Giorgio Linguaglossa – Paradiso

DANIEL MARAZZATO Angelo di Monteverde. 2012 Collezione privata

La lingua poetica nasce per dire l’uomo. Non è una semplice comunicazione, un diretto travaso dall’io al tu. Nasce per dire il mito e con il mito, il sacro, cui il mito attinge. Ho sempre pensato che i nostri lontanissimi antenati debbano aver avuta ben chiara questa diversa qualità della parola e di come, nel momento in cui la necessità di descrivere l’invisibile si fece irrinunciabile, un qualche segreto recesso del cervello umano si attivò misteriosamente per dare forma e fonte a quella lingua. Ecco perché la lingua poetica alle sue origini è propria del mito e del sacro.

Quale sia il senso del mito e del sacro che ogni epoca ha, è compito della storia del pensiero descrivere. Ma persino quando questo senso appaia assente, o svilito, come oggi da noi e quanto più in Italia, tuttavia esiste. In forme inaspettate. Eppure emerge, a volte, in tutta la sua (pre)potenza arcaica, quella che mi piace definire  la sua Urgestalt.

Ho trovato questa Urgestalt  nel Paradiso di Giorgio Linguaglossa (Roma, 2000, Edizioni Libreria Croce). E nel leggere, la prima immagine che mi è apparsa alla mente è stata quella de La caduta degli angeli ribelli di Pieter Breughel il Vecchio. L’immagine si è affacciata alla mente per due motivi. Il primo è la forza visionaria del dipinto, analoga a quella che ho trovato nel Paradiso, il secondo è la sua costruzione su tre piani, che ho ritrovato nella tripartizione del testo; la Città di Lite, la Città di Dite e la Città dei sentieri che si biforcano.

La poesia di Linguaglossa ha una natura (o dimensione) architettonica e allo stesso tempo pittorica. Dunque si muove in uno spazio intermedio tra struttura e visione, fra tridimensionalità e superficie. Questa profondità è lo iato che dà respiro e spazio all’invisibile. Uno spazio ambiguo, nel senso di duplice. Quell’Urgestalt di cui si diceva. Ma è proprio la presenza di questa dimensione architettonica nel testo che testimonia la consapevolezza di Linguaglossa della diversità della lingua poetica rispetto al linguaggio d’uso comune. Il suo poema arde. Il che lo rende immediatamente distante anni luce da quello che egli definisce il minimalismo del ceto medio mediatico. La qualità della sua lingua è, pur se incardinata all’interno di questa rigorosa costruzione, fluida ed elusiva, perché pittorica e coloristica. Ed è la fantasmagoria di queste tinte sulfuree, chiare, opache, smaltate, pallescenti e violente che riveste di potenza visionaria la sua poesia. Non immediata dunque. Devi dargli il tempo, dopo l’encausto operato dalle parole, di lasciar sedimentare sul fondo i suoi sali ed emanare i suoi vapori serpentini. Linguaglossa non solleva facilmente il velario. I suoi sono occhi che osservano il lettore come quelli di Teodora.

L’imperatrice Teodora e la sua corte

La melancholia dell’imperatrice Teodora

e del seguito imperiale recita

il trionfo fittizio, nomenclatura

monumentale museificata nel vetro.

L’ampia corona deposta sul capo

immobile assottiglia lo strepito

dei passi del corteo che collima

con il corteggio di tenebre.

Gli occhi di Teodora ci osservano

dalla rigidità della decorazione musiva

laddove non esiste il tendaggio

dell’inquietudine.

