frustrato. Per fortuna non è così.
Non direi che ci sia meno libertà rispetto a un autore defunto, anzi. La presenza dell’autore può sciogliere molti dubbi. E poi, perché libertà? Il traduttore deve comunque rispettare al massimo la fedeltà al testo. Questa è la prima regola. Poi vorrei aggiungere una cosa. Per tradurre veramente bene un autore, si dovrebbe conoscere tutta l’opera di quell’autore. E in fondo tradurre è un po’ come disegnare dal vero. Un oggetto lo si conosce davvero bene solo quando lo si disegna. Così un’opera la si conosce davvero bene solo quando la si traduce, perché se ne devono smontare i meccanismi, per poi ricostruirli e renderli in un’altra lingua.


Quali sono le traduzioni a cui sei maggiormente legata?

Prima di tutto i “Racconti di fate e tradizioni irlandesi” di Thomas C.Croker poi tutti i libri di Anita Nair e di Sudhir Kakar. Nel primo caso perché questo è il libro che ha cambiato la mia vita. Mi ha aperto le porte della grande tradizione orale irlandese e del mondo dei miti celtici, ma mi ha fatto anche trovare una patria spirituale, un mondo antico e ricco. Ho sempre amato le fiabe e il mito e il raccontare e in Irlanda, dove ho vissuto poi un anno, ho trovato più di quanto avessi mai immaginato.
Per la Nair e Kakar, perché sono due grandissimi scrittori, molto diversi tra loro per sensibilità e formazione, ma entrambi capaci di rendere un mondo, un’atmosfera, una serie di personaggi, dando loro la vita. Ma a questo va anche aggiunto che il loro stile è fantastico e tradurli è la mia più grande gioia. Forse, le due migliori traduzioni che io abbia mai fatto sono proprio Un uomo migliore della Nair e L’ascesi del desiderio di Kakar. Un libro di una bellezza incredibile.


Ci sono degli autori che non hai tradotto ancora e che vorresti a tradurre? E perché?

Direi che mi piacerebbe tradurre Hermann Melville e Charles Dickens. Perché sono due scrittori che amo moltissimo e vorrei saper scrivere come loro. Ma soprattutto perché nelle loro pagine si avverte il respiro potente del Male e del Bene. L’eterna lotta dualistica che percorre tutta la storia umana. È un soggetto che mi affascina e questi due scrittori, in particolare, oltre ad affrontare un problema titanico, nel caso di Melville addirittura messianico, posseggono uno stile poderoso, michelangiolesco.
Nello stile mi piace la forza, la potenza di uno scrittore, la capacità di vedere la realtà da punti di vista inusuali. Poi, tra i poeti, mi piacerebbe tradurre Percy Bysshe Shelley, perché raggiunge le vette del sublime. Ma anche Friedrich Hölderlin e per lo stesso motivo.


A chi volesse intraprendere questa professione cosa consiglieresti. È necessaria una scuola specifica?

Per essere un buon traduttore, la cosa più ovvia è conoscere alla perfezione tanto la propria lingua che quella da cui si traduce. E ripeto: alla perfezione. Il che implica la cultura, le tradizioni, le usanze. Poi naturalmente, non sempre si conosce nello specifico un certo argomento e qui interviene la ricerca. Spesso questa è anche una parte appassionante, perché si scopre e si impara ciò che non si conosce. Io ho imparato così moltissime cose. Dunque ben vengano le scuole serie di traduzione, ma non sono sufficienti, perché poi è necessaria l’esperienza sul campo. Un buon traduttore di opere letterarie difficilmente è giovane a mio avviso. Non ultimo, un buon traduttore di letteratura o di poesia deve essere anche uno scrittore e un poeta. Chi volesse iniziare questa professione deve sapere che un duro lavoro lo attende. In questo senso, non è una scuola che può insegnare un talento. Perché di talento si tratta. Se poi parliamo di traduzioni d’altro tipo, certo il discorso è un po’ diverso.


Sulla professione del traduttore c’è molta “letteratura”, viene visto come un mestiere poco riconosciuto in Italia. Ti identifichi in questa problematica e cosa secondo te riuscirebbe a migliorare la visibilità del traduttore?

