L’Uomo della Soglia. Scholia a Nanni Cagnone. Parte II

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Nanni Cagnone. Per gentile concessione di Dino Ignani. (C) Riproduzione riservata.

 *

È necessario, ti sei detto: qualcosa sta facendo di me un servitore. E hai pungolato il cammello.[1]

Nel regno della geometria, concava è la figura che contiene il prolungamento dei propri lati. Angoli concavi sono attraversati dai prolungamenti dei loro lati. Nessuno dei poligoni regolari è figura concava. Dunque la concavità è proprietà di quanto abbia in sé irregolarità. Al medesimo tempo, concavo è ricettivo, teso ad accogliere, aperto al mondo  fluttuante delle lusinghe del possibile. Vacante, come una bocca che chieda cibo, o braccia disposte a contenere. In attesa di divenire colme, di avvolgere. Concavità e irregolarità, in questo senso, convergono come unica cosa. Non v’è concavità senza vuoto, assenza-presenza, da cui non può prescindere, per affermare la propria condizione di strutturata incompletezza, di trionfante imperfezione, d’incoativa ma mai raggiungibile perfettibilità. Dunque, l’irregolarità è tratto distintivo del movimento – e della vita. Ma quel vuoto, sua parte integrante, anzi costitutiva, che saturato la renderebbe regolare e ne decreterebbe la perfectio, la conduzione a termine di un processo di per sé imperfettibile, non potrà che rimanere tale in eterno. Perché, nell’istante stesso in cui ciò accadesse, annienterebbe l’essenza stessa della concavità. Rendendola completa nella sua sostanza o, quando avesse raggiunto il suo scopo, la perfectio ne designerebbe la morte.

Farsi concavo significa, per Nanni Cagnone – il grande irregolare – farsi attraversare dai prolungamenti di sé stesso e, contemporaneamente, abbracciare il vuoto. E, insieme al vuoto, il mondo. È in quei prolungamenti che lo attraversano la sorgente, fons et origo della sua poesia. L’Uomo della Soglia non può che aver ricevuto in sorte il destino di Wanderer, pellegrino senza mappe, senza mete note o divinate, vocato a esplorare quel suo prolungarsi in un eterno altrove, che lo attraversa e lo proietta oltre ogni Sé. Così Cagnone può trascorrere, in uno stesso testo, dalla prima alla terza persona sfolgorando, come la coscienza sognasse sé stessa, all’interno di un sogno molto più vasto, i cui confini – ancora una volta – fuggono sempre altrove.

Ma, come non vedere che, quest’accogliere il vuoto ( e l’intera epifania del mondo) dentro di sé, non sia anche esclusione di appartenenza? Tutta l’opera di Cagnone, in versi o in prosa, di poeta, drammaturgo, saggista, traduttore, è percorsa dal tùrbine dell’impossibilità – forse della voluttà – di non appartenere. Ed è per questo ch’è grande traduttore. Quel vuoto è anche silenzio, il silenzio dello Johannes de Silentio kierkegaardiano (lo chiameremo Nanni de Silentio?) e la sua filosofia – quella che percorre tutti i suoi scritti in prosa – non è filosofia, perché, come Kierkegaard, egli non è filosofo, ma “poetice et eleganter uno scrittore fuori ruolo… che non si dà al sistema né scrive per il sistema”. E, seppur da vie e destini molto diversi, è fra loro cerniera anche la figura d’Agamémnon. L’etica dell’eroe, che in Kierkegaard ha valore di Dharma, in Cagnone diviene tragica distanza. Sufficiente la centralità di Kassándra, in quella sfolgorante Introduzione della sua versione da Eschilo;

Le parole proferite da Kassándra sono le uniche adatte ai sentimenti del Khorós, anzi le stesse che nei coreuti sono latenti. Sapendo-non sapendo (o volendo non sapere), il Khorós si salvava, ma ora – consultando il luogo, ascoltando quel che dice – Kassándra ne rivela gl’inconfessabili segreti. In sua addolorata frenesía, con temporale subbuglio e incompresi moti improvvisi, li rende spudorati. Estatiche grida, sfrenate insonni figure, notturno sopra il giorno. La consapevolezza si dimostra in tal modo una malattia sacra, senza guarigione, quella che da noi più facilmente separa la speranza.

