P.O.D. La clausola da non accettare mai

The Printing of Books
Agli inizi dell’anno scorso è capitato a mia figlia di dover stampare due o tre copie di un suo lavoro scientifico e poiché sapeva di siti americani che offrono questo servizio per una cifra molto ragionevole, se ne è interessata. La stampa della sua tesi infatti era stata piuttosto costosa e non aveva senso spendere di nuovo quei soldi. Abbiamo valutato siti come Lulu che si presentano come POD (Print on Demand), cioè stampa su richiesta, o su necessità stampano anche una sola copia per pochi euro e rilasciano un codice ISBN.

Questo tipo di stampa digitale infatti è molto più conveniente, rispetto all’offset, se si ha necessità di un numero molto limitato di copie, diciamo quattro o cinque, o anche di una sola. All’estero è usato diffusamente per pubblicare opere accademiche o persino da editori che non desiderano tenere troppe copie in magazzino di opere magari di pregio ma di non grande diffusione e dunque a bassa tiratura. Nulla di strano quindi.
Poi ci siamo accorte che esisteva una versione italiana di questi siti americani e che la spedizione sarebbe stata più rapida. Parlo de ilmiolibro.it.

Me ne sono interessata, perché anche io avevo necessità di stampare qualche copia di un mio lavoro e ho scoperto un intero mondo. Il sito, che appartiene al gruppo L’Espresso, e ha come slogan la massima “Se l’hai scritto va stampato”, offriva questo servizio di stampa, ma con una serie di servizi editoriali supplementari, sia gratuiti che a pagamento.

Gratuiti erano un profilo con tanto di foto e telegrafico curriculum, una sinossi dell’opera, un certo numero di pagine di anteprima della stessa leggibili pubblicamente e la possibilità di recensire e votare opere altrui. In questo ultimo caso, la recensione veniva inserita in homepage con il profilo del recensore e l’accesso diretto alle sue opere. Dunque un modo di offrire visibilità sia al recensore che al recensito. Inoltre, sulla homepage comparivano continuamente i nuovi autori iscritti e le nuove opere.
A pagamento invece era il servizio di vendita dell’opera, nel senso che l’autore poteva, oltre a ordinare anche solo una copia del testo per sé, metterlo in vendita pubblicamente sul sito. In questo caso il sito versava all’autore una cifra che è il prezzo di copertina fissato dall’autore meno il prezzo di stampa e una percentuale trattenuta per ogni copia venduta che mi pare vada da 0,8 a 0,36 centesimi. A pagamento  era l’inserimento dell’opera in Feltrinelli.it, dove dunque si poteva vendere il libro o si poteva anche ordinarlo di persona presso una libreria Feltrinelli. A pagamento (non pochi spiccioli) anche la pubblicità dell’opera presso i siti del Gruppo Editoriale L’Espresso.Ovviamente, per stampare (e non pubblicare, come qualcuno, dato l’impianto dell’intera operazione, potrebbe erroneamente intendere) un testo qualunque, tutto il lavoro di impaginazione va fatto dall’autore usando un template da loro offerto. Ma se non si è esperti di questo tipo di cose, il risultato è orripilante e illeggibile. Inoltre è necessario fare l’editing da sé e tutto questo può andar bene se uno è del mestiere (come nel mio caso), ma non se non si ha la più pallida idea di cosa sia un editing e una correzione di bozze. Motivo per cui  si può leggere di tutto  nelle anteprime delle opere in vetrina. Errori grammaticali e sintattici, storie assurde, struttura e stile assenti… ma, a dire la verità, anche alcune buone cose, in particolare se gli autori sono comunque già del mestiere. Insomma, di tutto. Al contempo sono presenti molti testi di taglio accademico o tecnico che vengono messi in vendita da docenti per i loro corsi, sia universitari che di vario altro tipo e in genere sono ben fatti.

C’è da dire che non vedo nulla di male nello stamparsi da soli cose che si sono scritte, se si ha la consapevolezza che solo di stampa si tratta e non di pubblicazione con un editore. Il sito gioca un po’ con questa ambiguità.

Dunque, chi è già un autore, con esperienza e capacità di scrittura, stamperà per pochi euro anche solo una copia del proprio lavoro, e potrà metterlo in vendita, se lo vuole mettere in vendita,  come meglio crede senza investire nulla di più, perché non avrà problemi di copie da acquistare e lasciare invendute. Diverso è il caso di chi ritenga di poter diventare o essere scrittore solo vedendo stampato ciò che ha scritto senza alcuna competenza o esperienza.
Dunque, qualcosa di  ben lontano dal “se l’hai scritto va stampato”.
Visto però lo sviluppo che una tale cosa può avere nel nostro paese di santi, navigatori e poeti, nell’operazione entra anche la Scuola Holden, come si legge dal seguente annuncio del sito:«Tanti strumenti che rendono la tua opera sempre più qualificata: corsi di scrittura e valutazione testi in collaborazione con Scuola Holden, oltre 10.000 foto dall’archivio fotografico Corbis per rendere la tua copertina ancora più bella, preziosi suggerimenti per promuovere il tuo libro. E in più, la possibilità di aggiornare la tua opera in tempo reale, perché il tuo libro cambia con te.»

La Scuola Holden ha scoperto una miniera d’oro dunque, poiché offre alla pletora di gente, convinta che basti il “Se l’hai scritto va stampato” a diventare scrittori (magari con risultati improponibili), corsi di scrittura che potranno aprirsi a un mercato assai maggiore di potenziali “scrittori”, oltre a servizi di editing e valutazione. Tutte cose che esulerebbero da un semplice servizio di POD e si avvicinerebbero di più a quelle agenzie che pullulano sul web, che offrono servizi di lettura, editing, valutazione testi e contatti con editori, mascherate da agenzie letterarie.

Per incentivare l’affluenza, sono stati organizzati dei concorsi e una serie di iniziative con la pubblicazione come premio o la segnalazione della Holden.

C’è da dire che ilmiolibro.it non offriva fino a poco tempo fa il codice ISBN (particolare di cui mi sono resa conto più tardi) e dunque in teoria non sarebbe stato  possibile mettere in vendita il libro stampato, né sul sito, né su altri siti del Gruppo L’Espresso, come loro dicevano. Ma questo, sul sito, si guardavano bene dal fartelo sapere! Evidentemente di recente si sono accorti che questa cosa non era sfuggita a molti e di recente si sono attrezzati a offrire a pagamento, ovviamente, un codice ISBN. Tuttavia, chi volesse acquistare tale codice (che chiunque  può acquistare a sole €45 più IVA sul sito ISBN stesso) e non è iscritto (a pagamento) al servizio di inclusione sul sito de LaFeltrinelli, deve pagare  per entrambi. Il costo è di €79 più IVA.  Non si può scegliere di acquistare solo il codice ISBN.

Insomma, l’atteggiamento poco chiaro che fa credere come un semplice lavoro di stampa trasformi chi scrive in uno scrittore, nasce da tutta una serie ricchissima di eventi, iniziative, offerte, dichiarazioni, appelli, tra cui questa dichiarazione che si commenta da sé:

«Ilmiolibro è uno strumento per pubblicare un libro alternativo e rivoluzionario rispetto al ricorso ad un editore. Permette ad un autore di pubblicare un libro, restando titolare del copyright ed averne il pieno controllo creativo. Permette margini di guadagno ampiamente al di sopra della media del mercato editoriale. Permette a un autore di confrontarsi con i lettori come quasi mai accade nell’editoria tradizionale. Riteniamo che sia molto raro che un editore tradizionale possa rispondere alle esigenze di un autore meglio di quanto faccia ilmiolibro.it. Tuttavia ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionali, a patto che siano vantaggiosi per gli autori che li scelgono. Crediamo che ci siano alcuni casi in cui un editore possa dare ad un libro una distribuzione più ampia e valorizzare un titolo e per questo motivo in alcuni casi possiamo decidere di esercitare azioni ed interventi per favorire il contatto tra gli autori ed editori interessati ad investire in modo serio, e senza costi per l’autore, nella valorizzazione di un’opera nata e scoperta sul sito. Ilmiolibro vuole essere il principale punto di riferimento italiano per gli scrittori, dando loro possibilità di emergere sul sito attraverso una pluralità di percorsi, strumenti e progetti.»

