Quaderno di traduzione

NOTA

Riporto qui alcune mie riflessioni sulla traduzione letteraria da un post pubblicato su Moltinpoesia, per cui ringrazio Ennio Abate che mi ha voluta gentilmente opsitare e che, da me scritte in forma di commenti, hanno preso alla fine, grazie ai numerosissimi commenti di altri, ( ringrazio di cuore per questo Erminia, Emy, Rosanna, Larry, Giorgio), la forma di un piccolo seminario sulla traduzione.
Per me è stata un’utilissima occasione di dare rilievo ad alcuni aspetti che, mi accorgo, sono frutto della mia ormai lunga esperienza e in fondo posso dire formino la mia idea di traduzione letteraria.
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Per me diventare traduttrice è stato un caso – se mai caso esiste. Ho iniziato a farmi le ossa quando a 16 anni mio padre mi diede un piccolo preziosissimo libro , in una traduzione francese dall’originario giapponese, Il libro del Tè di Kakuzo Okakura, e mi disse: traduci! Io il francese lo mastico molto male, non l’ho mai veramente studiato e gli dissi che era impossibile. Mi rispose che niente è impossibile se lo vogliamo col cuore. Così mi ci misi e la cosa strana era che…capivo.
Poi ho davvero iniziato nel modo più duro che si potesse immaginare, quando ho tradotto dal tedesco, lingua che invece ho studiata, uno dei testi più difficili che ci si possa trovare in mano, un testo di un grandissimo critico d’arte viennese dei primi del 900, la Grammatica storica delle arti figurative , di Alois Riegl,(mia traduzione  poi pubblicata da Cappelli nel 1983).
Iniziai la traduzione per la mia tesi su quel libro e la seguitai anche dopo. Ci misi due anni. Questo perché nel frattempo facevo altre cose e perché il tedesco di questo autore è il più difficile e specialistico che ci sia. In seguito ho tradotto un libro meraviglioso, quello che ha cambiato la mia vita. Un libro antico di leggende irlandesi. Le Leggende e tradizioni dell’Irlanda meridionale  di Thomas Crofton Croker. All’inizio lo tradussi per i miei bambini, solo in seguito cercai un editore. Da quel libro è iniziata una collaborazione costante anche come consulente editoriale con un grande editore, per il quale costruii gli inizi di una collana di autori indiani, molti dei quali ho tradotto, tra cui Anita Nair che allora era giovane e sconosciuta. Ma nel numero dei molti autori tradotti, solo  tre  sono grandi autori: T.C. Croker, Sudhir Kakar e Anita Nair, gli altri, non solo indiani, erano autori di medio valore o di nessun valore, appunto di quelli da cassetta. Come importanza  letteraria poca o nulla. Traducendo questi  “miei” autori, ho imparato moltissimo in termini di stile, di struttura narrativa, di coerenza e compattezza. Questo è per me un aspetto molto importante della traduzione; quando si traduce, in un certo senso si “entra” nella struttura di un testo, la si vede dal suo interno, perché è solo così che la si può poi ricreare. Dunque questo ti insegna quelli che sono gli strumenti di base, i ferri del mestiere della scrittura. Senza questo, è difficile fare una buona traduzione. Dunque tradurre non è un’operazione a senso unico – tu che traduci l’autore – ma uno scambio reciproco – l’autore ti mette a disposizione i suoi segreti e te li dona.
Ho sempre considerato la traduzione un compito importante che unisce epoche, culture e popoli e in questo sono molto, ma molto lontana da tutte le querelles che ammorbano l’attuale panorama di molti dei traduttori italiani e delle loro cammarille.
Ho visto veri e propri orrori di incapaci a cui vengono affidate traduzioni di grandi autori, poeti e scrittori, che massacrano e distruggono.
Una pratica che mi ha insegnato moltissimo è quella  di tradurre me stessa (testi narrativi e poetici o saggi)  o di scrivere direttamente in inglese, che nelle poesie mi viene molto naturale. Questa pratica è utilissima ad esempio per perfezionare un testo scritto in italiano, perché i problemi posti dall’inglese esigono che il testo italiano sia chiarissimo e lineare. Consiglio a tutti quelli che siano in grado di farlo, di autotradursi per capire se un testo scritto in italiano funziona. E’ una pratica meravigliosa.
Ribadisco che le scuole di traduzione e comunque le teorie della traduzione in genere, non sono di molta utilità, se non come interessantissima lettura. Arte è fare. Le teorie vengono a posteriori, come le grammatiche. Per quanto mi riguarda, mi considero un’operaia o un’artigiana della traduzione, proprio nel senso che ho iniziato con un lungo apprendistato e con la fortuna di aver imparato direttamente da un grande Maestro.
