Halloween, Samhain o Ognissanti?

Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832

Daniel Maclise. Snap-apple Night, olio su tela, 1833. Il dipinto celebra una festa di Halloween a Blarney cui Maclise, il più famoso pittore irlandese di epoca vittoriana, partecipò nel 1832 e in cui si può vedere uno dei più popolari giochi tradizionali della festa, quello di afferrare una mela coi denti.

Halloween (All Hallows Eve) è una festa che non ha nulla a che vedere con l’America, ma era la solenne celebrazione dell’inizio dell’anno celtico, la notte del giorno compreso fra il tramonto del 31 ottobre e il tramonto del 1° novembre. I Celti infatti, contavano per notti e non per giorni. Il suo nome era Samuin, o Samhain, che significa “fine dell’estate”. Nel Calendario gallico di Coligny, compare il nome Samo(nios) a indicare questo mese. La festa celebrava la fine della stagione dei raccolti e l’ingresso nella parte più oscura della natura e dell’anno ed era molto sentita in Irlanda, Scozia e nell’Isola di Man, ma festività analoghe venivano celebrate in Galles, Cornovaglia e Bretagna.

La festa propriamente detta durava tre giorni (i tre giorni di Samhain), ma si estendeva da una settimana prima a una settimana dopo il momento culminante, tale era la sua importanza. Tutti i fuochi venivano spenti in Irlanda, mentre, sulla collina reale di Tara i druidi dell’ard rì (il Sommo Re, che presiedeva a tutti i re locali, o capi clan) riaccendevano il Sacro Fuoco, che veniva poi portato da staffette nelle Quattro Parti d’Irlanda. Il fuoco infatti, nel valore simbolico di purificazione, protezione e rinnovamento,  era una delle componenti più importanti nelle celebrazioni rituali della festa.

Nell’antica letteratura mitologica irlandese, molti eventi importanti si svolgono a Samhain, ad esempio l’invasione dell’Ulster, narrata nel  Tàin Bò Cùailnge  o l’epica Seconda Battaglia di Maighe Tuireadh, così come è presente la tradizione che, in questa notte, si aprano le porte dell’Altro Mondo.
Segnando un passaggio da un vecchio ciclo ad uno nuovo, Samhain è un “momento liminale” per eccellenza, secondo la definizione di Van Gennep, o “liminoide” secondo Turner e, come tale, uno iato, che apre squarci pericolosi e minaccia l’infiltrazione di energie incontrollabili fra due dimensioni. Dunque la celebrazione accurata dei riti deve assicurare che il passaggio venga compiuto in modo sicuro e protetto. E in Irlanda i riti erano particolarmente complessi e articolati. Allo stesso tempo, venivano prese importanti decisioni di natura giuridica, quasi a significare che il passaggio da un vecchio ciclo a un nuovo ciclo esigesse la chiusura, secondo giustizia e verità (aspetti cui i Celti attribuivano fondamentale importanza) di ogni pendenza in sospeso.

Samhain segna dunque, non solo l’aprirsi di uno iato, ma anche un contatto fra il mondo di qua e quello di là. Il radicamento della tradizione era così profondo e forte, che la conversione al Cristianesimo non ebbe il potere di cancellarla, attribuendo invece, come spesso si verifica nel passaggio fra mondo pagano e mondo cristiano, a una medesima simbologia un diverso significato. E’ avvenuto così anche nel passaggio dalla paganità romana al Cristianesimo, quando non solo festività, ma forme architettoniche (la basilica), figure del mito, elementi decorativi, sono stati assorbiti dalla nuova religione, ma con un nuovo significato.

Nel IX sec. la Chiesa fissò il 1° novembre come festa di Ognissanti e il 2 come celebrazione dei Defunti, ma nel mondo celtico la festa conservò per molti secoli la sua potenza originaria e il suo radicamento. In realtà fino ad oggi.

Rimane tuttavia sempre presente il senso originario del contatto fra due dimensioni, quella dei vivi e quella degli spiriti disincarnati, ma modificato nella Comunione dei Santi e nella celebrazione di coloro che hanno varcato la soglia, il limen, della morte. In realtà, quel contatto che Samhain celebrava (e proteggeva), tra i vivi e l’Aldilà, non si è trasformato nella sua sostanza, poiché la solennità della festa è pari alla potenza del contatto col Sacro.