Linguaglossa è un poeta di formazione e cultura aristocratica, uno di una genìa oggi scomparsa; un filosofo che scrive in versi. E’ una di quelle menti rese preziose dalle stratificazioni del tempo che non tutto divora,  forse perché la sua nascita in Costantinopoli gli ha in qualche modo impresso il suo sigillo inciso nell’avorio. O così mi piace pensare. Come la grande arte costantinopolitana si disperse nella diaspora che seguì l’iconoclastia di Leone III Isaurico, lasciando dietro di sé l’astrattezza del vuoto, ma alimentando in modo inaspettato un nuovo linguaggio ai confini dell’impero,  così l’aristocratico non meno che berciante e brulicante paesaggio umano di Linguaglossa travasa una tradizione classica e tardoromana nel nostro mondo barbarico. Poiché infatti la sua è la tarda classicità, che si riconosce in una koinè che fonde Occidente e  Levante.

La tripartizione architettonica di questo poema però è solo spaziale, non temporale. Consoli, soldati, imperatrici, filosofi, lenoni, eunuchi, cortigiani, angeli e demoni si muovono accanto a  poeti, politici corrotti, Mozart e Rembrandt, Arlecchini e parassiti e passanti fra il traffico convulso delle nostre città. Un’umanità sempre identica a sé stessa nel convulso agitarsi di menti e di membra e di azioni e di umori e odori e colori e pulsioni. Un’apparente caos primordiale non domato dal susseguirsi di mondi e civiltà. In un tempo circolare che è quello del mito.  Un registro alto per dire il crollo. Per dire la Caduta. Non solo degli Angeli.

Eppure, in questo poema che ha il suono dolce di un oboe (oh Baudelaire Baudelaire) e l’aspro sapore corrosivo dell’aconito, tale trionfa la bellezza del pensiero che ogni voce si fonde in un’unica voce. E’ la voce del filosofo. Un po’ Eraclito l’Oscuro questo Linguaglossa, se di lui rimanessero frammenti affidati a futuri papiri. Che leggeremmo di questo suo Paradiso se fra duemila anni un archeologo dissotterasse da una Roma o da una Milano sepolte e perdute dei frammenti cartacei miracolosamente preservati?

Forse leggerà l’archeologo:

Gli artisti sono relegati nel circolo 

degli onanisti. Essi non smettono

di creare ismi. La confusione regna

sovrana.

O ancora

Preferisco la sicurtà dell’aleatorio, amo

la frusta raffinatezza, l’indolenza cerebrale.

Frigido, verginale come un fucile automatico.

O ancora

Raffiguro l’Universo a forma di cono.

In vertice l’Assoluto che spartisce le cose,

le frustiga all’in giù dopo averle soppesate,

spossessate di realtà….

O forse

L’inferriata dell’apparenza

lo relega in superficie, nella datità.

Acciottolìo di sillabe e vocali.

L’archeologo griderebbe al miracolo. Un’insospettata corrente filosofica in un’epoca che i suoi colleghi filologi e storici ritenevano segnata da un epigonismo conformista e minimalista. Si eseguirebbero accurate indagini chimiche e spettrografiche sulla composizione di quelle materie arcaiche, ormai non più in uso, che gli antichi chiamavano carta e inchiostro. Si consegnerebbero i testi a dotti filologi esperti di letteratura che gli antichi pareva avessero denominato bizzarramente “postmoderna” e, posto che i frammenti non rispecchiavano le voghe letterarie dell’epoca, si produrrebbero numerosissimi articoli accademici in cui s’annuncerebbe d’aver scoperto un clamoroso falso. Tali frammenti difatti – direbbero i dotti studiosi del XL secolo – appartengono a un’opera composta nel XXII secolo ma stampata su carta di due secoli precedente con inchiostri anticati ad arte da un abilissimo falsario, che voleva far passare per antica quella che sarebbe stata un’opera del futuro.

