L’Uomo della Soglia. Scholia a Nanni Cagnone. I Parte

 

nanni_1979

Non sono, queste, che poche, prime annotazioni (altre ne verranno in seguito) o meglio meditazioni, in  margine all’opera del grande outsider della poesia e della cultura italiane, Nanni Cagnone. Non più che un trascurabile ringraziamento per gli spazi sconfinati verso cui ha indirizzato il mio sguardo. 

Francesca Diano

*

Nanni Cagnone è uno di quei rari che si sottraggono a qualunque categorizzazione, ma che incarnano l’idea, platonica vorrei dire, del Poeta, non solo perché scrivono versi – sempre, anche quando in versi non scrivono, anche quando pensano, parlano, tacciono, vivono, respirano – ma perché consacrano la vita a dare forma, e rendere quale dono, a una visione nuova del mondo, frutto di una ricerca che mai si interrompe, che è esplorazione e sperimentazione di ogni possibilità, di ogni strumento, mezzo e tecnica che parola e speculazione offrono. E lo fanno da innamorati dell’ignoto. Seguendo, come unica guida, il proprio dàimon. Perché questa è la loro natura.

Dunque poeta.

Eppure, anche così, nel momento in cui lo si vorrebbe definire, subito ti accorgi che quella definizione, che pure non potrebbe essere che la sua, è limitante. Non lo contiene. Che è più una comoda tentazione che un tentativo. Che ti mancano le parole si vorrebbero per dire quel che si intende, si prova, si intuisce, o si “vede”, nel corso di una lettura che chiama alla meditazione. Quasi la impone. E ti fa sentire smarrito di quello stesso smarrimento, che permette a lui di sollevarsi – sempre più nel corso degli anni – al di sopra della vita e di osservarla con sguardo lucreziano. Con quel suo essere schivo e sfolgorante allo stesso tempo.

Pensare di poter scrivere qualcosa di degno su quest’anima libera e sui modi in cui si  manifesta, sarebbe un atto di presunzione, non meno che temerario, da parte mia. Soprattutto significherebbe ingabbiarlo in uno schema, quando, opera dopo opera, testo dopo testo, parola dopo parola, Cagnone ha polverizzato ogni schema, traboccando da ogni confine prevedibile imposto da correnti, generi letterari, mode, tendenze. Anzi, volutamente ignorandole e, proprio per questo,  diventando il più contemporaneo dei contemporanei.

Come gli disse Emilio Villa: <<Fottitene dell’avanguardia. Tu sei un classico. >>

Poiché non ritengo di possedere gli strumenti necessari ad una critica letteraria che si possa dir tale, mi limito ad accostarmi ai grandi – molti del passato, rari del presente – mossa dalla sete come chi, fuggendo dalla guerra, spera in  un approdo; e dunque non posso che limitarmi a dare conto delle sensazioni, delle percezioni e delle immagini che sono emerse nel corso di quello che è stato, e seguiterà ad essere per me, un viaggio nel profondo e una rivelazione. La sensazione di essere trascinata in un vortice.

La prima percezione è quella della libertà.

E libertà significa αἵρεσις, una scelta, un’elezione. Questo il suo significato originario. Solo successivamente il termine che ne deriva, eresia, acquista una connotazione negativa, di condanna. Eresia come deviazione dall’ortodossia, come separazione dalla norma imposta e universalmente accettata, come rifiuto del dogma. Tutto questo impregna l’intera sua visione e tracima da ogni suo scritto.

Si può dire di un poeta che sia un eretico – non un ‘poeta eretico’, ma un eretico? Senza dubbio, perché la poesia, pur se raramente – quando davvero è tale – è di per sé eresia, poiché è uno scardinamento dei dogmi che tengono immerso il mondo nel suo sonno. È un’anomalia. Ma, soprattutto, è un destino.

Avvertire su di sé l’alito di un destino e decidere di assumersene la responsabilità è la scelta del poeta quanto dell’eroe. Cagnone la chiama Necessità. Il che escluderebbe la scelta. Eppure, alla necessità ci si può sottrarre, pur tradendo la propria natura, negandola. O forse, come per Edipo, sottraendosene la si porta a compimento. Dunque persino la necessità richiede un atto di fede.

Il poeta e l’eroe. Tra l’uno e l’altro, non v’è molta differenza, se non per gli strumenti che permettono loro di porre in atto quella scelta. Entrambi sanno, fin da subito, di avere di fronte a sé un cammino iniziatico, disseminato di tranelli e agguati, entrambi sanno che quel percorso strapperà loro di dosso, fibra a fibra, fino all’ultimo brandello, le vesti che sono state loro date alla  nascita, lasciandoli nudi e soli. E, forse, l’eroe è la vera anima del poeta, una volta che, deposte le armi, si debba confrontare con la nudità di sé stesso.

