Tre artisti dell’oro a Padova: Francesco Pavan, Diego Piazza, Graziano Visintin

Diego Piazza. Spilla e supporto. Ferro, rame, oro

Diego Piazza. Spilla e supporto. Ferro, rame, oro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ripropongo un mio articolo del 1987, pubblicato sulla rivista Padova e il suo territorio, scritto in occasione della Biennale del Bronzetto, che fece conoscere alcuni dei grandi orafi padovani di ricerca.Fui tra le prime, a Padova, a scrivere di questi grandi artisti, orafi d’avanguardia che hanno fatto storia. L’articolo si riferisce ovviamente a quelli che erano allora gli stadi raggiunti dalla loro ricerca. Uno di loro, Diego Piazza, forse il più originale e geniale tra tutti per la visionarietà delle sue ultime opere e per aver iniziato un percorso che lo ha portato a esplorare quello che lui chiamava “gioiello d’ambiente”, sconfinamento dell’ornamento nelle dimensioni della scultura, è scomparso giovanissimo nel 1995. La grandezza degli orafi padovani di ricerca è stata confermata prima all’estero che in patria, per non parlare della loro stessa città, ad eccezione di due grandi collezioniste e galleriste, Marijkie Studio e G. Folchini Grassetto. Presenti in mostre internazionali e in musei (come il Victoria&Albert di Londra) in Europa e negli USA, acclamati anche dal New York Times, hanno ricevuto il dovuto omaggio nella grande mostra tenutasi al Palazzo della Ragione di Padova nel 2008 con l’esposizione di 18 artisti e 500 opere.

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Non v’è stata epoca o cultura che non abbia riconosciuto all’ornamento del corpo una funzione primaria, permeata di significati simbolici, magici, strumenti di ostentazione del potere o esaltazione della bellezza. Sempre la decorazione del corpo, dal dente d’animale alle sue forme più complesse, vestite di gemme rilucenti o di smalti, è stata parte integrante del costume e, come tale, ha seguito l’evoluzione delle forme artistiche. All’oro tuttavia, come metallo purissimo e inalterabile, in cui gli alchimisti vedevano la compiuta perfezione della materia, spetta un ruolo di primo piano.  Le gemme o gli smalti, quando non assumevano un valore magico o simbolico, avevano la funzione che il colore ha nella pittura, al di là dell’ostentazione di uno status sociale. Tutto l’immenso bagaglio che la tradizione orafa porta con sé ha oggi tuttavia assunto valori assai diversi, trascendendo la pura funzione decorativa, soprattutto in un particolare ambito dell’oreficeria, che vede il fulcro nella ricerca pura della forma e dei suoi valori semantici. Accanto agli orafi tradizionali, che producono oggetti adatti a un gusto e a una clientela più vasti, esistono alcuni artisti originali, che seguono una via di ricerca del tutto personale, sperimentale e, dunque, meno commerciale, ma che ha un fedele seguito di collezionisti.

Un’oreficeria di questo tipo è già presente a partire dagli anni ’50 in Germania, in Inghilterra e in Olanda, in paesi cioè in cui la Bauhaus, il funzionalismo e il design industriale avevano creato la necessità  di riscoprire alcune funzioni primarie degli oggetti d’arte attraverso una ricerca originale della forma. Non è certo un caso che proprio  a Padova sia nata una corrente assolutamente originale di questa oreficeria d’avanguardia  nordeuropea grazie alla presenza di alcuni artisti formatisi all’Istituto Pietro Selvatico sotto la guida del Maestro Mario Pinton (1919-2008), grande innovatore cui si deve la fondazione di una vera e propria scuola orafa di ricerca, ormai internazionalmente  nota come Scuola Orafa Padovana.

