Barbara Codogno – Il dio dei topi

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Immaginate un enorme condominio, di quelli sorti in modo dissennato in periferie di altre periferie, dove un’umanità deprivata di spazio e dignità brulica cercando di sopravvivere, e si arrangia come meglio – o peggio – può. Immaginate di osservare le centinaia e centinaia di vite dall’esterno, allontanando lo sguardo. Allontanandolo sempre di più, come in quei filmati in cui da una casa si passa a una città, e poi a una regione, e poi a un paese, a un continente, alla Terra tutta e infine allo spazio vuoto. Quegli individui, con le loro vite, le loro emozioni e sensazioni, diventano sempre più piccoli, sempre più insignificanti, fino a sparire nel nulla.

Qualcuno dice che l’umanità è l’esperimento di qualche razza aliena e più evoluta, che osserva dall’esterno i nostri comportamenti, in generale autodistruttivi. Come un esperimento con animali da laboratorio. Topi, ad esempio, che tanto ci somigliano dal punto di vista genetico, da essere estremamente adatti alle sperimentazioni. Ecco, il cuore nero del romanzo di Barbara Codogno, Il dio dei topi, Edizioni Cleup, nero e pulsante di bianchi topini è proprio una monumentale struttura, definita Condominio dalla sua ideatrice, che si trova nei sotterranei di un dipartimento universitario non meglio identificato di una qualche università italiana, in cui si fa ricerca per produrre un farmaco che neutralizzi gli effetti dello stress.

Bianca Pavan, una ricercatrice che crede nel proprio lavoro, convinta della propria missione – nonostante impieghi lei stessa degli animali per gli esperimenti – è una donna con una vita non risolta, piena di problemi, sgradevole a se stessa e agli altri, incapace di sereni o profondi rapporti umani. Del resto difficili in un ambiente in cui non esiste una scintilla di umanità, di valori che non siano l’arrivismo, la prevaricazione, l’aridità, il cinismo, il vendersi a Mammona, come quello del dipartimento descritto. Eppure qualcosa accade. In quel brulicare di creaturine, sottoposte a crudeltà mostruose, descritte senza reticenze dall’autrice, una topolina, 315A, mostra un’intelligenza più umana dei suoi persecutori. Aiuta i suoi simili, persino dimentica di sé, e si affeziona a Bianca. Bianca stabilisce con lei un legame che non ha con gli altri esseri umani, un legame fatto di affetto, di accudimento, di tenerezza. Dà alla topolina che per nome ha un numero quello che non dà a se stessa.

Ma poi la narrazione diviene sempre più metafora. “Del resto, si diceva Bianca, anche l’uomo sopravvive e basta: l’abisso sotto i piedi, il caos sopra la testa. Gli uomini sono tutti sonnambuli. Ai burattinai non conviene che escano dal sonno, diventerebbero ingovernabili. Basta guardarsi in giro, le strade, le scuole, gli uffici, le case… l’ordine è soltanto il nome che i burattinai danno all’inferno.” Come l’inferno del Condominio in cui i topi, prima resi totalmente abulici dal farmaco sperimentato, poi si sbranano gli uni con gli altri.

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E allora viene da pensare al mondo in cui viviamo, al modo in cui le coscienze e la capacità critica sono sempre più costrette a intontirsi e spegnersi, mentre l’uomo sbrana l’uomo, la terra viene violentata, la vita e il futuro negati da poteri economici tanto enormi quanto stupidi, il cui delirio è l’ossessione del profitto e del Potere.

Lo squallido omarino che dirige il dipartimento, uno dei tanti tromboni tronfi e stonati, che in Italia occupano posti di potere nelle università, nelle aziende, nelle istituzioni pubbliche e private, un povero imbecille che cerca di convincere e convincersi di essere un dio onnipotente, è schiavo egli stesso delle multinazionali farmaceutiche che spacciano l’avidità sconfinata per ricerca medica. Del resto si sa bene, anche se lo si cerca di tacitare, quanto sia pericoloso e quali danni faccia l’uso e abuso di psicofarmaci, prescritti con criminale facilità.

Impagabile è la scena della cena organizzata dal Rettore di quella anonima università per festeggiare la conclusione dell’accordo in cui la multinazionale verserà 1.000.000 di euro in cambio della formula del nuovo farmaco da sfruttare, quando due “cervelli in fuga” italiani, presenti all’evento e che progettavano di tornare in patria, dopo aver constatato quanto arretrata e venduta sia la ricerca, decidono di ripartire per non fare mai più ritorno.

Qui non si salva nessuno, né uomini né donne, né le vittime – perché sono vittime – né i carnefici. E spesso le une sono a loro volta anche gli altri. Perché la corruzione contamina. Nessuno è innocente.

Lo stile febbrile di Barbara Codogno, disturbante, angoscioso (abolita ogni differenziazione tra dialogo e narrazione, dialogo mai distinto dalle convenzionali virgolette e che si fonde totalmente col narrato) rispecchia il senso e l’intreccio. La parte oscura, primordiale dell’uomo, che si proietta sulla colonia di topi – Freud qui andrebbe a nozze – domina su tutto. Eppure uno spiraglio esiste. Bianca lo trova. Non importa come. Lo trova fuggendo verso un gesto d’amore. Di salvezza. E, in quel momento, vittima estrema, non è più vittima.

 

Francesca Diano

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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