Io, lo sapete, non ho simpatia per il sistema editoriale italiano, non per presa di posizione, che sarebbe stupido, ma per i miei 30 anni di esperienza concreta in questo campo. Devo anche aggiungere che negli ultimi anni l’industria editoriale italiana è peggiorata in modo inimmaginabile, seguendo del resto gli altri mutamenti del paese. Ignoranza, arroganza, faziosità, poca educazione dilagano. Né mi verrebbe mai in mente di dire che un libro pubblicato da un editore, pur importante, abbia un qualunque valore solo per questo. Anzi. Visto cosa si pubblica e perché. Però, quando leggo parole come quelle succitate, dopo la risata mi viene anche il nervoso: “Ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionale”… E ci mancherebbe pure! Per non parlare del fatto che loro eserciteranno in alcuni casi “azioni e interventi per favorire il contatto tra autori e editori interessati”. Il che farebbe pensare che questo si presenta come qualcosa di ben altro che un semplice servizio di POD.

Un altro aspetto antipatico del funzionamento di questo sito, è che si è subissati da messaggi di altri utenti che ti chiedono, senza mezzi termini e spesso nemmeno per favore, di scrivere una recensione al loro capolavoro e di dare il tuo voto, convinti che più numerosi saranno i commenti al loro libro, maggiore sarà la sua visibilità. Perché questo viene loro detto, ma la visibilità è solo all’interno del sito, dove il 99% degli utenti va per stampare il proprio libro, non per acquistare quelli degli altri, se non in rarissime eccezioni. Non è il caso di dire che in genere non rispondo nemmeno. Ma la curiosità mi ha spinta qualche volta a dare un’occhiata all’anteprima di queste opere e invariabilmente erano cose grottesche, spesso infarcite di grossolani errori di ortografia e peggio impaginate. Ed è purtroppo in persone così che si fomentano le maggiori illusioni.

Da parecchio tempo non andavo più sul sito, ma alcuni giorni fa mi arriva una mail in cui mi si dice che qualcuno ha lasciato un commento al mio testo. Ovviamente il mio profilo è sempre lì. Così mi sono incuriosita e sono andata a vedere. Ma mi attendeva una sorpresa:ora non posso più accedere al mio profilo o ad alcuno dei servizi (stampa delle copie ecc.) se prima non firmo questo:

https://login.kataweb.it/registrazione/libri/TerminiContratto.pdf
Vale a dire che nel frattempo il semplice servizio di stampa si è trasformato in una vera e propria impresa che obbliga anche chi in passato si è iscritto senza firmare il tipo di contratto che ora viene proposto (ovvio, si presenta come un servizio di semplice stampa in cui io pago quello che tu mi stampi previa accettazione di alcune regole) a sottoscrivere un contratto-fiume di 23 pagine le cui norme sono imposte unilateralmente. Il che non sarebbe molto corretto né simpatico. Nessuno dovrebbe impedirmi di accedere a un mio account modificando le regole iniziali. Nella loro definizione di “Vetrina personale” (l’account) al punto 1, si parla di “Utente Registrato partecipante alla Comunità Virtuale del sito”. E se io non volessi partecipare alla comunità virtuale?

«Per gli Utenti già registrati il presente Contratto si applicherà all’Area Personale Utente, al Contenuto Utente, al Contenuto Utente Messaggi, al Materiale Utente, inclusi i Volumi, e ai Dati Utente, già acquisiti e presenti sulla Piattaforma.»
Ecco dunque come è stato risolto il problema. Con valore retroattivo.

Inoltre si dichiara successivamente che la società potrà modificare in qualunque momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione dei servizi, salvo il diritto di recesso dell’Utente. È probabile che questa clausola fosse già presente all’atto dell’iscrizione, ma ora non posso provarlo.

In genere, quando clicchiamo su “accetto”, nell’iscriverci a un qualche sito sul web, tendiamo a non leggere con attenzione i termini di quello che stiamo accettando. Anche perché è davvero molto raro che ci si trovi nella situazione in cui mi sono trovata io – e probabilmente altri utenti – nel non poter accedere al mio account, perché in genere le modifiche a un eventuale nuovo contratto non sono mai così radicali da vietare di accedere al sito se non si sottoscrive un nuovo accordo. Devo dire che è la prima volta che questo mi accade in 10 anni dacché uso il web.

Tuttavia, a questo punto, è di vitale importanza che chiunque si iscriva a ilmiolibro.it legga con attenzione il contratto e lo valuti molto bene, per non trovarsi poi a dover accettare norme con cui non concorda.

Questi sono i punti, nelle attuali condizioni di iscrizione, in cui la Società ilmiolibro.it precisa che potrà limitare o impedire l’accesso al proprio account o modificare i termini dell’accordo sottoscritto in ogni momento e in modo (neretto e sottolineature sono miei):


«7. MODIFICA DELLE CONDIZIONI E DEI TERMINI DEL CONTRATTO – MODIFICA DELL’OFFERTA

7.1 – La Società potrà modificare ovvero variare in qualsiasi momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione e di utilizzo di ciascun Servizio, per ragioni tecniche, commerciali e/o aziendali, fermo restando il diritto di recesso dell’Utente previsto al successivo art. 7.2.

7.2 – Le eventuali modifiche delle condizioni e termini del Contratto, ovvero della composizione dell’offerta dei servizi, che comportino variazione sostanziale del presente accordo in termini di limitazione o diminuzione dei diritti dell’Utente, verranno tempestivamente comunicate mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito ovvero mediante messaggio di posta elettronica inviato dalla Società all’Utente con ragionevole preavviso, e ciò al fine di consentire all’Utente di poterne prendere visione e di esprimere il proprio consenso mediante espressa accettazione, a mezzo di posta elettronica o altro mezzo, ovvero di fatto, mediante l’uso del Servizio successivamente alla avvenuta comunicazione delle modifiche ovvero delle integrazioni. L’Utente che non accetterà le modifiche avrà il diritto di recedere dal Contratto. Le modifiche che non abbiano gli effetti sopra descritti potranno essere liberamente apportate dalla Società in forza di un diritto che in virtù del presente Contratto le viene conferito.

7.3 – E’ facoltà della Società inserire nell’offerta di Servizi regolata dal presente Contratto ulteriori e diversi servizi rispetto a quelli sopra elencati. Gli Utenti riceveranno comunicazione degli eventuali servizi aggiuntivi mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito, ovvero eventualmente anche tramite messaggio di posta elettronica, ove saranno resi accessibili e disponibili i nuovi servizi.

8. MODIFICA, SOSPENSIONE O INTERRUZIONE DEI SERVIZI

8.1 – L’Utente prende atto e riconosce che ciascun Servizio è reso accessibile ed offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente e, inoltre, senza alcuna garanzia in merito al fatto che ciascun Servizio corrisponda ai requisiti di altri analoghi servizi resi da altre imprese sul mercato e/o alle aspettative dell’Utente, nei limiti in cui ciò non contrasti con le vigenti disposizioni di legge.

