Carlo Diano Neri Pozza e Lea Quaretti

Carlo Diano, Neri Pozza e Lea Quaretti nel 1968 (C) Francesca Diano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella vecchia foto scattata in quella che era allora la nostra nuova casa – mio padre l’aveva comprata di corsa in pochi giorni, perché quella in cui vivevamo stava crollando sotto il peso dei libri –  Neri e Lea stanno chiacchierando con mio padre. Diano sta ridendo, di quel riso aperto e a pieno cuore che gli era proprio e Lea Quaretti, che si vede di  profilo, sorride. Neri Pozza  osserva mio padre con quello sguardo severo che da bambina mi intimidiva e mi faceva ricordare l’orco delle favole, anche per quei suoi sopraccigli imperiosi, folti e neri a contrasto con i folti capelli bianchi. Sul tavolino la bottiglia di Johnnie Walker che non mancava mai in casa, insieme al Curvoisier, perché il cardiologo aveva detto a mio padre che era un vasodilatatore.

Il ricordo più antico che ho di lui e di Lea  è a Bressanone, dove vennero a trovarci – credo fosse la fine degli anni ’50 – nella casa di Via dello Scivolo che s’affittava per le vacanze e i Corsi Estivi che mio padre teneva, e Lea, che era una salutista, si mise ad insegnarmi degli esercizi a corpo libero. Mi piacque che, pur essendo io una bambina, quella signora così energica mi trattasse  da pari. Ma l’immagine  più vivida è  di un giorno di gennaio  nella loro casa di Cortina. Avevo 16 anni ed eravamo a San Vito di Cadore per le vacanze di Natale. Neri volle vedere mio padre e andammo a trovarli. Il salotto si apriva su una grande vetrata con una vista mozzafiato. C’era un signore che a me parve vecchio, ma in realtà era poco più che quarantenne. Sedeva sul bracciolo della poltrona di Lea e per tutto il tempo che rimanemmo non pronunciò quasi parola. Giocherellava con la collana di perle che Lea Quaretti aveva al collo. Mi parve un tipo molto singolare e affascinante, perché pur come fosse estraneo a tutto e a tutti, pareva trovarsi benissimo in qual suo isolamento e nessuno si meravigliava di questa sua quasi astratta presenza. Si chiamava Andrea Zanzotto.

Nei loro incontri, Neri e mio padre discutevano molto animatamente. Entrambi avevano un carattere focoso. Agli occhi di una ragazzina quelli avrebbero potuto apparire dei litigi, ma non mi impressionavano, perché così, piena di passione, e viva e  accesa era  allora l’anima di questi uomini. Vedo ora  la differenza con gli asti e le rivalità sterili e poco eleganti di oggi, la  passione intellettuale, il piacere profondo dello scambio, l’onestà intellettuale e l’amore per il sapere.

Lea mi piaceva molto. Mi piaceva il contrasto del suo carattere, aperto, limpido e diretto, con quello più ombroso di Neri. Mi piaceva il suo viso con gli occhi grandi e la bocca carnosa e quando poi lessi “L’estate di Anna”, uno dei suoi romanzi, quello che mi piacque di più, in quella donna, in quella storia d’amore e in quella Venezia ve la riconobbi. Mi parve molto autobiografico. Anzi, posso dire che la Venezia di Lea, una città sensuale e piena di vita intellettuale, con quel clima anni 50,  si è poi depositata nella mia memoria come archetipo, fondendosi con la Venezia/Bisanzio di Sergio Bettini, il mio Maestro. L’ultima volta la vidi, con Neri, credo un anno prima che morisse. Ad Abano, per una mostra d’arte. Aveva un’aria stanca, provata mi parve, ma la sua presenza era sempre imponente, avvolta in una pelliccia di visone grigio davvero elegante. Con me c’era un mio caro amico, Simone Viani, allora uno dei più geniali giovani storici dell’arte e figlio dello scultore Alberto Viani. Ci eravamo ritrovati dopo vari anni dall’università, dove avevamo avuto gli stessi maestri. Simone non aveva 40 anni quando ci ha lasciati, portando con sé la sua intelligenza straordinaria, la sua generosità e il suo ingegno.