Kassándra ha, da questa visuale, il terribile, imperdonabile dono di colmare il vuoto, di dar parola al silenzio, e dunque non può e non deve essere creduta. È l’ombra oscura di Agamémnon, la sua “esperienza postuma”, che su di lui si protende e lo proietta e ne è proiezione.

Kassándra è fato tanto quanto Edípo. Non si è scelta il destino profetico. Vittima passiva di Apóllon e sua attiva rivale nell’accogliere attivamente il “violento dono”. Attivo/passivo, luce/oscurità. I nodi serpentiformi su cui nasce e si sviluppa la grecità. E’una lettura rivoluzionaria quella che Cagnone fa della tragedia di Eschilo, spostandone l’asse su un diverso tipo di violenza. E di giustizia.

Concavità, vuoto, asintoticità sono i tre attributi araldici del suo scudo, strettamente connessi, attraverso cui leggere ciò che scrive, poiché è lui stesso che ne conviene, o meglio lo dichiara. Ed è sempre bene ascoltare quello che i poeti – e gli artisti – hanno da dire su sé stessi.

È proprio quella concavità, che fa di Cagnone l’outsider, l’irregolare, che è. Un outsider per natura e per chiara fama. Anche troppo chiara, se l’accademia bada a difendersene con ogni mezzo, fosse pure una rimozione freudiana.

La superficie – oh quanto nel profondo giunge in lui la superficie: << Non c’è alcuna profondità in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie >> – è tersa, di una trasparenza vitrea, quasi l’arte dei vetrai di Altare gli avesse lasciato la propria eredità attraverso la fiamma, ché sotto quella superficie, come Cagnone stesso dice, “si agita il magma”. Del resto, è il fuoco l’elemento trasformatore e purificatore per eccellenza; non quello della brace che cova sotto la cenere, ma quello iniziale, del ciclo cosmico che sempre si rinnova generando infinite metamorfosi. E superficie e abisso sono due antinomie, le due polarità, fra le quali – per nulla inconciliabili, se la loro amicizia è quello smarrimento che percorre i suoi scritti – si dilata l’universo delle possibilità, delle vie. Entrambe gioco d’illusione, ché quel che le contiene è il vuoto, solo accennato da esile limite, non altro che senhal del suo amoroso permanere intangibile.

Nella prospettiva di una poetica del vuoto, il muoversi verso direzioni sconosciute – e soli – è l’unico percorso possibile, anzi, obbligato. Un obbligato – ma intenerito –  esilio. Come distanza necessaria perché possa farsi vicinanza.

Lontano, ho motivo

di stare con voi,

come chi va rasente.

Diversamente, non potrei:

verso alberi

non sono che radura.

 

Anche:

 Per ricongiungerlo col mondo, ci sarebbe voluta un’antibussola che lo volgesse verso l’inesplorato, verso un incerto baluginante qualcosa, distogliendolo dalla stolida realtà—dal suo aspetto scoraggiante, dai suoi miserabili sottintesi. «[…] tutto si perde | lontano dal suo culmine—|tutto arcanamente senza sposa.»

Non è solamente quel che ragione, e soprattutto istinto, gli suggeriscono, è il suo stesso inconscio che lo comunica attraverso i sogni. Sogni di un insonne, che sa quanto la perdita sia più regale dell’appartenenza, quanto quel che si ha alle spalle pesi di più di quanto potremmo essere o saremo, quanto la realtà dei sogni penetri gli eventi della vita senza distinguersene, ma chiosandoli e anzi facendoli più veri, a patto che non li si interpreti come sogni, ma solo li si integri nella trama degli eventi. È questa un’altra conciliazione dell’antinomia tra superficie e abisso.

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(C) Foto Dino Ignani. Riproduzione riservata.

Dunque, da un lato il destino dell’appartenenza, dall’altro l’imperativo del sottrarsene, se non altro riconoscendola. Superficie e abisso. Ancora, Apollon – Kassándra.

Cagnone non piacendogli granché, da ragazzo aveva vagheggiato di prestarsi un nom de guerre. Poi ammise di provenire da suo padre e dal padre di suo padre, e considerò che il nome di parecchi pescatori era Picasso. Ad ogni modo, «Sepolto vivo,|se al nome tuo | appartieni».