Nella traduzione poetica credo che l’orecchio musicale sia indispensabile,  dato che la poesia, anche quella senza apparenti regole metriche, è musica, e se il traduttore non ha un orecchio musicale, né percepirà quella musica nell’originale, né sarà in grado di ricrearne una nella propria lingua. E’  per questo motivo che dico che si deve essere poeti, cioè si deve essere in grado di trasporre in una forma poetica un teso poetico. E se uno non è poeta, se non conosce per natura e per frequentazione pratica la tecnica, come fa? Lo stesso Fortini, grande maestro di traduzione, lo sapeva bene e lo ha in più sedi detto e messo in pratica.
L’Italia credo sia uno dei o il paese dove si traducono più libri stranieri e i motivi sono molti. Non certo perché da noi si pubblichino pochi autori. Ma salta agli occhi il fatto che quando si va in una libreria in Francia, in Inghilterra o negli USA, il reparto dei libri stranieri in traduzione è davvero esiguo rispetto al numero di quelli in inglese e francese. Quello che si pubblica in inglese poi ha un mercato immenso, dall’UK agli USA dall’India all’Australia e a molti altri paesi orientali, dove l’inglese è lingua franca. Si parla di un bacino di moltissime centinaia di milioni di possibili lettori. Dunque, anche se ovunque l’editoria tira meno, lì gli editori hanno meno problemi dei nostri, per non dire che la distribuzione non è così esosa e quindi ciò che viene tradotto è in genere ciò che si ritiene abbia qualche valore e chi traduce tende ad essere specializzato, gode di maggiore rispetto e viene pagato meglio. Da noi si traduce tutto e l’enorme diffusione dell’inglese, oltre alla sua apparente facilità, dà l’idea errata che basti conoscerlo un po’. Con le conseguenze del caso.
Mi viene in mente una delle due volte che ho accettato di rivedere una traduzione altrui. Si trattava di una scrittrice cinese americana, di quel filone minimalista. Niente di importante, ma raccontini graziosi. Il primo racconto era la narrazione in prima persona di una vecchia donna cinese trapiantata negli USA e del suo modo di vedere la vita americana. L’inglese era smozzicato e bizzarro, come di chi non sia riuscito ad adattarsi e anche dopo molti anni non sia padrone della lingua, con “errori” che diventavano giochi di parole molto divertenti. L’incapace traduttore a cui era stato affidato il testo non aveva capito quasi nulla, né lo stile riproduceva l’intento e il sapore dell’originale. Così sono andata in un ristorante cinese e ho parlato più volte con la moglie del proprietario, che pur non anziana, aveva una certa età e parlava italiano male. Mi sono fatta l’orecchio e ho riprodotto nella traduzione quella modalità. Ero pure riuscita a ricreare dei giochi di parole nati da errori. Che fa l’editore? (con cui lavoravo da 7 anni) dice che no, non si può….perché è poco corretto… ma così era nell’originale! I bravi editor hanno appiattito tutto in una lingua banale e il racconto ha perso ogni senso.
 Però c’è perfino  chi arriva a porre una questione di base: si deve (si può) o non si deve (non si può) tradurre? Introducendo l’idea di una legittimità o meno della traduzione tout court.
Vorrei dire che, partendo da questo punto di vista, perfino la lettura di un testo è un “tradurre”, perché, come ben sa chi scrive, per quanto si lavori sul testo, perché la parola convogli “quel” preciso senso-segnale, nessuno potrà mai ricostruire tutto il percorso – e dunque il vero senso – che ha portato a quella scelta.  Anche leggere è tradurre. Dall’autore al lettore – tanto più se ciò che leggiamo appartiene a epoche da noi lontane – ciò che un lettore “comprende” non sarà mai quello che potrà comprendere un lettore contemporaneo all’autore e persino l’autore stesso. La medesima cosa è ben nota anche nel campo dell’arte.
Iniziare a porsi la questione del perché si traduca è, a mio avviso, una questione di lana caprina, pura perdita di tempo, non ha senso, oltre ad essere stupida. Eppure c’è chi, non avendo mai tradotto nulla in vita sua,  lo fa.
Si traduce da sempre. Perché? Perché l’uomo vuole sapere quello che l’altro dice, vuole ascoltare storie venute da lontano. Pascal diceva che se la gente se ne stesse a casa sua invece di uscire di casa, la storia del mondo sarebbe diversa. Ma la gente esce di casa ed è curiosa. Con le traduzioni si sono cambiate intere culture.