Fu molto divertente una volta, a un pranzo in una villa veneta in occasione di non ricordo più che convegno, quando mi trovai seduta – io, ragazzina adolescente – accanto al Conte Nuvoletti. Sapevo vagamente che aveva sposato la sorella di Agnelli e che viveva d’arte ed eleganza, ma ascoltai questo suo discorso che pareva tratto dalla scena di un film. Questo raffinatissimo signore, molto blasé, corredato di erre blesa, si mise a dire che non capiva cosa volevano questi operai della Fiat e i loro sindacati, che non facevano che scioperare. Che in fondo avevano molto. Lui invece era – disse – una persona di gusti semplici. Gli bastava un bicchiere di buon vino e un buon sigaro per essere felice. “Sì, ma in una villa veneta e con i gemelli di diamanti!” dissi io che rimasi allibita a questa assurdità. Non posso scordare lo sguardo di disprezzo e di orrore insieme del povero Conte Nuvoletti, che si sentiva così apostrofato da una stupida ragazzina adolescente. A pochi posti di distanza sedeva Neri Pozza. Il suo sguardo era invece molto divertito.

A casa di Neri, a Vicenza, ci s’andava spesso e anche in casa editrice, dove mio padre veniva caricato di libri come pagamento per i diritti delle opere che Neri Pozza gli pubblicava. Credo che molti dei suoi autori siano stati pagati così. Però erano libri bellissimi, dei migliori cervelli che l’Italia abbia prodotto e davvero è un rimpianto che un editore come Neri Pozza sia scomparso dal nostro panorama culturale.

Un giorno mio padre ricevette da Vicenza una busta che all’interno conteneva qualche francobollo per alcune centinaia di lire. Ma non erano francobolli da collezione. Era il pagamento dei diritti d’autore per “Forma ed evento”. Mio padre disse che voleva metterli in cornice. Credo però che li abbia usati.

(C) 2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Dinanzi al morire – Un convegno e tre mondi a confronto

L’occidente ha un rapporto molto controverso con la morte, e oggi più che mai. Che sia la propria o la morte dell’altro, questo, che è un evento certo e naturale, viene considerato forse il più inaccettabile e “osceno” dalla nostra cultura. L’occidente non accetta la morte.  A parte le morti violente (per incidente o altro), il trapasso è confinato negli ospedali e lasciato alle cure dei “tecnici”. La nostra, che è una delle società più violente, sanguinarie e prive di compassione, generatrice di morte, non vuole guardare in faccia la morte. Dunque anche il lutto diviene spesso una patologia da guarire. Perché quelle forme e quei riti codificati che nel corso della storia e delle culture hanno accompagnato il trapasso, che rendevano possibile sanare e ricomporre, quantomeno a livello sociale, ma anche individuale e psicologico, lo strappo operato dalla morte, non sussistono più qui da noi. E questa è una grande perdita. Si potrebbe dire che l’occidente è in lutto per la perdita del lutto. E questo ha lasciato un vuoto che si tenta di riempire con l’ossessiva celebrazione dell’eterna giovinezza, dell’eterna efficienza, dell’eterna sopravvivenza a qualunque costo. Ma ovviamente invano. E questo è il tragico abbaglio dell’occidente. L’aver relegato la morte nel sottoscala, come un parente di cui ci si vergogna. Non è una questione di religione o di fede, ma di perdita profonda del Sé.  La morte, che è parte integrante della vita, come lo è la nascita, è temuta, relegata ai margini, rimossa. Ma questo accade perché si è tolto alla vita il suo senso profondo e il suo valore.

Poiché la morte è un regno sconosciuto, ben più dell’universo, che si può comunque esplorare e scoprire con la tecnologia, è in fondo una dimensione irrazionale. Cioè, la razionalità a nulla serve e, poiché l’occidente, col trionfo della sua scienza razionale, altro mezzo di indagine e conoscenza non ammette e ha liquidato con poca grazia l’invisibile, non è più in grado, non ha più gli strumenti per rapportarsi con la morte.

Dunque, come accade, la morte diventa qualcosa da analizzare in convegni, seminari, corsi universitari, forse per tornare a darle quella solennità, quella dignità di cui il mondo moderno l’ha privata. Eppure non posso non pensare che, l’esistenza di una disciplina chiamata tanatologia, che lo studiare NON  da un punto di vista storico o antropologico o filosofico la morte, ma da un punto di vista patologico e medico (come affrontarla, come aiutare chi resta ecc.) significhi definitivamente relegare l’evento che accomuna ogni essere  vivente in un ghetto accademico. La morte come oggetto. Tuttavia, se l’affrontare questo nodo con un approccio interdisciplinare può servire a liberare il rapporto con la morte dalle retrovie della sua rimozione, ben venga.

