PCR Per colpa ricevuta. Il Male secondo Barbara Codogno

P.C.R. Per Colpa Ricevuta. Due favole per adulti. Barbara Codogno, Cleuo Editore, Collana Vicoli

 

 

Sì può quantificare la malvagità umana? Si può abitare anche solo per un istante l’abisso di un cuore nero per condividerne l’alito soffocante e narrarlo? Così, credo, abbia fatto Barbara Codogno, in questo suo ultimo libro, PCR, Per colpa ricevuta. Due favole per adulti  (Cleup Editore, 2012.) Perché favole? E perché per adulti? Le fiabe sono un patrimonio tramandato oralmente per trasmettere una saggezza antica e, soprattutto,  delle “istruzioni” per affrontare i difficili percorsi della vita umana. Popolate di esseri fantastici, di elementi magici, raccontano l’invisibile che alita sull’uomo. Le favole invece, che hanno in genere per protagonisti animali  antropoformizzati o oggetti inanimati, hanno origine più recente, spesso un autore e possiedono una morale. Raramente il loro obiettivo è un pubblico infantile.

Dunque la scelta che Barbara Codogno ha fatto, di specificare che le sue sono favole, ha un senso ben preciso. Non solo esiste una morale in questi racconti (racconti morali, dunque) ma io vedrei un rovesciamento dei ruoli, poiché qui non di animali dai comportamenti umani si tratta, ma di esseri umani dal comportamento animale. Nel senso che il motore delle azioni  è l’istinto; un puro istinto – in questo caso malvagio – scevro da ogni scrupolo morale. Se l’azione nata da un impulso istintuale è, nel mondo degli animali, neutra poiché non pone alternative, un identico comportamento non è neutro nell’uomo, perché l’uomo possiede la libera scelta. Può decidere di agire secondo il bene o secondo il male. Ecco, nelle favole di Codogno, molti dei personaggi rifiutano la scelta. Agiscono in base a un istinto oscuro. Ciò che li domina è l’oscurità. Ciò che li domina è la colpa.

Il titolo, Per colpa ricevuta, ha un senso profondo. Quello biblico: le colpe dei padri ricadono sui figli.  Una maledizione distruttiva, che serpeggia lungo le generazioni finché non è lavata e riscattata da una vittima sacrificale.  La malvagità, l’avidità, l’ipocrisia, l’odio, sono non solo i sentimenti che Codogno addita, ma prima motori e poi  strumenti di questo lavacro di sangue.

Perché un ragazzo si tolga la vita, questo è il cuore nero del primo racconto, Il tuffo. Perché si debba percorrere un sentiero ingombro di cadaveri e costellato di omicidi a sangue freddo è il cuore nero del secondo racconto,  La tara.

Nonostante i due lunghi racconti siano lontani fra loro nel tempo e nello spazio (il primo in una Londra quasi contemporanea e il secondo nella Polonia e nella Vienna del ‘600 (assai ben documentate storicamente) in realtà luoghi e tempi sono di contorno. Il luogo è uno solo: il cuore dell’uomo e le sue  oscurità e il tempo non conta. C’è un che di melvilliano nel tema.

Entrambi i racconti terminano con queste stesse parole: “Prese a cullarlo e a baciarlo. ‘Andiamo via, te lo prometto, andiamo via!’ gli ripeteva. E finalmente, in quel momento, (nome del protagonista) sentì che per la prima volta amava. Davvero”

Questo identico finale parrebbe rassicurante. La favola si conclude con un lieto fine. La pace è scesa in quei cuori. Eppure non è così. Perché quei cuori hanno perso l’innocenza. La colpa ricevuta, frutto delle azioni di altri e ricaduta sui loro discendenti, ha distrutto, lacerato, avvelenato e i danni sono irreversibili. Quell’amore, quell’aver imparato ad amare davvero, che parrebbe essere tranquillizzante messaggio sulla possibilità di riscatto. Ma è davvero così?

Barbara Codogno non fa sconti. Ed è giusto che non li faccia. V’è un’indicibilità del male. Quello che lei non dice nel corso della sua bellissima scrittura sapiente è il respiro ustionante della malvagità umana. Non ce leo dice direttamente, ma ce ne fa avvertire tutto l’orrore.

Francesca Diano

(C) 2013 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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