L’insonnia come narratrice onirica, doppia matrice di realtà, figlia di quel Tempo del Sogno di cui parlavo nel mio primo post su Cagnone. Appunto, la coscienza che sogna sé stessa, dove piani temporali sono annientati e tutto è abbagliante superficie.

Ogni vero poeta sa che mai nessuna parola, per quanto meditata, purificata e perfetta, sarà in grado di esaurire l’inesauribile; forse solo di sfiorare, per qualche breve istante, il riflesso della luce riflessa dall’abisso in cui l’anima del mistico, come quella del poeta, si perde. Eppure, non abbandona la ricerca. Poiché cos’è alla fine il linguaggio, se non un’intemperante tentativo di fuga dal silenzio insostenibile perché irraggiungibile?

In quelle brevi annotazioni che ho scritto in precedenza – altro non so scrivere che scholia su Nanni Cagnone – mi sono posta, per cercar di capire, come osservatore di fronte soprattutto a Cagnone poeta, ma proprio per quella sua costitutiva concavità, per quella capacità non passiva di accogliere ogni via come percorso del possibile, e come necessità di prolungare sé stesso ramificandosi, non si possono trascurare il narratore e il traduttore, che sono soltanto diverse epifanie della sua asintoticità, di quell’andare rasente, sempre sfiorando.

Non meno di quanto avvenga per la poesia, la sua prosa, quanto la sua attività di traduttore, sono officiate come stesse officiando un rito, o una cerimonia del the. La sua Via del The, come è chiamato il rito in Giappone, ha presente in ogni gesto la profonda consapevolezza di ogni pensiero/azione. L’economia di gesti, il senso estetico, la sacralità della lingua-infuso, l’umiltà nel farsi strumento del rito. La cerimonia è preparazione del the verde in polvere, il matcha. Verde come Natura allo stato nascente. Così è Cagnone prosatore e traduttore; tutto è allo stato nascente. Forse è per questo che si ha l’impressione che l’uso del ritmo, delle cadenze, degli scarti imprevisti, dia alla sua scrittura coloriture jazzistiche. La sapienza nell’accorta improvvisazione di infinite variazioni, che nasce invece dalla conoscenza prodigiosa dello strumento ch’è la sua lingua.  Volubile come poche, eppure rigorosa dominatrice. Così, non sai come, quella misura, quella sorvegliatissima ritualità che prima t’apparivano, improvvisamente ti trascinano in un turbine, perdi l’orientamento, i piani temporali sono mischiati, fusi, quel che prima riluceva chiaro si infosca di oscurità, le vie si confondono. Poco eravamo preparati a lasciarci condurre nel regno di Ananke, la Necessità:

Necessario, con le parole di Aristotele, è << anche ciò a cui si è costretti con la forza […] ché si dice necessario quel ch’è obbligato. […]

Sovente, questa forza e violenza che s’impone come necessaria, costringe ad atti non voluti e pretende gli umani come il tempo li vuole irreversibili, è dovuta a un legame col passato – un vecchio debito che ora si deve pagare.  

 Anche:

Sudditi della Storia, siamo preceduti. Ricordiamo. E poiché ricordare invita in alcun modo ad obbedire, la memoria sarà la causa prima, e cosa ereditaria il nostro passato.

 Quel che ci inquieta, il tùrbine, è la sudditanza al passato, di cui poco siamo consapevoli, che si scontra con la violenta forza di uno stato nascente.  

 Così, nel saggio introduttivo all’Agamémnon di Eschilo. Quell’Eschilo che, in terza Liceo, a Savona, parlandogli nel greco, solenne per la memoria, dei versi dei Sette contro Tebe, lo rende suo debitore, come sarà per Hopkins, cui pagherà il suo debito con l’offerta della sua versione italiana del Naufragio del Deutchland. Il modo in cui si pone nei confronti della traduzione è, ancora una volta, asintotico. Si potrebbe parafrasare, pensando a Cagnone poeta traduttore di poeti: << Non c’è alcuna profondità in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della traduzione. >>

Anche nel Naufragio del Deutchland il Fato sconvolge la δόξα. Con il peso del problema della fede, che grava sull’evento del naufragio e lo raddoppia come tragedia. “O la tùche o gli déi“, scrive Carlo Diano in Edipo figlio della tùche.  La dòxa diviene paràdoxa. Ancora una volta, quel conflitto che Kierkegaard illumina in Timore e tremore, erompe come radice esistenziale ed esperienza tragica. Cosa induce Hopkins a scrivere questo testo che, persino per i suoi più attenti esegeti britannici, mantiene luoghi e sensi oscuri? Ancora una volta, il tema del conflitto tra Essere – Bene e Non-essere – Male. Il sacrificio che è già insito nella creazione. Questo, per Cagnone, è il Libro di Giobbe di Hopkins. 

