Carlo Diano – Un distico in greco

Greek border

Πολλά μὲν ἀνθρώποισιν ἐπιχθονίοισι κέλευθα,
Πᾶσι δ’ἀληθείας ἕν τέλος ἐστίν ἀεί.

Molte sono le vie battute dagli uomini

Fine a tutti comune è la verità

Carlo Diano

Questo distico fu composto da mio padre nel 1971, nel corso di un convegno a Bressanone e mi è stato inviato da un suo allievo, il drammaturgo, poeta e germanista Franco Farina, che ringrazio con tutto il cuore.

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. zibald1
    Giu 25, 2012 @ 12:00:51

    Se può essere utile riscrivo il distico in greco politonico con tutti gli spiriti e accenti del caso.

    Πολλὰ μὲν ἀνθρώποισιν ἐπιχθονίοισι κέλευθα,
    Πᾶσι δ’ἀληθείας ἕν τέλος ἐστὶν ἀεί.

    Sempre a discrezione degli interessati provo a riportare una mia traduzione abbastanza letterale:

    “Molti per gli uomini mortali sono i sentieri,
    Ma tutti hanno come unico fine la verità, sempre.”

    Ci potrebbe stare il dativo di possesso anche nel primo verso, ma “Gli uomini mortali hanno molti sentieri” mi sembra ultimamente sbagliato (uno non “possiede” dei sentieri).
    Ritengo invece interessante leggere un non scontato dativo di possesso nel secondo verso: i sentieri *hanno* un termine, un arrivo, un fine, ed è su quello e sulla suggestione della “fine del sentiero” che si gioca il senso del brano: camminando per sentieri magari impervi, o con mezzi poco adatti, o per la prima volta, o senza mappa, quante volte ci si domanda “dove vado a finire? E’ la strada giusta?” La metafora della vita come serie disentieri è qui trasparente, eccop perché non ho reso l’aggettivo ἐπιχθονίοισι con “terreni”, ma con il metaforico “mortali”.
    Infine il “sempre” posto alla fine è in una posizione particolare di parola enfatica in fine verso: non solo non va tralasciato nella traduzione, ma anzi, lo lascerei in fine verso con una virgola di sospensione (qualcuno ricorda il famoso e tremendamente sbagliato slogan pubblicitario… “per l’uomo che non deve chiedere. MAI”?).

    Spero che il contributo aiuti a cogliere la profondità dell’epigramma.

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  2. Francesca
    Giu 26, 2012 @ 02:00:04

    Gentile zibald, la ringrazio del suo contributo, da cui emerge un’attenta lettura di questo bel distico. Sicuramente è interessante quello che osserva sull’interpretazione di ἐπιχθονίοισι, che può essere certo resa con “mortali”, ma anche con “che sono sulla terra” e dunque ne battono le vie. Le infinite vie che la vita apre davanti. Vede, il fatto è che qui non si tratta di “proporre” una traduzione, perché è stato mio padre stesso a creare il distico in greco e a darne una sua versione italiana. Pensavo fosse chiaro.
    La ringrazio. Le sarei grata anche se volesse aggiungere il suo nome.

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    • zibald1
      Giu 15, 2013 @ 12:01:08

      Urca! Scopro solo ora che mi sono permesso di correggere una traduzione di Carlo Diano… lo sapevo che dovevo tenere a bada la tastiera. Ormai il contributo è fissato nel silicio per cui non posso ritrarmi: mi chiamo Edoardo Bighin e lavoro presso il più antico Liceo d’Italia, a Verona.

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      • Francesca
        Giu 15, 2013 @ 13:48:52

        La ringrazio. Come già detto, non di traduzione si tratta, ma di un pensiero di mio padre formulato prima in greco e poi in italiano. Spesso mio padre componeva testi poetici in greco (o francese) e ne creava poi una versione italiana. Che non era una traduzione pedissequa, ma una nuova formulazione poetica che tien conto di una lingua diversa e delle sue implicazioni. Essendo quel filologo che era, aveva ben l’autorità di decidere il valore e l’ampiezza polisemica delle parole che sceglieva. Inoltre, se lei guarda attentamente, il fulgore icastico della versione italiana, davvero eracliteo, si perde del tutto nella traduzione che lei propone.
        In effetti anche io, nel mio piccolo, ho verificato la stessa cosa in testi poetici che ho scritto direttamente in inglese e che, nella successiva versione italiana (ma in verità quasi sempre preferisco non tradurli) non ho mai tradotto, ma riscritto in parte, perché per un autore è davvero difficile autotradursi, nel senso che ciò che è nato in una lingua non originariamente tua non può ripresentarsi identico nella tua lingua, ma si riformula. Il che pone delle questioni molto interessanti e pressanti sulla traduzione di testi poetici che non sia fatta dall’autore stesso o da qualcuno che non conosca molto profondamente il pensiero di quell’autore.

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