Mario Pinton, spilla. Oro e rubino

Mario Pinton, spilla. Oro e rubino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E non è un caso che la chiarezza formale, la purezza e l’essenzialità della forma che tutti, ciascuno a suo modo, questi artisti si pongono come obiettivo, sia di diretta ascendenza rinascimentale. Nasce a Padova, con la sconvolgente presenza di Donatello, che rivoluziona la visione dello spazio, quella gloriosa scuola del bronzetto, che ebbe nel Bellano, nel Pizzolo, nel Riccio e nell’Aspetti i suoi interpreti più grandi. Gli artisti di cui voglio parlare, già notissimi in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Australia, in Gippone e negli USA, ma meno nella loro città, sono Francesco Pavan, Diego Piazza e Graziano Visintin. Accanto a loro altri operano con esiti non meno interessanti, ma lo spazio mi impone di operare una scelta e dunque ho scelto gli artisti che mi sono più congeniali e nei quali vedo tre direzioni fondamentali della ricerca. Tutti e tre insegnano nel corso dell’arte dei metalli e di oreficeria dell’Istituto Pietro Selvatico di Padova.

Francesco Pavan ha lo studio non lontano dalla casa che fu di Donatello. Più volte premiato, anche recentemente a Tokyo, espone i suoi lavori in mostre internazionali fin dal 1966. Le sue ricerche partono da un problema di prospettiva, che sviluppa in forme essenziali, geometriche, cristalline. Forme immobili.

Francesco Pavan. Spilla, oro

Francesco Pavan. Spilla, oro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma non è solo questa la direzione della sua ricerca; ve n’è un’altra, forse quella più direttamente legata alla ricerca del Gruppo N e dell’arte optical. Qui Pavan utilizza il principio del modulo, un elemento unico che, ripetuto e combinato secondo uno schema mutevole crea delle forme libere e mobili, sfruttando le qualità luminose del metallo e il gioco di superfici dell’oro, del rame, dell’alpacca e del niello. Rarissima la presenza delle gemme – che in verità è tratto comune a questa tipologia di oreficeria. La loro funzione originaria, colore e maggiore preziosità del gioiello, è sostituita dalla molteplicità dei metalli usati e dalla complessità tecnica della loro lavorazione. Di recente Pavan sta sperimentando una sorta di tessitura dei metalli, trattati come fili tessili e poi fusi in una superficie omogenea, che movimenta in senso coloristico la forma, pur sempre rigorosamente geometrica.

Francesco Pavan

Francesco Pavan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

O ancora, partendo dalle possibilità formali di materiali poveri, come il cartone ondulato, ne studia gli effetti nella trasposizione suggestiva dei metalli. Tuttavia, per Pavan, un gioiello deve pur sempre conservare la sua funzione originaria, di ornamento del corpo, dunque mantiene la sua indossabilità e preziosità, tanto nei materiali che nella raffinatezza tecnica.

Diego Piazza, egli pure maestro dell’Arte dei Metalli all’Istituto Selvatico e presente con alcune sue opere al Victoria&Albert Museum, è forse, tra tutti, quello che nelle sue ricerche formali più si sta avviando verso un percorso che, dall’arte orafa pura lo conduce a pieno titolo verso la scultura. Partito egli pure da forme geometriche ed essenziali, ha però sempre tenuto presente il problema dello spazio tridimensionale, non solo all’interno del gioiello, ma dello spazio  che lo avvolge e lo definisce.  Spazio tridimensionale e superficie tridimensionale e i loro reciproci rapporti giocano nei suoi lavori un ruolo centrale. E’ scultura quella che crea, attraverso la forma, uno spazio che la circonda. Anche per Piazza il punto di partenza è il gioiello, un oggetto che, indossato, diviene parte del corpo che gli fa da supporto. Tuttavia, nel momento in cui non viene più indossato, continua ad esistere come oggetto nello spazio, ricongiungendosi alla forma  di cui è parte integrante e che non fa da semplice supporto, come è possibile vedere in questo video, in cui l’enorme ruota di ferro opportunamente trattato diviene non solo una scultura ma un’ironica “macchina” reggi-anello.

http://www.youtube.com/watch?v=ZjdcB5bhQt4

Oro e niello, oro e ferro, oro, rame e ferro sono i materiali che Piazza privilegia e che, usati con perizia abilissima, mutano e acquistano un valore del tutto nuovo. In particolare il niello, una tecnica molto in voga fino al XVII, soprattutto per baschinature e ageminature su argento, fu poi abbandonata per la difficoltà della sua lavorazione. Si tratta di una lega di argento, piombo e rame che, fusi insieme con l’ausilio dello zolfo va poi colata all’interno di alveoli o spalmata sulla superficie del metallo. Il rischio costante è quello di crepe e fissurazioni, di non aderire, di creare bollicine d’aria. Il risultato è una superficie grigio scuro con iridescenze luminose, esaltato dal colore dell’oro che lo accoglie in suggestivi effetti di chiaroscuro.  La ricerca di Piazza è una costante analisi dei fini e della forma, quasi l’ossessione del superamento dei limiti raggiunti, cui non è estranea la ricerca di un’armonia che gli si è rivelata giovanissimo nella musica e che, come una polifonia, echeggia nelle forme che escono dalla sua mente, prima che dalle mani.  Come si diceva dunque, Piazza è, tra tutti, l’artista che più ha valicato i confini dell’oreficeria.

