Intervista a Tim Parks

Tim Parks

Tim Parks

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tim Parks è, come molti sanno, un signore britannico, nato a Manchester,  che vive da moltissimi anni in Italia e, per certi versi, la conosce più di molti italiani e per due motivi: la osserva dall’interno e contemporaneamente dall’esterno. La  (ci) osserva con grandissima attenzione, acuta curiosità e cura estrema. Questa sua meticolosità (tratto che lui stesso menziona in questa intervista) è riflessa nelle attività che il suo carattere e il destino lo hanno portato a svolgere; scrittore, traduttore, docente di traduzione specialistica allo IULM e molte altre cose. I suoi molti romanzi, Lingue di fuoco, Europa, Il destino di Cleaver, Il sesso è vietato, per non citarne che alcuni tradotti in italiano, e i molti saggi, Italiani, Un’educazione italiana, Questa pazza fede, La fortuna dei Medici, Insegnaci la quiete, Italian Ways, Tradurre l’inglese, solo per menzionare pochi titoli, sono ricchissimi di questa vista acuta come un rasoio, attentissima e talvolta impietosa,  ma mitigata sempre da un’elegante ironia. Dote senza la quale la vita sarebbe pesante e forse invivibile. E di pesante in Tim Parks non c’è proprio nulla.

Ma la mia curiosità questa volta era per il traduttore. Parks ha alle spalle una ricchissima esperienza di traduttore, cioè di traghettatore di una cultura verso un’altra – che è il vero scopo della traduzione. Moravia, Tabucchi, Calvino, Calasso sono alcuni degli autori che ha tradotto dall’italiano. Ma la grande sfida per un traduttore è tradurre i grandi capolavori del passato che spesso si leggono in una lingua non più nemmeno corrente nel proprio paese e dunque complessa da affrontare oggi. Ho il sospetto che Parks, che è un grande scrittore contemporaneo, ami molto le sfide, altrimenti come avrebbe potuto affrontare prima Machiavelli e ora lo Zibaldone di Leopardi?  Roba da far tremare i polsi a chiunque. Non solo a uno straniero, per quanto profondo conoscitore della nostra cultura, della nostra lingua, della nostra letteratura e delle nostre idiosincrasie, ma perfino a un italiano, dato che questo è il paese in cui si pubblicano, assurdamente per me,  “traduzioni” in italiano moderno di grandi classici del passato.

Perciò questa sua impresa eroica di affrontare un testo che è un abisso come lo Zibaldone, mi ha spinta a porgli qualche domanda, a cui Parks ha risposto molto gentilmente e pazientemente. Da traduttrice letteraria da oltre 30 anni e come figlia del maggiore traduttore del ‘900 dei tragici greci, il tema della traduzione dei grandi mi sta molto a cuore. Voglio anche riportare un bell’articolo di Parks sul ruolo (misconosciuto e sottostimato) del traduttore, comparso su The Guardian nel 2010, in cui Parks dispiega tutto il suo acume, la sua esperienza, la sua passione e la sua ironia per sostenere il ruolo fondamentale che ha un traduttore letterario nella cultura del suo paese.

http://www.guardian.co.uk/books/2010/apr/25/book-translators-deserve-credit

Ringrazio Tim Parks per la sua generosa disponibilità e per la sua gentilezza.

F.D.

 

 

D. Nello Zibaldone (19 ottobre 1821) Leopardi afferma: “[…] una tal lingua può […] adattarsi alle costruzioni e all’andamento di qualsivoglia altra lingua con somma esattezza. Ma l’esattezza non importa la fedeltà ecc. ed un’altra lingua perde il suo carattere e muore nella vostra, quando la vostra nel riceverla, perde il carattere suo proprio, benché non violi le sue regole gramaticali. Omero dunque non è Omero in tedesco, come non è Omero in una traduzione latina letterale, giacché anche il latino così poco adattabile, pur si adatta benissimo alle costruzioni ecc. massimamente greche, senza sgrammaticature, ma non senza perdere il suo carattere, né senza uccidere e  se stesso, e il carattere dell’autore così tradotto. […] Laddove la lingua italiana […] può nel tradurre, conservare il carattere di ciascun autore in modo ch’egli sia tutto insieme forestiero e italiano. Nel che consiste la perfezione ideale di una traduzione edell’arte di tradurre.”  E, pochi giorni prima aveva scritto: La piena e perfetta imitazione è ciò che costituisce l’essenza della perfetta traduzione.” Lei sta traducendo lo Zibaldone di Leopardi. Sta dunque traducendo non solo un grandissimo poeta e pensatore, ma anche un grandissimo traduttore, le cui idee sulla traduzione sono modernissime e anticipatrici. Trova che queste parole di Leopardi si attaglino alla sua esperienza di traduttore, in particolare di grandi autori italiani del passato? Può essere, in qualche modo, una traduzione, una sorta di nuova creazione?

