Ravi Shankar e il Veneto – di Marged Trumper

Ravi Shankar durante un concerto in Svizzera nel 2005

Ravi Shankar durante un concerto in Svizzera nel 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

L’11 dicembre 2012 è morto a 92 anni Ravi Shankar, il grande musicista che ha fatto conoscere la musica classica indiana all’Occidente.

Marged Trumper, oltre ad essere un’indologa, (si è laureata in hindi all’Università di Ca’ Foscari a Venezia e ha insegnato alla Statale di Milano) è una studiosa e cantante di musica classica indiana. Ha soggiornato a lungo in India e studiato con grandissimi maestri, è grande conoscitrice dell’ambiente musicale indiano e ne dà un originale ritratto, che ho voluto pubblicare.

F.D.

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Marged Trumper

Marged Trumper

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non erano amici qualunque quelli presenti alla commemorazione di  Ravi Shankar , ma pilastri di vari generi musicali, dal jazz, alla musica classica, al pop e al rock. Ravi Shankar era la musica e questo dovrebbe ricordare come, seppure abbia suonato in Italia -e proprio a Venezia- solo un paio di volte nel corso della sua vita, il grande promotore della musica indiana in Occidente abbia ispirato e contribuito, con poche altre figure, a un interesse che proprio in Veneto ha avuto le sue espressioni più alte, grazie a studiosi appassionati, le cui orme oggi sono purtroppo state quasi del tutto abbandonate.

La figura di Ravi Shankar, quasi un ambasciatore musicale predestinato fin dall’infanzia, trascorsa in parte in Occidente ad accompagnare il fratello danzatore, era unica anche per la sua peculiarità di spiegare sempre con parole chiare al pubblico la sua musica prima di eseguirla. Ma Ravi Shankar è stato fondamentale anche in India, perché ha aperto una porta sull’Occidente alla musica indiana, creando nuove possibilità di coltivare la professione e dando nuovo impulso a quella tradizione  musicale, specie strumentale,  anche in patria. Portato a esibirsi con il suo sitar in Occidente dal grande violinista Yehudi Menhuin alla fine degli anni ’50, partecipò in seguito negli USA agli eventi storici della musica rock, come Woodstock, Monterey, o il concerto per il Bangladesh di George Harrison.  Tuttavia nelle interviste ancora tradiva una certa riserva per eventi musicali pop dallo spirito rivoluzionario e libero. Non comprendeva il gesto di un Hendricks che sul palco dava fuoco alla chitarra, perché un indiano vede in uno strumento musicale il simbolo del divino, né accettava gli atteggiamenti liberi del pubblico e poco consoni alla musica classica indiana.

Fu lui stesso a dissuadere George Harrison dal dedicarsi seriamente allo studio del sitar, che avrebbe richiesto un’attenzione esclusiva, quasi impossibile per una pop star occidentale. In effetti lo studio approfondito della tradizione musicale indiana richiede tempo e disciplina costanti. In Europa lo sapeva bene uno studioso come Alain Daniélou, che per lungo tempo in India si era dedicato allo studio della vina, liuto indiano antico e aveva poi portato in tour europeo i fratelli Dagar, famosi rappresentanti del genere arcaico dhrupad.

Daniélou ha lasciato un fondo bibliotecario alla fondazione Cini di Venezia, in gran parte composto dalla trattatistica musicologica indiana, che è tuttora disponibile. Sempre alla fondazione Cini da lungo tempo è attivo l’Istituto di musiche comparate, dove io stessa mi sono avvicinata allo studio della musica classica indiana, frequentando seminari e masterclass con i più noti professionisti. Una tra questi è Amelia Cuni, tra le poche cantanti di dhrupad professioniste in Occidente, che più volte ha affermato come il suo primo interesse per la musica indiana e il desiderio di apprenderla direttamente in India era stato ispirato proprio dalla musica di Ravi Shankar.