Dal 6 all’8 settembre 2012 il Centro Culturale San Gaetano di Padova ospita il Convegno internazionale  “Dinanzi al morire”,  organizzato da Ines Testoni direttore del Master “Death studies & the End of Life” dell’Università di Padova in collaborazione con FISPPA sezione di Psicologia Applicata, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Università degli Studi di Padova, Associazione Italiana di Psicologia, Ordine Nazionale Psicologi, Comune di Padova – Assessorato alla Cultura, GRUPPO AIP “Death & Dying studies per l’intervento psicologico”, Ordine degli Psicologi, Ordine dei Medici, Sicp, Aiom, Sipsot e Sipo. Il titolo del convegno però è “Dinanzi al morire”. Dunque il suo scopo è quello di indagare l’approccio con la morte nella nostra società, più che la morte in sé.

Nel primo pomeriggio del 6 settembre si sono incontrati sul podio dei relatori  il Rabbino Giuseppe Laras, presidente della Comunità Rabbinica italiana, il filosofo Umberto Curi e il lama tibetano Tharchin Rimpoche, a presentare ciascuno la propria visione e le proprie considerazioni sulla morte e sul come affrontarla.

La cosa più interessante è stata osservare e mettere a confronto tre mondi, tre culture, tre visioni fra loro molto lontane. Umberto Curi, il cui saggio Via di qua. Imparare a morire,  esplora proprio quella dimensione contraddittoria che è il morire,  ha parlato da filosofo, ma non solo da filosofo, citando Seneca che, nella Lettera a Lucilio, pone, in modo del tutto inaspettato e improvviso,  la questione: che cosa è la morte? E la risposta è: o fine o passaggio. “Passaggio” che in termini cristiani, si potrebbe dire “ritorno”. Dunque, ha sottolineato Curi, la morte è qualcosa. Ma per Curi questa risposta di Seneca non è sufficiente. La sua analisi – di cosa sia il processo della morte – spazia dalla tragedia e dalla filosofia  greca a Kafka,  al gigante Rilke.  Dal mito di Orfeo (che impegna Curi da molti anni)  alla “favola” dell’ Alcesti euripidea, poiché la filosofia non offre – di fronte alla morte – le chiavi e le parole sufficienti. Con la limpidezza e la chiarezza che gli sono proprie e così rare oggi, ha dato prova di quale ricchezza si dispieghi dianzi a un pensatore se non si limita a coltivare un angusto e soffocante orticello.  “Ciò che la filosofia può fare è mostrare l’infondatezza di ogni discorso che voglia compiutamente dire la morte”, afferma Curi, che è un grande lettore di miti. La morte è ciò che dà significato alla vita. E su questo non si può non convenire.  Nell’Euridice di Rilke, Curi scopre la vera lettura del gesto incomprensibile di Orfeo: la sua impazienza di fronte all’estrema lentezza di Euridice nel seguirlo. Per Euridice la morte è una forma di esistenza pari a quella che per i vivi è la vita. Ormai vi appartiene ed è riluttante ad abbandonarla. Al punto è ormai estranea alla vita, che non solo non riconosce Orfeo, ma non ne percepisce nemmeno la presenza. “Chi?” chiede a Hermes. E non ricorda, questa inversione dei piani, la morte descritta dalle mummie leopardiane nel Coro dei Morti del  Dialogo di Federigo Ruysch e delle sue mummie?

“Vivemmo: e qual di paurosa larva,
E di sudato sogno,
A lattante fanciullo erra nell’alma
Confusa ricordanza:
Tal memoria n’avanza
Del viver nostro: ma da tema è lunge
Il rimembrar. Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?
Cosa arcana e stupenda
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale
Qual de’ vivi al pensiero
L’ignota morte appar. Come da morte
Vivendo rifuggia, così rifugge
Dalla fiamma vitale
Nostra ignuda natura;
Lieta no ma sicura,

Però ch’esser beato
Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.”