8.2 – La Società si riserva il diritto di attivare, modificare, sospendere o interrompere in qualsiasi momento, per ragioni organizzative e/o commerciali, tutti e ciascuno dei Servizi e/o parte di essi, ovvero, comunque, di non autorizzare – a propria insindacabile discrezione e giudizio – l’utilizzo dell’account e/o della password, e ciò senza riconoscimento di alcun rimborso, indennizzo e/o risarcimento all’Utente e senza altresì che ciò produca effetti e/o conseguenze sulla esecuzione e sulla remunerazione dei Servizi di Hosting e di Stampa Personalizzata relativi a Transazioni concluse antecedentemente la modifica, la sospensione o l’interruzione dei Servizi.

8.3 – Resta inteso che la Società non sarà in alcun caso e per alcun motivo considerata responsabile nei confronti dell’Utente ovvero di terzi per la avvenuta modifica, sospensione, interruzione e/o cessazione dei Servizi.»

Dunque, a parte che io non ricordo di aver ricevuto alcuna comunicazione via e-mail in proposito e che da un po’ di tempo non accedevo al mio account, mi sono ritrovata a non aver più controllo sui miei dati personali. E per averlo sono costretta a sottoscrivere un contratto di 23 pagine che mi impegna a fare cose che mi rifiuto di fare. E che, soprattutto, non potevo prevedere – dato che sono state introdotte di recente – al momento della mia iscrizione.

Si ha un’alternativa: disattivare l’account mandando loro una mail.
Non sarebbe stato più ragionevole prevedere due tipi di contratto? Uno, più semplificato, con cui si possano richiedere solo i servizi di POD, e per chi volesse, a pagamento, un secondo tipo di contratto che offra servizi più numerosi e articolati.
Mi chiedo però, come mai per sottoscrivere il nuovo contratto, si ritiene di dover arrivare addirittura a impedire l’accesso al proprio account? D’accordo, la clausola che riguarda la libertà di ogni tipo di modifiche sarà stata presente anche al momento dell’iniziale sottoscrizione, ma se le modifiche fossero ragionevoli e fatte per favorire l’utente più che la Società, perché arrivare a questo?

Ma quello che mi ha lasciata basita è stata la Sezione IV DIRITTO DI OPZIONE (p.22-23 del complicatissimo contratto che ora sono costretta a firmare se voglio accedere al mio account e continuare a usufruire dei servizi):

«DIRITTO DI OPZIONE

17.1 – Per effetto del presente accordo, l’Utente attribuisce alla Società un diritto di opzione sui diritti di agenzia per la pubblicazione del Volume, attraverso qualsiasi canale, che sarà esercitato dalla medesima Società alle condizioni ed entro i termini di cui al comma che segue. La Società intende esercitare tale diritto esclusivamente al fine di promuovere gli autori maggiormente dotati e talentuosi in modo da favorire, per quanto possibile, la distribuzione e la diffusione dei loro Volumi attraverso canali diversi e ulteriori rispetto a quelli 22 di 23 previsti dal presente accordo e coltivare tale opportunità. In ogni caso, anche nel caso in cui la Società dovesse esercitare, alle condizioni di cui al comma 17.2, il diritto di opzione, gli Utenti saranno liberi di negoziare autonomamente contratti di edizione con gli editori di loro gradimento.

17.2 – All’interno della community si svolgono iniziative, rubriche e concorsi che si pongono l’obiettivo di segnalare opere rilevanti anche utilizzando i dati di vendita, i commenti, le recensioni e altre informazioni relative all’interesse della community verso una determinata opera. Nel caso in cui il Volume dell’Utente dovesse essere segnalato come rilevante all’interno di queste iniziative o dovesse essere oggetto di interessamento da parte di terzi nella prospettiva di una possibile pubblicazione, la Società potrà esercitare un diritto di opzione per le attività di agenzia in esclusiva che saranno, comunque, rese in favore dell’Utente a titolo gratuito.

17.3 – Il diritto di opzione sarà esercitato dalla Società entro 6 (sei) mesi dall’avverarsi delle condizioni indicate al precedente comma 17.2.

17.4 – Le attività di agenzia saranno in esclusiva della Società per la durata di 6 (sei) mesi dal momento in cui l’opzione sarà stata esercitata.»

Qui poi siamo ormai nell’assurdo:

«15.20 – Nel caso in cui l’Utente dovesse acquistare i Servizi di cui al presente articolo, egli accetta quale prestazione accessoria al Servizio di Hosting che, al fine di favorire la diffusione dei Volumi e dei contenuti ospitati nel Sito, siano rese disponibili gratuitamente alla Comunità Virtuale, fino a 30 copie del Volume in versione digitale integrale. La Società adotterà ogni ordinaria cautela ed accorgimento tecnico diretto ad impedire la disseminazione di copie oltre quelle previste dalla presente disposizione. Resta ferma l’applicazione dell’art. 10 del presente Contratto. Analogamente, per le stesse finalità, sarà resa costantemente disponibile a tutti gli Utenti, per l’esercizio della sola facoltà di lettura, una porzione del Volume in versione digitale pari al 15%».

Questa clausola è molto interessante, perché affermare che si tratta di una “prestazione accessoria al servizio di Hosting” dà di fatto loro il potere di disporre della mia opera e di diffonderla presso terzi che non conosco, pur non detenendone i diritti (cosa affermataovviamente più volte nel contratto) e mi impone di accettarla, dando ad intendere che si tratta di un favore che io non avevo chiesto.

Dunque, in queste parole si ravvisa già un chiaro superamento del confine tra POD e pubblicazione a pagamento. Giacché nessuno fa nulla per nulla e se la Società si attiva tanto per favorire la diffusione dei volumi ospitati nel Sito, chiaramente gli scopi non possono essere solo a favore dell’utente, visto che nel contratto stesso si afferma che ciascun Servizio è offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente” e di seguito “senza garanzia che ciascun Servizio corrisponda alle aspettative dell’Utente”.

A questo punto è importante rilevare che la clausola “as is” (letteralmente: “così com’è”) e “as available” (letteralmente: “nello stato in cui si trova”) ad esclusione cioè di qualunque forma di garanzia, si riallaccia alla normativa europea sulla compravendita fra privati, secondo la quale, includendo tale formula, si esclude ogni garanzia e anche il diritto di recesso. Difatti la legislazione vigente nell’Unione Europea prevede che anche i privati siano tenuti a dare delle garanzie sulla merce venduta, a meno che tale garanzia non sia esplicitamente esclusa al momento della vendita. L’esclusione di garanzia avviene tramite la formula “as is”. Come qui si legge. Ma, appunto, tale norma europea prevede un rapporto tra privati, che io sappia. Questa non è una Società?

Dunque: se non volessi che il mio volume fosse distribuito fra gli utenti? Se non fossi d’accordo? Non ho potere contrattuale e non posso depennare questa, come nessuna altra clausola.

La clausola successiva poi è ancora più assurda:

«15.21 – Indipendentemente da qualsiasi altro e diverso accordo che l’Utente dovesse stipulare con terzi, egli si impegna a mantenere sul Sito, per tutte le finalità previste dal presente Contratto (lettura, commenti, vendita) il Volume per un termine minimo di 10 mesi dall’avvio dal caricamento del Volume sulla Vetrina.»

In sostanza mi obbligano “indipendentemente da qualsiasi diverso accordo con terzi” (mettiamo che un editore acquisti i diritti della mia opera e dunque non è il caso di tenerla sul sito, anzi, non potrei) a tenere sul sito l’opera per 10 mesi? Va contro i miei interessi se nel frattempo un editore si dimostra interessato a pubblicarmi l’opera.