Nella tradizione folklorica, che traghetta in senso popolare la tradizione mitologica “alta”, era credenza che gli Esseri Fatati, non meno dei defunti, si aggirassero e costituissero un pericolo, dunque anche nella versione popolare della festa, i travestimenti, le offerte di cibo lasciate per fate e defunti, gli spettacoli dei Mummers, tradizionali dal XVI sec. in questa data, ecc. avevano lo scopo di esorcizzare energie pericolose.
A Monselice, nel padovano, è viva ancora oggi l’antica Fiera dei Morti, una festa che dura tre giorni (i tre giorni di Samhain!) e che potrebbe affondare le radici nella tradizione ancestrale pre-romana.
Nel mio soggiorno in Irlanda ho visto che le celebrazioni di Samhain sono ancora accompagnate da narrazioni di storie e leggende e in generale legate alla tradizione folklorica, ancora fortissima e molto ricca.
La moderna celebrazione “all’americana” nasce dalla trasformazione di una tradizione che gli immigrati irlandesi portarono con sé in America, e che poi ha subito, come un po’ tutto negli USA, forme di commercializzazione selvaggia.
E’ vero però che permane, pur in forme commercializzate e degradate, quell’aspetto originario della funzione iniziatica, del contatto fra il mondo di qua e quello di là, del memento che non esiste solo ciò che è visibile e che esistono forze potenti, minacciose e oscure con cui confrontarsi. Forze però che – è bene tenerlo presente – sono soprattutto dentro di noi.

NOTA. Daniel Maclise,  (Cork, 1806 – Londra, 1870) fu un grandissimo pittore, famosissimo ritrattista e autore di dipinti storici e di ispirazione letteraria. Fu aiutato nella sua giovinezza da Thomas Crofton Croker, il grande pioniere degli studi folklorici in Irlanda, di cui illustrò un’edizione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, da me tradotto e curato in italiano e che lo introdusse a Londra nella cerchia culturale e politica dell’epoca. Maclise affrescò, fra le altre cose, le sale di Whitehall ed ebbe uno straordinario successo.

(C) 2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Il messaggio di addio di Reyḥāneh Jabbāri, condannata a morte per essersi difesa.

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Reyḥāneh Jabbāri è stata uccisa (non uso volutamente la parola “giustiziata”, perché qui la Giustizia è assente) a 26 anni, dopo 7 anni di detenzione, il 25 ottobre di quest’anno in seguito all’accusa di aver assassinato un uomo che l’aveva adescata nel proprio ufficio e l’aveva violentata (o tentato di farlo, non è chiaro). Il sistema giudiziario iraniano prevede la pena di morte per una serie di reati, fra cui lo stupro e l’assassinio. L’unica cosa che avrebbe potuto salvarla era il perdono della famiglia dell’uomo ucciso. Che, malgrado gli sforzi dell’Ufficio del Procuratore Generale e le campagne internazionali per fermare la condanna a morte, non l’ha concesso.

Questo è il messaggio che ha lasciato per sua madre. E per il mondo. Parole di un’eroina e di un’anima grande, da non dimenticare mai.

F.D.

“Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr). Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?


Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così.

Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.

Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

Ci hai insegnato andando a scuola ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza però è sbagliata. Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo una assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno.  Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali e’ stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si e’ nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento.

Cara Shole, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell’ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non e’ fatta per questi tempi.  La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligafria, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole.

Mia cara madre, il mio modo di pensare e cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredità.

Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, e’ la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall’interno della prigione con l’approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia.  E’ la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei – anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca.

Mia buona madre, cara Shole, più cara a me della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplicali perché subito dopo la mia impiccagione, il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che sappiano il mio nome, che mi comprino un bouquet di fiori e nemmeno che preghino per me. Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire.  Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.

Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor  Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti.

Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene”.

Reyhaneh

Francesca Diano intervista Filippo La Porta. Ovvero, della distrazione ben sorvegliata

la porta

Filippo La Porta è un uomo gentile. Oggi questo aggettivo si usa assai parcamente, così come la qualità che indica e, di certo, per nulla nel suo significato etimologico. Ecco, lui è etimologicamente gentile. Misurato, attento, curioso del mondo apparentemente con moderatezza, ma poi ti sorprende con un ribollire di entusiasmi e un grande calore umano. E’ un uomo che “va incontro”. Alla sua città, Roma, che narra con un amore che, si sente, “gli va dittando dentro” le parole per farlo tracimare. Alle persone che, senza barriere di sorta, ritiene abbiano qualcosa da dirgli, anche solo con il loro modo di essere.  Alla cultura e al suo tempo. Non è un uomo che si tira indietro. Nemmeno nello scoprirsi. Dunque mi piaceva fargli alcune domande e non mi ha affatto sorpresa l’ossimoro, o meglio gli ossimori, che ha scelto per definirsi, molto eraclitei se vogliamo. Perché? Perché per lui, Roma, che trionfa nel suo libro come splendida Dea bugiarda e ingannatrice, come qualunque bugia VERA, gli offre, attraverso l’inganno sublime, la sola strada verso la verità di se stessa. Perché oggi, se ci si vuole salvare dalla palude e vedere con limpidezza, non resta che rifugiarsi in un’armonica contraddizione. Del resto, non diceva Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico.” ?  