(C)2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Paradiso

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10 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. maria benedetta cerro
    Ott 19, 2012 @ 22:17:24

    Gent.ma Francesca Diano,
    ho letto l’articolo che lei ha scritto per “Paradiso” di G. Linguaglossa. Ne ho apprezzato il taglio critico, lo stile, la partecipata e accurata attenzione per gli elementi che rimandano al mito e all’arte, condividendo totalmente che “la lingua poetica alle sue origini è propria del mito e del sacro”.
    Ho cercato sue notizie e letto l’intervista SCRIVERE, riconoscendo una rara sintonia con molte sue affermazioni sull’atto dello scrivere (concordo per intero con lo sviluppo del pensiero creativo) ma anche quando definisce lo scrivere come “severo esercizio di consapevolezza”.
    Ho trovato infine il suo splendido “Minotauro”. Una versione inedita che lascia trasparire una visione altissima della poesia, che riesce a fondere l’umano e il divino. Un testo degno della migliore epica, dove narrazione e poesia esprimono ed esercitano fascinazione.
    Ho avuto leggendola desiderio di farle conoscere il mio lavoro.
    Proprio in questi giorni è uscito il mio ultimo libro di poesia. Se sarà disposta ad accoglierlo glielo invierei davvero con piacere.
    Nel caso mi fornirà un recapito postale dove inviarlo.
    Grazie. Con tutta la stima.
    Maria Benedetta Cerro

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  2. Francesca
    Nov 08, 2012 @ 21:50:36

    Gentile Maria Benedetta, mi scuso se ho rimosso il suo bellissimo testo, ma i commenti ammessi sono solo quelli attinenti al post. Sarò lieta di leggere le sue cose se me le invierà privatamente al mio indirizzo email cui verrà inviata cliccando sulla scritta CONTATTI che può vedere in alto sopra il titolo. La ringrazio in ogni caso per la gentilezza.

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  3. antonio
    Gen 30, 2013 @ 12:13:06

    Linguaglossa non è affatto un poeta; poi traduce Milosz senza sapere il polacco: in collaborazione con chi?
    esalta le treduzioni poetiche della Vitale, e non sa il russo.

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  4. Francesca
    Gen 30, 2013 @ 13:19:28

    Gentile Antonio, che Linguaglossa non sia un poeta è una sua opinione – bizzarra sì – ma se lei lo ritiene avrà le sue buone ragioni. Sarei interessata a conoscerle, anche per capire cosa intende lei per “poeta” o “non poeta”. Io, che sono un po’ all’antica, ritengo che sia un poeta chi scrive testi poetici conoscendo profondamente il mezzo poetico, chi sappia piegare e dominare la lingua perché diventi strumento perfetto di espressione dell’idea, che abbia una profonda cultura poetica, passata e presente, che conosca i meccanismi della poesia e che abbia qualcosa da dire, possibilmente di non egotico o limitato al personale.

    Soprattutto per me è poeta chi non si conforma alle mode correnti, chi faccia della poesia un mezzo di ricerca di un linguaggio innovativo e non conformista, chi dia una visione del mondo da una nuova angolazione. Queste cose io le trovo in Linguaglossa e per questo motivo ai miei occhi è un poeta.
    Per quanto riguarda le sue traduzioni, lasciamo a lui dire in collaborazione con chi le fa, ma almeno non si avvale di preesistenti traduzioni dall’inglese dei testi, dicendo che traduce dal russo o dal polacco.
    Se sapesse quanta gente, che occupa cattedre universitarie nel nostro paese, sforna traduzioni dallo svedese, dicendo di aver tradotto direttamente e non conosce lo svedese, dal bengali e non sa una parola di bengali, dal tedesco e non conosce il tedesco e da altre lingue ancora ecc. ecc.Sono tutte persone ritenute “esperte” dalla massa che, agendo in questo modo, omettendo furbescamente la verità, di fatto ingannano il lettore. Anche i loro editori fingono che non sia così e, perpetrando questo inganno, non fanno certo un bel servizio agli autori originali.
    Linguaglossa non ha mai affermato di conoscere il polacco, e le sue versioni di Milosz sono appunto frutto di una collaborazione con chi il polacco invece lo conosce perfettamente. Cosa che lui appunto dice apertamente.