 R. Innanzi tutto mi sembra pertinente l’osservazione di Leopardi che anche quando una lingua accetta le forme grammaticali dell’altra, non vuol dire che la traduzione sarà bella o fedele; le forzature nella traduzione,  dove non ce ne sono nell’originale, sono una grave infedeltà. Non credo però che questa sia un’idea particolarmente nuova, né che le idee che Leopardi aveva in questo campo siano modernissime e anticipatrici. Humbolt e Schleiermacher erano tutti e due più o meno dello stesso avviso. Anzi non credo che il ventesimo secolo, con tutta la sua furia di Translation Studies, abbia aggiunto nulla di sostanziale a quello che già era stato pensato e scritto sulla traduzione.

Per quanto riguarda la mia traduzione di una selezione dallo Zibaldone, deve per forza essere una nuova creazione, in quanto deve dare voce a questi passi di Leopardi in una lingua e in un tempo piuttosto lontani dall’originale. Detto questo, ogni mio atto creativo è volto a recuperare quello che io comprendo e sento nell’originale, che è una creazione molto, ma molto più importante della mia.

 D.  Lei ritiene che si possa parlare di “teoria e scienza della traduzione”, o “traduttologia” secondo la definizione di Berman? E se sì, in che senso? Potrebbe essere un diverso modo di definire qualcosa che è sempre stato il bagaglio di un vero traduttore, e cioè un’approfondita analisi filologica, un rigore critico e una profonda conoscenza del testo, dell’autore e della cultura cui appartiene? 

 R. Non credo alla possibilità di una teoria rigorosa e sistematica. È possibile però trovare modi utili per esprimere quello che l’esperienza e l’osservazione hanno fatto capire. Devo dire che pochi traduttori ci riescono, ma qualcuno lo fa, riesce cioè a farci capire quello che è in gioco nelle infinite scelte che ogni traduzione, per quanto umile, richiede.

 

 D. Lei è un profondo conoscitore del nostro paese e della nostra cultura, ma è anche uno scrittore. Quanto incide, nella sua attività di traduttore, la sua attività di scrittore, o viceversa? Trova che questo la aiuti nel tradurre e trova delle differenze – al di là di quello che potrebbe apparire ovvio ed evidente –  fra lo scrivere i suoi testi e il tradurre testi di altri autori? E crede che, per un traduttore letterario, sia importante essere anche, se pur non solo, uno scrittore?

 R. Credo che si possa tradurre benissimo senza essere affatto uno scrittore, anche se bisogna ovviamente saper scrivere, che è tutt’altra cosa. Per uno scrittore tradurre è una forma di evasione, perché  non gli chiede di decidere cosa scrivere, ma solo di cercare di trasporre l’altro testo nella propria lingua. Per certi aspetti tradurre può essere più difficile, tecnicamente e intellettualmente che non lo scrivere, ma comunque, su un altro piano, è pur sempre più facile. Per quanto mi riguarda, tradurre mi aiuta a riconoscere  lo stile che mi è proprio, in quella tensione inevitabile che emerge tra lo stile dell’originale e il modo in cui io sono tentato di renderlo in inglese. Ho imparato moltissimo dalle traduzioni che ho fatto.

 

D.  Un suo libro particolarmente prezioso per chi si occupa di traduzione letteraria è Tradurre l’inglese, in cui lei dimostra, con metodo comparativo, come sia molto facile cadere in fraintendimenti, quando non i errori macroscopici, sia per disattenzione (il che è grave), che per poca conoscenza dell’autore, della lingua e della cultura originale (il che è ancora più grave). Ritiene che gli editori italiani siano troppo poco attenti nell’affidare certi autori a traduttori non sempre così esperti?