Che sia un mestiere poco riconosciuto in Italia è noto. È rarissimo che nelle recensioni compaia il nome del traduttore, a meno che l’opera non sia un grande classico o il traduttore un nome altisonante. Va però detto che vi sono delle eccezioni. Il quotidiano La Stampa ad esempio, che nel suo inserto del sabato, Tuttolibri, cita sempre il traduttore. Ma c’è da dire che anche dal punto di vista economico l’opera di un traduttore, che comporta molte competenze specifiche, non è particolarmente riconosciuta, tranne in rarissimi casi. Eppure una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante. Alla fine però, tutto dipende dal mestiere e dalla capacità di ciascuno. Esistono delle associazioni a livello nazionale, ma da quello che ho potuto vedere, in molti casi tutto si riduce a organizzare corsi costosissimi per giovani in cerca di uno sbocco. Immagino che si potrebbe istituire un albo e fissare delle retribuzioni minime standard, come per altre libere professioni.


Spesso il lettore che legge in traduzione non fa caso al nome del traduttore, credi che si percepisca pur non avendo letto lo stesso testo in lingua originale, la buona fattura di una traduzione? O questo è un privilegio riservato ai grandi lettori o scrittori?

È vero, e aggiungo che spesso non fa caso nemmeno alla traduzione. E questo è un peccato. Ma va detto che la traduzione ideale è quella in cui non si avverte che di traduzione si tratta. Chi legge deve avere il senso di leggere l’originale. Il che significa anche riproporre lo stile dell’autore, il suo ritmo narrativo, ove sia possibile le sfumature. In Italia abbiamo dei meravigliosi traduttori. Poi, per lo meno a me, può accadere di non riuscire più a leggere un libro tradotto, senza porre attenzione alla traduzione. Una vera a propria deformazione! Ma mi sforzo di disintossicarmi….


C’è chi sostiene che tradurre significa in qualche modo “riscrivere” un’opera, quanto conta la conoscenza del substrato culturale dell’autore per il successo di una traduzione?

Non sono d’accordo, tradurre non è riscrivere l’opera. Questo è tradire. Tradurre è trasporre. Da una lingua a un’altra e in questo senso può essere necessario trovare nella propria lingua sfumature o espressioni che meglio rendano il senso, magari non letterali, del testo. Ripeto che la traduzione ideale deve essere assolutamente fedele all’originale, ma allo stesso tempo dare l’idea di un originale nella nostra lingua. Ecco perché chi traduce narrativa o poesia deve essere anche uno scrittore o un poeta.
Per quanto riguarda la conoscenza del sostrato culturale, direi che è essenziale. Altrimenti non sai nemmeno di cosa si sta parlando e gli equivoci possono essere terribili o addirittura ridicoli. Faccio un esempio molto efficace, anche se non rientra nell’ambito di quanto stiamo dicendo. Tempo fa è arrivato in Italia un delizioso film irlandese, che in originale si intitolava Ned’s Wake, cioè la veglia funebre di Ned. E difatti tutto il film ruotava attorno a questo. In Irlanda la veglia funebre ha tutta una tradizione antichissima e densa di suggestioni. Anche oggetto di studi. Ebbene, il titolo è stato tradotto: Svegliati Ned! E non perché il titolo suonava bene, perché non ha alcun senso nella storia, ma per pura ignoranza. Forse il traduttore non aveva visto il film!
Nello specifico della letteratura anglo-indiana, fra cui ormai si annoverano molti dei miei autori, a parte una conoscenza di base della cultura indiana, ho la fortuna di avere una delle mie figlie, Marged, che è studiosa di hindi e di musica indiana e lei è stata ed è per me molto preziosa in questo senso, mentre l’altra mia figlia Eurwen, che è un’esperta botanica, mi soccorre in questo campo.


Tu sei anche una studiosa di fate e leggende irlandesi, come nasce questo interesse e come mai è un argomento poco conosciuto in Italia?