Quella nuda solitudine, che non è separazione, né isolamento dalle relazioni, ma ciò che Duns Scoto definisce haecceitas, la scoperta della propria individualità, della propria vera identità, che comporta tuttavia la responsabilità delle relazioni, l’essenza di questo essere qui e di nessun altro, ma soprattutto, l’ultima solitudo, necessaria perché emerga la persona – Scoto è fra i primi a darne una definizione – una realtà assolutamente indipendente da ogni altra essenza e natura.

Quella ultima solitudo permetterà loro di affacciarsi sull’abisso dell’ignoto e sopportarne la visione. E l’affacciarsi non può essere che lo sporgersi oltre la soglia, senza varcarla mai fino in fondo. Poiché l’iniziato non conosce approdo, ma solo tappe che appaiono ancora e ancora, l’una dopo dell’altra, perché la soglia non è che limite instabile di un’altra soglia. Ma è, soprattutto, relazione, confronto con il limen, tanto della propria natura, quanto della natura dell’abisso stesso che vi sta oltre. Ed è, non meno, un pari affacciarsi dell’abisso oltre quel limen che, essendo instabile, separa ma non divide. Poiché ultima solitudo è la qualità costitutiva e generatrice stessa di quell’ignoto. Dunque diviene lo specchio di chi la osservi. E lo brucia. Qualunque specchio è specchio ustorio, scrive Cagnone. In una condizione asintotica, di cui spesso discorre riferendosi al proprio rapporto con la poesia, col fare poesia. Asintoto come un marchio a fuoco. Per  quell’impossibilità di saldarsi in un’estrema unione, sempre sfiorandola nell’inattuabile intersezione. L’ultimo suono, oltre il quale è silenzio. Restare sulla soglia, né parlare né tacere – è il silenzio. Parlare e tacere costano meno, scrive ancora. Queste sono le parole di un mistico. Questo silenzio non è tacere, ma silere; entrare in contatto con l’ineffabile e perdervisi.

Su questa lunatica

collina di mare,

noncuranza

o barbarie altrui

non può stancare

l’amicizia dei boschi,

né asservire

le indocili province

d’erba di nuvole.

L’acqua – non è spreco –

getta semi nella sabbia.

 

Potrei narrare

-nome nessuno-

o tacere, avendo cura

non superar la soglia

oltre la quale

si va solo sui trampoli.[1]

 

Poiché, come scrive Carlo Diano: “E però si deve dire che tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio. Qui è l’ultimo limite e l’estremo periechon dell’arte, che però è via e non fine, ed è sempre via, come lo è la vita, che riprende sempre e non s’arresta mai, e, toccando in ogni opera il suo culmine, lo cerca ogni volta e sempre in un’altra”.[2]

Questo spazio tra ciò che sta al di qua e tra ciò che sta al di là della soglia, tra il né parlare e il né tacere, è l’ineffabile; ed è il vuoto. E quel vuoto essendo infinito, contiene in potenza l’universo intero e le sue manifestazioni. È la natura del limen, ch’è uno iato tra il non più e il non ancora e si dilata incommensurabilmente.

Si dovrebbe scrivere una poetica del Vuoto in Nanni Cagnone, su quella condizione concava del poeta, come lui la definisce, che riverbera il concetto Zen. Fino a giungere al farsi vuoto non solo dell’idea di sé, ma del Sé. Crogiuolo pronto a ricevere. Lasciarsi colmare.

Invidiato vuoto

che non teme simmetrie, e

si ritrae senza colpire, sciame

di fissità, che non si mostra

virtuoso con roveti e fiori

e a noi perdona lo sguardo–

solo

anello troppo grande,

laccio lucente, escluso.[3]

 

<< […] La mancanza di vero paragone tra mondo del linguaggio, e l’incerta proporzione di presenza e assenza, incomprensione e oblio, avviano a quell’opera estranea che è la poesia. Essa richiede un affetto passivo, un pensiero ricettivo. Poesia non è qualunque atto di raccogliere il mondo come un soccorritore del senso o un adulatore del linguaggio, ma l’esperienza di una fedeltà che vuole trattenere l’indicibile. Poesia è agire al di sopra di ciò che si riesce a pensare.>>[4]

I grandi poeti hanno un rapporto d’ombra con la vita. Cagnone ha un rapporto d’Ombra con la vita.

L’Ombra è la prima delle tre tappe nel processo junghiano di individuazione, dal momento che il riconoscerla, l’accettarla e l’integrarla è il primo passo, ma fondamentale, per la realizzazione di quel processo. Insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità, rappresenta tutti i contenuti rimossi e non autorizzati dalla coscienza. In quell’antro dai confini incerti e oscuri è sepolto il tesoro di cui i pirati della poesia vanno avidamente alla ricerca, che saccheggiano, da cui sono nutriti ad  alimentare le loro successive incursioni. Lì è la radice e la fonte.

