Stampa e suicidio: l’irresponsabilità trionfa

Alcuni anni fa, l’AFIPS (Associazione Famiglie Italiane per la Prevenzione del Suicidio “Carlo Trumper”), con il sostegno di alcuni psichiatri, tra cui Diego De Leo, organizzò una tavola rotonda con direttori di testate giornalistiche e organi di stampa per presentare un “decalogo” da seguire nel dare notizie di persone decedute a causa di un suicidio.

Alcuni dei punti erano:

Non mettere mai la notizia in prima pagina

Non dare troppo spazio alla notizia

Non mettere nome e cognome ma solo le iniziali

Non fornire particolari nè sulle modalità della messa in atto del gesto né sulla vita della persona

Non avanzare ipotesi, o peggio ancora stilare giudizi e conclusioni sulle cause.

Perché tutto questo? Perché ben si conosce in psichiatria l’effetto imitativo, detto anche effetto Werther, della irresponsabile romanticizzazione o della suggestione imitativa  di un atto suicidario. Dopo la pubblicazione de “I dolori del giovane Werther” difatti, tutta Europa fu percorsa da un’ondata di suicidi ispirati dal personaggio di Goethe. Goethe stesso fece numerosi appelli perchè questo cessasse.

Non è di molti anni fa l’ondata di suicidi (11 in pochi mesi) tutti messi in atto con lo scappamento dell’auto, grazie all’accurata descrizione di questa modalità da parte dei mass media. Un modo che, se non fosse stato descritto tanto bene, non sarebbe venuto certo in mente.

Il ruolo della stampa in questi casi è quello di istigazione al suicidio, che è penalmente perseguibile.

I direttori e i giornalsisti illuminati che avevano partecipato a quell’incontro si impegnarono a rispettare queste semplici regole. E lo fecero. Purtroppo i direttori di quei giornali sono cambiati e quegli stessi quotidiani sguinzagliano oggi i loro scribacchini come belve a caccia. Come vengono a sapere di un suicidio ci si gettano sopra famelici, assetati di sangue. Giornalisti (?)  ignoranti e presuntuosi, veri squali, ci fanno “il pezzo” non risparmaindo niente e nessuno.

“Si è suicidato/a per amore! Si è suicidato/a per una bocciatura! Si è suicidato/a per problemi economici, la perdita del lavoro, un brutto voto ecc ecc   E’ ovvio che questa gente non sa nulla sull’argomento, non ha mai avuto a che fare con un suicidio, non ha anima. Ma che ne sanno del perché? Anzi, DEI perché, dato che non è mai unica la causa.

Oggi, su un quotidiano regionale a discreta tiratura ecco l’ennesima notizia del suicidio di un giovane uomo, sbattuta in prima pagina, con tanto di foto, foto della casa, nome e cognome, modalità, interviste ai vicini, e giudizio finale: si è suicidato per amore! Un lettore di anguste capacità mentali ha commentato: ma che bello, è un gesto romantico…..

Ora basta!!! Capisco la libertà di informazione, capisco il diritto di cronaca, ma non sarebbe ora di imparare?

Togliersi la vita è un gesto talmente contrario alla natura umana, alla pulsione alla vita e alla sopravvivenza che è parte essenziale dell’uomo, e ancora di più in età giovanile, da implicare la presenza di una forza di negazione ancora più potente che la sovrasta.

Un suicidio NON E’ MAI un gesto lucido, mai una scelta libera.

Questo sia chiaro.

La cosa terribile è che, mentre chi si sente devastato dal dolore pensa a farlo cessare solo con un gesto di questo tipo e intorno si trova sempre e solo il vuoto e il silenzio di chi dovrebbe e potrebbe aiutare, DOPO il chiasso è insopportabile. Tutti compiangono, tutti commentano, tutti danno giudizi, tutti concionano.