Ora, mi chiedo: questo è ancora un semplice servizio di POD? Sono libero di scegliere solo un servizio di POD, o devo accettare tutto il pacchetto? O qui stiamo parlando di un vero e proprio contratto con clausole che hanno tutta l’aria di essere vessatorie? Passibile di chissà quante altre modifiche? Quanti di quegli sprovveduti che ora sono o andranno sul sito se ne renderanno conto? Io immagino che la Società in questione, data la mole immane di futuri scrittori che si è trovata a gestire e che probabilmente aumentano, si sia non solo messa al riparo da qualunque contestazione, ma abbia visto delle magnifiche opportunità di crescita imprenditoriale, con la “collaborazione” della Holden. In questo caso, tanto di cappello! Forse però è il caso di stare molto, ma molto attenti.

Non sono un legale e non riesco ancora a vedere fino in fondo tutte le implicazioni di questo contratto di 23 pagine (23 pagine?!). Un normale contratto con un editore è di 5-10 pagine al massimo. Qui ce ne sono 23 e tutte fitte.

La cosa non mi piace e mi è parso doveroso segnalare la trasformazione de ilmiolibro da innocua POD a vero e proprio editore a pagamento, con la differenza che prima si pagava solo per stampare le proprie copie sulla base dell’accettazione di alcune semplici (o così potevano apparire) regole, ma da un po’ di tempo a questa parte si è costretti invece a firmare un accordo vincolante e capestro se si vuole accedere a qualunque servizio o seguitare a usufruirne.

(C) 2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Il presente articolo è stato precedentemente  pubblicato sul sito di Scrittori in Causa

 

 

PRESEPI

Presepe napoletano del 1700

Il mio presepio dell’infanzia era una complessa costruzione paesaggistica che veniva allestita su di un tavolo quadrato, spinto per l’occasione contro l’angolo del muro.  Lungo la  parete veniva affisso un grande foglio di carta turchina cosparso di stelle argentee e, appoggiate al muro,  venivano assemblate le montagne. Blocchi di sughero di forma irregolare, con cime appuntite o arrotondate, su cui mio padre aveva dipinto con della vernice bianca la neve. Poi, dai monti, iniziava il declivio collinare, rivestito di autentico muschio seccato e fresco, che l’estate si raccoglieva nei boschi. In fondo al declivio si apriva la piccola pianura e l’abitato.

Presso le prime casette del paese, di sughero e cartone col tetto di cartone ondulato, tutte dipinte in modo da imitare i mattoni e le tegole, c’era il laghetto. Una ciotola piena d’acqua e circondata di muschio, dove si abbeveravano le pecorelle. Ogni anno il numero dei pastori, degli artigiani e dei paesani si arricchiva di qualche nuovo personaggio. C’era il panettiere con in testa l’asse piena di pani appena sfornati, la filatrice con l’arcolaio, che sul fuso aveva del vero filo e un batuffolo di lana, il fabbro che picchiava l’incudine col suo maglio, l’oste nell’osteria, illuminata da una lucetta, il pescivendolo, col suo barile pieno di pesci d’argento. E poi una tenda beduina circondata di palme di velluto che affondavano nella sabbia raccolta l’estate al mare. E ancora angeli e pastori e donne e uomini e bambini. E tutti convenivano verso il centro focale della rappresentazione: la grande capanna di sughero con Maria, Giuseppe, il bue, l’asinello e la culla con dei fili di paglia. Vuota.

I Re Magi erano lontani, sulle montagne. Due sui loro cammelli ornati di gualdrappe rosse e oro e uno a piedi, ogni giorno percorrevano, guidati dalla mia mano che fungeva da motore, qualche centimetro/miglio (mio padre mi diceva che i chilometri allora non si usavano) per arrivare alla loro meta in tempo per l’Epifania.

Fare il presepe era una tradizione a cui mio padre teneva molto, figlio com’era del meridione.  Si faceva anche l’albero, come gli era piaciuto imparare in Scandinavia, ma il presepe era la tradizione della sua infanzia, che avrebbe passato a me.

La notte della Vigilia si preparava il cenone, durante il quale  dovevano arrivare in tavola 13 cose, ma niente carne.  Dall’antipasto alle lenticchie all’uva (rigorosamente 13 chicchi), compreso il pane e il vino. Poi si giocava a tombola coi ceci e, a mezzanotte meno 3 minuti, fino al momento in cui fui la più piccola di casa, mi veniva posto un velo in testa e mi si metteva in mano il Bambinello. Allora, con un’emozione che mi faceva prestare attenzione ad ogni passo e  a non distogliere gli occhi dalle mani a coppa, tutti facevamo tre giri intorno al tavolo, io davanti a tutti, cantando “Tu scendi dalle stelle” e a me toccava  l’onore immenso di deporre Gesù nella sua culla. Ero io a  far nascere il Bambinello.

Nel mio primo Natale in  Calabria, dei miei parenti che abitavano in un grande palazzo nel cuore della città, mi chiesero di aiutarli a fare il presepe. Le statuine  erano alte come un bambino di un anno e la capanna era stata fatta costruire dal loro bisnonno col legno dei pini  della Sila.  Le dimensioni di quel presepe mi ispirarono, quell’anno,  l’idea di riprodurre un  dipinto di Mantegna. Intrecciammo rametti di pino e di foglie lungo delle cordicelle, per costruire un lungo festone. Lo decorammo con arance e mandarini e lo fissammo come cornice intorno al presepe.  Quel Natale io ero incinta del mio primo figlio.

Con le statuine del mio presepe dell’infanzia si fecero ogni anno i presepi per i miei bambini, fino al momento in cui furono in grado di farlo insieme a me.

L’ultimo presepe lo fece mio figlio a 16 anni, molti anni fa.  Eravamo uscite e, al nostro ritorno,   ci fece trovare la sorpresa del presepe già finito. Allora lo inserivamo in una profonda nicchia nella libreria. Mio figlio, che aveva una grande abilità costruttiva, aveva composto delle  bellissime montagne, un laghetto luccicante con lo specchio, le casette poste  in perfetta prospettiva. La capanna era in fondo, che guardava la parete e tutti i personaggi, tutte le statuine, compresi Maria e Giuseppe, voltavano le spalle allo spettatore. Nessuno di quei personaggi aveva scelto  di guardare il mondo.

Fu l’ultimo presepe che sia mai stato fatto in casa.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA


Lo stato dell’arte: rete e letteratura.

Pile of Books

Mi diverto da un po’ a seguire  le discussioni che si svolgono su vari siti letterari italiani presenti in rete, spesso senza intervenire, spinta dalla curiosità di capire se la libertà offerta dal mezzo possa riflettere un panorama più respirabile di quello a cui è stata ridotta la cultura italiana.  Mi sembrava che almeno in rete si manifestasse una vivacità intellettuale che  al di fuori è assente, almeno da noi.  Vivacità che è il frutto di una maggiore libertà di voce, di voci, non mediate dalla stretta mortale delle varie lobbies culturali, gemmazioni delle lobbies politiche, che ingessano  il nostro paese.

L’immobilismo dinosaurico, nella politica, nella vita sociale, nella cultura – insomma ovunque- a cui assistiamo apparentemente impotenti da tempo non è cosa nuova per noi.  E’ un habitus lungamente testato e, nei suoi scopi e risultati, vincente. Un meccanismo bene oliato di cui sarebbe interessante tracciare una storia di taglio antropologico. E’ da sempre la politica che la Chiesa, un’istituzione di dinosauri benedicenti, ha insegnato a un paese che ha l’ha imparata e riprodotta come nessuno.