Ciò su cui si può puntare è una sorta di “quintessenza” che il testo contiene e che, nel caso di grandi opere, attraversa i tempi, gli spazi e le culture. In genere questi li chiamiamo “classici”.
Partendo dal linguaggio tecnico-scientifico: qui parrebbe che la questione non si ponga. In effetti non è del tutto così. Se prendiamo testi scientifici in cui si presentano ricerche in campi prima inesplorati, per i quali l’autore conia termini e concetti nuovi, chi traduce non ha referenti precedenti e dovrà coniare un neologismo che gli corrisponda nella propria lingua.
In realtà la questione, questione che si è posta fin dall’antichità (la necessità della traduzione è antichissima, anche perché è proprio grazie alle traduzioni che si sono diffuse le idee, con tutto il loro carico di trasformazione – (si pensi ai filosofi greci tradotti dagli arabi e così tornati in occidente) non ha sfumature di maggiore o minore legittimità o possibilità, man mano che dal linguaggio scientifico si procede verso quello letterario, narrativo e poetico.
La vera priorità, più che una competenza semplicemente antropologica, è l’analisi filologica del testo. E un’analisi filologica richiede competenze e conoscenze che non sono di tutti.
Dunque, la specializzazione del traduttore, che soprattutto per i classici o i grandi, non può essere il primo raccomandato o infilato.
Io posso portare la testimonianza di un grande maestro, che è stato anche grandissimo traduttore dei tragici greci, che attraverso un’analisi filologica, storica, filosofica – a volta perfino di una singola parola – ecc. di quei testi, ne ha rovesciato spesso il senso ormai passivamente acquisito.
Quanto alla poesia, valgono gli stessi principi, con in più la difficoltà di trovare una forma poetica. Certo, nessuna traduzione, per quanto meravigliosa, filologica, che diventa prima di tutto un atto di conoscenza per chi la fa, potrà ritrovare certe sottilissime ambiguità, allusività, sonorità dell’originale. Ma ci si prova e il lavoro è entusiasmante.
Figurarsi dunque cosa avviene quando si affidano a dei traduttori avventizi, che di grande hanno solo l’ignoranza, ma sono da noi acclamati come eccelsi, testi che richiedono studio di anni, amore e molta, molta umiltà.
 E’ bene precisare che qui si sta parlando di traduzione letteraria. Cioè di letteratura vera, non di roba di cassetta. Dunque il mio discorso a quella si riferisce. Non ho la ridicola pretesa di escludere  assolutamente i giovani traduttori che devono farsi le ossa. E ci mancherebbe altro! Dovranno pure imparare. Anche se ci sono casi in cui un giovane traduttore di eccellenza, con molte competenze e capacità già acquisite, sia in grado di produrre traduzioni di qualità assai più alta di certi vecchi barbogi ben appollaiati sui loro rami.
Quello che intendevo è che chi commissiona una traduzione, DEVE capire a chi affidarla. Affidare un grande autore a un principiante solo perché si risparmia, o all’amico che non conosce l’autore e l’argomento, ma solo perché è l’amico è, oltre che stupido, controproducente. Ai principianti si potranno affidare testi – e gli editori italiani ne sfornano a bizzeffe – di autori magari di cassetta, ma mediocri scrittori. Così anche se il giovane principiante fa una mediocre traduzione, va bene lo stesso, non è n gran danno.
Affidare a chi ha conoscenza, esperienza e qualità un testo letterario (saggio, romanzo, poesia, poema ecc.) significa rispettare quel testo e il risultato non potrà essere che soddisfacente da ogni punto di vista.
Un buon traduttore delle teorie non sa che farsene. Ci vuole pratica ed esperienza – fermo restando che anche per fare i traduttori ci vuole una predisposizione. Certo che  ascoltare le esperienze e gli errori che tutti i traduttori esperti hanno fatto non possa che far bene, ma poi ciascuno si deve fare gli errori suoi.
L’unica pratica utile può essere l’analisi testuale e sul testo le motivazioni del perché si scelga di tradurre in un modo piuttosto che in un altro. Ma non è teoria, è pratica.
Tim Parks, uno dei più noti traduttori, che tiene corsi di traduzione letteraria allo IULM, nel suo libro “Tradurre l’inglese”, in realtà non fornisce alcuna teoria sulla traduzione, ma prende famosi testi letterari in inglese e esamina (cioè fa le bucce a) con molta attenzione le varie traduzioni italiane che ne sono state fatte (ad esempio Virginia Woolf, D H Lawrence). Sono piene di errori, fraintendimenti, anche molto grossolani, stile mediocre. Non teorizza, ma indica punto per punto gli errori e li corregge. Detto tra parentesi, io fossi uno di quei traduttori o traduttrici andrei a nascondermi.