Quando Cagnone scrive: “Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto”[5], a me pare che riveli con molta chiarezza la natura di quel “tutto”.

Quel che si aggiunge, è il riverbero di fuoco delle cose, delle res di cui si compone la realitas, e del loro presentarsi, celate dietro quell’opacità di cui lui spesso parla, quell’Ombra appunto, la cui presenza si rivela solo nella relazione dell’Io con sé stesso prima di tutto, e successivamente della relazione che ne è l’esito, con il mondo esterno.

Soglia,

spartizione di luce.

Per mezzo della notte,

stancare confini,

consistere

ove l’uno e l’altro

si raggiungono,

soglia reciproca

accoglienza,

nessuna distinzione

ostilità nessuna — pace,

se denota in alcun modo

l’infanzia del sorridere.[6]

________

Severamente soglia

congiunse avanti

il vuoto che ci seguiva.

Essa conosce

l’ordine del canto, finché

nei suoi limiti vivente;

poi luminoso strappo

in custodisce la polvere–

si chiude allora la porta,

un’illusione.[7]

 

Ogni soglia è passaggio. Ogni soglia ha in sé il tremendo potere della trasformazione. E del ritorno all’origine.

nanni-1

La seconda sensazione riguarda il concetto dello spazio nella sua visione, e il punto da cui questo spazio è osservato. Il concetto dello spazio è quello infinito, l’àpeiron periechon di Anassimandro e dei Greci; ma in lui questo infinito si rivela solo nell’istante. È l’incontro dell’io con l’Altro, che lo rivela. Questo Altro può essere una regione di sé stesso, un altro essere umano, una locusta egiziana che entra in casa, un bagliore, un’immagine della memoria, una visione meditata o improvvisa, un odore depositato nelle sinapsi.

Da questi capricciosi incroci cartesiani del qui e ora, saetta proiezione quasi istantanea verso dimensioni senza confini, dove la mente si perde e s’accendono visioni. Oculatus abis – vai, provvisto di occhi – è scritto nell’ultima pagina del Mutus Liber. I grandi occhi di Nanni, che mai furono e saranno chiusi di fronte al baluginio elusivo di quella Fata Morgana che è la poesia, da lui assimilata all’“arto fantasma” di un grande invalido, che dichiara la propria invisibile presenza nel dolore dell’assenza. Un miraggio, la cui irraggiungibilità, pur nel suo manifesto rivelarsi, apre fra sé e il poeta regioni incommensurabili (di vertiginoso non-senso?), che mai veramente potranno essere conquistate sino in fondo. Se ne può essere solo impregnati.

<<La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva>>, afferma in Discorde.

*

La terza sensazione – o meglio, visione  – è il senso del tempo. Dico visione, perché mi si è presentata come immagine: uno sconfinato spazio cosmico, segnato da sottili cerchi concentrici e luminosi che si vanno allargando all’infinito, come onde su di una superficie liquida, e, affacciata sul bordo di una di esse, la sua figura in penombra. Sospesa in una dimensione atemporale.

<<Io dispongo di desideri, non di scopi. Non l’orizzonte: la soglia.>>

Poiché desiderare significa ardere, consumarsi e rinnovarsi e ardere ancora nel proprio stesso fuoco di Fenice. In quell’aura di luce pulsante che emana, come un alone, ogni soglia.

Il suo è il Tempo del Sogno degli aborigeni australiani, l’Alcheringa. Un tempo che attraversa e trascende la Storia e la precede, tuttavia vi consiste.  Un tempo dei primordi, lontano da quello occidentale, o storico come oggi lo conosciamo e in cui siamo immersi, come ciechi, sordi e muti.

Tuttavia questo tempo, a-storico più che primordiale, non inganni, né faccia pensare che ciò che Cagnone scrive sia estraneo al presente. Come appunto è per il Tempo del Sogno, esso è di ogni presente tessuto e sostanza, ne dirige gli eventi, dà loro forma modellandoli.

Basterebbe The Book of Giving Back per capirlo. Qui davvero Cagnone è il Custode dei Racconti, così come è nella tradizione aborigena, antica di decine di millenni, dove gli anziani sono i depositari dei racconti del Sogno, e responsabili della loro trasmissione. Queste narrazioni, molte delle quali segrete, sono legate al territorio, ai luoghi e agli esseri sacri. Descrivono una geografia metafisica, di luoghi e cose che possiedono un Mana, una potenza, che il racconto evoca. Così la sua Liguria trasfigurata, così la Natura, che gli si manifesta nelle mille sue forme, vegetali e animali e cosmiche. E, analogamente, Cagnone percorre, nel suo narrare con una lingua resa pura e alta dalla sacralità del tempo del mito a cui appartiene, le Vie dei Canti, quegli itinerari invisibili creati dalle orme degli esseri mitici che le percorsero e le forgiarono. Cantare in strofe tali vie è l’eredità che ogni aborigeno iniziato ai misteri della creazione riceve, ed egli andrà cantando, come in una partitura cosmica, quel mondo, ricreandolo. E Vie dei Canti sono tutti i suoi scritti, dove luoghi, esseri e immagini tracciano un reticolato invisibile, si trasfigurano, evocano la verità delle cose nella loro trasparenza onirica e le rendono materia pulsante.