F.D.

1 – Tu ti occupi da moltissimo tempo di letteratura e si può dire con sicurezza che tu abbia il polso della situazione in Italia. Come sta la nostra letteratura? Impazzano i generi, i filoni, i rivoli, le dispersioni. Il senso del vuoto. Dove sta andando? 

Impazza il Romanzo, tutti gli editori chiedono disperatamente  romanzi (anche se ne pubblicano troppi, con un effetto di confusione), e all’interno del romanzo la pervasiva autofiction. Gli scrittori, privi di immaginazione e di empatia, incapaci di inventarsi personaggi diversi da loro, mettono in scena se stessi, con risultati disuguali (buoni con Walter Siti, mediocri con altri). Quanto ai generi, specie d’estate il “genere unico” nel nostro paese è il giallo, un genere di importazione, che non siamo stati capaci di reinventare (come il manierista Sergio Leone  ha fatto con il western). Il giallo è diseducativo perché racconta azioni efferate e non il  mostruoso nel quotidiano, perché identifica la letteratura con le trame e perché   è insensibile alla sofferenza delle vittime

 

2 – Il tuo ultimo libro, Roma è una bugia, è un inno levato alla città in cui sei nato e che ancora, lo si voglia o no, è il cuore di questo paese e un centro con cui si devono fare i conti, in molti sensi. È un cuore un po’ malandato, è vero, eppure, quando anche io ci torno, ne sento il respiro potente e mi abbaglia. Cos’è Roma per te? E chi sei tu per Roma?

Beh, nel libro dico che  è la città degli opposti: santa e blasfema, cinica (“Chette frega!”) e stupefatta (“anvedi”), tollerante e sguaiata, bellissima e a volte bruttissima (ad altezza d’uomo),  stagnante e vitalissima, eterna ed effimera (anzi, nasconde l’eterno nell’effimero)…La  mia “scoperta” a proposito di Roma è questa: tutto ciò che vi arriva muore (dal cristianesimo al fascismo e alla Resistenza), ma in un certo senso non smette di morire. Un interminabile  precipitare, una catastrofe sempre rinviata, un crepuscolo artico che si tinge del rosso dei tramonti.

 

3 – Tu sei uno dei pochi intellettuali di questo paese. E scelgo il termine “intellettuali” per indicare chi esercita il libero pensiero e usa il proprio bagaglio culturale per leggere e analizzare la società in cui vive. Pensi che oggi sia ancora possibile in Italia per un intellettuale – ma anche per uno scrittore –  intervenire e avere un ruolo determinante nella coscienza della società, come ha tentato ad esempio di fare Pasolini? Fallendo, ovviamente, perché era un sognatore che sognava la Verità.

Ti ringrazio!  Non so se sono uno dei “pochi intellettuali”, ma certo tento di usare il mio bagaglio per capire la società, o meglio la condizione umana in questa epoca e in questa società (più antropologo che sociologo). Un intellettuale vate o profeta alla Pasolini non può più esserci perché oggi nessun intellettuale è davvero autorevole e può contare su un certo ascolto. Nel senso comune non c’è più l’ammirazione di una volta per la cultura, e un uomo pubblico può perfino vantarsi di non aver letto un libro! Allora: chi dice la verità? Credo che oggi la verità,  il pensiero critico, le idee dissidenti, etc. sono tutte cose che si trovano nei luoghi più impensati, cercando nella   intellettualità di massa che caratterizza il nostro tempo, fuori e dentro la Rete, fuori e dentro i luoghi deputati del sapere. . Ad esempio la mattina quando al bar prendo “Metro”,  il più famoso freepress del globo, leggo rubriche di giornalisti sconosciuti, giovanissimi, in cui vi è un sorprendente scialo di  idee controcorrente, di intelligenza corrosiva, di pensieri eccentrici e non allineati. Comunque: oggi l’”impegno” andrebbe rideclinato. Non è detto che l’ideologia di un autore coincida con l’ideologia della sua opera. Doninelli e Picca sarebbero “di destra” ma scrivono romanzi spesso contundenti, Benni e Baricco, con il cuore certamente a sinistra, vogliono rassicurare troppo i loro lettori.