Come dice Leopardi, agli italiani manca il concetto di “società”, dunque dell’individuo come unico responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte e dell’impatto che quelle azioni e quelle scelte possono avere sul tessuto sociale, che è poi quello in cui egli stesso vive.  Così – pur avendo noi l’immeritata  fama di essere degli individualisti – si rende necessario l’aggregarsi a un qualche gruppo che possa non solo proteggere l’individuo, ma avvalorare la direzione delle posizioni che assume. In realtà, l’individuo conta poco e corre grandi rischi nel muoversi da solo. E’ il vaso di coccio tra vasi di ferro trasportati sul carro traballante. L’elemento estraneo, sospetto, da estromettere perché non disturbi la compattezza del gruppo.

Allora ecco la necessità, iscritta nel DNA di questo paese, delle cricche, delle consorterie, delle conventicole, dei gruppi e dell’idea che tutto, assolutamente tutto debba avere un senso politico e, soprattutto, che tale senso sia quello di una realtà binaria. Un o/o.  Una corsa all’esclusione che genera una serie infinita di inclusioni, di recinzioni ben protette.

Analogamente, risulta impensabile  considerare le cose  in termini di libertà individuale. Essendo la struttura psicologica quella del gruppo chiuso – l’Italia non è mai uscita dalla struttura feudale –  non riesce possibile credere che qualcuno sfugga al giochetto (rassicurante, perché evita la necessità di capire ciò che non si conosce) di ritrovarsi addosso appiccicata un’etichetta di un qualunque tipo. Non c’è straniero che non si meravigli e si capaciti nello scoprire che, in qualunque campo non politico – scienza, letteratura, arte, filosofia, psicologia, meteorologia,  o quel che vi piaccia. – da noi sia necessario bollare con un’etichetta politica l’individuo di cui si parla. E’ di destra o di sinistra? Come se davvero esistesse più una destra o una sinistra. C’è persino chi ancora parla di marxismo… che tenerezza.

Proprio nel paese in cui la politica è la più corrotta, lurida, ostentata  pratica volta solo all’arraffo personale, di tutto il mondo civile, si pretende di ridurre a politica o di ravvisare risvolti politici in ciò che proprio non può o non dovrebbe esserlo.

Certo, che la letteratura sia, come qualunque altro fenomeno culturale, figlia della visione del mondo che la produce e che dunque ne segua i moti e le direzioni, è talmente ovvio da non aver bisogno d’esser detto. E se, le culture si riverberano nelle società, ciò che fa quelle società è anche la direzione politica che le segna. Ma, la politica di un’epoca o di un paese in quell’epoca, è comunque uno degli aspetti di quella data visione del mondo.  In questo senso, essendo i fenomeni culturali frutto delle specifiche visioni del mondo, non c’è aspetto di una società che non sia profondamente connesso a tutti gli altri.  Dunque, i fenomeni culturali, sociali, economici e politici non possono essere considerati isolatamente per essere compresi.

In questo senso, non c’è fenomeno culturale che non sia anche politico, economico, sociale ecc.  Ma non è che la politica ne sia la sola ed esclusiva chiave di lettura, come in molti casi si vorrebbe fare. Mi pare un taglio stalinista.

Così ho imparato da una serie di sedicenti o supposti critici militanti, molto attivi in rete, nelle case editrici e negli atenei, ( o legati tra loro o nemici giurati gli uni degli altri) che la letteratura è e non può che essere politica. Non mi è stato facile capire sempre di che stessero parlando negli infiniti commenti ai loro aggiornatissimi post, perché a un certo punto, tra paroloni, involutissimi periodi sintattici, ripetute citazioni da superatissimi maîtres à penser francesi (ancora di moda solo tra una certa genia di accademici italiani della cosiddetta generazione TQ) e qualche loro epigono americano, mi perdevo come Cappuccetto Rosso nel bosco.

Pare che tra i nostri critici letterari militanti (e che siano militanti lo si capisce dalle bombe carta di cui sono armatissimi) vadano per la maggiore francesi e americani radical-chic come padri ispiratori del pensiero critico. Ignorano – a parte alcune rare eccezioni –  tutto quello che avviene nel resto d’Europa e del mondo. Tanto che Francia e Italia si scambiano il fior fiore dei loro intellettuali e filosofi influenti. Noi ne abbiamo esportata una che, filosofa considerata oltralpe pare mente tra le più influenti non so se di Francia o del mondo, scrive profusamente sulla condizione femminile (e non solo ) in un tripudio dell’ovvio e del qualunquismo rosato degno della migliore rubrica di cuori solitari. Però, essendo comunque donna, non l’ho vista molto citata in questi blog letterari, se non in quelli tenuti da donne d’assalto, molto attive al pari dei loro colleghi maschi.

Se poi tra loro interviene qualche intellettuale (parola  e funzione desueta pare) con le idee più chiare, che usa un linguaggio chiaro e piano e parla di cose concrete usando il buon senso, lo massacrano. Confermando, di fatto, che la critica letteraria da noi, di stampo accademico e non, ben lontana dall’occuparsi di esegesi del testo, o di ermeneutica (usiamo pure, per darci un tono,  un termine che spesso ricorre in questi ambienti) seguita ad essere quella che è stata da un po’ più di un secolo a questa parte: un accapigliarsi dei parenti sul cadavere.

Ma, in tutto questo, il cadavere, la letteratura in Italia dov’è? Ma è chiaro. La Letteratura da noi è il prodotto di una generazione di giovani che vanno dai circa 25 ai 40 o giù di lì anni, (sono prevalentemente maschi, le donne sono in minoranza, come ovunque in Italia)  molto attivi sia in rete che nelle case editrici che su riviste letterarie e sulle rubriche letterarie dei giornali à la page e che sparano a zero sui premi letterari e le supermafie dell’editoria che se li spartiscono,  ma ai quali ambiscono disperatamente.  Infatti, quando li ricevono, non li rifiutano.

La loro attività pubblica è così intensa che non è ben chiaro quando scrivano. E’ vero che quando si legge cosa scrivono si comprende che  il prodotto non richiede molto tempo o lunghe applicazioni. Misurano la propria credibilità e il peso delle loro parole dai libri e dai saggi che hanno pubblicato, come se ciò che gli editori italiani pubblicano non fosse per lo più  il risultato di connessioni e intrallazzi lobbistici. Lo sanno tutti, non è una novità. E’ un tale dato di fatto da essere diventato ormai un tòpos, a discapito di qualche raro editore minore che così non fa.

Dichiarano la morte del romanzo ma scrivono romanzi – o tali sono nella loro intenzione – discutono su cosa sia la poesia – che pare sia diventata una cosa indefinibile – ma scrivono poesie – o tali sono nella loro intenzione, affermano che la critica letteraria non si può più  fare se non in termini di militanza e poi non hanno categorie da usare se non le stesse del passato botulinate e siliconate.

Le donne che scrivono (in Italia il trend è opposto a quello del resto del mondo, poiché le donne pubblicate sono in numero molto inferiore  a quello degli uomini, così come quelle che hanno peso nella cultura) sono o fatte a pezzi, soprattutto se vendono molto, o ignorate, o ammesse nel gruppo se sono delle virago molto aggressive e mascoline e dunque fanno loro paura. (Vedi sopra).

Tutto questo, è ovvio, è frutto dell’impressione generale dello stato dell’arte che mi sono fatta leggendo i blog letterari italiani più in che la rete offre.  Non è un’impressione molto edificante, perché, lungi dall’essere usata come spazio di una maggiore libertà e creatività, la rete tende a riprodurre, in questi blog, gli stessi meccanismi che si trovano al di  fuori: aggregazioni, gruppi, sette, conventicole, esclusioni, odi e invidie, rivalità, esibizione di erudizione datata e modaiola allo stesso tempo. Insomma,   un grigiore.

