Caoineadh per mio figlio Carlo (16 settembre 1974 – 28 marzo 1992)

Mio figlio Carlo

Mio figlio Carlo Robert Owen

                     

MISERERE

Caoineadh uì Carlo Robert Owen

 I

 Eventi che confondono fluendo

Vortice atroce è  segno del  futuro –

Così la vita è giocatrice abile – un baro

Da  non  cogliere in fallo

Ché il suo barare è onestà nel mentire –

Si apre all’improvviso un cono d’infinito

Folgore di feroce precisione-

Il cuore m’hai squarciato – figlio –

A te e a me l’hai squarciato –

dove ora tu sei è  fluida luce

Tu – un nastro di vento cosmico –

Una carezza di eoni – uno zampillo

Di particelle vaganti –

Vorrei sentire la tua voce – toccarla –

Toccare la tua forma di uomo-bambino

Hai portato con te il mio futuro-

Tu eri il mio futuro-

Non ha spazio né tempo la mia vita-

Di quella che mi resta

Tu sei il filo

Figlio – filo – filare

di viti – filo di vita-

– Anche i ricordi dolorosi, mamma – dicevi

sono belli, mi danno calore-

Tu, il cui nome era uomo libero –

bambino prigioniero

del crudore che strazia

Crocifisso da chi nemmeno il tuo nome

È degno di sfiorare-

Che percorso di sangue ti sei scelto

Scegliendo me a tua porta in questo mondo-

Tu  m’hai lasciato il compito feroce

Di sopravviverti – del vuoto di te-

Stupore di saperti un essere compiuto

così parte di me e da me così altro-

Ho cullato il tuo corpo approdato alla vita

Ho cullato il tuo corpo rubato dalla morte-

Non  rideremo più –  più parleremo

Mai più – mai più su questa terra –

Tutto sulle tue spalle di fragile poeta

Si è rovesciato il mondo

Troppo greve – ed io qui resto

a tenermi nel cuore

i tuoi pochi anni –

la tua breve presenza

e l’infinito abisso

che mi rugge nel ventre.

II

Sei venuto dalla luce e con passo leggero

In silenzio – sei tornato nell’alone pulsante

Affondato via da me

Che ti chiamavo

E ti chiedevo di tornare

Col mio urlo vuoto di voce

Mio bambino d’altre vite –

Emana  il tuo sorriso arcaico

Figlio

Da processioni d’istanti

Mi riempie e mi giudica –

Quanto più saggio di noi tutti

Nella tua scelta atroce –

Ci hai tutti giudicati

Ed additato ai nostri occhi

Neri di disperazione

Una colpa di sangue

III

Il dolore – figlio – è un cane rabbioso

Che sconquassa il torace con violenza vorace

Che mi rompe le ossa il fegato i polmoni –

E ustiona  come brace

Strozza  e stritola la gola

Come una morsa che cola sangue –

È il corpo che fa male

La ferita soffregata col sale –

Nemmeno una ciocca è rimasta

Dei tuoi capelli

Da poter baciare –

IV

 Figlio – che in questa breve freccia di tempo

Hai inchiodato il tuo nome all’amore –

Tu, che agnello ti sei fatto per altri

Per sanare squarci di vuoto –

Ritto sull’arco immobile

Della tua giovinezza

In eterno fanciullo

Della vita hai provato

Solamente

Il  morso feroce –

Tu – figlio – sei fuggito verso la luce

Ché da noi solo buio ti veniva

E silenzio di morte –

Dalla morte volgeva per te

L’istante di liberazione –

Libero ora

Dallo zaino del dolore

Segni a dito chi ti ha straziato –

Tu – crocefisso alla vita

Hai strappato con un gesto

I chiodi i vincoli

Della sofferenza

Per nascere alla morte –

Due volte nato – due volte morto –

Il tuo volto splendente

Nel silenzio

Rimane a giudicare

A segnare

Per sempre la mia vita –

Madre e figlia ti sono nel dolore

Figlio e padre mi sei nell’amore infinito

Che da te come fonte

Mi zampilla

Da un mondo all’altro –

Tu – strada maestra.