 R. Non solo gli editori italiani… non si fa che lodare la letteratura, si insiste nel dire che è il sommo prodotto di un’arte raffinatissima, e poi si smistano le traduzioni dei romanzi come se fossero compitini assegnati ai ragazzi in una colonia estiva. È rarissimo che un editore offra davvero il sostegno necessario a tradurre davvero bene un romanzo importante. Quando si pensa alle condizioni in cui vengono ritradotti in questo periodo i grandi classici degli anni venti e trenta del secolo scorso, ti viene da piangere.

 

D. Quali sono le caratteristiche che un traduttore letterario dovrebbe avere secondo lei?

 R. Al di là della conoscenza delle lingue e delle letterature delle due culture in questione, ho sempre pensato che bisogna possedere due qualità in evidente conflitto tra di loro: una straordinaria e rispettosa meticolosità e, simultaneamente, una grande, generosa, impazientissima creatività.

 

 (C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

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6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Curzio Vivarelli
    Lug 03, 2013 @ 02:10:06

    sarebbe bellissimo anche se forse questa è, qui, una richiesta un po’ eccessiva se si potesse avere in un prossimo articolo un piccolo estratto della traduzione di questo egregio e colto scrittore con il corrispondente testo di Leopardi a fronte o consecutivo. esprimo qui la mia semplice curiosità di vedere come Tim Parks volge la prosa del grande di Recanati in una lingua che noi usiamo spesso in quella guisa banale da piatto idioma veicolare (per viaggi o per “papers” accademici) lasciando cadere in un beato oblìo il fatto che l’inglese ha, in sé, delle possibilità stilistiche magnifiche. qui non scrivo per la mia diretta capacità di scrivere in questa lingua ma per averne avuto una vaga intuizione leggendo alcune pagine poundiane ove il poeta dei Cantos, pure lui ammiratore di Leopardi,e volgitore/riscrittore da altri idiomi (Cavalcanti, antico cinese etc) dava degli esempi di altissimo stile e splendore espressivo da prosatori e poeti britannici, da Chaucer e Shakespeare, a Donne, a Browning. abituato come sono allo strascicato “slang” turistico che si ascolta pure non volendolo nel traffico di ogni dì, nell’ombra d’un luogo comune, quello del non avere, gl’inglesi, una grande tradizione musicale come italici o germanici o francesi, ero rimasto sorpreso ma anche felice di leggere nel testo poundiano un omaggio commosso alla propria lingua, definita “magnifica”!
    questo acuisce dunque la mia curiosità di rileggere, voltata in inglese da uno scrittore di rango, qualche frase del poeta dell’Infinito…

    un poscritto. non è stato certo conquistato a scuola ma, qua e là, attraverso alcune fortunate sintonie sulle radio italiana e germaniche l’aver potuto rimediare al luogo comune di cui sopra con l’ascolto della musica di Purcell ed Elgar. la nostra scuola è estranea alla musica e non ha codificato nemmeno un minimo “background” di formazione che permetta dipoi al volenteroso autodidatta di educare sé stesso all’ascolto e di raffinare il proprio gusto. si deve procedere allora con navigazione a vista…

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  2. Cynthia
    Lug 09, 2013 @ 21:30:58

    Scusate il ritardo con cui mi presento ma era il ponte del 4 luglio. Sono interessanti le considerazioni di Parks riguardo la traduzione e pieni di buon senso. Vedo Francesca che tu lo stimi molto come traduttore, io invece non lo conoscevo per niente in questa veste. E allora sono andata a reperire la sua traduzione de Il Principe (solo due dollari via Kindle su Amazon!) e ho intenzione di paragonare la celeberrima parte in cui Machiavelli parla della gente che tradirebbe anche il padre per interesse all’originale. Gia’ mi stona che Parks ha tradotto gli “uomini tristi” con “sad lot”. Ma vedremo. Lo pubblichero’ sul mio blog e poi ti faccio sapere, se ti interessa.