Daniélou fu anche invitato ai seminari di studi e ricerche sul linguaggio musicale tenuti a Vicenza negli anni ’70. Proprio in questa occasione il Maestro Enrico Anselmi, poi direttore del Conservatorio e autore di un saggio sulla musica classica indiana attualmente fuori stampa, si appassionò alla diffusione di questa tradizione, che portò avanti per il resto della vita.

Il maestro Enrico Anselmi sosteneva l’importanza di formare studiosi che si intendessero allo stesso modo del background culturale e teorico e della pratica musicale. Un musicista indiano nasce spesso in famiglie di musicisti e la sua musica cresce con lui, come una lingua madre che viene appresa per naturale osmosi. Uno studioso occidentale con conoscenze a 360 gradi potrà non seguire un apprendimento pratico altrettanto naturale, ma ha la possibilità di avvicinare la tradizione musicale con un occhio esterno ed esserne anche un ottimo osservatore. Purtroppo, per la sua prematura scomparsa, il maestro Anselmi non è riuscito completamente nel suo progetto di formazione di studiosi di questo tipo.

La Fondazione Cini mette a disposizione il fondo bibliotecario Daniélou tramite il Centro Vittore Branca, che offre anche alcune borse di studio annuali in vari ambiti di studio, purtroppo ristrette ai soli dottorandi entro i 35 anni di età. L’anno scorso non ne è stata assegnata nessuna a uno studioso di musica indiana e probabilmente sarà così anche quest’anno e c’è da dire che da tempo la Cini, che in passato aveva legato il suo nome alla tradizione musicale indiana, non organizza più seminari sulla musica indiana.

Sulla scia della musica dei Beatles, fortemente influenzata da Ravi Shankar attraverso Harrison, nel gennaio scorso la nota scuola di musica CPM di Franco Mussida (P.F.M.) ha promosso invece in Rajasthan un seminario di dieci giorni rivolto a giovani occidentali che dovrebbero apprendere da musicisti indiani. Tra  gli insegnanti c’è Sunanda Sharma che, insieme alla grande Girija Devi, è la mia maestra in India. Anche se questa si presenta come un’iniziativa stimolante, sarà interessante  vedere cosa i giovani possono trarre in pochi giorni da un sistema musicale tanto diverso, senza reali mediazioni, né conoscenza precedente della lingua o del luogo. Mi lascia un po’ perplessa l’idea che un sistema millenario si possa apprendere in dieci giorni, George Harrison stesso lo sapeva e lo sapeva Ravi Shankar. Non per nulla in India è considerato fondamentale il rapporto con il maestro, che dovrebbe protrarsi a lungo per dare i suoi frutti, visto che non esiste musica scritta e l’apprendimento avviene per ripetizione giornaliera e una lenta assimilazione.

Figure così innovative  come Ravi Shankar o Alain Daniélou, capaci di mettere in contatto mondi e culture tanto diverse e di aprire nuove strade non sono certamente frequenti. Sono degli esploratori, in grado di fare questo non solo grazie a una mente aperta e visionaria, ma anche per il loro solidissimo retroterra culturale, che spazia in tempi e mondi diversi. La direzione iniziata da Daniélou e dal maestro Anselmi, di cui il nostro territorio è stato in passato testimone, aveva come scopo proprio quello di avvicinare l’Occidente alla musica indiana attraverso una conoscenza colta e approfondita, il che presuppone anche grande rispetto per una tradizione classica. Purtroppo però,oggi tenderebbe a prevalere una visione superficiale della musica indiana, che l’ha collegata prima al mondo dei figli dei fiori e alla moda New Age e ora la relega a un uditorio di nicchia, che spesso tuttavia seguita a giudicarla espressione di un Oriente stereotipato, popolato da guru, santoni, yogi e quant’altro, magari in uno scenario da Bollywood, più o meno come nel film “Natale in India”.

 

(C) 2013 by Marged Trumper RIPRODUZIONE RISERVATA

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