Dunque è comprensibile anche la cura, l’estrema attenzione per la forma, la necessità della perfezione, che è in realtà dovere d’aderenza a una verità che non tradisca il compito alto.

La sua lingua magnifica, tersissima e distillata nei suoi preziosi alambicchi fino alla quintessenza, è la lingua di un iniziato. Dunque di un eletto, o di un eretico attento al suo dire. È la lingua purificata da ogni scoria che possa offuscarne l’origine. Una lingua sacra, vaticinante, carica di Potenza.

Quello sfrondarla d’ogni referente sintattico che fa libera ogni parola, le rende l’alone edenico, la fa sfolgorare della propria luce. È così, che Cagnone ne trova l’essenza, l’anima.  Quella del puro suono che crea le cose. Come il suono del tamburo di Śiva emana l’universo fenomenico, così la sua danza sfrenata è simbolo del continuo divenire. La danza dei suoni e delle parole, che in Cagnone scorrono con il soffio del fuoco eracliteo.

Rendere ad ogni parola la propria libertà originaria, così che ciascuna poi viva nello stabilire i propri voluti legami.

Ora egli lascia che le parole già scritte mutino i loro legami, consente che alcune si preferiscano, sopporta di perderne alcune, accetta che possano smarrire rilievo o iridescenza nel nuovo legame.”[8]

È quindi anche la lingua segreta, il linguaggio esoterico dei grandi testi alchemici, in cui gli elementi si animano, scegliendo il combinarsi con altri elementi, così adamantina eppure così velata nel suo dire. Vive in quella zona di penombra che filtra tra ombra e luce. Come le sacre Icone sull’iconostasi velano lo spazio sacro del bèma . Così da gettare bagliori illusori di senso, che subito repentini fuggono e sfuggono. Un solve et coagula in un continuo movimento.

Io leggo per fraintendere. Se intendessi, mi verrebbe in mente solo quel che c’è scritto.[9]

****

Il sito di Nanni Cagnone      http://www.nannicagnone.eu/

 

[1] Tornare altrove, XIV, 2015

[2] Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, 1956 p. 122

[3] Vuoto e compassione Armi senza insegne, 1986.

[4] Tanti sogni, poca realtà, 1988.

[5] Comuni smarrimenti, p. 1, 1980.

[6] XLVI, Tornare altrove.

[7] Vuoto e compassione – Armi senza insegne, 1986.

[8] Per somnium stasera, 1993.

[9] What’s Hecuba to Him or He to Hecuba, 1975.  

[10] Vaticinio. Libro Quinto. Della Limitazione. 1984.

 

(C) 2017 by FRANCESCA DIANO – RIPRODUZIONE RISERVATA

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8 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. egilllarosabianca Kartine
    Gen 04, 2017 @ 14:07:42

    Trovo bellissimo questo articolo poeta e poesia spogliati da ridondanti tecnicismi
    anaffettivi. Non conoscevo Nanni Cagnone. Grazie

    Liked by 1 persona

    Rispondi

  2. Francesca
    Gen 04, 2017 @ 14:41:31

    Grazie mille a lei per questo commento e, soprattutto, sono felice che possa averle fatto scoprire un poeta che non ha eguali nel panorama italiano, la cui grandezza è apprezzata in tutta Europa e in America. Questo è il suo sito.
    http://www.nannicagnone.eu/

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  3. Trackback: L’uomo della soglia | La dimora del tempo sospeso
  4. almerighi
    Gen 11, 2017 @ 10:12:18

    Poeta importante, vero poeta, grazie Francesca

    Liked by 1 persona

    Rispondi

  5. almerighi
    Gen 11, 2017 @ 10:27:07

    Di Nanni Cagnone mi parlò molto bene Marina Pizzi, però i suoi libri sono introvabili, sai dirmi se si trova un qualcosa in rete, anche sommario e antologico dei suoi lavori?

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  6. Francesca
    Gen 11, 2017 @ 10:31:17

    Sì, in rete si trova qualcosa, ma anche sul sito di La Finestra Editrice che lo pubblica.
    http://www.la-finestra.com/
    Comunque in rete si trovano suoi testi e interviste

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  7. mario santiago
    Gen 11, 2017 @ 11:14:28

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