PRESEPI

Presepe napoletano del 1700

Il mio presepio dell’infanzia era una complessa costruzione paesaggistica che veniva allestita su di un tavolo quadrato, spinto per l’occasione contro l’angolo del muro.  Lungo la  parete veniva affisso un grande foglio di carta turchina cosparso di stelle argentee e, appoggiate al muro,  venivano assemblate le montagne. Blocchi di sughero di forma irregolare, con cime appuntite o arrotondate, su cui mio padre aveva dipinto con della vernice bianca la neve. Poi, dai monti, iniziava il declivio collinare, rivestito di autentico muschio seccato e fresco, che l’estate si raccoglieva nei boschi. In fondo al declivio si apriva la piccola pianura e l’abitato.

Presso le prime casette del paese, di sughero e cartone col tetto di cartone ondulato, tutte dipinte in modo da imitare i mattoni e le tegole, c’era il laghetto. Una ciotola piena d’acqua e circondata di muschio, dove si abbeveravano le pecorelle. Ogni anno il numero dei pastori, degli artigiani e dei paesani si arricchiva di qualche nuovo personaggio. C’era il panettiere con in testa l’asse piena di pani appena sfornati, la filatrice con l’arcolaio, che sul fuso aveva del vero filo e un batuffolo di lana, il fabbro che picchiava l’incudine col suo maglio, l’oste nell’osteria, illuminata da una lucetta, il pescivendolo, col suo barile pieno di pesci d’argento. E poi una tenda beduina circondata di palme di velluto che affondavano nella sabbia raccolta l’estate al mare. E ancora angeli e pastori e donne e uomini e bambini. E tutti convenivano verso il centro focale della rappresentazione: la grande capanna di sughero con Maria, Giuseppe, il bue, l’asinello e la culla con dei fili di paglia. Vuota.

I Re Magi erano lontani, sulle montagne. Due sui loro cammelli ornati di gualdrappe rosse e oro e uno a piedi, ogni giorno percorrevano, guidati dalla mia mano che fungeva da motore, qualche centimetro/miglio (mio padre mi diceva che i chilometri allora non si usavano) per arrivare alla loro meta in tempo per l’Epifania.

Fare il presepe era una tradizione a cui mio padre teneva molto, figlio com’era del meridione.  Si faceva anche l’albero, come gli era piaciuto imparare in Scandinavia, ma il presepe era la tradizione della sua infanzia, che avrebbe passato a me.

La notte della Vigilia si preparava il cenone, durante il quale  dovevano arrivare in tavola 13 cose, ma niente carne.  Dall’antipasto alle lenticchie all’uva (rigorosamente 13 chicchi), compreso il pane e il vino. Poi si giocava a tombola coi ceci e, a mezzanotte meno 3 minuti, fino al momento in cui fui la più piccola di casa, mi veniva posto un velo in testa e mi si metteva in mano il Bambinello. Allora, con un’emozione che mi faceva prestare attenzione ad ogni passo e  a non distogliere gli occhi dalle mani a coppa, tutti facevamo tre giri intorno al tavolo, io davanti a tutti, cantando “Tu scendi dalle stelle” e a me toccava  l’onore immenso di deporre Gesù nella sua culla. Ero io a  far nascere il Bambinello.

Nel mio primo Natale in  Calabria, dei miei parenti che abitavano in un grande palazzo nel cuore della città, mi chiesero di aiutarli a fare il presepe. Le statuine  erano alte come un bambino di un anno e la capanna era stata fatta costruire dal loro bisnonno col legno dei pini  della Sila.  Le dimensioni di quel presepe mi ispirarono, quell’anno,  l’idea di riprodurre un  dipinto di Mantegna. Intrecciammo rametti di pino e di foglie lungo delle cordicelle, per costruire un lungo festone. Lo decorammo con arance e mandarini e lo fissammo come cornice intorno al presepe.  Quel Natale io ero incinta del mio primo figlio.

Con le statuine del mio presepe dell’infanzia si fecero ogni anno i presepi per i miei bambini, fino al momento in cui furono in grado di farlo insieme a me.

L’ultimo presepe lo fece mio figlio a 16 anni, molti anni fa.  Eravamo uscite e, al nostro ritorno,   ci fece trovare la sorpresa del presepe già finito. Allora lo inserivamo in una profonda nicchia nella libreria. Mio figlio, che aveva una grande abilità costruttiva, aveva composto delle  bellissime montagne, un laghetto luccicante con lo specchio, le casette poste  in perfetta prospettiva. La capanna era in fondo, che guardava la parete e tutti i personaggi, tutte le statuine, compresi Maria e Giuseppe, voltavano le spalle allo spettatore. Nessuno di quei personaggi aveva scelto  di guardare il mondo.

Come poi scelse di fare lui.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA


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6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Giordano
    Dic 24, 2011 @ 22:26:50

    Un abbraccio. Forte.

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  2. fiabeatroci
    Dic 26, 2011 @ 14:55:15

    Molto bello…
    me lo sono figurato nella mente quel presepe che hai descritto!
    Gianluca

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  3. Francesca Diano
    Dic 26, 2011 @ 15:48:00

    Grazie Gianluca, il tuo commento mi fa molto piacere perché la mia è una scrittura molto visiva. Non mi interessa la descrizione in sé, ma la rappresentazione. Un po’ come si potrebbe fare dipingendo. E, in questo rappresentare, c’è una scelta precisa, sia del cosa che del come.

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  4. Paolo Statuti
    Gen 06, 2012 @ 19:35:48

    Sì, molto visiva, Francesca e mi sono commosso vedendoti girare attorno al tavolo col Bambinello sulle mani “a coppa”, in quel momento la coppa dell’Amore che dissetava i vostri cuori uniti…Che bei Natali che hai passato!

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  5. Francesca
    Gen 06, 2012 @ 19:53:36

    Grazie Paolo, sì era come un rito, pieno di solennità e non so in realtà da dove venga quella tradizione. Devo scoprirlo.
    Il filo conduttore di questo breve racconto è il Natale come festa e celebrazione della vita, e il valore che la vita ha. Ho scelto tre diversi Natali per indicare le tappe che mi hanno accompagnato come madre, da quello dell’infanzia, in cui mi appariva la magia della nascita e la sua sacralità, a quello in cui l’idea di una sorta di Sacra Rappresentazione, circondata dal trionfo della natura e dalla simbologia del festone mantegnesco, coincideva con la mia prima maternità, all’ultimo che ho descritto. Non abbiamo più fatto il presepe, dopo quello.
    Non tutti i Natali sono stati belli. Però, dopo il Natale, viene la Pasqua, che è la Resurrezione e la Rinascita dell’anima in un’altra dimensione.

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