Esiste una traduzione de The Dubliners, che è illegibile tanto saltano all’occhio gli errori, per non dire dello stile. Chi l’ha fatta non è giovane, ma non sa tradurre. Il che significa che pratica ed esperienza non bastano.
Quando ho velocemente riassunto il mio percorso, ho specificato che ho avuto un grande Maestro, mio padre. Non perché si metteva a teorizzare come si traduce, ma perché osservavo come traduceva lui. Non tutti hanno questa fortuna, ovvio. E io stessa ho imparato – e ancora non ho finito di imparare – solo con gli anni. Io stessa non mi sentirei di tradurre tutto, come molti fanno. A parte cose non molto importanti, so di poter tradurre solo quello di cui almeno ho conoscenza. Poi qualcosa ci si inventa. Una volta dovevo tradurre un testo di un autore indiano in cui si parlava di rugby. Io non so nulla del rugby, così sono andata a vedermi una partita e ho messo l’allenatore in un angolo finché non mi ha spiegato le regole e i termini.
 Ho ritrovato con molta gioia che le idee che Fortini aveva della traduzione, non si discostano molto dalla mia. Mi sarebbe molto piaciuto poter ascoltare quelle lezioni, di cui non so quanto nell’operazione della Quodlibet resti, ma è lo stesso Fortini a sostenere che chi teorizza sulla traduzione non è necessariamente un buon traduttore e un buon traduttore può aver difficoltà a spiegare le proprie scelte.
Voglio fare un esempio in base una realtà di cui ho diretta conoscenza. (credo sempre alla potenza dell’esempio pratico) Nella musica indiana, il metodo che si usa da centinaia di anni a tutt’oggi si chiama guru-shishya parampara, che significa “apprendimento diretto pratico dal maestro all’allievo”. In genere si inizia fin dalla prima infanzia, mettendosi a seguire la pratica (pratica!) di un maestro che non ti impartisce alcuna lezione teorica. Nemmeno per sogno. Ti metti lì a guardare e ripeti esattamente quello che fa lui. E ripeti, ripeti, ripeti, per anni e anni. Il maestro non ti spiega nulla. Nulla! Mostra solo e ti mette a fare. In India si parla di un “giovane musicista” di uno o una verso i 40 anni. Tanto lunga è la pratica che si richiede. Altro esempio: nelle botteghe degli artisti del passato, si entrava ragazzini e si iniziava a spazzare il pavimento, a pulire a mettere in ordine. Questo permetteva di conoscere intanto gli strumenti del mestiere, di prendere contatto, Dopo alcuni anni si potevano pestare i colori, fare le mestiche ecc. Poi, solo poi si iniziava a dipingere e solo dei particolari. Rarissimi sono gli esempi di geni che iniziarono a fare capolavori molto giovani. Cioè a qualunque pratica creativa ci si avvicina con rispetto, pazienza e pratica.
Nel riportare l’esempio del guru-shishya parampara,(tecnica di apprendimento che in India si estende a ogni campo del sapere) che di fatto si basa sull’apprendimento naturale, come quando i bambini imparano a parlare (non gli si insegna certo la grammatica per imparare a parlare!) mi pare evidente che l’apprendimento non è affatto meccanico, come qualcuno molto malaccorto e assai poco informato di questa cosa ha pensato bene di osservare una volta,  ma al contrario, mette in condizione l’allievo di sperimentare ogni possibile sfumatura della tecnica e della conoscenza per poter poi essere libero di interpretare la disciplina mettendoci del suo. La teoria è inclusa nella pratica e, come chiunque insegni sa, la dimostrazione è la miglior maestra. La conoscenza della tecnica, che si acquisisce con la pratica e l’esperienza, rende liberi. Chi padroneggia la tecnica è finalmente in grado di “iniziare a fare”. Tutto tranne che meccanico!
Ovvio che molti non saranno d’accordo oggi. Oggi le idee sono molto diverse. E ben venga. Ognuno deve trovarsi la via che più risuona con ciò che si è.
Io, ripeto ancora, non sono una teorica e non ho nulla da insegnare a nessuno, se non raccontare ciò che ho imparato io e quel poco che ho capito. Se per via c’è chi lo condivide ne sono felice, perché ci si trova tra compagni a fare un pezzo di strada insieme, se invece non lo condivide va bene lo stesso. La mia non è insoddisfazione, ma constatazione. Mi dispiace solo che poi molti capolavori vengano lasciati intradotti (si può usare questo termine?) per la cecità, stupidità e ignoranza di molti editori.