V

 Cercavo padri – maestri – figure carismatiche –

Troppo lontano spesso volgiamo lo sguardo

E la verità è così vicina

Che troppo grande si fa – ci sfuggono i contorni –

La tua presenza è l’intero universo

Sei tu mio padre – figlio – il mio Maestro –

Fulgido sole del mio universo.

 

 

VI

 Amore fatto carne –

Nella morte del corpo

Rinnovo la mia anima piagata

Tu – che ti eri annunciato

Nel sogno di tua madre –

Nella tua veste eterna eri venuto

Perché io non morissi –

La vita a te la devo

Perché la tua parola non parlata

Gridi la sua presenza

Rinnovi il tuo passaggio.

VII

 Mi disfa il cammino

Se il cuore non è saldo

Ma non potrebbe

Ché dentro brucia il demone –

Tu – padre, figlio, amico –

Tu  che l’arco del mio tempo

Hai  sverticato – disciolto

Unica sete – intatta

Il mio sangue accogli nella luce –

Un blocco compatto

Di cemento è il dolore

Che mi soffoca e stringe  –

Non posso urlare

Né chiedere aiuto –

A chi lo chiederei?

Tu che mi segui nel mio percorso amaro

Figlio

Tu che alla fonte sotto il cipresso

Hai bevuto l’acqua  di Mnemosine

Ascolta –

Che la tua vita breve

È un infinito nell’infinito –

Miserere di me – per il dolore

Che rode il corpo e l’anima

Miserere di noi – che qui – nel mondo

Ci siamo fatti carne dolorante.

VIII

 Non era questo il mondo che t’avevo promesso

Parlandoti nel ventre mentre fuori

Primavera ed estate consumavano luci

Mai viste in cielo.

T’avevo promesso un mondo che s’apriva

Alla bellezza e al fulgore

Di scale che s’aprivano al futuro

Leggere d’alabastro rilucente

E di cristallo in cui si rispecchiasse

Il tuo viso di principe normanno.

E di teneri soli che scaldavano

I tuoi capelli abbagliati di luce.

Ma non tenevo in conto

Il mondo in cui io vivo

Quel mondo che t’azzanna alla gola

Quando s’affaccia  timida l’innocenza

Esitante alla soglia

Perché  odia l’amore e la bellezza.

È stato questo il mio inganno

Figlio.

IX

 Al sorriso segreto delle tue labbra

Al tuo sguardo sapiente

D’anima antica e saggia

All’innocenza della tua dolcezza

Di poeta bambino hanno opposto

L’urlo feroce del loro inferno.

Non hanno tollerato di vedere

Come la grazia della tua anima

La purezza della tua vita e del tuo sogno

Scagliasse loro in faccia l’abiezione

Che purulenta li stritolava e stritola.

Hanno distrutto lo specchio

Che tu eri – limpido e trasparente

Con la violenza della negazione.

Il tuo – di urlo – s’è consumato nel silenzio

Della tua stanza, portando via con sé

La tua voce – una scia di materia stellare.

X

 Dove sono le tue parole adesso?

Dove le tue dita forti su mani di bambino

Abili a costruire i sogni del futuro?

Dove getti i tuoi ami d’oro a pescare l’amore?

Dove guizzano i pesci – in quale mare etereo?

Dove volgi i tuoi abbracci e le tue lacrime

Dove s’è spento il tuo dolore di esistere?

Soffice spuma di materia iridata

Di luci pulsanti in un cielo abbagliante

Ora respiri l’Essere  che in te

Alita con potenza illimitata sulla soglia

Dell’eterno fluire di un eterno sacro.

Non più evento – ma forma è la tua essenza

In cui risplende l’anima nuda della materia.

FRANCESCA DIANO

(c) 2012 by Francesca Diano  RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

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