Dante Maffìa o del participio presente.

Nel leggere l’Opera di Maffìa, volendo avere una visione d’insieme e iniziando dal principio, si prova innanzitutto sgomento.  E però è uno sgomento felice, perché  ci si affonda immediatamente come in uno di quei piumoni soffici e rigonfi che a premerli con la mano le si gonfiano subito tutt’attorno in uno sbuffo e la mano non la vedi più. Poi però t’accorgi che quella morbidezza in realtà ha dell’inquietante, perché ricorda vagamente le sabbie mobili. Il fatto è che te ne risenti risucchiato e trattenuto.

Questa consistenza semisolida è solo la superficie, perché sotto tutta l’Opera di Maffìa c’è la roccia. Scrivo Opera, con la O maiuscola, perché da Il leone non mangia all’ancora in fieri Poema totale, Maffìa ha scritto un’unica e sola opera che si articola in prologhi, parodoi, episodi, stasimi ed esodi sempre rinnovantisi, secondo insomma una struttura ben solida e antica che si autogenera sempre di nuovo e continuamente e si delinea sempre di più come una struttura che fonde azione drammatica, satira e poema allegorico in un’unità proteiforme. 

La prima cosa che mi ha colpito è stato l’uso frequente del termine “lievito”, che ho notato spesso e me ne sono chiesta il perché. Leggendo tuttavia pur in modo disorganico, come mi piace fare, e spesso iniziando dalla fine, m’è parso che questo termine così spesso affiorante potesse avere valore di sigillo o sfraghìs. E allora ho capito che Maffìa scrive come il lievito fa crescere l’impasto, come lo fa fermentare, essendo la scrittura la sua pasta madre.  Perché mi pare che tutto quello che ha fatto e fa sia non una serie di opere in versi e prosa, ma un’unica opera iniziata molto tempo fa e che si gonfia e, appunto, lievita, crescendo a dismisura a occupare ogni angolo e intersizio del dicibile e ogni mezzo espressivo,  soffice fino a inglobare tutto quello che lo circonda perché fermenti e maturi e sappia di quell’odore un po’ dolce e un po’ acido prima della cottura.
La seconda cosa che mi ha colpito – a parte tutte le cose belle e dotte e profonde che hanno già scritto i suoi critici e prefatori e che diamo per già note e date – è questo ghigno irridente di fondo, che a volte finisce in singhiozzo a volte in riso a volte in sogno. Che mi è piaciuto cogliere nella foto che ho scelto.
 E in questa sofficità lievitante che nasconde un continente roccioso sommerso,  ci sono dentro tutti i secoli che si porta addosso, i picari e gli aedi, Bukowski e Plotino e i poeti morti suoi amici e la Calabria e la Grecia e Roma e l’America e  insomma…. questo io lievitante e lievitato che, come dice il suo nome, participio presente del verbo dare, partecipa di sé nel suo dare, si rovescia in una piena elegantissima e travolgente – a volte anche pericolosa – che travolge ma non esce dagli argini. Quasi un ossimoro.
Questo atto del dare, costantemente in essere,  è talmente oceanico, che da io s’è fatto noi e voi e anzi ha rotto ogni argine d’individualità tanto da non poter più distinguere quella che è una biografia poetica registrata quasi ossessivamente in ogni sua atomizzata minuzia, attingendo ad un archivio che registra con memoria prodigiosa, da non poterla dunque distinguere dalla storia di un novello Everyman che, come nella morality play dell’Anonimo inglese, è allegoria dell’umanità tutta nel suo cammino che, alla fine, ha da tirar le somme delle azioni. Ma non inganni questa dissipatio del Sé, perché questa pasta lievitante che si effonde nello spazio e nel tempo, sì, con plotiniana effusione, si risolidifica poi sempre attorno al nucleo. Quell’Io agente e dante.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
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Da SCORCI DALLE FESSURE
da La strada sconnessa, Passigli 2011
1
Potrei, a mio piacere,
girarmi attorno, ma mi chiedo a che vale,
a che vale rivedere le azioni
compiute e incompiute,
le speranze e le cadute.
In fondo di me resta, se resta,
una briciola poggiata
in una tazza che appena lavata
si perderà nel lavandino.
E poi…chi mi ha conosciuto
sa che avrei potuto
fare altro e altro ancora:
la prospettiva da cui guardavamo
era sempre falsa e poco illuminata.
2
Se io sono l’albero fiorito
c’è qualcuno che è terra e sangue,
altri che sono muffa e cenere.
Ma quella luce diffusa
da dove sarà venuta
la caparbia avventurosa.
3
Ho trovato la fiamma oscura e tenera
della parola, era nascosta
nell’effimero d’un ricordo, e in parte,
sopra il piano polveroso
d’un vecchio armadio in cantina.
Avrei dovuto prendere a volo
la rivelazione perfetta
del gelo e del calore,
ma ero così assonnato
che mi rimisi a letto.
4
Fare paragoni e inventare metafore
sembra essere l’esercizio da realizzare
dai poeti, i nullafacenti.
Ma tutto si arena
su un vecchio carrarmato abbandonato
alla periferia del paese.
6
E non continuate a domandarmi chi sono.
Possibile che pensiate che io sia stato
una lunga linea retta
che va da questo punto a quello?
Se non ci fossero stati i mille crocevia
e le salite e le discese, forse…,
invece montagne russe e tempeste sono fiorite
per ammaliarmi e stringermi a me stesso.
E la lontananza si è fatta spessore
d’un quotidiano rimuginare di povere mete
tese al pane e al conforto.
Non mi ero reso conto d’essere morto
da secoli e di errare con un permesso
con la scadenza stampigliata
a lettere cubitali perfino sulla fronte
delle mie bambine.
(C) by Dante Maffìa 2011 RIPRODUZIONE RISERVATA
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