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  3. Francesca
    Lug 09, 2013 @ 22:08:29

    Cara Cynthia, un grande piacere il tuo commento. Sì, credo che le considerazioni di Parks sulla traduzione siano pienamente condivisibili, benché io dissenta (ne ho scritto in più post su questo blog) quando afferma che si può essere ottimi traduttori letterari anche senza essere degli scrittori. Dipende da cosa si traduce. Se si traduce un capolavoro letterario non credo proprio che sia sufficiente saper scrivere, ma è necessario essere anche degli scrittori. Solo così si può rendere un buon servizio alla grandezza e al genio. Non parliamo poi della traduzione di testi poetici. Girano – almeno in italiano – degli orrori in cui il poeta è massacrato da un traduttore del tutto digiuno di scrittura poetica, ma cui l’editore, spesso amico suo, ha affidato l’opera. O ci sono orribili traduzioni dei classici greci fatte da travet accademici incapaci di capire il testo o di scrivere una riga di loro che non sia il noioso saggetto o mattone accademico.
    Sì, credo che Parks sia un ottimo traduttore, non foss’altro che per l’accuratezza filologica con cui studia il testo e lo penetra dal di dentro e per i continui problemi stilistici che si pone.
    Quanto all’errore che riporti – qui l’aggettivo “tristi” è il plurale di “tristo”, perverso, malvagio ecc. – credimi che può occorrere qualche errore anche nel migliore dei traduttori e comunque nemmeno il revisore, che avrebbe dovuto controllare, ha notato la svista.
    Sì, fammi sapere

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  4. Cynthia
    Lug 10, 2013 @ 17:42:15

    Dai, Francesca, scambiare “tristo” per “triste”, l’ha fatta grossa. Anche perche’ il passaggio e’ importantissimo e conosciutissimo e ne va del significato stesso. “Sad lot” e’ ridicolmente riduttivo per descrivere l’idea che Machiavelli aveva di manunkind (per dirla con e.e. cummings); sembra che siano dei poveri perdenti che non trovano la forza di fare la cosa giusta, invece che dei grandissimi figli di puttana quali realmente sono. Comunque, ti faro’ sapere quando esce il post.

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  5. Francesca
    Lug 11, 2013 @ 02:11:00

    Sì, “villainous lot” o il semplice “villains” era corretto. In effetti però “triste” e “tristo” hanno lo stesso etimo e un’area semantica comune, dunque non è facile, quando l’aggettivo è al plurale “tristi”, poterli distinguere se sfugge che nel Cinquecento tristo era molto in uso per intendere “malvagio” ecc. Però, ripeto, quando si fa una traduzione, e ancor di più di un testo cinquecentesco italiano, così lontano da quello odierno, può accadere che ci siano degli errori o delle sviste semantiche. E’ per questo che gli editori fanno sempre, di routine, rivedere il testo a un revisore. E’ la prassi e del ruolo del revisore, che in teoria dovrebbe controllare proprio che non ci siano sviste o errori, molto si parla fra i traduttori letterari, perché il suo è un ruolo importante, di supporto al traduttore. In teoria un revisore, soprattutto di un testo così specialistico, dovrebbe essere lui stesso uno specialista. Se nemmeno il revisore l’ha capito, significa che non era un buon revisore.
    Non è per sottostimare l’errore, che in effetti banalizza – a dir poco – la visione che Machiavelli aveva degli esseri umani e anzi la tradisce, ma per farti capire che anche i migliori traduttori possono sbagliare.
    In Italia, ad esempio, abbiamo avuto una traduttrice, che ha goduto e ancora gode di fama immensa e che invece ha massacrato l’abbagliante prosa di Kerouac. E non solo. Lì non si trattava solo di errori di traduzione, pur numerosissimi, ma anche di incapacità di rendere lo stile e la bellezza dell’originale.
    Comunque mi saprai dire

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  6. Cynthia
    Lug 11, 2013 @ 13:51:27

    Sei un po’ troppo tenera con Tim. Non era solo secoli fa che si usava “tristo/tristi”, mi ricordo bene di una signora vicentina negli anni 80 che li uso’ col senso di “malvagi” (rimasi colpita perche’ era la prima volta che sentivo questo uso). E poi, quando si traduce un grande classico, si deve tradurre direttamente dall’autore, si’, ma tenendo conto dei traduttori che ti hanno preceduto. E mi risulta che nessuno e’ incorso nell’errore madornale di tradurre “tristo” con “sad”.

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