Non è tutto così grigio e squallido.  Le voci libere sono moltissime e alcune davvero interessanti.  Ma è strano che lo sia nei blog letterari che – così loro sostengono – hanno un’autorevolezza maggiore.  Tuttavia il meglio non è dove è più facile vederlo. I diamanti si trovano ben nascosti sotto terra. Bisogna scavare.

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Tramonti d’Occidente di Emilia Blanchetti.

Tramonti d'Occidente di Emilia Bianchetti. Edizioni Autodafé

Se una coppia di categorie si dovesse individuare per analizzare al meglio la società che  ciò che definiamo Occidente ha creato, questa potrebbe essere frastuono/silenzio o, in alternativa pieno/vuoto o, ancora, caos/ armonia.  L’Occidente, inteso come l’insieme delle culture che lo hanno generato (greca, celtica, cristiana) vive una crisi che si potrebbe forse meglio definire un passaggio.

Noi, figli dell’Occidente, siamo chiamati a una trasformazione – che è il senso della crisi – pur senza saperne vedere al momento i termini o gli strumenti necessari. Sospesi tra un passato che ci ha segnati e ci ha determinati e un futuro di cui nulla sappiamo, se non l’incertezza, non abbiamo più strutture, culturali o mentali per vivere il presente.

E’ ciò che questo romanzo, profondo e all’inizio apparentemente caotico di Emilia Blanchetti, squaderna come un insieme di fili che cercano la loro trama sotto i nostri occhi. L’intreccio, quasi un viluppo, di storie, di personaggi, di situazioni, (frastuono – pieno – caos appunto) all’inizio ti accerchia, quasi ti soffoca.

C’è il proprietario di una casa editrice milanese di successo, figlio di quell’intellighenzia privilegiata che è in apparenza un solido baluardo alla dissoluzione. C’è una badante rumena che cerca, come avviene per tante sue compagne e compagni di destino, di nutrirsi delle briciole di un benessere e di una democrazia che non ha tempo per occuparsi degli anziani e dei malati. C’è una sorta di voce narrante, dal ritmo ondivago, che osserva, commenta e condivide le vicende del suo editore e c’è una giovane islamica, una figlia della vecchia generazione immigrata, che non solo non si è integrata, poiché lo scontro di culture non è affatto sopito, né ha trovato ancora nei figli degli immigrati nati in una nuova patria, alcuna vera integrazione, ma vede nella realtà in cui vive il Nemico da distruggere. C’è un’Italia che, tra Milano, Torino e Roma, fino a luoghi meno opulenti e felici, mostra la trama frusta del suo tessuto.

Attorno a questi quattro personaggi chiave ruota un coro di figure a loro legate e di storie che alle loro si intrecciano, in percorsi molto complessi.

La prima impressione, nel leggere i primi capitoli, è quella di un’umanità brulicante, confusa, nevrotizzata dalle incertezze che ottundono proprio quella qualità che è alla base della cultura occidentale: la ragione.

E’ come se tutti questi personaggi annaspassero in un gorgo che li risucchia e non riuscissero a trovare appigli.

Ma, quello che ciascuno di essi cerca, è il filo che li possa condurre fuori dall’abisso, (il silenzio, il vuoto, l’armonia appunto) senza alcuna certezza di trovarlo. Ciò che rimane è l’istinto di sopravvivenza, il principio oscuro e potente che il disfacimento della civiltà occidentale ha dimenticato, seppellendolo sotto valanghe e slavine di negazione del senso.

Poi, alla fine, il caos, il frastuono, culminano in una tragedia annunciata. Ma è in quell’acme che in realtà si sopiscono e il disegno dei destini individuali si rivela per quello che veramente  è: una sapiente tessitura del destino collettivo.  I protagonisti scorgono infine – almeno alcuni di loro – un barlume di quello che un senso non pareva averlo.

Solo un barlume. Ma la scorgono una scintilla di quel silenzio, di quel vuoto, di quell’armonia che l’Occidente pare abbia perduto.

Emilia Blanchetti è un’esperta di comunicazione ad alti livelli e questa sua competenza si vede nel modo in cui riesce a “domare” un materiale complesso, inizialmente caotico (o così appare), come quello che forma le fondamenta sotterranee del suo romanzo.  L’Italia confusa e dai confini così labili (confini ideologici e culturali, non solo geografici) e permeabili c’è tutta in questo romanzo intenso e sapiente.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

La notte che il satellite cadde sulla terra

Caduta satellite: la corsa è finita nel Pacifico

Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Un racconto inedito di Francesca Diano

(C) Copyright by Francesca Diano – Tutti i diritti riservati.

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo?

La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato di un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo- così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  - venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri.

Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa.

Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenti il suo cuore e la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento.

Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione.

Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

The White Witch – An Irish story – by Francesca Diano

The Italian 2010 edition of La Strega Bianca - una storia irlandese (The White Witch - an Irish story) by Francesca Diano


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The White  Witch

an Irish story

a novel by

Francesca Diano

 

Synopsis

 

A long journey through Ireland on a very special quest: a mystery to be unveiled. A love story that belongs to another life. A surprising encounter with  a woman, who is both a witch and a psychic: the White Witch. She  will help raising the veil hiding Sofia’s past.

The beauty and magic of the island will disclose the secret female power, the healing power of the Great Mother Goddess, as agents of a total transformation.

That of  Sofia  is a journey   through time and space, doubled by a journey inside herself.

Thanks to the beauty of a nature still intact, of the rich tradition of myths and legends, surrounded by a world of magic appeal,Sofia discovers a part of herself still unknown.

Sofia comes to Ireland leaving behind a frustrating relationship and a life of sorrows and painful experiences, bringing with her a deep love for this land,  a thirst to know, and the ability to see.

The events of her present life intertwine with flashbacks of a distant past, like in a riddle to be solved.

Visions of past lives, recollections of past events of her present life, mixed together, shifting from one place to the other, from one time to the other, create a fluid reality, where all boundaries are dissolved.

Reality becomes transparent. A see-through wall. So that Sofia will discover the truth hidden behind reality.

And it is in this magic island that the Great Goddess will disclose her healing power.

While meeting the various characters in her new homeland,Sofia recalls people and events of her life, and all the things that were before unclear and confused,  will acquire a new meaning and place through the unexpected events of her new life.

Cork, Cobh, Dublin, Monkstown, the Killarney lakes, Glandore, the National Museum, are all for Sofia places of learning and discovery. Each of them is a centre.

And, in Ireland,  Sofia will find the mother she never had.

The chance finding  of a precious, unknown  drawing by Daniel Maclise, will lead her to the  love she was waiting for since all her life, but, most of all, she will find herself, as a whole and new being.

The special structure  of the novel, like a Chinese box, is intended  to recreate   that unique  sense of time and space of the ancient Celts and of the mythological and oral narration. A circular  time, where past and present are at the same level, where there is no centre and yet the centre is everywhere.

Embedded into the prose writing, are some poems, as poetry was the choice required by writing  at that special point,  to express the deepness of  the distant past.

This is a  story where the female principle and archetype  play a central role.

And it is in this magical island that the healing power of the Great Mother Goddess will emerge and work her healing magic.

Ireland, its people, its myths, and its landscapes become the means and agents of a  rebirth.

All the unanswered questions that Sofia brings with her toIreland, will find their answers. All the pieces of the puzzle will fit, one by one, at the end.

Where is the bay she keeps seeing in her vision? Who is the man on the yacht she has been seeing  all her life sailing on that bay? Why is Ireland so special to her? What is she to find there? All these questions will get their answers.

In the novel’s circular structure, inspired by the Celtic vision of time, beginning and end coincide, so that the beginning is also the end.

And, of course, the end is not the end, but just a new beginning….