(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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11 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. erodiadeerminia
    Feb 26, 2012 @ 11:02:24

    Cara Francesca, grazie per questo articolatissimo post in cui ripercorri le tue esperienze e memorie di traduttrice. Le mie paiono essere simili per quanto riguarda il concetto di mestiere che si apprende prima di potere dare il proprio tocco artistico: entrambe le mie e tue sono in contatto con quello che disse Fortini e dunque credo e spero ti farà pacere allora la frase che troverai nel libro che ti ho mandato delle famose lezioni napoletane all’Istituto di Studi Filosofici, dal titolo “Realtà e paradosso della traduzione poetica” di Fortini, che curai e pubblicai in Inghilterra a Senate House di UCL, nel 2004, dove egli scrive che molte delle sue traduzioni furono esercizi per la sua scrittura di poeta:

    “Non pochi dei testi che ho io stesso tradotto trarrebbero vantaggio dall’essere considerati una sorta d’addestramento marziale alla mia affabulazione lirica privata. ”

    (Franco Fortini, Realtà e paradosso della traduzione poetica, Istituto di Studi Filosofici, per la trascrizione e cura di Erminia Passannanti, stampato da Brindin Press, Salisbury, 2004)

    Buona giornata, e a presto risentirci, erminia

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  2. Francesca Diano
    Feb 26, 2012 @ 11:09:49

    Grazie a te Erminia per questo prezioso apporto. Credo che tutti i traduttori che siano anche autori abbiano trovato, come Fortini, nel loro esercizio, una palestra (usa il termina “marziale” appunto) per la propria “educazione” letteraria. Educazione proprio nel suo significato etimologico di “trarre fuori”, di far emergere quelle strutture profonde che si irrobustiscono e si manifestano grazie al confronto con i grandi che ci hanno preceduto. Io ho capito molte cose traducendo e ho potuto vedere le mie debolezze e le mie mancanze. Non le ho certo curate tutte, ma almeno so quali sono. Che bello imparare!
    Grazie.

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  3. rosanna
    Feb 26, 2012 @ 11:38:43

    carissima non barbogi, ma bellissima regina barbagianni,
    di un bosco del FARE BOSCO!
    che cosa dirti…
    partiamo dal fondo come piace a te ?
    🙂
    parto dal parafrasando “La mia non è insoddisfazione, ma constatazione” , e riavvolgo in un soffio fino a una partenza, non assoluta, ma relativa al solo capitolo in tema, parallelo che senza di te nell’altro spazio non sarebbe stato possibile…lì il padrone di casa, di quel giardino addomesticato, mi ha di nuovo sorpreso, come se non avessi imparato nulla delle sue esche precedenti , come se fosse possibile finalmente “boscolare” insieme, dalle cortecce alle piume, dai muschi ai rami, dalle tane all’aria fra le foglie il cielo…..invece il solito metodo con cui sembra fare un passo avanti, ne osservi e vivi i frutti, ma poi immancabilmente il rogo…è lo stesso metodo dell’APPARIRE, che ha colpito questo mondo vecchio decrepito non solo in un tipo di grande fratello convenzionale, orwell docet, ma in ogni luogo che non ha voluto saputo FARE ESSERE, senza nulla in cambio e avere tranne che altro ESSERE….Fromm uno dei miei maestri,senza che io e lui sapessimo quanto e come la mia guida e io la sua apprendista