Il mio interesse per l’Irlanda, o meglio sarebbe dire, la mia storia d’amore con L’Irlanda, nasce a Londra. Ho vissuto in Inghilterra per alcuni anni negli anni ’70 e lì ho trovato questo libro antico e preziosissimo di leggende irlandesi. Dalla mia curiosità per la storia del libro, stranamente anonimo, e in seguito per il suo autore, Thomas C.Croker, sono nati i miei studi sul folklore e le tradizioni irlandesi. Croker è stato il pioniere, direi lo scopritore delle tradizioni folkloriche irlandesi e l’opera da me scoperta e tradotta, fu tradotta in tedesco dai fratelli Grimm, che divennero suoi amici.
Nel 1998 ho insegnato all’università di Cork per un anno e ho approfondito lì i miei studi. La meravigliosa storia di questo libro e di ciò che ha significato per me la racconto nel saggio che compare sia nell’edizione italiana che in quelle anastatiche americana e irlandese da me curate.
Per me l’Irlanda è diventata una patria spirituale. È una terra straordinaria, magica, di dolcezza struggente, ma anche forte e potente. Le tradizioni folkloriche sono molto ricche e radicate ancora oggi e gli irlandesi posseggono il più vasto archivio d’Europa in questo senso, avendo raccolto in modo sistematico, fin dall’indipendenza del paese, una quantità impressionante di materiale sul campo. Qui da noi si conosce solo un’infinitesima parte di questo tesoro prezioso e in genere mediata dalle mode. È un peccato. Io spero di poter tradurre alcune opere di grande bellezza, che sono certa affascinerebbero il pubblico italiano, come è stato per l’opera di Croker.


A cosa stai lavorando?
 
 

 

 

Al momento sto traducendo l’ultimo romanzo di Sudhir Kakar, che parla della straordinaria amicizia fra il Mahatma Gandhi e Madeline Slade, un’inglese che gli fu accanto per molti anni. Inoltre sto pazientemente portando avanti la traduzione delle poesie di Edgar Allan Poe e questa per me è una grande sfida, perché tradurre le poesie di Poe è pressoché impossibile!
Sto anche portando a termine una mia raccolta di racconti, a cui lavoro da tempo e un romanzo. Da sempre scrivo poesie.

Nota bio-bibliografica

Francesca Diano è nata a Roma e a da bambina si è trasferita a Padova. Si è laureata in Storia dell’Arte con Sergio Bettini e poi ha vissuto alcuni anni a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Institute e ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura, compiendo allo stesso tempo delle ricerche sulle miniature medievali italiane nei musei inglesi.
Tornata in Italia, negli anni ’80 ha iniziato a occuparsi di mostre, convegni e ha fatto parte di alcune associazioni culturali, organizzando concerti e manifestazioni, in collaborazione con istituzioni pubbliche e private. Ha collaborato con quotidiani e riviste culturali e scientifiche, scrivendo numerosi articoli e conducendo un’intensa attività di conferenziera. In questo stesso periodo ha iniziato a interessarsi di folklore irlandese e miti celtici, approfondendo poi le ricerche in Irlanda.
Nel 1998 ha insegnato per un anno all’University College di Cork, in Irlanda, dove ha tenuto anche alcuni corsi sull’arte italiana contemporanea e ha commemorato ufficialmente Thomas C. Croker nel bicentenario della nascita.
Dal 1996 ha collaborato per quasi 10 anni con la Neri Pozza come traduttrice e consulente editoriale, contribuendo attivamente a iniziare la serie di autori indiani che poi tanta fortuna ha avuto, una collaborazione che si è poi interrotta senza tanti rimpianti. Nel 2009 ha iniziato a collaborare con Guanda.

E’ scrittrice, poetessa e saggista.

Di Valentina Acava Mmaka

 


Anita Nair. L’arte di dimenticare

Pochi mesi fa è uscito per i tipi di Guanda, “L’arte di dimenticare” di Anita Nair, l’ultimo romanzo, in ordine di tempo, dell’autrice del best seller  ”Cuccette per signora”. Anche questo, come tutti gli altri romanzi di questa grande voce della letteratura indiana contemporanea, è stato da me tradotto. E con grande gioia.

E’  un romanzo dalla struttura di grande originalità, perché le vicende dei due protagonisti, Mira e Jak, si sviluppano e si dispiegano secondo la struttura a stadio dei cicloni.  La caratteristica di un ciclone è l’impossibilità di prevederne la formazione. Non si sa dove e quando colpirà. I suoi effetti sono imprevedibili. 

