Anita Nair – Il gesto di Draupadi. Traduzione e con un commento di Francesca Diano

Draupadi e i Pandava

Draupadi e i Pandava

NOTA

Anita Nair ha scritto questa poesia oggi,  8 marzo 2015 e oggi stesso l’ho tradotta.  “Rapidità”, diceva Calvino.

Non a caso Nair ha scelto come sua protagonista Draupadi, che nel Mahabharata è la bellissima e intelligentissima figlia del re Drupad, re di Panchala,  andata in sposa ai cinque fratelli Pandava. Con la forza e la determinazione del suo carattere, con il suo eroismo e la sua capacità di affrontare le molte infelicità della sua vita, Draupadi è considerata in India un simbolo della forza e dell’indipendenza femminile. Una vera e propria figura eroica, le cui virtù non sono inferiori a quelle degli eroi guerrieri. Nel mondo antico, solo un’altra eroina viene definita in questi termini, l’Alcesti di Euripide, che la definisce ghennaia, cioè dotata di quelle virtù aristocratiche e cavalleresche, di quella nobiltà del pensare e dell’agire, che sono proprie di un guerriero nella società guerriera e aristocratica dei Greci dell’Iliade. Non che questo debba far pensare necessariamente che, se una donna vuole conquistarsi degli spazi di libertà, di indipendenza, se vuole affermarsi con le proprie capacità e qualità, debba per forza di cose imitare i maschi. Niente affatto. Questi sono valori trasversali, che non hanno connotazioni di genere. Perché attengono alla sfera dell’anima. E l’anima, come ben si sa, non ha sesso. Quella di Draupadi è un’affermazione di sé, che non passa dallo sfruttare le proprie doti femminili per ottenere potere e favori attraverso uno o più uomini, ma proprio da una presa di distanza da un mondo maschile che l’ha trattata ingiustamente e ha offeso la sua dignità, tanto di regina quanto di donna. L’altro polo, a lei opposto, è Kunti, la madre dei Pandava, che afferma sé stessa esercitando un controllo sui maschi che la circondano. Dominandoli. Draupadi non usa né la seduttività né il controllo per affermare sé stessa in un mondo maschile. Draupadi usa il proprio coraggio, è fedele alla legge dell’onore che le chiede di non subire ingiustizia o umiliazioni.

Nel mito, Draupadi non nacque da madre umana, ma dal fuoco, (da cui uno dei suoi nomi, Yagnyaseni) poiché i suoi genitori non potevano avere figli e così suo padre, il re Drupad compì moltissimi riti sacri perché il suo desiderio di paternità venisse ascoltato dagli dei. Da una sacra pira accesa dal re per ottenere vendetta contro un suo nemico nacque Draupadi, già ragazza perfetta e di bellezza straordinaria e il suo corpo emanava il profumo del loto azzurro. Inoltre, tra la principessa e il dio Krishna nacque una profondissima amicizia, unico esempio di amicizia fra uomo e donna nell’epica indiana e Krishna si riferiva a lei come Sakhi, l’amica amata, secondo un ideale amore spirituale molto simile a quello platonico. Dunque Krishna le fu sempre accanto in ogni momento difficile.

Quando si trattò di darla in sposa, il re Drupad organizzò una Swayamvara, una riunione in cui la principessa avrebbe scelto lo sposo adatto dopo una gara fra tutti i principi che avrebbero voluto sposarla. Fra le altre prove, una consisteva nel riuscire a colpire nell’occhio un pesce appeso a un alto palo girevole, ma guardandone solo il riflesso in un laghetto e incoccando un arco enorme e durissimo. L’unico che vi riuscì fu il grande arciere Arjuna, uno dei cinque principi Pandava. E fu così che Draupadi lo sposò. Ma quando Arjuna tornò a casa con la sposa e disse a sua madre Kunti: “Ho portato un dono”, la madre, non sapendo di che si trattasse, gli disse che avrebbe dovuto condividerlo con i suoi fratelli. Dunque Draupadi divenne moglie di cinque fratelli. Che non aveva scelti.