Ascoltiamo e parliamo PRIMA. Tacciamo e rispettiamo POI

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Emilio Mariano

Da pochi giorni si è spento a 97 anni un grande studioso di Gabriele D’Annunzio, ma anche grande germanista e letterato di raffinatissimo sentire. Emilio Mariano era un carissimo amico di mio padre e io ho avuto la fortuna di ereditare questa preziosa amicizia, insieme a quella di sua moglie Vera.

Mariano era stato allievo di Vincenzo Errante e da questo grande maestro degli studi germanici aveva tratto una solida cultura non solo filologica, ma poetica e letteraria. Con lui aveva curato Orfeo, una meravigliosa raccolta antologica della poesia mondiale. Non so se si trovi ancora, ma io ho l’edizione che Mariano aveva donato a mio padre e la trovo ancora una delle opere più importanti per la conoscenza universale della poesia.

 Subito dopo la guerra inizia la sua avventura con D’Annunzio, perché nel 1948 diventa responsabile degli sterminati archivi del Vittoriale e dal 1955 fino al 1979 ne è soprintendente. Il più grande che il Vittoriale abbia avuto.

L’amore per D’Annunzio non è solo legato a questo incarico, ma anche all’incontro con quella donna straordinaria che è Vera Luise, pronipote diretta di D’Annunzio. Il Vittoriale è per lui un luogo di lavoro  e del cuore. La casa che custodisce e dirige con un amore e direi quasi venerazione diventa  con lui il centro di una vita artistica e letteraria intensissima, come l’attività teatrale che si svolge in estate al teatro del Vittoriale.

La cecità italiana, l’ipocrisia che distingue la nostra non-cultura, ha  per decenni bollato D’Annunzio di fascismo (quando D’Annunzio odiava il Duce) e di “dannunzianesimo”, come categoria deteriore di un certo estetismo sfatto e superficiale. D’Annunzio è invece un serbatoio a cui TUTTA la poesia e la letteratura italiana del ‘900 hanno attinto guardandosi bene dal dirlo.

Pochi conoscono D’Annunzio e solo per una manciata di testi poetici, ma tutti si sentono in grado di trinciarne giudizi stereotipati. Se finalmente si inizia a guardare a D’Annunzio come all’unico artista internazionale del ‘900 che l’Italia abbia avuto, lo si deve anche ad Emilio Mariano. 

Emilio Mariano ne ha sviscerato i lati più segreti, quel D’Annunzio celato e tormentato, ben diverso dall’immagine proiettata all’esterno, quel D’Annunzio prodigioso artista e conoscitore del passato che era consegnato alle carte, ai carteggi, alle stanze più intime.

Molti degli ultimi anni di Mariano sono stati dedicati al carteggio con Eleonora Duse, che lo aveva preso come nulla prima,  alla monografia sul Fuoco, lavori che non hanno visto la fine  prima della sua morte, perché Mariano vi aveva riversato tutta la sua vita, la sua conoscenza. Era un filologo puntiglioso, quasi ossessivo e lo scavo era talmente profondo da non permettergli di  prendere scorciatoie.

Per me però era Emilio, l’amico con cui, insieme a Vera, ho trascorso alcune estati bellissime ospite nella loro casa di Gardone. E’ di questo Emilio che voglio parlare.

La loro villetta, immersa in un giardino con prati in discesa, la vista sul lago, piccoli orti dove andavo a raccogliere basilico e zucchine, un piccolo frutteto con ulivi e cespugli di more, che mi davano la gioia di una colazione profumata, è una bizzarra costruzione, che all’origine era appartenuta, così pare, a un ingegnere svizzero che aveva nostalgia della Svizzera. Infatti la casa altro non è che uno chalet di montagna, con una gigantesca bouganvillea che corona il porticato e un mare di ortensie ad un lato. La cosa che mi ha sempre affascinata però era una saracinesca, o meglio barriera di legno, immensa, che grazie a una manovella si solleva o si abbassa a  chiudere o aprire  l’enorme vetrata che dà sul giardino. Quasi un ponte levatoio verticale, che scorre dal sottosuolo.