 

4 – Quanto conta l’illusione in letteratura e quanto nella vita? L’illusione è sempre inganno e bugia o, dato che tutto è maya, ha ben altro ruolo?

Come diceva Leopardi le illusioni, “larve mirabili”, sono tutto,   e ne abbiamo bisogno. In un certo senso è illusione l’amore, la sincerità, la purezza, la pretesa di “durare” con un’opera d’arte, la vita stessa,  etc. , però a ben vedere  sono un’illusione anche i loro contrari: l’odio, la menzogna, la corruzione, la morte (che ne sappiamo se davvero tutto finisce con la morte?)…Tutto è  maschera, velo di Maja senza però che dietro ci sia qualcosa.  E allora, proviamo a distinguere tra illusioni belle, creative, gioiose,  che   esprimono vitalità, che corrispondono al proprio vigore,  alle emozioni e agli istinti, che arricchiscono l’immaginazione,  e illusioni tappabuchi,  a cui ci aggrappiamo per paura, per accidia, per sottrarci all’esperienza reale (che sentiamo minacciosa).

 

5 – Quali pensatori e scrittori del passato hanno avuto maggiore peso nella tua formazione e perché?

Di solito di fronte a  domande del genere si scatena il narcisismo dell’intervistato, che vuole apparire più colto e raffinato  di quello che è… provo a risponderti citando le mie prime letture, quelle fatte a 14 anni: Il mito di Sisifo di Camus, i racconti di Kafka, L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre, Il manifesto del partito comunista di Marx, Antoine Bloye di Nizan, Omaggio alla catalogna di Orwell, Delitto e castigo di Dostoevskij.

 

6 – Quale diversa attitudine – se ritieni che diversità ci sia – anima la tua scrittura come scrittore, come critico e come giornalista?

Direi che il mio stile –  e forse il mio genere letterario –   è  sempre lo stesso: un mix di saggistica, memoir, narrativa, pamphlet, satira culturale, diario morale, osservazione linguistica

 

7 – In cosa credi? E, oltre e al di là di questo, hai trovato delle risposte tue personali all’esistenza?

Credo nell’esistenza, nella realtà degli altri, nei sensi,  nell’essere (che comprende anche il nulla), in questo mondo sublunare(l’unico, anche se ha molte dimensioni al suo interno: tutto si gioca qui ed ora), nell’eternità che percepiamo ogni tanto in qualche esperienza(nelle peak experiences di cui parla Maslow),  credo in mio figlio, in mia moglie, negli amici, credo nell’arte, nella musica.

 

8 – Crea una metafora per definire te stesso.   

Scelgo un’altra figura retorica, l’ossimoro: distrazione ben sorvegliata, vigile dormiveglia…

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Domenico Dara – Breve trattato sulle coincidenze.

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Ogni tanto accade il miracolo, anche nella nostra esangue letteratura, e compare una voce nuova e forte, che afferma la propria presenza e che, soprattutto, viene ascoltata dagli editori. Perché questa è la qualità della voce di Domenico Dara, il cui primo romanzo, che sta risalendo tutte le classifiche a una velocità mercuriale, ha spiccato il volo come finalista al Premio Calvino (che avrebbe in realtà dovuto vincere).

Il protagonista è un postino, di cui non sappiamo il nome fino all’ultima pagina, il luogo la cittadina calabrese di Girifalco, dove Dara è nato, il tempo l’estate del 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. Stabilite con precisione le coordinate però, inizia poi il gioco delle illusioni e degli inganni, come nel castello del Mago Atlante. Il postino, più che consegnare le lettere, le apre e le riscrive a suo modo. Girifalco perde i suoi confini certi e si dilata a contenere l’universo mondo. Il tempo si rimescola in un caleidoscopio di frammenti a incastro.

Il postino, che ha la statura di un filosofo stoico, conduce una vita solitaria, isolata, ma ha un dono molto speciale, oltre a quello di una mente filosofica: sa imitare alla perfezione qualunque scrittura. Questa specialissima qualità gli permette di introdursi nelle vicende più segrete dei suoi concittadini e di apportarvi dei cambiamenti, riscrivendo le lettere che ricevono. Non per semplice diletto, ma per modificarne il Destino e, in un certo senso, per operare secondo Giustizia. Quella che a lui appare essere Giustizia.