Nel corso della guerra e delle lunghe vicende narrate nel Mahabharata fra i Pandava e i Kaurava per la conquista del regno, accadde che Yudhisthira perse ogni cosa, il regno, le ricchezze e la moglie in una partita di dadi contro il cugino Kaurava Dushasana e quello, per umiliare i Pandava, trascinò Draupadi per i capelli in mezzo all’assemblea e tentò di spogliarla. Di fronte a questa terribile e insultante umiliazione, nessuno dei Pandava si mosse in suo aiuto e tutti rimasero con la testa bassa per la vergogna. Fu così che Draupadi invocò Krishna e il dio fece in modo che la sua sari non finisse mai. Più Dushasana gliela tirava, più la sari si allungava, fino a seppellirlo sotto un’enorme quantità di stoffa.

Ma qui, nella poesia di Anita Nair, Draupadi diventa l’eroina che si riappropria della propria identità, la donna che, di fronte all’illusione di essere sostenuta da un compagno, rivendica la propria indipendenza e libertà. Nel gesto di sciogliersi i capelli (come le donne nubili) e di cancellarsi dalla fronte e dalla testa i segni tracciati con il colore rosso che ne indicano la condizione di donna sposata, c’è tutto l’impatto di un orgoglio femminile mai sopito.

F.D.

****************************

Io ho un marito.

Cinque ne avevo in verità.

Avvenne che

Uno di loro

Tese un arco e colpì un pesce

Che nuotava su un albero

Dritto nell’occhio.

Non lo stava guardando

Se non in uno stagno risplendente.

Mi condussero a casa.

Una baracca per una principessa

Nulla dissi

Perché così è l’amore.

Rende tutte noi donne delle stupide

Ed io ero soltanto una ragazza.

Alti, forti,

Le sacche traboccanti di seme

Ma figli di mamma fino in fondo.

Li ha addestrati bene

A darle retta e non agire mai

Finché lei non lo dice. Maledetta vacca!

Seduta all’interno, la loro madre,

Che segreti pensieri?

Che verità nascoste?

Che cosa le increspava la fronte?

Dividetevela fra di voi

Disse, come se fossi un dannato pollo!

A uno le ali, a un altro il petto,

A uno le cosce, a un altro il collo

E la forcella dello sterno da strappare.

Io ho un marito.

Cinque in verità.

Ma tutto questo già lo sapete

Ma adesso

Che devo essere spogliata

Lasciate che vi parli

Di loro e degli uomini

Poiché non potete non

Capire un poco gli uomini

Quando con cinque avete avuto a che fare.

No, non guardarmi con occhio torvo

Maledetta vacca.

È il tuo operato questo

Hai cresciuto dei bravi figli

Ma non per questo dei bravi uomini.

In quanto a te Dushasana, tu megadeficiente,

Lascia che ti risparmi la fatica

Mi toglierò da sola questi strati.

Questo è per Yudhisthira

Il saggio, figlio di Dharma

Puro incorrotto che ha sempre ragione

Il dolce tiranno che mi sgrida duramente.

Draupadi questo non ti si addice.

Un padre che mi insegna a comportarmi:

Adesso guardi altrove codardo

Non desideri essere coinvolto

La rettitudine ti ha reso compiaciuto

La rettitudine ti rende dannatamente egoista.

Ho ancora quattro mariti

Chi di voi mi soccorrerà?

Bhima, figlio di Vayu

Dal ventre di lupo, colui che brandisce la mazza da guerra

Tu eri il fratello che borbottava

Di proteggermi dalle api e dai mostri

Che agognava di soddisfare i miei capricci.

Vedo che tu vuoi accorrere da me

Vedo che Dharma ti posa una mano sul ginocchio

Vedo che tu, secondo marito, ti arresti.

Arjuna mio Arjuna

Figlio di Indra, mio dio fra gli uomini

Amante che ha goduto le mie labbra

Tu eri il nettare di cui mai mi saziavo

Hai conquistato la mia mano e ora

Con eguale disinvoltura mi abbandoni.

E dunque due mariti mi rimangono.