Comunque sia, questo naufragio viene inteso come lo scenario d’un duello tra le ragioni dell’uomo e quelle di Dio, e la morte delle suore si dispone ad essere un’immolazione. Ci si sforza di salvare la relazione, per quanto penosa possa essere, e sostenere la grave disparità – l’antenato abisso – che separa. Speranza del duello sarà tener in vita entrambi i contendenti, offrendo prove della loro somiglianza, rendendoli in certo modo commensurabili. 

E penso a quel capolavoro assoluto che è Il ponte di San Luis Rey, di Thornton Wilder, dove la tragedia del crollo del ponte, storicamente avvenuta, che da secoli collegava Lima a Cuzco, travolgendo con sé nell’abisso cinque persone che, casualmente, si trovavano ad attraversarlo in quello stesso momento, spinge un frate, Fra’ Ginepro, a cercare risposte, indagando scrupolosamente nelle vite delle vittime, a interrogarsi sulle stesse questioni. Perché proprio loro? Caso o destino? Dio o cieca fatalità? E come conciliare la fede con la morte degli innocenti? Punizione o amore divino? Il prete non ha risposte da dare, se non sfiorando l’eresia. Questioni cui il concetto induista e buddhista di Karma offre risposte assai più efficaci. E, in fondo, più razionali, se mi si può passare il termine.

Nel saggio che introduce la versione che Cagnone rende di Hopkins, si leggono queste parole:

Ogni traduzione sarà per sempre un testo incoativo (sfiorare e non prendere, raccogliere le forze e non colpire), nella persuasione innocente che all’impossibilità – per il traduttore – di scomparire si aggiunga l’utilità di non farlo, esponendo invece la propria estraneità. Traduzione non sarà il testo italiano, bensì la riluttante proporzione tra le lingue affrontate.  È da tale attrito, da tale incertezza bilingue, che si può imparare l’originale – impararlo ricordando la traduzione. Comprendere è già tradurre, come lo è volgere una musica in danza, ma ci si deve guardare dal comporre – traducendo – un commento interno, a confronto dell’interpretazione.

Ma chi traduce è il poeta Cagnone, che nel tradurre è anche sempre raffinatissimo filologo e incredibilmente profondo conoscitore di pensiero e letterature, senza mai scordare (e come potrebbe tradire la propria natura?) d’essere questo poeta qui che traduce un poeta. Perciò, la scelta di questi autori non è casuale. In Eschilo, come in Hopkins, riverbera quella immagine del reale che Hopkins chiama dappled, screziata, chiazzata di luci e ombre, marezzata. Un’immagine che percorre e raccorda come fil rouge tutta l’opera di Cagnone, anzi la genera. Un grande traduttore sa quanto sia essenziale scegliersi autori che gli somiglino e che lo riverberano e gli dan modo di conoscere sé stesso più a fondo, perché sono loro – a dire il vero – a tradurlo.

Cagnone traduttore non è diverso dal poeta, dal narratore, dal saggista, dall’uomo. È in lui una coerenza ch’è propria dei grandi outsiders. Così, dappled è il suo universo.

Francesca Diano

*

Qui la prima parte

https://emiliashop.wordpress.com/2017/01/01/luomo-della-soglia-sparsi-scholia-in-margine-a-nanni-cagnone-i-parte/

(C) 2017 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Enter Balthazār, in Cammina mare, 2017, La Finestra Editrice.

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. giorgio linguaglossa
    Apr 10, 2017 @ 18:25:36

    Eccellente commento

    Liked by 1 persona

    Rispondi

  2. Francesca
    Apr 10, 2017 @ 18:31:46

    Grazie Giorgio

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    Rispondi

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