Il nòstos di Massimiliana Bettiol

Massimiliana Bettiol - Marina

Massimiliana Bettiol – Marina

 

 

Ho sempre pensato che nella pittura di Massimiliana Bettiol la sua formazione filosofica e la sua attività di filosofa avessero un gran peso. Ben maggiore di quanto forse lei stessa possa immaginare. Perché anche nell’esegesi che la pittura fa della realtà valgono le categorie – e non intendo riferirmi alle categorie estetiche dell’analisi critica, che è sempre a posteriori – con cui il pittore affronta il reale. Con cui lo affronta NON a priori, ma nel fare. Ogni opera, insomma, è una glossa che si aggiunge all’immensa fucina del visibile che, in sé, è caos, e gli dà forma. Se dovessi individuare due categorie che sono per lei strumento e mezzo, non potrei prescindere dai concetti di assolutamente continuo assolutamente discreto e dal rapporto che questi due principi hanno fra loro. Soprattutto questo rapporto.

E’, difatti, in questa opposizione inconciliabile tra finito e infinito che si crea uno iato, in cui trova spazio ciò che sta a fondamento della sua pittura. E questo è molto evidente nelle Marine. La forma è dissolta in colore, poiché l’è del discreto non si concilia con la sua negazione. Dunque, non resta che sconfinare oltre la sostanza stessa della tela, dei colori, per aprirsi all’abisso della visione che non ha né limite né confine. Tra la turbolenza del qui e ora e la turbolenza dell’infinita periferia, si distende, come l’occhio di un ciclone, una sospensione immobile. Ma immobile non è, perché è il raccordo che permette il fluire, lo scorrere ininterrotto dell’essere, la tensione che si crea nel rapporto fra i due opposti. E, allo stesso tempo, la non-forma diviene speculare. Non vi è più né l’alto né il basso. Tutto è. Ogni gerarchia è polverizzata.

 

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Ma anche dove il coagularsi del colore in forme in apparenza meno liquide, descrive immagini meno astratte, come nel vigoroso rigoglio delle sue nature, violente di colori e correnti che percorrono la tela, la stessa tensione permane. L’immagine tropicale dei fiori e del fogliame, si fa via via più astratta man mano che ci si avvicina alla periferia – il cielo al sommo della tela –  e le stesse forme si piegano e fluiscono nel fondersi con le linee curve di un cielo vorticoso.

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Ecco che allora, in questo processo, i piani opposti si rovesciano, l’uno può filtrare nell’altro, divenire l’altro e mutare la propria sostanza, perfino la propria natura. Il cielo diviene mare e il mare diviene cielo, ma né l’uno né l’altro sono più mare o cielo. Sono altra cosa.  La violenza di questo processo di trasformazione della materia è quasi fauve. E non può non esserlo, poiché ogni processo di trasformazione scatena forze invisibili e temibili. Ma quel cielo ubriaco, quell’encausto, è il cielo africano che le è rimasto dentro quando, in viaggio col padre, il grande penalista e giurista Giuseppe Bettiol, andava in Africa, e quei cieli incredibili le sono rimasti dentro. Pare che, chiunque abbia visto l’Africa, si porti dentro quel misurarsi struggente con l’infinito. Credo che per lei, dipingere, sia narrare il nòstos. 

La tavolozza di Massimiliana Bettiol

La tavolozza di Massimiliana Bettiol

Una delle cose che mi piace moltissimo scoprire, quando parlo di un pittore, è la sua tavolozza. Una tavolozza dice molto, perché vi si possono scoprire le dominanti, non meno del carattere della pittura. Vi sono tavolozze ordinate (ordinate per quello che la mestica e il mischiarsi dei colori permette), tavolozze quasi monocrome, altre nelle quali comunque prevalgono alcuni colori, e altre traboccanti, irrefrenabili galassie di ogni colore o sfumatura possibile. Una tavolozza mi commuove. Dentro ci sono scoperte, invenzioni, ripensamenti, tentativi, coazioni, desideri, stratificazioni. Una tavolozza è come la vita.

 

(C) 2014  by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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