Quelle giornate sono per me un serbatoio di ricordi gioiosi. Vera ed io andavamo al lago a fare il bagno, a prendere il sole, a fare le spese e trascorrevamo pomeriggi a chiacchierare. Vera mi insegnava le ricette russe, perché sua madre era di origine russa, figlia di artisti  arrivati in Europa al seguito di Djaghilev. Emilio emergeva dal suo studio alle ore dei pasti e a tavola ecco D’Annunzio, la Duse, ma la sua giovinezza, i suoi incontri, mio padre, gli amici comuni ormai scomparsi e con loro un mondo, ma la cronaca politica, culturale, i programmi televisivi, i libri…. per me un testimone di un mondo scomparso. Un testimone prezioso.

Il tratto più forte di Emilio era la sua delicata e a volte feroce ironia, molto britannica, insieme a un fare misurato, nobile e  quasi timido. Era un uomo elegantissimo, anche in casa. Raffinato nel vestire, come nell’animo. E molto riservato. Quell’ironia serviva a difendere un cuore capace di grandi passioni trattenute. Di grandi slanci. Un uomo capace di grandi affetti, ma che difficilmente manifestava in modo aperto. Per pudore e riserbo. Forse anche per educazione e stile.

Una volta mi invitò a pranzo nella sua bellissima casa veneziana – per anni aveva insegnato a Cà Foscari – e mi commosse che avesse pensato anche al dolce: una scelta di quei dolcetti veneziani da gustare a fine pasto. Parlammo di molte cose. Non le ricordo con precisione. Quello che ricordo era l’atmosfera, la stessa delle stanze segrete del Vittoriale, dove il pubblico non va.  E non solo perché la casa era stata arredata da lui con una raffinatezza da esteta, ma perché vi si respirava quella segreta intimità fatta di un’arte del vivere la propria anima, che si vuole celare al mondo. 

Sono orgogliosa di averlo conosciuto.

Turning Points di Diego De Leo

E’ uscito di recente in Australia, (Australian Academic Press) questo straordinario lavoro a cura dello psichiatra Diego De Leo, dal titolo significativo: Turning Points, Svolte.

Diego De Leo, italiano, dopo una lunga carriera come psichiatra a Padova, si è trasferito a vivere in Australia da alcuni anni ed è docente di psichiatria e direttore dell’Australian Insitute for Suicide Research and Prevention alla Griffith University di Brisbane. Un’autorità internazionale nel campo della suicidologia, da decenni l’oggetto dei suoi studi, che gli hanno dato fama internazionale, è il suicidio.

Il suicidio è un buco nero dell’anima, una tragedia che non solo colpisce chi arriva, per una serie complessa e spaventosamente dolorosa di motivi, a metterlo in atto, ma anche chi in questo modo perde una persona amata. La lunga esperienza di ascolto di queste storie ha spinto Diego De Leo a raccogliere, in forma di lettera, dodici esperienze che gli sono state raccontate. Dieci di queste riguardano persone che sono sopravvissute a un tentativo di suicidio e due di persone che hanno perso una persona amata che in questo modo si è tolta la vita.

Chi è sopravvissuto comunica un’esperienza radicale, profonda, attraverso cui ha compreso, anche attraversando l’inferno, il valore della vita. Chi ha perso una persona amata, come a me è accaduto – non può non interrogarsi per il resto della propria vita sul dramma che l’ha cambiata per sempre.

Sia nell’uno che nell’altro caso, mettere in atto (e sopravvivere)  o subire un suicidio, è un’esperienza “prima della quale” e “dopo la quale”. Segna una svolta definitiva, a cui si DEVE trovare un senso, si DEVE dare un significato.   Alla fine di ciascun racconto compare un commento di De Leo. Ma a queste storie si aggiunge la sua, il motivo che lo spinse, all’inizio del suo percorso accademico, a dedicare la sua vita alla prevenzione del suicidio: la morte inaspettata di un amico che amava. Lo shock, il dolore, la sensazione dolorosa di non aver visto la sofferenza dell’amico, hanno dato un frutto di vita.