    mi riferisco all’ouverture di quei due saggi, fra cui uno dei due il tuo.
    Mai avrei voluto immaginare nella mia innocenza colpevole(né tantomeno prevedere nella mia coscienza anticipata di quanto l’uomo preordini per poi rovinare tutto) che quell’intervento con tanto di post, si sarebbe dissolto in un a trappola..la solita trappola…quella per cui si fa qualcosa, solo per avere prima o poi conferma del contrario, o nel caso concreto di una delle due tesi.In questo strumentalizzando a priori e in modo non rivelato ai due autori (e non di meno i lettori) ,volendoli PER FORZA, e senza ragione, tranne quella dei propri teoremi, contrapporre …
    E se durante il fiume lento dei pensieri, non avviene l’incidente che finalmente appalesi quella forza preordinata,
    se durante le conversazioni a tema non si inserisce quell’elemento “altro”, che si sigilla al non dichiarato ,occultato tramite l’esca machiavellica in modo addirittura da far FARE tutto ad un altro, cosi da sembrare pulito senza un proprio atto di forza, allora bisogna ricorrere a quest’ultimo in extremis come l’hic

    incredibile materialismo oltre il materialismo stesso ma anche oltre il machiavellismo stesso…e poi magari parlano anche dei torturatori , o dei droni , o di ogni missione, financo a scriverci sopra poesie..la guerra dentro la testa ben strutturata per farla sistematicamente APPARIRE “arte” della critica e del diritto di critica , in realtà rivelatrice di altre forme in cui aver assorbito tutte le mutazioni dovute alle varie formazioni in cui può e deve intervenire la grammatica essenziale della neolingua orwelliana, tramite cui mai congiungere per l’arte del mosaico , i vari pezzi che compongono il centro o cuore dello stesso corpo fatto suono (parola)…

    Nel labirinto di quell'”orecchio” ai veri “molti” suoni del bosco, con ogni piuma al suo verso, lingua,atterraggio e volo, nulla delle conchiglie , tranne alcune che resistono ascoltando il mare ,che nelle onde porta segni, lettere, alfabeti da una riva all’altra dello stesso mito, miti, di un cielo sopra l’altro a una terra a fianco all’altra, come quelle dei tuoi racconti , dalla tua storia alle altre..

    Tradursi in suono del bosco,quello che tu fai fino a sentire il rugby fra gli arbitri dei rami ascoltare certe foglie nel balbettio perfetto del battito del duende.

    “Lo stesso Fortini, grande maestro di traduzione, lo sapeva bene e lo ha in più sedi detto e messo in pratica”

    e pensare ora che senza quel cacciatore, non avrei mai potuto incontrare le tue bianche ali, mi fa sorridere e abbracciarti

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  4. Francesca Diano
    Feb 26, 2012 @ 12:00:10

    Be’, di fronte a questo torrente in piena, Rosannina cara, che posso rispondere? Prima di tutto che di fronte a tutto questo stormire di fronde e di uccelli questa mattina è davvero primavera. Ho capito che il tuo discorso è sempre talmente libero nel volo che, per timore che qualche cacciatore si metta a tirare di schioppo e l’atterri, lo rivesti di molti echi e deviazioni, così che la strada dell’incauto si confonda.
    Io ho un’età in cui – e questo è il bellissimo dell’età che avanza – i cacciatori non sono importanti e anzi, francamente, anche se a molti (molte) di voi ha dato fastidio, a me no. Mi è parso chiaro che le posizioni di Fortini e mie (anche se le sue non mi erano moltissimo note, perché sono ignorante) siano molto vicine. Ma questo non è mio merito ma, come ho spiegato, merito del Maestro che ho avuto che, come tutti i grandi Maestri (essì ci vuole la maiuscola) percorrono una sola e diritta via. Dunque lì si incontrano.
    Abituata a orchi, streghe, selve oscure e loro corredo, mi ci muovo bene e in trappola, almeno nel campo che so usare meglio, cioè quello delle parola, non ci cado proprio.
    Anzi, mi pare di averne ricevuto tantissimi vantaggi. Prima di tutto ho scoperto delle persone meravigliose, come te, Erminia e Emy. Poi ci ho fatto un post per questo mio blogghettino che mi piace tanto e poi tutto questo scrivere su quello che faccio come traduttrice mi ha fatto riflettere sul fatto che – accidenti – è da una vita che lo faccio. Insomma, ho accumulato, senza accorgermene, quella che si dice esperienza.
    Comunque ci sono tanti bellissimi stormi di uccelli che stanno volando verso lidi accoglienti per la primavera. Si vola insieme.
    Grazie!