Mira è una raffinata signora di Bangalore, sposata e con due figli. La sua vita di moglie apparentemente appagata di un manager di successo e di autrice di libri di cucina si svolge all’interno di una casa antica, la casa lilla, che è quasi monumento nazionale, tra ricevimenti raffinati, incombenze familiari e  intense relazioni sociali. All’improvviso suo marito scompare. Senza un motivo apparente.

Jak, docente universitario e studioso di cicloni, è tornato a Bangalore dagli USA per assistere la giovane figlia,  ridotta a un tronco senza vita cosciente a  causa di un incidente misterioso. Che è accaduto?

Le circostanze li portano a incontrarsi e a sopravvivere, ciascuno a suo modo, al ciclone che ha colpito le loro vite, per poi tentare di ricostruire un futuro. Per trovare una nuova possibilità. Insieme.

Il fascino del romanzo è nella scrittura, ma soprattutto nella struttura originale, che crea una tensione costante tra i vari personaggi.

Il romanzo affronta    anche il tema drammatico del feticidio femminile, una piaga che, pur vietata per legge, seguita a mietere vittime innocenti in India.

Come tutti i romanzi di Anita Nair, anche questo ha una fine aperta. La vita è imprevedibile e una conclusione precisa è, nella visione della Nair, una contraddizione. La vita è una faccenda aperta, il romanziere che voglia darne un’immagine, non può che lasciare alla vita stessa la scelta.

Introduzione di Francesca Diano a “La mia magica India” di Anita Nair

Nel 2009 è uscito il bellissimo libro di Anita Nair, “La mia magica India”, in cui Anita narra, con voce fresca e moderna, molti dei più importanti miti indiani.  E’ un libro bellissimo, fresco e appassionante.

Sono la traduttrice italiana di tutte le sue opere, ma questa volta, per una serie di fraintendimenti  di cui non sono responsabile, con mio grande dispiacere non ho tradotto il libro.  Ho tuttavia scritto una lunga e ricca introduzione, corredata di note. Volevo che il lettore, anche il meno introdotto all’immenso patrimonio della mitologia indiana – la madre di tutte le mitologie – potesse orientarsi in questa apparente semplicità della narrazione e comprendere anche l’interessante operazione fatta da Anita Nair: quella di rendere accessibili i miti indiani anche ai bambini. Ai bambini indiani, si intende.

Il mito, in India, è parte integrante della visione e della percezione della vita, a differenza dell’Occidente, che lo ha dimenticato. Dunque, nel nostro avvicinarci, in punta di piedi, al mondo ricchissimo, coloratissimo, affollatissimo, a volte rombante e dirompente dei miti indiani, la percezione che ne avremo non potrà essere la stessa.

Ho scritto che, mentre la fiaba è nutrimento per bambini che dovranno diventare uomini, il mito è nutrimento per uomini che devono tornare bambini.

Il mito è uno strumento di precisione, affilato come un rasoio, profondo come il più profondo oceano, per capire le origini della nostra specie. Per capire chi siamo. Da dove veniamo.  L’Occidente, tranne pochissime eccezioni, ha perso questo strumento, non ne riconosce più i meccanismi e la potenza. In alternativa, per colmare il vuoto abissale lasciato dalla dimenticanza del mito,  dato che l’uomo senza miti non può vivere, ne ha creati di sostitutivi. Poco efficaci e quasi sempre nocivi, perché il mito non nasce in modo rapido e non nasce dalla mente. E’ un magma che si sedimenta, che richiede epoche e uomini che lo creino narrandolo. Ma, soprattutto, il mito ha un valore fondante. I miseri miti della nostra epoca non sono fondanti, ma laceranti.

Leggendo questi racconti freschi, narrati con un linguaggio apparentemente semplice, ricco di dialoghi, spesso lampeggiante, si ritrova quel contatto con l’invisibile che il mito sottende, con l’assoluto che è la ricerca e la meta costante dell’uomo.

L’indologa Marged Trumper, docente di hindi alla Statale a Milano, con grande competenza, ha redatto il prezioso glossario, che rende comprensibili i termini e i nomi.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.