La lettura di questo libro, lungi dall’essere pesante, come l’argomento potrebbe far supporre, è un’esperienza profonda, commovente, che esalta invece il valore della vita.

Le voci che si avvicendano proiettano una lama di luce negli abissi dell’anima umana, permettono di comprendere la sofferenza spesso taciuta, la paura di rivelare ciò che tormenta, l’ipocrisia della società che tende a cancellare e rimuovere la sofferenza e la morte. Sono voci coraggiose che tutti dovremmo ascoltare.

Un suicidio è sempre l’esito di un lunghissimo percorso. E più terribile ancora il suicidio di un giovane o di un adolescente. Non siamo preparati, non siamo capaci di capire, di vedere, di ascoltare, anche perché, nonostante oggi se ne parli in modo più aperto, non se ne parla mai abbastanza, non si sanno interpretare i segni, i richiami di aiuto.

Ecco allora che un libro come questo, scorrevole, non accademico, pieno di umanità è un dono prezioso per tutti quelli che lo leggeranno.

La morte non è mai un punto di arrivo, ma sempre di partenza. Non è una fine, ma una trasformazione. E dunque, anche l’esperienza che se ne può fare in modo indiretto è una “morte”, una profonda trasformazione.

E’ questo che Turning Points permette di comprendere.

A Diego De Leo va il mio speciale ringraziamento per il suo lavoro, che non è solo quello di un accademico, ma di un uomo che ha scelto di dedicare la sua vita alla vita. E ha scelto di farlo attraverso l’esperienza della morte.

Anita Nair. L’arte di dimenticare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho scritto questo post sul romanzo di Anita Nair (da me tradotto) nel 2010, quando fu pubblicato in Italia contemporaneamente all’uscita in India e UK.  Lo ripropongo volentieri perché ora (giugno 2012) sta uscendo in India il film tratto dal romanzo, col titolo originale “Lessons in forgetting”, di cui si può vedere qui sotto il trailer.

https://www.facebook.com/photo.php?v=237058679738323

Il film, girato in Kerala e a Bangalore, è prodotto da  Arowana Studios, produced by Prince Thampi, il regista è  Unni Vijayan e la sceneggiatura di Anita Nair stessa.  Gli attori sono Adil Hussain, Roshni Achreja, Maya Tideman, Raaghav Chanana, Karan Nair, Amey Wagh, Bhanu Prakash, Srilekha, Anuja Vaidya,Veena Sajnani, Lakshmi Krishnamurthy, Parthiv Shah, Sukitha Aiyar, Uttara Baokar.

 

Pochi mesi fa è uscito per i tipi di Guanda, “L’arte di dimenticare” di Anita Nair, l’ultimo romanzo, in ordine di tempo, dell’autrice del best seller  “Cuccette per signora”. Anche questo, come tutti gli altri romanzi di questa grande voce della letteratura indiana contemporanea, è stato da me tradotto. E con grande gioia.

E’  un romanzo dalla struttura di grande originalità, perché le vicende dei due protagonisti, Mira e Jak, si sviluppano e si dispiegano secondo la struttura a stadio dei cicloni.  La caratteristica di un ciclone è l’impossibilità di prevederne la formazione. Non si sa dove e quando colpirà. I suoi effetti sono imprevedibili.

Mira è una raffinata signora di Bangalore, sposata e con due figli. La sua vita di moglie apparentemente appagata di un manager di successo e di autrice di libri di cucina si svolge all’interno di una casa antica, la casa lilla, che è quasi monumento nazionale, tra ricevimenti raffinati, incombenze familiari e  intense relazioni sociali. All’improvviso suo marito scompare. Senza un motivo apparente.

