Il quadro

Emilio Vedova, Compresenze 1981

Emilio Vedova, Compresenze 1981

 

Per ricordare anche quelli che non hanno lasciato alcuna traccia del loro passaggio.

 

La soffitta angusta era quasi soffocante, anche se fuori era freddo e il luogo non era riscaldato. Le pareti, grigie e scrostate, appena visibili alla luce livida che filtrava dall’esterno, parca, da un’unica finestra posta in alto. Chissà se c’era ancora qualcuno rimasto nel ghetto… Per quanto ne sapeva, quasi tutti gli altri erano stati portati via nel corso di rastrellamenti che non avevano lasciato respiro o tempo per pensare. Portati  chissà dove, ma certo non in un luogo di paradiso.

Qualcuno diceva che i treni su cui li caricavano finissero in campi di prigionia. Li aveva visti allontanarsi con lo sguardo trasognato, come se non si stessero rendendo conto di quello che davvero stava loro succedendo. Quasi volessero illudersi che fosse tutto normale. Che fosse solo un intermezzo. O quasi. Che poi sarebbero tornati alle loro case, a riprendersi una quotidianità che già aveva perso gradualmente, giorno dopo giorno, la sua normale integrità, senza che si fossero resi conto delle sottrazioni costanti. Gli era sembrato l’orrore più grande quello sguardo perso, anestetizzato, in fondo al quale persino la paura s’era spenta come la fiammella di una candela soffocata da un bicchiere.

Era riuscito a nascondersi lassù, chiuso in un bugigattolo senza luce, ma sapeva che sarebbe sfuggito solo per poco a quegli esseri che avevano rinunciato ad ogni umanità. L’avrebbero trovato presto, perché Moishele, nel corso della tortura, doveva aver rivelato il passaggio che portava alla soffitta. Gli restava poco tempo. Pochissimo tempo. Ma non gli importava. Che lo ammazzassero pure. La sola cosa che gli premeva era di finire il suo quadro. Una tela quadrata, di un metro e mezzo per uno e mezzo.

Era un ammasso di linee apparentemente confuse, ma in cui lui ravvisava un ordine perfetto, un’armonia divina. Era il caos prima della creazione, un universo in formazione, una galassia in cui esplodevano i neri, i bianchi, i gialli e gli ocra con delle punte di rosso cinabro. Era l’energia libera della materia vitale. La vita che pulsava con tutta la sua armonica violenza. Dipingeva come un invasato, seduto lì davanti al suo testamento fatto di colori. Un urlo di libertà. Qualcuno l’avrebbe trovato, qualcuno doveva trovarlo dopo la sua morte. Doveva finirlo, finirlo al più presto. Poi l’avrebbe nascosto da qualche parte e qualcuno l’avrebbe trovato.

Lo avevano arrestato e portato già alcune volte in quella stanza orrenda. <<Tu, lurido ebreo. Tu non dipingerai più quella merda>>, gli avevano urlato, mentre lo picchiavano sotto le piante dei piedi. Il dolore insopportabile si propagava come una scossa costante a tutto il suo corpo e lo faceva urlare. Ma dentro non lo avrebbero piegato. <<La tua è una pittura sovversiva. Voi volete distruggere la civiltà occidentale, luridi ebrei>>. Lo avevano picchiato anche sulle mani e gliele avevano quasi maciullate. <<Adesso va’ a dipingere i tuoi quadri!>> gli avevano sibilato nell’orecchio buttandolo sulla strada mezzo morto.

Ora dipingeva seduto sullo sgabelletto, rattrappito su se stesso, ma carico di un’energia piena d’affanno. Avrebbe finito la sua opera. Doveva finirla. Finirla significava asserire la libertà dell’arte, la libertà di ogni essere umano di fronte alla bestialità dell’ignoranza e dell’odio. La bellezza di fronte alla morte dell’anima. Di fronte al mostruoso guscio vuoto che resta quando anima e coscienza abbandonano la materia vivente.

Presto. Doveva fare presto. L’angoscia di non avere il tempo sufficiente lo attanagliava e allora  stendeva i segni di colore con raddoppiata energia, con la velocità del fulmine,  con la forza della disperazione.

La porta si spalancò con violenza. Un ufficiale delle SS entrò accompagnato da tre soldati armati di mitragliette. Gli spararono una sventagliata di colpi alla schiena. Non ebbe nemmeno in tempo di voltarsi. Crollò a terra, come un ammasso di poveri stracci. Aveva ancora il pennello stretto nella mano rattrappita.

L’ufficiale gli si avvicinò e gli sparò un colpo alla nuca. Lo lasciarono lì. Presero la tela, la sfasciarono e la portarono giù. Poi le diedero fuoco. Nessuno doveva ricordare il passaggio su questa terra di quel rifiuto umano e dei suoi immondi rigurgiti colorati.

Era un giorno freddo del 1944. Un giorno quasi come un altro, in un ghetto dell’Europa centrale.

 

(C) 2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA


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6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. giorgio linguaglossa
    Gen 27, 2016 @ 15:04:55

    Un racconto condotto con mirabile asciuttezza e nitore. Complimenti Francesca.

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    • Francesca
      Gen 27, 2016 @ 15:43:54

      Grazie Giorgio, credo si possa raccontare solo così, lasciando esposta solo la struttura, quello che non si dovrebbe poter raccontare. Per ricordare anche quello che non potrà essere ricordato, perché ne è stata cancellata ogni traccia. Anche quello è memoria.

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  2. Giuseppina Di Leo
    Gen 27, 2016 @ 17:31:45

    Attraverso il tuo racconto Francesca i colori tornano vivi, sebbene nulla può cancellare la tristezza e l’orrore per tanta atrocità.

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    • Francesca
      Gen 27, 2016 @ 17:53:50

      Grazie Giuseppina. Chissà, forse è successo davvero, forse l’immaginazione sopperisce lì dove la realtà è stata annullata.

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      • ubaldo de Robertis
        Feb 07, 2016 @ 14:22:07

        Io credo che sia accaduto davvero!
        L’angoscia blocca il respiro e ci lascia il ricordo delle atrocità che l’uomo è sempre pronto a commettere e, parafrasando una tua frase, Francesca, ciò accade quando anima e coscienza abbandonano il vivente.
        Ubaldo de Robertis

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  3. Francesca
    Feb 07, 2016 @ 14:29:17

    Grazie Ubaldo del tuo commento. Sicuramente da qualche parte è accaduto. Ci sono comportamenti, sia nel bene che nel male, nell’uomo, che si ripetono sempre uguali, pur con diverse modalità. Non ho mai pensato che ci sia progresso o evoluzione se non a livello personale. L’arte in questo senso è uno strumento potente.

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