FRANCESCA DIANO was born in Rome in 1948. Her father, the famous  philosopher and scholar of ancient Greek, Carlo Diano, professor of Greek Literature and philosophy at the University of Padua, had a great influence on her education and studies, especially as regarding her interest in mythology and ancient cultures.

In 1971 she graduated Magna cum Laude in History of Art at Padua University. In the Seventies she  lived for some time first in Oxford, where she did research on medieval Italian illuminated manuscripts and later for some years in London, where she held courses of Italian Art at the Italian Institute of Culture and worked at the Courtauld Insitute.

In 1997/98 she lectured Italian at University College Cork.

From 1981  she’s a literary translator, working in the years  for well known Italian publishers, like Cappelli Fratelli Fabbri, Neri Pozza, Guanda. Among her authors are: Thomas Crofton Croker, (Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland), Anita Nair, Sudhir Kakar, Themina Durrani, Susan Vreeland, Uzma Khan, Kushwant  Singh, Pico Iyer, Geraldine Brooks etc.

She is the official Italian  translator of all works of the best seller  Indian author  Anita Nair.

Irish folklore and oral tradition are among  her main interests, born  when in 1973 she was so lucky to find  in London one of the few and very rare  original copies of the  1825 first edition of  T.C.Croker’s Fairy Legends .

In 1998 she was the curator for the Collins Press, Cork, of the facsimile edition of 1825 T.C.Croker’s Fairy Legends, the one in her possession. Such  edition was released to celebrate the bicentenary of Croker’s birth. On that occasion she was interviewed  by the Irish Times   about her interest for T.C.Croker and Irish folklore.

Her  Italian translation of Croker’s work, enriched by her  long introduction (published by Neri Pozza  with the Italian title Leggende di Fate e Tradizioni irlandesi)  was also launched at the Irish Embassy inRome, on the personal invitation of the Ambassador and had several reprints and different editions.

She has lectured extensively on art, literature, translation studies  (University Alma Mater in Bologna) and Irish folklore. Her essays and articles on Irish folklore have been published on journals and newspapers.

She writes poetry, short stories, essays and is  of course still active as an Art critic, writing essays on some Italian well known artists

 

 

 


EGIDIO GAVAZZI “DESIDERIO DI VOLO”

Egidio Gavazzi è una di quelle persone di cui l’Italia dovrebbe essere orgogliosa. Perché è uno dei nostri più illustri ecologi, è un raro conoscitore, osservatore e fotografo della natura, ha fondato riviste come Airone, Acqua, Silva, Alisei, perché la sezione italiana di Greenpeace è nata a casa sua, perché ha dedicato la vita all’amore per la natura, perché è un uomo di una cultura vasta, raffinata e che spazia in molte culture ed epoche, perché ha girato il mondo con occhi di poeta e perché è da sempre innamorato perso di una delle passioni più antiche e mistiche dell’uomo: volare.

Ho usato il condizionale all’inizio, perché la storia di questo libro, o meglio, di questa lunghissima poesia, lascerebbe intendere che le grandi case editrici italiane, che tanto si danno da fare – a loro detta – per scoprire vecchi e nuovi talenti e per pubblicare scrittori di tutto il mondo, non hanno in realtà alcun interesse a pubblicare testi il cui contenuto e la cui scrittura sono di qualità eccellente. Ma questa mia affermazione, le parole che ho usato, non dicono quel che è il libro, sono scioccamente riduttive.

Tuttavia, conoscendo bene il mondo dell’editoria italiana, non mi meraviglia affatto che Gavazzi abbia trovato tante difficoltà per la pubblicazione, lui che per poter scrivere di natura come voleva e poteva, ha fondato una delle riviste più belle del 900, Airone. Come meravigliarsi se, anche uno scrittore unico come Guido Morselli, di cui pure si parla nel romanzo, abbia dovuto tirarsi una rivoltellata perché gli editori corressero a pubblicarlo? Ma evidentemente da morto non era più tanto pericoloso. Pensare, e soprattutto pensare in modo originale, avere una visione del mondo complessa e inusitata, in Italia, si sa, è ritenuto sospetto, dunque pericoloso.  Non c’è di meglio che oscurare, ignorare, mettere a tacere.

DESIDERIO DI VOLO, Sironi Editore, racconta con l’andamento ondivago della memoria, un sogno che si realizza nel corso di una vita eccezionale. Il sogno di volare. Che è da sempre un sogno umano, ma che qui nasce insieme a quel bambino che prima osserva l’universo aereo, poi lo imita, poi si identifica in un nibbio. Che SCEGLIE di diventare un uccello e vi si immedesima, al punto di pensare e vedere il mondo con gli occhi e la mente di un uccello. E dunque, da adulto, si fornisce di ali, quelle degli aerei, per iniziare una lunghissima e ininterrotta storia d’amore con l’aria e la sua dimensione.  Quella della libertà.

Come tutti i percorsi che, se non conducono definitivamente alla libertà, vi si dirigono comunque con ostinazione, anche questo è disseminato di sconfitte, di  disillusioni e amarezze. Che non vengono dall’aria e dai suoi abitanti, ma da altri uomini e, talvolta, dal misurarsi con parti non del tutto note di sé. Eppure, è proprio da questi incidenti di percorso che nasce la conoscenza e la passione cresce e dilaga fino ad invadere ogni campo della vita. Una vita, quella narrata, che davvero diventa “una vita inimitabile”.

Una vita che è stata e continua ad essere, la ricerca della purezza, della bellezza.

“Il cielo, il volo, hanno un potere purificatore sul mondo. Dall’alto il brutto e lo spiacevole tendono a sparire. Nella prospettiva che si allontana si perdono le costruzioni sgradevoli, il disordine, la sporcizia. Tuttavia la nostra capacità di leggere il paesaggio integra il segnale visivo con quegli elementi di negatività che ci sono troppo noti per riuscire a rimuoverli, anche quando sono lontani e confusi. La notte è diverso. La notte è un altro mondo.

Senza il dettaglio del reale che sfila di fianco, senza gli odori degli scarichi, senza un’individuabile presenza di persone, come sarebbe vista da un’automobile, la città dall’alto si trasforma in una sinfonia di luci, senza rumori, senza odori, e si offre in tutta la sua apparente purezza ai pochi che hanno il privilegio di sorvolarla come noi, così piano, così basso.”

E penso, leggendo queste righe, a quando Leopardi parla della luna, di come, osservata dagli astri, la terra appaia lontana e tutti gli affanni e le brutture umane perdano di valore e significato. Perché è così, perché solo uscendo da noi stessi e fondendoci col tutto e dimenticando noi stessi riusciamo a capire noi stessi.

Storie di uccelli e di aerei, divenuti creature vive, dotate di anima e sentimenti, si rincorrono alternandosi come una doppia spirale del DNA attorno a quest’anima di sognatore.

E la dimensione onirica si mischia col quotidiano e il reale, anche grazie a uno stile davvero originale. Anche narrando di dati tecnici di volo, anche tracciando i ritratti e gli ambienti di una famiglia d’origine così bizzarra e affascinante da aver impresso per sempre il marchio della libertà e del desiderio di conoscenza, lo stile è quello di un poema in prosa e non v’è fatto o avvenimento che non acquisti un significato paradigmatico. Che non si faccia conoscenza.

La storia narrata è quella di chi ha girato il vasto mondo, da un continente all’altro, per vedere, scoprire, capire, per amore della vita che si manifesta in innumerevoli forme, una delle quali è anche l’uomo, ma non l’unica e, certo, non la più felice.

Del resto l’Ulisse di Dante compie il folle volo per inseguire la “canoscenza”. Ed il volo non è che la metafora di una visione “dall’alto” delle cose, di una visione più universale.

