Nel cimitero dell’Abbazia di Aghadoe – da La Strega Bianca di Francesca Diano

Abbazia di Aghadoe, VII-VIII sec.

Ora il paesaggio si allargava in un mare di colline verdi, morbide. La strada in salita era ombreggiata da piante d’ogni specie.

Arrivarono presso la sommità di una collina, da dove si poteva godere la visione incantata dei tre laghi di Killarney. In alto, sulla sua cima, proprio di rimpetto al Lough Lean, stavano le rovine dell’Abbazia  di Aghadoe, immersa tra i fiori e circondata da un cimitero, dove grandi pietre tombali, un po’ sghembe, indicavano i nomi di anime innumerevoli. La bellezza era leggera e luminosa, come l’acqua del grande lago punteggiato di isole e carico di leggende.

L’aspetto trascurato del cimitero le fece credere che non fosse più in uso da molto tempo. Ma si sbagliava.

<<Oh, no. E’ ancora perfettamente in uso. Ma dopo che abbiamo seppellito i nostri morti non li andiamo più a trovare in cimitero. Perché non sono lì>>, le spiegò Jane.

<<In questa terra>> le aveva detto Aileen nella sua prima visita, <<tutto il processo dell’elaborazione del lutto, la follia della perdita, la ricomposizione dell’ordine sociale sconvolto dalla morte, si concentrano sui riti di passaggio che sono la wake, la veglia funebre irlandese, e il caoìne, la lamentazione funebre, riti antichissimi che, in un modo o in un altro, anche se in forme ormai molto semplificate, ancora sussistono in tutte le classi sociali. Una volta compiuto il rito di passaggio in modo sicuro e protetto, tanto per il defunto che per la comunità, lo strappo è ricomposto e il lutto è concluso. Non il dolore per la perdita di una persona cara, certo. Quello è umano, ma da noi sono sconosciute quelle forme patologiche di lutto che attanagliano la civiltà occidentale.>>

Nessun cimitero irlandese è triste. Le tombe sono amplissime. Lo spazio non manca. L’atmosfera è quella di un parco naturale.  Perché  la morte non esiste. Per gli irlandesi, non diversamente dal passato, la morte è solo un “altrove”, come lo era per i loro antenati.

I vivi e i morti convivono in una dimensione che non ha un confine certo e nessuno teme uno stato naturale più della vita stessa, perché è la vita vera. In questa visione il cristianesimo non c’entra. <<E’ l’antica visione celtica>>, aveva seguitato Aileen quella sera nella sua cucina. <<La vita è bella, va vissuta, amata. Ma è solo uno stato passeggero. L’interferenza dell’Altro Mondo è costante e la comunione tra i vivi e i morti naturale.>>

Per questo motivo Jane le propose di fare uno spuntino in quel bellissimo cimitero, affacciato sulla vallata con i tre laghi, accanto alle pietre rosa e grigie dell’antica abbazia.

<<Ma scherzi?>> le chiese Sofia meravigliata. Doveva avere un’espressione assai stupita e preoccupata perché, con un sorriso dolcissimo Jane le disse che non c’era davvero nulla di strano.

<<La morte, per noi, è una cosa talmente naturale. Non vedi come tutto è così bello e pieno di pace? Per noi la morte fa parte della natura. E qui siamo in mezzo alla natura>>. Le stesse parole di Aileen. Jane non era una studiosa di antiche tradizioni, ma come tutti su quell’isola, le viveve come le fossero connaturate.

Solo allora, nonostante avesse sempre pensato lo stesso e avesse avuto una consuetudine familiare con la morte da sempre, si rese conto dei  condizionamenti di cui siamo carichi.

<<Ora ho capito, Jane>>, le disse. <<Ho capito perché le prefiche che cantano il compianto funebre qui sono solo donne. In realtà la morte è un parto e come in un parto, in cui attraverso la morte si nasce alla vera vita, è la donna che porta il fardello del dolore. E accompagna il travaglio. Perché è lei che dà la vita… e dunque la morte e dunque la Vita. Come la Dea. La trasformazione attraverso il passaggio da uno stato all’altro. Come la natura coi suoi cicli…>> Non sapeva da dove le venisse questa chiarezza così improvvisa e limpida. Jane la guardò con un sorriso così antico, così….familiare, che aveva la dolcezza dell’erba appena nata.

In fondo, non sarebbe stato come celebrare la sua nuova vita, la sua morte e rinascita, con l’antica usanza di un banchetto funebre? Avrebbe festeggiato il trapasso dei suoi avi nell’abbraccio di un paesaggio incantato, mangiando i  biscotti e bevendo il  tè, seduta su quelle pietre, di fronte a quelle acque, quelle nuvole e quelle colline, a quel mare d’erba mosso in onde dal vento di maggio, guardando dall’alto il lago da cui nel mito il buon re O’Donoghue emerge col suo fastoso corteo ogni Primo di Maggio. Accanto a quei loro antichi padri e antiche madri comuni fatti di materia sottile lei, per la prima volta, comprese il vero senso della Comunione dei Santi. I vivi e i morti, uniti nell’amore, nella bellezza e in una dimensione che non ha spazio ne’ tempo.

Il luogo era una fucina di incantesimi. Strinse la mano di Jane, commossa. – Tu sei una di noi –  le diceva il suo sguardo. Era una di loro.

La sensazione di essere impastata di quella terra, di quelle piante, di quelle acque, di quelle pietre era ormai così forte, che raccolse una primula da una tomba e versò nel piccolo spazio vuoto del terreno un po’ di tè e qualche briciola di biscotto. – Agli dei dell’isola, alle antiche madri, agli antichi padri, alle energie della terra –  disse mentalmente, compiendo l’offerta rituale.

Era felice. Compiutamente felice. Ora aveva una terra a cui tornare, una madre che l’amava e la accoglieva con amore incondizionato, amici che la comprendevano. Aveva un tesoro che avrebbe condiviso con chi era stato meno fortunato di lei. Aveva una vita piena di mistero e di magia. Colma di tutta la bellezza dell’invisibile.

La vita è unica, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni. Ormai lo aveva capito e lo doveva soprattutto a Jane, dividendo il loro cibo con i loro padri e le loro madri fatti luce. Una comunione con lo spirito del tempo, fatto eternità.

E allora non ci fu più nemmeno il paesaggio fisico di fronte ai suoi occhi, ma una plaga luminosa, dove tutto si disfaceva nello splendore di una luce assoluta.

Da La Strega Bianca

(C) 2010 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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