Nakula, mio scuro risplendente marito

Più bello di qualunque altro vivente

Tu che sussurri ai cavalli, amante tenero

L’uomo più giovane che mi faceva ridere

In te ho visto il fiore del giovane amante,

Tutto muscoli, testosterone e fascino.

Ma dove sei ora Nakula?

O il tuo gemello Sahadeva?

Che sa ogni cosa eppure così timido,

Un bambino cui era necessario

Che io mostrassi come essere uomo.

Quando mangiasti la carne di tuo padre sapevi

Eppure hai lasciato che questo accadesse.

Non te lo posso perdonare, Sahadeva.

E dunque eccomi:

Privata dei miei mariti e di tutto io fui.

Il mio nome è Yagnyaseni

Sono nata dal fuoco

Il vostro sguardo bruciante non mi umilia.

Insieme al loto azzurro

Io profumo di libertà

Che si sente a un yojana di distanza.

Ero la Sakhi di Krishna

Ma rinuncio anche a quell’epiteto

Poiché non posso più essere come voi mi volete.

Sciolgo i capelli così saprete.

Mi cancello i segni così saprete

Che sono una donna innanzitutto.

Donna in ogni mia fibra

E solamente dopo tutto il resto.

Anita Nair

****************

I have a husband.
Actually I have five.
It so happened that
One of them
Strung a bow and shot a fish
Swimming on a tree
Through its eye.
He didn’t look at all
Except in a pool that shimmered.
They took me home.
A hovel for a princess
I said nothing
For love is like that.
It makes idiots of us women
and I was just a girl.

Tall, strong,
Seeds brimming their sacs
But such mother’s boys thru and thru.
She had trained them well
To heed and never proceed
Until she said so. Bloody cow!
She sat within, their mother,
What secrets thoughts?
What hidden truths?
What furrowed her brow?
Divide it between all of you
She said as if I were an effing hen!
Wings for one, breast for another,
Legs for one, neck for t other
And a wishbone to tug on.

I have a husband
Actually five.
But all of this you already know
But now that
I am to be stripped bare
Let me tell you
About them & men
For you can’t not
Understand men a little
When you have had five to handle.
No don’t glare at me
You bloody cow
This is some of your doing
You brought up good sons
But not necessarily good men.

As for you Dushasana, you mega moron,
Let me save you the trouble
Let me peel away these layers on my own.
This one is for Yudhisthira
The wise one son of Dharma
Untainted uncorrupt forever right
The gentle tyrant rapping my knuckles:
Draupadi this doesn’t befit you.
A father teaching me how to be:
You look away now you coward
You do not want to get involved
Righteousness made you smug
Righteousness makes you effing selfish
I still have four husbands
Which one of you will be there for me?

Bheema son of Vayu
The wolf bellied wielder of the mace
You were the bumbling brother
Seeking to protect me from bee and behemoth
Yearning to fulfill my whimsies
I see you wanting to rush to me
I see Dharma lay his hand on your knee
I see you second husband fall back.
Arjuna my Arjuna
Son of Indra my god among men
Lover who feasted on my lips
You were the nectar I would never tire of
You won my hand and now
You forsake me with equal effortless ease.
So I am now left with two husbands

Nakula, my radiant dark husband
More handsome than any man living
Horse whisperer, tender lover
The younger man who made me laugh
In you I saw the bloom of a toyboy,
All muscles, testosterone and charm
But where are you now Nakula?
Or your twin Sahadeva?
The all knowing but bashful one
So much a child who needed me
To show him how to be a man.
When you ate your father’s flesh you knew
And yet you allowed this to happen.
That I cannot forgive, Sahadeva.
So here I stand:

Shorn of husbands and all I was
My name is Yagnaseni
I was born of fire
Your scorching gaze doesn’t shame me.
With the blue lotus
My fragrance is freedom
You can smell a Yojana away.
I was Krishna’s Sakhi
But even that epithet I forsake
For I cannot be what you want me to be anymore.
I open my hair so you know.
I erase the marks, so you know
That I am a woman first.
A woman through and through
And everything only thereafter.

Anita Nair

(C)2015 Anita Nair per il testo inglese, Francesca Diano per la traduzione. RIPRODUZIONE RISERVATA

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