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  5. rosanna
    Feb 26, 2012 @ 13:11:31

    Grazie a te , perchè anche se mi faranno sempre un po’ incazzare i cacciatori, per essere contadini/giardinieri della propria anima CON quella altrui , occorre essere così come ascolto i tuoi suoni…senza paura dei cacciatori che anzi , personalmente , amche credo sia cosi anche per te, vanno ringraziati , sia per il caso concreto di far incontrare altre/altri contadini, sia soprattutto perche diventano un monito continuo alla propria autocoscienza, esperienza, pensiero, per quel FARE sempre piu ricco di quel FARE/ DARE SUONO a continua risonanza di quell’ “ignoranza” che tu descrivi , traduci e pratichi in continua prima-vera.

    Credo che i riferimenti a tuo padre, siano un notevole grafico, logico, vitale a quelli di mie radici…un legame che nonostante le differenze biografiche fra te e me, esplica un’assonanza educativa senti-mentale di un fare nido come il lido allo stormo che dipingi insieme…geometrie comuni, pienamente calate nel sè più profondo dell’ascolto e del racconto.Pertanto condivido la tua gioia costruttiva in questo commento dell’avanti , tramite un indietro e affondo delle ombre per farne luce dellla proprie rotte marine, aeree, terrestri , schiarite continue grazie alle nuvole, comprese quelle cacciatrici di raggi che ottengono al contrario scie organiche lontanisseme da quelel chimiche pilotate ai trucchi delle stagioni dell’uomo

    un abbraccio di GRAZIA IN GRAZIE

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  6. Francesca Diano
    Feb 26, 2012 @ 13:27:11

    Sì sì, è proprio quello che intendevo, non c’è nulla che non sia motivo di crescita, evoluzione e comprensione di sé. Dunque tutto ben venga. Io credo che la vita ci mandi sempre chiarissimi segni, siamo noi che non li vediamo. Allora tutto sta nell’allenare lo sguardo e casomai mettersi gli occhiali. Magari di quelli con una montatura civettuola, perché noi Streghe Bianche non ci dimentichiamo mai di essere femmine. Eh no!

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  7. rosanna
    Feb 26, 2012 @ 15:43:46

    vedi Fra’ ( è affettuosa la mia contrazione , a maggior espansione di te)…il problema è sempre quello , è dai tempi delle caverne che …che o si traduce innato col cuore, come ti diceva tuo papa’ per altre traduzione, oppure ci si arrampica in maschere, che nei nostri tempi sono ormai maschere sgretolate ,come infatti svuotato hanno voluto il mondo persona

    il tradursi, ad un sè più luminoso e profondo , è quella pre-traduzione che, come stato interiore, predispone a volersi prendere cura di qualsiasi corpo oltre il proprio che attraverso l’altro corpo schiarisce meglio quell’ “ignoranza” nel proprio altrui ed interspazio fra i due o piu corpi

    il corpo delle “cose” della vita a cui mi riferisco non è solo quello piu classico affidato a un medico esterno fino al guaritore interiore
    Riguarda ogni corpo fino a quello che per quanto attiene alla tua vita e la tua arte , diventa il corpo parola.
    Di te si sente di quel corpo il funzionamento sia di un corpo normalmente detto sano, fino a quello solo comunemente detto malato , come il balbettio cinese di quel racconto minore che immagino senza averlo potuto leggere , grazie anche alle scelte dell’editore addomesticati ad altri corpi..che ritengono cosi in forza , da non vederne la vera malattia

    da come sento i suoni , ammalata nel senso buono dagli stessi, capisco il suono madre dei cieli, nei tuoi in cui si sente ancora del copro della parola, la sua parte fegato, il suo elemnto reni e acqua fino alla nostalgia dei polmoni di quella parola, e poi ancora il cervello salito e disceso e salito in movimento continuo fra la mente delle emozioni e quello delle riflessioni…un corpo dai piedi ai capelli della parola, suono della voce pieno di fatiche e cultura ma andato e ritornato alle cascate inziali da cui inseparabili erano il cielo e la terra dell’alfabeto dalla MADRE e poi il PADRE…
    se ci si separa dall’elemento femminile , sia in corpo maschile, tanto più in corpo femminile, è difficile tradurne la propria lingua e figuriamoci le altre,

    di solito quando si respinge questo incontro alchemico si continua a ripetere il rifiuto di questo dono , magari anche fino ad insultare , con grande cultura , dicendo polemichette al posto di donnette..in realtà però ciò che viene letto come donnetta, è invece donna in senso pieno e l’intelligentissimo insulto non è ad altri che a un se stesso, continuamente dannato a perdere la madre del corpo-s(u)ono-parola ed è questa la vera tristezza, perchè al contrario di chi alla fine si autoinsulta, sai nella tua “ignoranza” che non puoi(al contrario del lui o lei di turno che vorrebbe il dominio di una sola forma di energia) fermarne il suo attorcigliamento a diminuzione di se stesso..lasciandolo libero di esserne schiavo .