Graziano Visintin è un poeta della linea. Tanto sottili, discreti, sottesi sono i giochi lineari dei suoi gioielli, quanto lo è il suo carattere. Esilissime geometrie sul piano sono il suo tratto distintivo.

Graziano Visintin. Spilla, oro

Graziano Visintin. Spilla, oro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Visintin l’oreficeria è un mezzo totale di espressione, quasi una necessità interiore, che lo spinge a ricercare continuamente nuove soluzioni formali. La funzione pratica del gioiello, pur non negata, è in fiondo marginale, persino secondaria. E’ irrilevante che esso venga indossato o meno; lo scopo della sua ricerca è tutto nel soddisfare la sua necessità di bellezza, che si traduce in ritmi lineari sempre più distillati. Avaro nel parlare di se stesso, affida alle sue opere il compito di spiegare la sua poetica. I suoi oggetti si muovono in un mondo platonico, compiuto in sé. Visintin riconosce la sua posizione di isolato, come del resto fanno anche Pavan e Piazza. In effetti non si può dire che essi formino un gruppo programmatico o abbiano obiettivi comuni, se non la comune origine dalla scuola del maestro Pinton. Non vi sono, tra loro, contatti o scambi sistematici che li portino a riconoscersi in una scuola – o almeno così affermano – anche se proprio questa diversità di tendenze attesta la ricchezza del campo in cui si muove la ricerca padovana. E’ innegabile che l’originalità di questa ricerca, l’esaltazione dei materiali, fosse pure il meno prezioso, attraverso lo studio formale e l’eccellenza magistrale della tecnica li uniscano idealmente.

 

FRANCESCA DIANO (Padova e il suo territorio. N°7, 1987)

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Curzio Vivarelli
    Giu 25, 2013 @ 15:10:56

    ammiro le geometrie del maestro Pavan. il suo cubo prospettico (et aureum posso dire nel mio latino maccheronico) ha un antecedente molto simile in un cubo idemtracciato a linee di spigolo nel futurismo/costruttivismo dalla matrice elleno-bizantina dell’esplosivo Alexander Rodchenko, il gran poliedrico di Russia. solo che il cubo di allora aveva le dimensioni metriche in ragione dell’esser costruito di legno. quello del maestro Pavan deve cedere alla miniatura dell’esser in oro. qui si potrebbe ricordare che da sempre il ridurre a modello, a miniatura, ha una sottesa profonda filosofia. i cavallini ex-voto dell’archeologia patavina, le sante Rezie che riappaiono dal suolo antenoreo in forma di bambole in cotto o bronzo non sono il modello d’uno ammirato e benevolo status di divinità? abbracciandola, la bimba di tanti e tanti secoli addietro augurava a sé stessa di esser a sua volta abbracciata dalla Dea largitrice della salute.
    il cubo costruttivista di Francesco Pavan che modello vuol essere? un cosmo finalmente denudato di linee curve? spigoli che adombrano le traiettorie dirette ed eroiche da stella a stella, come da divinità ad altra? ora volo con la fantasia d’un viatore cosmico, ma questo è quel che mi dice questo dado aureo fatto per improvvisare con parigina nonchalance il gioco prezioso e inesaurito con la beltà….
    un gustoso epilogo in guisa di poscritto: il cubo di Rodchenko (visibile qua e là nelle foto sul net) si sublimò in onore al gran filosofo di Efeso (voltato nel nostro latino -è sempre un dovere rammentarlo- dal genio di Carlo Diano) nel fuoco della stufa lungo un freddissimo inverno moscovita. il costruttivista fu costretto a questo atto di arcaica ellenicità dalla temperatura che era di venti sottozero alle finestre…

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