Jak, docente universitario e studioso di cicloni, è tornato a Bangalore dagli USA per assistere la giovane figlia,  ridotta a un tronco senza vita cosciente a  causa di un incidente misterioso. Che è accaduto?

Le circostanze li portano a incontrarsi e a sopravvivere, ciascuno a suo modo, al ciclone che ha colpito le loro vite, per poi tentare di ricostruire un futuro. Per trovare una nuova possibilità. Insieme.

Il fascino del romanzo è nella scrittura, ma soprattutto nella struttura originale, che crea una tensione costante tra i vari personaggi.

Il romanzo affronta    anche il tema drammatico del feticidio femminile, una piaga che, pur vietata per legge, seguita a mietere vittime innocenti in India.

E’ soprattutto una storia di circostanze e vite che si intrecciano, di come, dopo le devastazioni, si possa guardare a un nuovo inizio e di come l’amore in tutte le sue sfumature e coniugazioni e la solidarietà possa essere un potente agente di rinnovamento.

Come tutti i romanzi di Anita Nair, anche questo ha una fine aperta. La vita è imprevedibile e una conclusione precisa è, nella visione della Nair, una contraddizione. La vita è una faccenda aperta, il romanziere che voglia darne un’immagine, non può che lasciare alla vita stessa la scelta.

(C)2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Introduzione di Francesca Diano a “La mia magica India” di Anita Nair

Nel 2009 è uscito il bellissimo libro di Anita Nair, “La mia magica India”, in cui Anita narra, con voce fresca e moderna, molti dei più importanti miti indiani.  E’ un libro bellissimo, fresco e appassionante.

Sono la traduttrice italiana di tutte le sue opere, ma questa volta, per una serie di fraintendimenti  di cui non sono responsabile, con mio grande dispiacere non ho tradotto il libro.  Ho tuttavia scritto una lunga e ricca introduzione, corredata di note. Volevo che il lettore, anche il meno introdotto all’immenso patrimonio della mitologia indiana – la madre di tutte le mitologie – potesse orientarsi in questa apparente semplicità della narrazione e comprendere anche l’interessante operazione fatta da Anita Nair: quella di rendere accessibili i miti indiani anche ai bambini. Ai bambini indiani, si intende.

Il mito, in India, è parte integrante della visione e della percezione della vita, a differenza dell’Occidente, che lo ha dimenticato. Dunque, nel nostro avvicinarci, in punta di piedi, al mondo ricchissimo, coloratissimo, affollatissimo, a volte rombante e dirompente dei miti indiani, la percezione che ne avremo non potrà essere la stessa.

Ho scritto che, mentre la fiaba è nutrimento per bambini che dovranno diventare uomini, il mito è nutrimento per uomini che devono tornare bambini.

Il mito è uno strumento di precisione, affilato come un rasoio, profondo come il più profondo oceano, per capire le origini della nostra specie. Per capire chi siamo. Da dove veniamo.  L’Occidente, tranne pochissime eccezioni, ha perso questo strumento, non ne riconosce più i meccanismi e la potenza. In alternativa, per colmare il vuoto abissale lasciato dalla dimenticanza del mito,  dato che l’uomo senza miti non può vivere, ne ha creati di sostitutivi. Poco efficaci e quasi sempre nocivi, perché il mito non nasce in modo rapido e non nasce dalla mente. E’ un magma che si sedimenta, che richiede epoche e uomini che lo creino narrandolo. Ma, soprattutto, il mito ha un valore fondante. I miseri miti della nostra epoca non sono fondanti, ma laceranti.

Leggendo questi racconti freschi, narrati con un linguaggio apparentemente semplice, ricco di dialoghi, spesso lampeggiante, si ritrova quel contatto con l’invisibile che il mito sottende, con l’assoluto che è la ricerca e la meta costante dell’uomo.

L’indologa Marged Trumper, docente di hindi alla Statale a Milano, con grande competenza, ha redatto il prezioso glossario, che rende comprensibili i termini e i nomi.