Il successivo intervento del Rabbino Laras, dottissimo studioso di Moisè Maimonide e finissimo conoscitore del pensiero ebraico medievale e rinascimentale, ha di fatto posto solo delle domande. Senza dare alcuna riposta. “Nessuno è tornato dalla morte a raccontare cosa ci sia di là”, ha detto. “Tranne in un episodio narrato dalla Bibbia”. L’episodio narra di un uomo, morto e poi tornato alla vita. A chi gli chiedesse come fosse l’aldilà, rispose che era esattamente come qui. Tutto uguale. Solo rovesciato. Quelli che erano stati ricchi sono poveri, quelli che erano potenti sono miseri ecc. Mi ha affascinata questa prospettiva del mondo rovesciato, perché l’avevo già trovata in quel meraviglioso racconto di Isaac B. Singer, Jachid e Jechidà,in cui degli esseri perfetti abitano un mondo perfetto. Ma anche in quel mondo esiste il peccato, la trasgressione delle leggi che lo reggono. E allora possono essere condannati a morte. E quando si muore, si va a Sheol (il Regno dei morti) che, dice Singer: “laggiù chiamano Terra”. Dunque, la vita è la morte e la morte è la vita.

Ed ecco allora che quel “rovesciamento” quell’inversione che si trovava nell’Euridice di Rilke citata da Curi, ritorna anche qui.

Nell’accennare al Qohèlet poi, al Libro dell’Ecclesiate, il Rabbino ha fatto riferimento al vanitas vanitatum et omnia vanitas che è ciò che resta quando l’uomo pretende di raggiungere la felicità attraverso i beni materiali. La vanità del tutto, se dopo la vita ci fosse solo la morte.

Il Rabbino Laras, nel porre (e porsi) domande, seguendo quindi l’antichissima e sottilissima tradizione talmudica, non aveva risposte da dare su cosa sia il morire, ma la sua esperienza umana di chi assiste nell’ultimo tratto del viaggio i suoi simili e può solo dare come viatico la propria presenza amorevole e amicale.

Infine, in questo che ai miei occhi è apparso davvero un rivivere la parabola di Melchisedec e il Saladino, pur con il buddhismo al posto dell’Islam, ha parlato il Lama Tharchin Rimpoche. Ho trovato il suo sforzo di esprimersi in italiano una prova di generosità e coraggio, perché non conosce molto bene la nostra lingua. Ma questo non solo non gli ha impedito di farsi comprendere perfettamente, anzi gli ha permesso di isolare quei pochi concetti, apparentemente semplici, ma enormi come oceani, che sono alla base del lamaismo tibetano, ma anche più in generale del buddhismo. Perché temere la morte? E’ un ritorno a casa. Si torna a casa dopo “una vacanza di lavoro”, la vita. E se l’uomo vive con questo perenne stato di pesantezza, di scontentezza, che gli grava l’anima nonostante tutto ciò che possiede, questo è l’effetto dell’attaccamento. Ma, ripeteva il Lama, qui tutto è impermanenza. Nulla è stabile, nulla è fisso. Tutto di fatto è illusorio, proprio come nel Qohélet del rabbino Laras. Vero, forse si dirà che sono i soliti, pochi concetti che il buddhismo parrebbe ripetere agli orecchi occidentali. Ma il buddhismo non usa lo strumento della dialettica. I Maestri buddhisti non articolano in analisi sottili il loro insegnamento. danno solo delle regole pratiche. Poiché il buddhismo, come anche le arti e la medicina in oriente, insegna attraverso la pratica. In India questa antichissima tradizione  si chiama guru-shishya parampara. Trasmissione diretta da maestro ad allievo attraverso la pratica.

Mi piace qui però ricordare quel grandissimo pensatore rivoluzionario, slegato da ogni scuola di pensiero, filosofia, credo o religione e che rifiutò tutta la vita di avere un seguito, una scuola o dei seguaci. Parlo di Jiddu Krishnamurti. Nella conferenza dal titolo “Sul vivere e sul morire” che tenne a Madras nel 1959, afferma che la radice di ogni disagio e infelicità è la paura. E la paura più grande è quella della morte. Ora – si chiede Krishnamurti – cos’è la morte? La stessa domanda di Seneca. La morte, dice Krishnamurti, è cessazione.  Non ha importanza che vi sia o meno una vita dopo la morte.  Ciò che interessa è la cessazione.

“Posso sperimentare tale cessazione mentre sono ancora in vita? Come posso far sì che la mia mente, con tutti i suoi pensieri, le attività, i ricordi, giunga alla fine mentre sono in vita, con il corpo non ancora intaccato dalla vecchiaia e dalla malattia, o spazzato via da un incidente?

La mia mente, che ha edificato un senso di continuità , può cessare ora , invece che all’ultimo respiro?
Voglio dire , è davvero impossibile liberare la mente da tutto ciò che la sua memoria ha accumulato?
Qualsiasi cosa siate, buddhisti, induisti, cristiani o altro ancora, siete plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione.
Siete avidità, invidia, gioia, piacere, il godimento di qualcosa di bello, l’angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarsi; siete tutto ciò, ovvero il processo della continuità. Consideriamone un aspetto: siete attaccati a ciò che possedete. È un dato di fatto. Non intendo parlare del distacco.
Siete attaccati alle vostre opinioni , al vostro modo di pensare.
Ora , siete capaci di porre fine a tale attaccamento?
Perché siete attaccati? È questo il punto, non come realizzare il distacco.
Se vi sforzate di essere distaccati, non fate altro che alimentare l’opposto, e di conseguenza la contraddizione continua. Tuttavia nel momento in cui la vostra mente è libera dall’attaccamento, è anche libera da quel senso di continuità che è generato proprio dall’attaccamento, non vi pare?
Allora , perché siete attaccati a qualcosa?
Perché avete paura che senza tale attaccamento non sareste nulla; quindi voi siete la vostra casa, siete vostra moglie, siete il vostro conto in banca, siete il vostro lavoro.
Siete tutte queste cose. Se riuscirete a mettere fine a tale senso di continuità, generato dall’attaccamento, facendolo cessare completamente, saprete cos’è la morte.
È chiaro? Per esempio, supponiamo che io odi e che mi sia trascinato quest’odio nella memoria per anni, lottando continuamente con esso.
Posso smettere di odiare all’istante?
Posso lasciarlo andare con la stessa definitività della morte?
Quando la morte sopraggiunge non ci chiede il permesso, arriva e si prende la nostra vita , ci distrugge in un sol colpo.
Possiamo lasciar andare nello stesso modo l’odio, l’invidia, l’orgoglio del possesso, l’attaccamento al credo, alle opinioni, alle idee, a un certo modo di pensare?
Possiamo abbandonare tutto ciò all’istante?
Non c’è un metodo per farlo, perché ciò non rappresenterebbe altro che una forma di continuità. Abbandonare credo, opinioni, attaccamenti, avidità o invidia vuol dire morire, morire ogni giorno, in ogni momento.
Se giungiamo alla cessazione di ogni ambizione, istante dopo istante, conosceremo quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere, per cosi dire, l’abisso dell’eterno movimento, e oltrepassarne il confine, che è la morte.
Voglio sapere tutto della morte, perché la morte potrebbe essere la realtà , potrebbe essere ciò che chiamiamo Dio , quel qualcosa di assolutamente straordinario che vive e si muove, eppure non ha inizio né fine.
Ecco perché voglio conoscere la morte completamente.
Perciò devo morire a tutto ciò che già conosco.
La mente può essere consapevole del non conosciuto solo se muore al conosciuto, se muore senza avere obiettivi, senza sperare in una ricompensa né temere una punizione.
Allora potrò scoprire cosa sia la morte mentre sono ancora in vita, ed è in tale scoperta che posso trovare la libertà dalla paura.
Che ci sia o non ci sia una continuità dopo la morte fisica è irrilevante.
Che ci sia o non ci sia una rinascita è una questione di nessun conto.
Per me la vita non è separata dalla morte perché nella vita c’è la morte.
Non c’è separazione tra la morte e la vita. Possiamo conoscere la morte perché la mente muore in ogni istante, ed è in quella cessazione, non nella continuità, che si cela il rinnovamento, la novità, la vitalità e l’innocenza.
Tuttavia , per molti di noi la morte è una cosa che la mente non ha mai davvero sperimentato. Per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un’esperienza diretta.
Mi chiedo se abbiate mai conosciuto veramente l’amore.
Penso che in realtà morte e amore vadano di pari passo.
Morte , amore e vita sono la stessa identica cosa.
Ma noi abbiamo diviso la vita, così come abbiamo fatto con la terra.
Parliamo dell’amore come di qualcosa che può essere carnale o spirituale, e abbiamo dato avvio a una battaglia tra il sacro e il profano. Abbiamo separato ciò che l’amore è realmente da ciò che dovrebbe essere, cosicché non giungiamo mai a sapere cosa sia.
L’amore è senza dubbio una sensazione totale che non è sentimentale, nella quale non c’è alcun senso di separazione. È la completa purezza della sensazione senza le caratteristiche divisorie e frammentanti dell’intelletto. L’amore non ha un senso di continuità. Laddove c’è un senso di continuità l’amore è già morto, ha il retaggio dello ieri, con i suoi tristi ricordi, le liti e le brutalità.
Per amare bisogna morire. La morte è amore, le due cose non sono separate.
Tuttavia non voglio che vi lasciate incantare dalle mie parole: dovete sperimentarlo, e cioè penetrarlo, gustarlo e scoprirlo da soli.
La paura della più totale solitudine, dell’isolamento, del non essere nulla è la base, la radice stessa della nostra auto contraddizione. Poiché abbiamo paura di non essere nulla, subiamo la frammentazione generata dai nostri desideri, ognuno dei quali ci spinge in una direzione diversa. Ecco perché c’è sicuramente libertà dalla paura quando la mente conosce l’azione totale, non contraddittoria; un’azione nella quale andare in ufficio non è diverso dal non andarci, dal diventare un sannyasin, dal meditare o dall’osservare il cielo al tramonto.
Tuttavia la paura stessa deve essere sperimentata, altrimenti non può esserci libertà dalla paura, e per sperimentare la paura occorre rinunciare a ogni metodo e mezzo per sfuggirla.
Il dio in cui credete è un meraviglioso espediente per sfuggire alla paura.
I rituali, i libri, le teorie e il credo ci impediscono di sperimentarla realmente.
Scopriremo che solo nella cessazione c’è una totale assenza di paura ; la cessazione dello ieri, di ciò che è stato, ovvero del terreno in cui la paura affonda le sue radici.
Solo così capiremo che l’amore, la morte e la vita sono un’unica cosa .
La mente è libera solo quando è stata abbandonata l’accumulazione della memoria.
La creazione è nella cessazione , non nella continuità. E’ l’unica via per giungere a quell’azione totale che è vita, amore e morte.”

Nelle parole di Krishnamurti non posso non ravvisare la lettura rivoluzionario che Carlo Diano, che pure non conosceva questo testo del pensatore indiano, diede dell’Alcesti di Euripide.

(C) 2012 by Francesca Diano –  RIPRODUZIONE RISERRVATA

La nascita del Labirinto – di Flavio Villani

 

Ospito molto volentieri questo bellissimo testo di Flavio Villani perché lo trovo in grande consonanza con il mio Minotauro e il mio Dedalo. Si scoprono a volte incredibili riverberi della propria visione del mondo in persone a noi sconosciute e così è avvenuto per Villani.

Non solo il soggetto dei testi ci affratella, ma una visione non convenzionale del mito. Una ricerca che, in questo suo Labirinto, è quella di chi si pone da una prospettiva laterale e obliqua.

Ringrazio dunque Flavio Villani per avermi dato l’opportunità di condividere questo suo lavoro.

Francesca Diano

 

 

 

LA NASCITA DEL LABIRINTO

 

 

 

Al destino piacciono le ripetizioni,

               le varianti, le simmetrie.

 

   …fosse almeno

questo l’ultimo giorno dell’attesa.

                                (J.L. Borges)

 

 

Infelice fu Asterione, corpo di uomo

testa di toro, nato recluso nella casa

dalle incalcolabili stanze, che nessuna

difesa oppose a Teseo, quando il bronzo

gli affondò in petto, e il ribollente sangue,

come fiume impazzito, sgorgò

impetuoso oltre i labili argini della sua

triste esistenza – sei tu il mio redentore?

domandò speranzoso, fissando

con amorevole occhio la spada

sfolgorante nel sole,

e rapido il sangue colava, nero,

lungo corridoi smisurati, circolari,

oltre non enumerabili porte,

oltre incerte scale e cieche stanze,

e ancora oltre ogni possibile sogno,

a misura di ciò che non è

conoscibile all’uomo: il labirinto.

 

Costruì Minosse il labirinto per punire

di Pasifae l’impura foia. Volle il Re

vendicare l’insostenibile sdegno per come

fu la sposa sua montata come vacca

sul finire della grande festa, di Creta la festa

mobile, dal Toro più sacro a Poseidone,

la cui scarsa vista fu ingannata

dal sarcofago che Dedalo, l’architetto,

ideò, e con destra mano di carpentiere

intagliò nel duro, duro legno e nero.

 

Quando Pasifae, la regina, trascinarono

al suo cospetto, nuda, egli la guardò

con gli occhi limpidi dell’ira

e disse, afferrandola per la lunga

chioma fiammeggiante – come?

Come hai potuto farlo? Qui, fra queste

danze, senza pudore, nel mio regno

in terra, fra questa gente che beata

nell’ebbrezza dei misteri,

ha visto te, Pasifae, di Minosse la sposa,

carponi, farti montare e godere

senza vergogna della bestia il potere.

Come hai potuto infamare il mio nome,

sottomettere il tuo corpo alla Bestia,

da lei farti inondare del suo seme? E

gridare, gridare al mondo il tuo deforme

Amore.

 

Allora, Pasifae, il collo ritorto all’indietro,

in ginocchio, sorridendo, dal basso

lo sguardo rivolse al suo Re, e disse –

In un involucro di legno,

in forma e simulacro di giovenca, nera,

mi rinchiusi solo per farmi amare

di quell’amore che tu, grande Re di Creta,

di notte in notte ti dimentichi

di donare alla tua sposa.

E ora te la grido in faccia la mia

felicità. Sono felice con il mostruoso

frutto in grembo di questo mio amore,

di questo incontenibile, orripilante

amore, che Tu, Immortale

fra gli Immortali, neppure vaga-

mente puoi concepire, e chiami

con così facile parola, mostruoso.

Io,

al contrario, concepisco

un mostro, ma non me ne pento.

Non mi pento dell’amore che ho

goduto, del languore nel mio

ventre in fiamme, della verga del bianco

Toro che mi penetra, del seme che riempie

il mio grembo che Tu, sovrano di un regno

ebbro, giudichi tanto indecente.

Massima ignominia richiama pure

su di me. Ma Io vedo, finalmente. Ora

ti vedo per come davvero sei.

 

Minosse, prima di cacciarla dal suo sguardo

per sempre, decretò – Sia data casa all’essere

mostruoso che già vive in grembo

alla mia sposa. E che da tale casa

non possa mai più uscire. Un solo ingresso

vi sia di accesso lungo il perimetro,

e una via, una via soltanto conduca per

smisurati giri al centro. Scale e porte

si susseguano senza fine, e così le stanze,

ma che il centro sia irraggiungibile,

e il percorso della via, senza un ritorno,

significhi per chi, sventurato, la percorra,

 

Morte.

 

Dedalo, l’infame, il falegname,

l’assassino dell’abile nipote, ne sia

l’artefice, e possa egli morirvi, e con lui

la sua progenie.

Si chiuda la porta alle sue spalle

e il labirinto sia la perpetua sua prigione.

 

Sappi, Pasifae, che il frutto ignobile

del tuo seno, mezzo uomo e mezzo toro,

si aggirerà triste e famelico per quella casa,

nell’attesa, di anno in anno, che Io,

Minosse, Re di Creta, il più Potente

fra i Potenti, l’Immortale fra gli Immortali,

gli permetta, benevolmente, di vivere.

Che la carne di giovanetti, sette fanciulli

e sette fanciulle, gli sia di nutrimento,

ogni nove anni per tutti i secoli dei secoli.

 

All’orizzonte la lenta – incessante –

risacca di nuvole,

quando Minosse tacque,

si colorò di sangue.

Il Re, allora, si allontanò, incurvato,

vecchio all’improvviso, vecchio sotto

il peso dei secoli dei secoli, e dei secoli

ancora a venire, e di tutti i secoli che

Egli stesso aveva, imprudente, evocato.

E all’improvviso, come lampo

nello specchio, vide il destino

riflettersi nei suoi occhi stanchi.

 

Quando Dedalo fu con Icaro

nel labirinto rinchiuso,

provò a ricordare

la spiaggia deserta e il silenzio

e l’immenso mare ma

ogni vista gli fu preclusa dall’alto muro.

Solo, sul capo, l’infinito curvilineo cielo.

 

Allora Dedalo sollevò il suo sguardo

verso la volta senza risposte, e disse – ogni via

di fuga mi è preclusa, sia essa la nera

Terra o l’instancabile oscuro mare. Solo il cielo

di cristallo, con i suoi cerchi e gli astri

innumerevoli, è libero per ogni fuga.