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  5. Giorgio Linguaglossa
    Gen 30, 2013 @ 14:28:46

    gent.mo Antonio

    le preciso che io non so il polacco (né ho mai detto di conoscere il
    polacco, anche se l’ho studiato un po’) ma mi sono limitato a mettere
    in versi in italiano la traduzione di alcune poesie di Milosz insieme
    a chi il polacco lo sa: Donata De Bartolometo che ha tradotto anche
    poeti russi;

    Per quanto riguarda l’esaltazione della versione di Serena Vitale
    delle poesie di Mandel’stam, basta confrontarle con quelle di Remo
    Faccani o di altri per notare l’enorme differenza qualitativa (nella
    resa in italiano).
    Quanto al fatto che io non sia “poeta”, come lei dice, la cosa non mi
    rattrista affatto, né lo ritengo un insulto, non ritengo di essere un
    “poeta laureato” (non so chi siano per lei i poeti veri) anche perché
    di poeti veri (come diceva Moravia) ne nascono sì e no 3 o 4 in un
    secolo; tutti gli altri sono quasi poeti.

    Giorgio Linguaglossa

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  6. antonio
    Gen 30, 2013 @ 14:29:12

    qui si tratta di usare un nome noto, come un parassita.
    La poesia è una tendenza, e il suo difeso non ha questa tendenza

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  7. Francesca
    Gen 30, 2013 @ 14:45:25

    Che ne dice se le massime capitali le lasciassimo a Epicuro o le sentenze oscure a Eraclito? Comunque la pregherei di usare un linguaggio meno offensivo perché esiste una netiquette che io esigo sia rispettata sul mio blog e l’appellativo che lei usa non è simpatico. Intende dire che Linguaglossa (che per inciso non è il mio difeso, ma un poeta oltre che grande critico irriverente e libero che apprezzo e ammiro) abbia bisogno di associare il suo nome a un nome noto? Non mi pare lui sia uno sconosciuto e, sa, magari ci sono molte altre motivazioni per scegliere di tradurre qualcuno. Forse sono motivazioni che le sfuggono.
    Quanto alla sua definizione che “la poesia è una tendenza”, la trovo molto divertente, perché suona tanto come “fa tendenza” e cioè evidentemente lei associa, consciamente o inconsciamente la poesia alla moda, che è appunto ciò che uccide la poesia, anche se oggi in Italia gli unici poeti riconosciuti sono appunto quelli che seguono pedissequamente l’andazzo modaiolo.

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  8. antonio
    Gen 30, 2013 @ 14:47:45

    ma la Vitale, ottima saggista e slavista, ha fatto degli errori madornali quando ha tradotto poesie dal russo in italiano (come è stato possibile? me lo son chiesto) ma se vuole posso elencare! (una perla: scambiare acqua di colonia con acqua del cesso! La Cvetaeva che si pulisce la bocca con l’acqua del cesso).Quanto a Faccani, anche lui ottimo slavista e saggista, almeno non ha fatto gli errori traduttivi della Vitale: tutti possiamo sbagliare traducendo è ovvio, ma vi sono alcune perle che se Lei sapesse il russo, prima di esaltare le traduzioni della Vitale rispetto a quelle del Faccani, ci penserebbe appunto due volte. Non si tratta di resa per entrambi, si tratta di errori, che non sono distrazioni o abbagli! Si faccia aiutare dalla Bartolometo! Che Lei apprezzi Ripellino è l’unica cosa che mi va bene di Lei, ma di certo avendolo conosciuto fin troppo bene non credo che avrebbe apprezzato la Sua stima troppo conclamata!

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  9. Francesca
    Gen 30, 2013 @ 14:59:51

    Sono lieta di sapere che che qualcosa di Linguaglossa le vada bene. E’ confortante. Quanto a supporre che a Ripellino non avrebbe fatto piacere la stima di Linguaglossa, sa, pare che lei si voglia sostituire a quello che immagino sia stato il suo maestro. Non è che anche lei sta usando un nome noto?

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