Il romanzo ha un tono epico. Fato (altrimenti definito Destino, ma sempre con l’iniziale maiuscola e senza articolo) guida, come un regista sapiente le vicende umane. Ma Fato a volte è oscuro nel suo agire e richiede che se ne sappiano decifrare i percorsi misteriosi. I piccoli fari che illuminano quel cammino, come i sassolini di Pollicino, sono le coincidenze, che il postino annota diligentemente in un suo quaderno. In quei segnali luminosi è visibile una perfetta geometria, come legge che fa da corollario al principio di conservazione dell’energia, nulla si crea, nulla si distrugge. Da due lettere fra loro molto diverse, l’una una lettera d’amore senza mittente, con un misterioso sigillo di ceralacca, inviata a una donna diversa da quella il cui nome compare sulla busta, l’altra la rivelazione di un tramaccio del sindaco, pronto per sporco interesse a ingannare i compaesani e ad abbattere una splendida foresta per installarvi una discarica di rifiuti tossici, tutto il meccanismo si mette in moto. E così il postino si autoattribuisce il ruolo di Demiurgo, per raddrizzare i torti, far trionfare la Giustizia e, quando possibile, l’amore. Lui, che l’amore l’ha perduto per un’ingiustizia. Lui, che reca dentro le piaghe di un ingiusto abbandono paterno.

Ma la Giustizia è qui davvero Equilibrio. “La natura tende a livellare le misure. Tutti i fenomeni naturali possono essere condotti a questa legge, e soprattutto i più importanti, la vita e la morte”, diceva al postino il suo insegnante, il professor Viapiana. E anche l’amore.

C’è molta sapienza in questo libro sorprendente, che fonde in una sintesi armonica il mondo del mito, la filosofia greca e la contemporaneità.

Dara è figlio del Mito. Ed è figlio della sua terra. Perché Girifalco, come Macondo, entra grazie a lui nel patrimonio del mito. Poiché, ciò che lì accade, accade in uno spazio-tempo non lineare, ma sferico, dove ogni cosa si compie e ritorna. Che poi è anche il grande dubbio che il postino ha, e anche il suo maggior timore.

La fiaba di Pollicino, infatti, e il linguaggio che è proprio della fiaba. Con questa lingua magica che Dara crea, in cui il dialetto scorre come un ruscello mormorante e rinfrescante, insinuandosi fra le strutture di un italiano elegante e a volte solenne. Nel mondo dell’Evento, che è Girifalco, dove il postino-Ermete appunto interviene sugli eventi e li trasforma, come il mercurio ermetico e alchemico trasforma la materia. Perché il postino altro non è che il mercurio filosofale e questo è, non a caso, un Trattato.

Dunque, più che un romanzo – che però è tale del tutto fino in fondo e godibile e affascinante quant’altri mai – questo è un conte philosophique, un romanzo a chiave, un racconto allegorico e, perfino, un romanzo cavalleresco. Non meno che un racconto iniziatico, poiché il postino è un fanciullo, (Pollicino) che si aggira da solo in una foresta, guidato solo dal lumicino delle straordinarie coincidenze a lui solo visibili, per approdare poi – novello Lucio apuleiano, nel cui cuore arde l’Amore per una Psiche lontana – a un nuovo sé stesso.

E tuttavia è anche una storia alchemica, poiché ogni personaggio è un simbolo – simbolici sono quasi tutti i cognomi. Un profondo apologo sulla potenza della scrittura, che cambierà il mondo.

Parlando con Dara, in un nostro recente incontro, gli dicevo come, nella vita, sia importante arrivare a vedere l’intero disegno dell’arazzo, di cui spesso ci limitiamo a vedere solo alcuni fili della trama e dell’ordito. Ed è per questo che spesso il percorso della nostra vita e il suo intrecciarsi con fili di altre vite ci risulta incomprensibile. Perché ne vediamo solo dei pezzetti, di questo magnifico disegno. E gli mostravo, dicendolo, l’intreccio multicolore e complicatissimo di un mio scialle indiano che indossavo. Non avevo ancora letto il suo romanzo. Dara ha annuito con grande convinzione. E poi, leggendo, ho capito perché. Perché il senso profondo di questo libro, la grande sapienza di chi l’ha scritto, sta proprio in questo: che alla fine il disegno di quell’arazzo si manifesta in tutta la sua abbagliante bellezza.

(C)2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA