La nascita del Labirinto – di Flavio Villani

 

Ospito molto volentieri questo bellissimo testo di Flavio Villani perché lo trovo in grande consonanza con il mio Minotauro e il mio Dedalo. Si scoprono a volte incredibili riverberi della propria visione del mondo in persone a noi sconosciute e così è avvenuto per Villani.

Non solo il soggetto dei testi ci affratella, ma una visione non convenzionale del mito. Una ricerca che, in questo suo Labirinto, è quella di chi si pone da una prospettiva laterale e obliqua.

Ringrazio dunque Flavio Villani per avermi dato l’opportunità di condividere questo suo lavoro.

Francesca Diano

 

 

 

LA NASCITA DEL LABIRINTO

 

 

 

Al destino piacciono le ripetizioni,

               le varianti, le simmetrie.

 

   …fosse almeno

questo l’ultimo giorno dell’attesa.

                                (J.L. Borges)

 

 

Infelice fu Asterione, corpo di uomo

testa di toro, nato recluso nella casa

dalle incalcolabili stanze, che nessuna

difesa oppose a Teseo, quando il bronzo

gli affondò in petto, e il ribollente sangue,

come fiume impazzito, sgorgò

impetuoso oltre i labili argini della sua

triste esistenza – sei tu il mio redentore?

domandò speranzoso, fissando

con amorevole occhio la spada

sfolgorante nel sole,

e rapido il sangue colava, nero,

lungo corridoi smisurati, circolari,

oltre non enumerabili porte,

oltre incerte scale e cieche stanze,

e ancora oltre ogni possibile sogno,

a misura di ciò che non è

conoscibile all’uomo: il labirinto.

 

Costruì Minosse il labirinto per punire

di Pasifae l’impura foia. Volle il Re

vendicare l’insostenibile sdegno per come

fu la sposa sua montata come vacca

sul finire della grande festa, di Creta la festa

mobile, dal Toro più sacro a Poseidone,

la cui scarsa vista fu ingannata

dal sarcofago che Dedalo, l’architetto,

ideò, e con destra mano di carpentiere

intagliò nel duro, duro legno e nero.

 

Quando Pasifae, la regina, trascinarono

al suo cospetto, nuda, egli la guardò

con gli occhi limpidi dell’ira

e disse, afferrandola per la lunga

chioma fiammeggiante – come?

Come hai potuto farlo? Qui, fra queste

danze, senza pudore, nel mio regno

in terra, fra questa gente che beata

nell’ebbrezza dei misteri,

ha visto te, Pasifae, di Minosse la sposa,

carponi, farti montare e godere

senza vergogna della bestia il potere.

Come hai potuto infamare il mio nome,

sottomettere il tuo corpo alla Bestia,

da lei farti inondare del suo seme? E

gridare, gridare al mondo il tuo deforme

Amore.

 

Allora, Pasifae, il collo ritorto all’indietro,

in ginocchio, sorridendo, dal basso

lo sguardo rivolse al suo Re, e disse –

In un involucro di legno,

in forma e simulacro di giovenca, nera,

mi rinchiusi solo per farmi amare

di quell’amore che tu, grande Re di Creta,

di notte in notte ti dimentichi

di donare alla tua sposa.

E ora te la grido in faccia la mia

felicità. Sono felice con il mostruoso

frutto in grembo di questo mio amore,

di questo incontenibile, orripilante

amore, che Tu, Immortale

fra gli Immortali, neppure vaga-

mente puoi concepire, e chiami

con così facile parola, mostruoso.

Io,

al contrario, concepisco

un mostro, ma non me ne pento.

Non mi pento dell’amore che ho

goduto, del languore nel mio

ventre in fiamme, della verga del bianco

Toro che mi penetra, del seme che riempie

il mio grembo che Tu, sovrano di un regno

ebbro, giudichi tanto indecente.

Massima ignominia richiama pure

su di me. Ma Io vedo, finalmente. Ora

ti vedo per come davvero sei.

 

Minosse, prima di cacciarla dal suo sguardo

per sempre, decretò – Sia data casa all’essere

mostruoso che già vive in grembo

alla mia sposa. E che da tale casa

non possa mai più uscire. Un solo ingresso

vi sia di accesso lungo il perimetro,

e una via, una via soltanto conduca per

smisurati giri al centro. Scale e porte

si susseguano senza fine, e così le stanze,

ma che il centro sia irraggiungibile,

e il percorso della via, senza un ritorno,

significhi per chi, sventurato, la percorra,

 

Morte.

 

Dedalo, l’infame, il falegname,

l’assassino dell’abile nipote, ne sia

l’artefice, e possa egli morirvi, e con lui

la sua progenie.

Si chiuda la porta alle sue spalle

e il labirinto sia la perpetua sua prigione.

 

Sappi, Pasifae, che il frutto ignobile

del tuo seno, mezzo uomo e mezzo toro,

si aggirerà triste e famelico per quella casa,

nell’attesa, di anno in anno, che Io,

Minosse, Re di Creta, il più Potente

fra i Potenti, l’Immortale fra gli Immortali,

gli permetta, benevolmente, di vivere.

Che la carne di giovanetti, sette fanciulli

e sette fanciulle, gli sia di nutrimento,

ogni nove anni per tutti i secoli dei secoli.

 

All’orizzonte la lenta – incessante –

risacca di nuvole,

quando Minosse tacque,

si colorò di sangue.