Leggendo questo libro intensissimo, che in molti punti ti afferra dentro, non ho potuto evitare di chiedermi quale visione abbiano gli uccelli di noi. 

Stephen Hawking è buddista.

E’ appena comparso sul Times un articolo di Stephen Hawking che riassume il succo della sua ultima opera, The Grand Design, sulle origini dell’universo. Il genio incredibile di Hawking è di per sè già uno dei misteri del nostro universo.

A 68 anni, completamente paralizzato e in grado di comunicare solo grazie alla tecnologia più avanzata, di fatto è un cervello meraviglioso prigioniero in un corpo che è una gabbia senza uscite. Eppure lo spirito indomito, il coraggio, l’amore assoluto per la conoscenza gli permettono di scrivere, tenere conferenze, girare il mondo, sposarsi due volte, a prova che la volontà e lo spirito sono molto più forti della materia.

In questo ultimo lavoro Hawking afferma che, proprio grazie alle leggi della fisica e a quelle della gravitazione, si può ipotizzare che l’universo sia nato dal nulla. Non è stato creato da nessun dio, da nessuna forza. Prima c’era il nulla e poi ecco l’universo.

Eppure è quanto asserisce il Buddismo. Il concetto del Nulla è un concetto buddista.  Nel Buddismo Dio non è necessario. Non se ne parla proprio. Cosa sia il Nulla buddista è poi tutt’altra questione. Si può affermare che il Nulla sia qualcosa? Che sia? E’ una contraddizione secondo la più pura logica.

Si può passare dal nulla al tutto? Sono davvero sufficienti solo le leggi della fisica e della gravitazione per giustificare un evento che nega quelle stesse leggi, se nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma?

Ma, mi chiedo, che tipo di concetto di dio ha Hawking? Spero non quello popolare e infantile di un essere in qualche modo simile all’uomo, di un qualche essere la cui essenza ed esistenza siano concetti per noi afferrabili. Di uno che, in un modo o in un altro, decide di creare l’universo e, in modo materiale, zac! lo crea.

Questo è un concetto un po’ elementare e anche ingenuo di dio. Adatto a giustificare l’esistenza di quelle strutture di potere e di controllo che sono le religioni e a loro utile. Più o meno a tutte. Creato – questo sì dal nulla – proprio per controllare le masse e le coscienze ad usum delphini.

Dio può essere le leggi stesse della natura, o l’energia che anima l’universo, o la materia oscura di cui poco si sa, o un ranocchio barbuto, o nulla di tutto questo. Ma cosa sia dio mi pare assurdo voler descrivere.

Dunque, la questione è proprio: qual è il concetto di dio che ha Hawking? Perché DEVE averne uno per negare che c’entri qualcosa con la creazione dell’universo e del tempo.

Io credo che la scienza così come l’Occidente l’ha modellata e sviluppata, cioé la scienza che trova il suo fondamento nel metodo sperimentale, sia solo una delle tante possibilità e strumenti di conoscenza che l’uomo possiede.

L’arroganza dell’Occidente nel considerarsi depositario della Verità, della Conoscenza, dello Sviluppo e della Civiltà è seriamente messa in discussione dal declino, anzi dal crollo totale, di questa vicenda storica che ci ha portati a dominare il mondo in un modo o in un altro.

Civiltà antichissime, che si erano eclissate per le devastazioni subite dall’Occidente, si sono risvegliate e ci stanno dando dei punti e una bella lezione.

L’affermazione di Hawking è condivisibile, perché non c’è bisogno di ipotizzare un dio di cui nulla si conosce, nulla si può dire o immaginare per giustifcare la nascita dell’universo e con esso del tempo. E’ importante pensare che ci sia o meno un dio alle sue origini? Non credo proprio, perché se la scienza deve tenersi alla larga dalla fede – e lo DEVE – che interesse o importanza può avere per uno scienziato non solo capire se una cosa come dio esista o meno, ma addirittura occuparsene.

Quanti mali si sarebbe risparmiata e si risparmierebbe l’umanità se lasciasse perdere dio e si occupasse di se stessa, dei propri simili e della propria anima. Qalunque cosa l’anima sia.

Origini del folklore irlandese

DINO CAMPANA

Da  ”CANTI ORFICI”
La Notte
… 
E allora figurazioni di un’antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi di orgie si crearono avanti al mio spirito. Rividi un’antica immagine, una forma scheletrica vivente per la forza misteriosa di un mito barbaro, gli occhi gorghi cangianti vividi di linfe oscure, nella tortura del sogno scoprire il corpo vulcanizzato, due chiazze due fori di palle di moschetto sulle sue mammelle estinte. Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d’assi e di zingo sui terreni vaghi della città, mentre una candela schiariva il terreno nudo. In faccia a me una matrona selvaggia mi fissava senza batter ciglio. La luce era scarsa sul terreno nudo nel fremere delle chitarre. A lato sul tesoro fiorente di una fanciulla in sogno la vecchia stava ora aggrappata come un ragno mentre pareva sussurrare all’orecchio parole che non udivo, dolci come il vento senza parole della Pampa che sommerge. La matrona selvaggia mi aveva preso: il mio sangue tiepido era certo bevuto dalla terra: ora la luce era più scarsa sul terreno nudo nell’alito metalizzato delle chitarre. A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza, languida nella sua grazia selvaggia, gli occhi dolci e acuti come un gorgo. Sulle spalle della bella selvaggia si illanguidì la grazia all’ombra dei capelli fluidi e la chioma augusta dell’albero della vita si tramò nella sosta sul terreno nudo invitando le chitarre il lontano sonno. Dalla Pampa si udì chiaramente un balzare uno scalpitare di cavalli selvaggi, il vento si udì chiaramente levarsi, lo scalpitare parve perdersi sordo nell’infinito. Nel quadro della porta aperta le stelle brillarono rosse e calde nella lontananza: l’ombra delle selvaggie nell’ombra.
                                                                                                             
Dino Campana

Questi versi sulfurei di una delle cose più belle e mai eguagliate nella nostra angusta poesia del ’900, che è quel poemetto in prosa, Canti Orfici, (Campana ha precisato che non I Canti Orfici, ma Canti Orfici ne era il titolo) sono pura bellezza. Intensi, tracimanti vita, fuoco, visioni.

Quello che nelle vicende umane di Dino Campana mi sempre sconvolta è stata la superficialità, la “volgarità” umana e la supponenza di Papini e Soffici, in  cui Campana aveva creduto e a cui aveva affidato – mioddio che ingenuità! – l’unica copia del suo manoscritto. Quelli lo persero… e poco se ne curarono anche. Non ci sono parole per dire cosa significa per uno scrittore sapere che tutto ciò che hai costruito, meditato, sofferto per mettere sulla carta è perso. E’ una sofferenza che non si comprende se non si prova. Il manoscritto, dal titolo “Il più lungo giorno”, che era la prima versione di Canti Orfici, venne poi ritrovato in casa Soffici nel 1971. E pur essendo quella che Campana definì “la premiata ditta Papini & Soffici” composta da due intellettuali, artisti e scrittori entrambi, la cosa non li toccò più di tanto. In fondo Campana era “un matto”…

Ma anche i parenti di Campana abbandonarono in soffitta il manoscritto dei Canti Orfici, che aveva ricomposto e di fatto modificato rispetto al Più lungo Giorno, senza minimamente preoccuparsi o porsi il problema di farne qualcosa, tanto l’avevano amato e compreso. 

Era stato proprio suo padre a farlo rinchiudere ancora giovanissimo in manicomio, perché aveva comportamenti da lui giudicati inaccettabili, ma in realtà dettati solo da un’anima viva.  

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