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  8. Francesca Diano
    Feb 26, 2012 @ 17:19:34

    Rossana, sei un fiume in piena! E infatti, è iniziato il disgelo e i corsi d’acqua ribollono di allegria e vita.
    Io sono la prova vivente di quello che dici. Quando a Londra, negli anni 70, in questa polverosa libreria antiquaria e di libri usati, il libraio mi offrì di acquistare per poche sterline il libro che ha cambiato la mia vita, poco sapevo di leggende irlandesi o di Irlanda. La bellezza e l’originalità di quel libro, anonimo e stampato nel 1825, mi spinse a scoprirne l’autore. Ci ho messo anni. Anni in cui il tempo fisico era in realtà il tempo necessario alla mia anima per ritrovare dentro di me la patria perduta. E più facevo ricerche e più questo luogo sepolto dentro di me affiorava alla luce, prima in modo confuso, poi sempre più deciso e prepotente. Quando finalmente, in un’Italia in cui non esisteva internet né quel famosissimo pioniere del folklore era conosciuto, scoprii tutta la storia del libro e il suo valore, l’Irlanda era ormai presente in me in tutta la sua gloria. Sono stati anni di ricerche, come un puzzle, come un thriller. E che scoperte! Poi tutto quello che avevo imparato, per amore di quel libro, per amore di quell’autore, è diventato parte di me e ne sono venute cose bellissime.
    Io quel libro non l’ho tradotto, gli ho solo dato la voce che Croker ha qui e ora. E’ lui che mi suggeriva l’italiano in cui voleva parlare. Ma prima, come dice Curly Bear nella Strega Bianca, gli Spiriti ti sottomettono a molte prove. Il premio è alla fine.

    Anche il Femminile dentro di noi, è una potenza talmente grande. Tutto quello che scrivo gira attorno a questo. Gli occhi, pur attenti alla terra battuta della strada, vanno sempre tenuti fissi all’orizzonte.
    Grazie di questa ricchezza che da te traspare cara Rosanna

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  9. Francesca Diano
    Feb 26, 2012 @ 17:20:24

    Ops, ti ho chiamata Rossana!!! Scusa il refuso!

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  10. fernirosso
    Feb 26, 2012 @ 17:41:06

    tra durre è proprio faticoso oltre che pungolante perché dentro la parola spesso ci sono porte e cove e radi-canti altri luoghi che appena li smuovi con la punta dello stilo subito mettono lo stelo dentro il tuo piccolo orto e vorrebbero chiamare al sole ciò che tu, insieme con l’assenza dell’altro, e in vece sua la parola germi-nata, si è riusciti a scovare tra nuvole di polvere e cumulo nembi di fine estate. A volte si resta così estasiati perché la traduzione apre ciò che stava in prigione e, a volte, una lingua riesce a firire ciò che nell’altra stava come l’erba sotto un mattone. Il lavoro in sé oltre che sulla parola, migrante tra noi e l’altro, è lavorìo che non smette e alla lunga concede frutti di più sapori assortiti. Grazie per questo lungo viaggio, tra memorie e storie, raggi e miraggi, in cui l’inoltrarsi tra le parole proprie e altrui costruisce ancora, una strada che si fa facendoci. ferni

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  11. paulpoet
    Mar 03, 2012 @ 16:43:09

    Ciao Francesca, è un po’ di tempo che non ci sentiamo, ma ciò non significa che non si possa riprendere il filo del discorso. Condivido ciò che hai scritto in questo post e ti ringrazio per aver affrontato ancora questo argomento. Come ben sai, il problema consiste soprattutto nel meccanismo proposta-traduttore-editore. Generalmente gli editori pubblicano ciò che un “convincente” traduttore propone, indipendentemente dalla sue reali capacità. Secondo me, il problema di una traduzione mediocre potrebbe essere risolto, solo nel caso in cui un editore avesse la possibilità di cercare e trovare da sè opere interessanti e valide da pubblicare e poi scegliere autonomamente un buon traduttore. In Italia invece succede spesso che ciò che propone un buon traduttore non viene preso in considerazione, mentere ciò che viene proposto da un “traduttore” rampante alle prime armi viene subito accolto e realizzato. Buon lavoro. Paolo.

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