Traduttificio Italia

Come tutti sanno, la maggior parte dei libri pubblicati e venduti in Italia è composta da narrativa straniera. In buona parte originariamente in lingua inglese. La stessa narrativa indiana, che oggi è il vero boom da noi, è quasi esclusivamente anglo-indiana. Si tratta cioé di scrittori indiani che, pur vivendo in India, hanno capito che è molto conveniente economicamente scrivere in inglese, sia perché questo apre un enorme mercato mondiale anglofono, sia perché quasi nessuno conosce l’hindi, o l’urdu, o il bengali, o il malayalam, o il kannada o altre lingue indiane. Il che dà una visione molto parziale e molto angusta dell’immenso campo della letteratura indiana.

Questi scrittori difatti in genere, proprio tenendo un occhio al mercato, trattano i temi che immaginano possano stuzzicare e attirare i lettori occidentali. Ma la letteratura indiana in hindi o in bengali, ad esempio, è molto più interessante e molto più “indiana”, e ha caratteristiche molto diverse da quelle che noi conosciamo come “narrativa indiana”, che di fatto rispecchia – e in questo è interessantissima e preziosa – il difficile passaggio dalla tradizione alla modernità. Però, appunto, è una visione molto parziale della letteratura prodotta in India. Per non parlare della grande letteratura indiana del 19° sec. e della prima metà del 20° sec. che non è certo scritta in inglese – fenomeno abbastanza recente. Di quella nulla da noi giunge, se non qualche cosa che è stato tradotto in inglese. E allora è tradotto dalla traduzione inglese.

Ogni tanto compare infatti qualche testo che era stato scritto originariamente in una delle lingue indiane, ma solo dopo la sua traduzione in inglese, da cui quindi il traduttore traduce.

E’ uscito di recente in italiano un meraviglioso romanzo hindi, pubblicato negli anni ’50 ma tradotto in inglese solo due o tre anni fa. Ebbene, l’editore e il traduttore, che non conosce ovviamente l’hindi, si sono ben guardati dallo specificare nel testo che si tratta di una traduzione della traduzione inglese!

Per non parlare poi di traduttori che “fingono” di tradurre da una lingua indiana e mentono persino all’editore (che tanto non ha mezzi per controllare, poiché non ha a sua disposizione o non si avvale di chi conosca quella lingua per controllare) e invece traducono dalla traduzione inglese di quelle opere. La prova è che, pur affermando di conoscere quella lingua indiana o il sanscrito da cui affermano di tradurre, si limitano a tradurre SOLO opere di cui esiste una traduzione in inglese. Se conoscessero davvero quella lingua, come mai non traducono NULLA di tutto quello che esiste e NON è stato tradotto in inglese? Questo è barare! Questo non si fa. perché in fondo è un inganno, una truffa  ai danni del lettore.

Non è difficile capire che questo tipo di traduttori si sono basati sul testo inglese e non su quello originale, perché ci sono degli indicatori. Un esempio molto comune è di lasciare la s finale a termini al plurale che magari sono stati lasciati nel testo inglese nella lingua originale ma vi è stata aggiunta la s finale all’uso inglese. In hindi, ma anche in bengali, non si fa il plurale con la s finale e dunque, vedere termini di questo tipo denuncia l’inganno.  Cioé l’ignoranza del traduttore arriva persino a non capire che la s finale è un anglicismo!

A dire il vero ho letto spesso lo stesso errore anche in testi scritti direttamente in inglese ma contenenti parole in hindi o malayalam o bengali, come accade spesso, dato che gli stessi indiani, quando parlano in inglese, usano termini nella loro lingua e accade anche l’opposto. Parlando in hindi, usano mescolare termini inglesi.

Cosa significa? Che gli editori affidano le traduzioni non a persone specializzate ma a gente poco preparata, che tira via per fretta, che si guarda bene dall’informarsi ecc. E questo non accade solo con la narrativa indiana.

Ho visto di recente delle traduzioni di un grande poeta svedese fatte da chi non conosce una parola di svedese e, avendo chiesto, pro forma, al notissimo traduttore, se appunto avesse tradotto dall’originale, ho ricevuto una risposta talmente evasiva da rasentare il ridicolo. Il fatto è che questo poeta svedese è il più tradotto in inglese. Ergo….  Insomma, è la cosa meno corretta che un traduttore possa fare, perché non solo tradurre da una traduzione è come guardare un’immagine in uno specchio e farla passare per realtà tridimensionale, ma è anche un imbroglio nei confronti del lettore, che crede di leggere qualcosa di realmente mediato dall’originale. Significa affidarsi all’eventuale fedeltà del primo traduttore e alla sua capacità interpretativa.  Inoltre, chi fa operazioni di questo tipo, spera che il lettore non lo scopra. Che la truffa non venga alla luce. Ma che cosa penosa! Che mancanza di etica.