 

– Innalzi l’uomo le sue guglie al cielo!

 

Un’invincibile forza ci trattiene al suolo.

E’ una lotta di due opposte forze, uguali

e contrarie – Dovrò rotolarmi nel fango

come maiale perché possa sperare nel Vero?

 

Ma è scritto che qualcosa accadrà:

Cresceranno penne sul dorso mio

e di Icaro, mio figlio. Cresceranno, poco a poco,

si formeranno ali, ben strutturate, capaci di

volare, in alto, nel cielo di fuoco.

Nulla sarà più come tale, da lassù vedrò

la Via, distesa, circolare, infinita, il labirinto,

che disegnai per me stesso ma che non conosco;

tutto mi sarà chiaro, nell’aria fulgida del mattino.

 

Così fu il tempo della fuga: le ali erano

cresciute sotto i curiosi occhi del giovinetto

Icaro – Una volontà sconfinata, disse

Dedalo al figlio, una volontà sconfinata

ha fatto sì che queste ali si conformassero,

perfette per il volo, sul nostro dorso.

Padre e figlio si guardarono,

negli occhi si guardarono per un istante, poi,

tenendosi per mano si avviarono sull’orlo

dell’abisso. Su quella vertigine le ali aprirono

al vento e leggeri, leggeri si librarono in aria.

 

Liberi,

senza più timore, osservarono dall’alto

ogni cosa farsi piccina. Dimenticarono

presto

la scabra terra, il fango e il deserto pietroso,

la polvere color dell’ocra, sollevata in gelidi

vortici dai venti dell’ostile settentrione, e l’odio,

l’odio di Minosse per Asterione;

E il mare giudicarono una sola massa senza

forma, in movimento continuo, d’argento.

Il sole è così vicino – urlò allora Icaro

contro il rombo del vento,

e, liberata la morbida mano da quella greve

del padre, ascese nella stratosfera sottile.

– Lì il sole è incandescente! Torna da me!

lo scongiurò Dedalo, mentre le ali piumate

le fiamme avvolsero rapide. Icaro cadde,

lento, avvitandosi

in una spirale di fuoco e fumo nero. Senza

un lamento, il sognatore, nel muto mare precipitò.

Ma nulla si fermò in quell’istante: il fulgore

della stagione, lo sbocciare dei teneri germogli,

il contadino che il campo ara in riva al mare.

Trascurabile infatti fu d’Icaro il tonfo.

Dedalo, solo, guardò in basso l’acqua livida

richiudersi come larga tomba, sul corpo pallido e nudo,

mentre l’aria leggera d’improvviso si fece di piombo.

Allora Dedalo disse – a quale dio posso ora

appellarmi? Quale dio avrà pietà di quel vecchio

che spierà l’amore dei giovani?

Al labirinto sono sfuggito, ma ora so che è

pietosa menzogna, insensato abbaglio!

 

Con questo grido in gola Dedalo continuò

il suo volo, verso l’orizzonte, verso i neri profili

dei monti, verso la profonda tenebra silenziosa.

Appena sopra, solitaria e luminosa, proprio

allora iniziò a brillare, Venere – la prima stella.

 

………………………………………………

 

E’ detto:

Il labirinto presiede sui vivi!

 

Miserevole

l’Essere dal corpo deforme,

cuore di uomo.

Attende dolente,

nella casa dalle innumerabili porte,

l’ombra sfuggente del dio

nel freddo abbaglio del sole.

Quando il tempo sarà finalmente,

che al cielo sollevi le braccia

in segno di devozione sincera.

Lo scruterà – Lui – sbalordito,

ma poi, con mano tremante,

senza pietose parole,

il bronzo gli pianterà al centro del cuore.

 

(C) by Flavio Villani 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Flavio Villani è nato a Milano nel 1962. Laureato in medicina, è specialista in neurologia.

Dopo tre anni (1989-1992) di lavoro negli Stati Uniti come ricercatore, è rientrato a Milano dove tuttora risiede e lavora.

Parallelamente all’attività professionale, diversi anni fa ha intrapreso un proprio percorso letterario.

In ambito poetico ha pubblicato la raccolta Gli assedi del nulla (Editori della Peste, 2007).

Per il teatro è autore di alcuni atti unici e della tragedia “lirica” in tre atti Il canto di Semmelweis, ispirata al saggio di Ferdinand Céline sulla figura del dottor Semmelweis.