Il Re, allora, si allontanò, incurvato,

vecchio all’improvviso, vecchio sotto

il peso dei secoli dei secoli, e dei secoli

ancora a venire, e di tutti i secoli che

Egli stesso aveva, imprudente, evocato.

E all’improvviso, come lampo

nello specchio, vide il destino

riflettersi nei suoi occhi stanchi.

 

Quando Dedalo fu con Icaro

nel labirinto rinchiuso,

provò a ricordare

la spiaggia deserta e il silenzio

e l’immenso mare ma

ogni vista gli fu preclusa dall’alto muro.

Solo, sul capo, l’infinito curvilineo cielo.

 

Allora Dedalo sollevò il suo sguardo

verso la volta senza risposte, e disse – ogni via

di fuga mi è preclusa, sia essa la nera

Terra o l’instancabile oscuro mare. Solo il cielo

di cristallo, con i suoi cerchi e gli astri

innumerevoli, è libero per ogni fuga.

 

– Innalzi l’uomo le sue guglie al cielo!

 

Un’invincibile forza ci trattiene al suolo.

E’ una lotta di due opposte forze, uguali

e contrarie – Dovrò rotolarmi nel fango

come maiale perché possa sperare nel Vero?

 

Ma è scritto che qualcosa accadrà:

Cresceranno penne sul dorso mio

e di Icaro, mio figlio. Cresceranno, poco a poco,

si formeranno ali, ben strutturate, capaci di

volare, in alto, nel cielo di fuoco.

Nulla sarà più come tale, da lassù vedrò

la Via, distesa, circolare, infinita, il labirinto,

che disegnai per me stesso ma che non conosco;

tutto mi sarà chiaro, nell’aria fulgida del mattino.

 

Così fu il tempo della fuga: le ali erano

cresciute sotto i curiosi occhi del giovinetto

Icaro – Una volontà sconfinata, disse

Dedalo al figlio, una volontà sconfinata

ha fatto sì che queste ali si conformassero,

perfette per il volo, sul nostro dorso.

Padre e figlio si guardarono,

negli occhi si guardarono per un istante, poi,

tenendosi per mano si avviarono sull’orlo

dell’abisso. Su quella vertigine le ali aprirono

al vento e leggeri, leggeri si librarono in aria.

 

Liberi,

senza più timore, osservarono dall’alto

ogni cosa farsi piccina. Dimenticarono

presto

la scabra terra, il fango e il deserto pietroso,

la polvere color dell’ocra, sollevata in gelidi

vortici dai venti dell’ostile settentrione, e l’odio,

l’odio di Minosse per Asterione;

E il mare giudicarono una sola massa senza

forma, in movimento continuo, d’argento.

Il sole è così vicino – urlò allora Icaro

contro il rombo del vento,

e, liberata la morbida mano da quella greve

del padre, ascese nella stratosfera sottile.

– Lì il sole è incandescente! Torna da me!

lo scongiurò Dedalo, mentre le ali piumate

le fiamme avvolsero rapide. Icaro cadde,

lento, avvitandosi

in una spirale di fuoco e fumo nero. Senza

un lamento, il sognatore, nel muto mare precipitò.

Ma nulla si fermò in quell’istante: il fulgore

della stagione, lo sbocciare dei teneri germogli,

il contadino che il campo ara in riva al mare.

Trascurabile infatti fu d’Icaro il tonfo.

Dedalo, solo, guardò in basso l’acqua livida

richiudersi come larga tomba, sul corpo pallido e nudo,

mentre l’aria leggera d’improvviso si fece di piombo.

Allora Dedalo disse – a quale dio posso ora

appellarmi? Quale dio avrà pietà di quel vecchio

che spierà l’amore dei giovani?

Al labirinto sono sfuggito, ma ora so che è

pietosa menzogna, insensato abbaglio!

 

Con questo grido in gola Dedalo continuò

il suo volo, verso l’orizzonte, verso i neri profili

dei monti, verso la profonda tenebra silenziosa.

Appena sopra, solitaria e luminosa, proprio

allora iniziò a brillare, Venere – la prima stella.

 

………………………………………………

 

E’ detto:

Il labirinto presiede sui vivi!

 

Miserevole

l’Essere dal corpo deforme,

cuore di uomo.

Attende dolente,

nella casa dalle innumerabili porte,

l’ombra sfuggente del dio

nel freddo abbaglio del sole.

Quando il tempo sarà finalmente,

che al cielo sollevi le braccia

in segno di devozione sincera.

Lo scruterà – Lui – sbalordito,

ma poi, con mano tremante,

senza pietose parole,

il bronzo gli pianterà al centro del cuore.

 

(C) by Flavio Villani 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Flavio Villani è nato a Milano nel 1962. Laureato in medicina, è specialista in neurologia.

Dopo tre anni (1989-1992) di lavoro negli Stati Uniti come ricercatore, è rientrato a Milano dove tuttora risiede e lavora.

Parallelamente all’attività professionale, diversi anni fa ha intrapreso un proprio percorso letterario.

In ambito poetico ha pubblicato la raccolta Gli assedi del nulla (Editori della Peste, 2007).

Per il teatro è autore di alcuni atti unici e della tragedia “lirica” in tre atti Il canto di Semmelweis, ispirata al saggio di Ferdinand Céline sulla figura del dottor Semmelweis.

 

 

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