Ribadisco allora chi è un traduttore letterario. Un traduttore letterario è una persona che conosce perfettamente la lingua di origine e di arrivo del testo, MA anche e soprattutto la CULTURA in senso globale che ha prodotto il testo da tradurre. Conoscere anche le altre opere dello scrittore sarebbe auspicabile. Se queste competenze non sono presenti, il traduttore è solo un principiante della domenica. Eppure purtroppo è pieno di “traduttori” di questo tipo.

Non posso tradurre un testo sui miti indiani se non conosco nè la cultura indiana, nè la mitologia indiana, nè la geografia indiana. Quello che ne risulta è grottesco! E risibile. Ma la cosa più grave è che questo tipo di traduttori, proprio per il pressapochismo che li contraddistingue, fidano poi sul lavoro di revisione fatto in casa editrice. Io penso invece che la revisione dovrebbe limitarsi a un controllo per evitare la presenza di sviste, ripetizioni ecc. NON a correggere errori di traduzione o dettati dall’incompetenza. Ho letto in rete un’intervista rilasciata da una di queste persone. Una traduttrice che traduce per noto editore, la quale dichiara di sbrigarsi a tradurre senza farsi problemi se la traduzione sia corretta o meno e senza rivederla, “tanto poi la rivedono e la correggono in casa editrice”…. E a questa tizia si affidano autori di gran peso letterario e nome.

Quando consegno una traduzione, a parte qualche svista che può accadere a chiunque e dunque sono grata a chi si assume l’ingrato compito di revisione del testo, so che tutto quello che ho scritto ha un suo perché. E posso sostenere e difendere le mie scelte, sia dal punto di vista stilistico che linguistico che  filologico. Ci mancherebbe altro!

Da sempre ad esempio, uso l’articolo femminile per il termine indiano sari, perché la sari in hindi è femminile.  L’uso diffuso da noi invece è di usare l’articolo maschile (probabilmente perché non termina in a?), il sari.

E’ come se dicessimo il gonna, il camicetta ecc.

Ebbene, di recente, nella revisione di una traduzione per un editore, mi sono ritrovata che era stato corretto in tutto il testo con il sari! Ma se il termine compare al femminile in TUTTO il testo, un motivo ci sarà? Dunque ho spiegato e siamo tornati al mio originale. Ma nessuno mi ha chiesto: come mai usi il femminile? No, “corretto” e basta. Il che non è una mancanza da parte del revisore, che fa il suo lavoro, ma il fatto che si è talmente  abituati a ricevere traduzioni che vanno riviste e non per sviste, ma perché zeppe di errori da dare per scontato che quello che non si sa sia dovuto a un errore del traduttore.

In Italia, è bene dirlo, ci sono traduttori ottimi, di grande esperienza e grande capacità.  Ci sono traduttori specializzati in un campo preciso o in alcuni autori che seguono da sempre. Poi ci sono quelli che  guai a mettersi sulla loro strada. Sono i traduttori pigliatutto. Quelli che fanno il bello e il cattivo tempo e formano – tanto per cambiare – una cricca potentissima.

Un’unica volta ho avuto la curiosità di andare a uno di questi convegni di traduttori e ho giurato di non rimetterci più piede. Quello che ho visto e sentito mi ha talmente nauseata da togliermi per sempre la curiosità.

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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3 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. holikarang
    Ago 24, 2010 @ 20:32:27

    eh purtroppo questo è un problema largamente diffuso da quando c’è la voga degli ‘scrittori indiani’, che poi per la maggior parte sono scrittori dell’ultima ora. Un traduttore che traduce da una lingua indiana, secondo l’editore, è meno controllabile, forse anche più specializzato e quindi potenzialmente più costoso… Per non parlare del fatto che la letteratura indiana in lingua autoctona non entra appunto nel circuito commerciale e quindi non fa parte di quella vetrina a cui si affidano gli editori. Insomma… è tutta questione di business e ‘chisseneimporta’ se la traduzione è incorretta o sbagliata (ricordo ancora il caso di una arcinota poetessa-santa indiana improvvisamente fatta diventare uomo dal traduttore perché il termine ‘singer’ in inglese non ha genere specifico), perché tanto si ritiene che il pubblico italiano sia ignorante in materia e gli si possa dare in pasto di tutto, un po’ come quando la rai tagliuzza i film di bollywood o decide di farne passare di bruttini in rassegna…

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  2. Francesca
    Ago 25, 2010 @ 00:05:32

    In effetti che molti degli scrittori indiani che ci arrivano siano come ben dici “scrittori dell’ultima ora” è una verità. Dato che il nome indiano sulla copertina “tira”, meglio poi se il romanzo segue i due filoni della storia ricca di colore locale e quello della povertà e corruzione più abietta. Dato che l’occidente compra parecchio quella che crede “letteratura indiana” e altro non è che un business, molti giovani ci si buttano e pubblicano roba di bassa lega. E l’occidente compra e grida al caso letterario.
    In India non li conosce e non li legge nessuno però!

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  3. Francesca
    Ago 25, 2010 @ 00:07:43

    Lo stesso era successo qualche anno fa con l’Irlanda. Ora come allora, se proponi la grande letteratura irlandese, quella davvero grande, sia del 19° che del 20° secolo che contemporanea, nessun editore è interessato.

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