I Libri Scrigno di Gilberto Rolla – di Francesca Diano

 

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Un libro, come ogni essere vivente ed ogni oggetto, ha un arco finito d’esistenza, assai spesso più lungo di quello di una vita umana, talvolta più breve. Può disfarsi se gettato in una cantina umida, andar bruciato in un rogo o un incendio, può perdersi sepolto dal fango, può essere divorato dagli insetti, può finire al macero. Se la sua sorte è infelice e non sarà amorevolmente conservato per secoli nelle biblioteche pubbliche o private, o nei musei, perché il suo valore materiale o quello del suo contenuto ne segnano benevolmente il destino, potrà giacere dimenticato insieme a dei suoi simili e, una volta bollato col marchio infamante di “libro vecchio” (non vecchio libro, che contiene invece in sé un’amorevolezza semantica), potrà essere gettato in una discarica, amara come una fossa comune.

Ci sono libri aristocratici e libri poveri. Spesso il loro destino è molto diverso.

Forse, i libri la cui sorte è tale, guarderanno le nubi passare nel cielo sopra di loro, come le due marionette Totò e Ninetto Davoli nell’episodio Che cosa sono le nuvole? girato da Pasolini per il film Capriccio all’italiana, nuvole che sempre trascorrono, sempre cambiano forma e non si estinguono mai.

Che cosa sono i libri? Gilberto Rolla forse è convinto che siano come le nuvole, se possono cambiare forma nelle sue mani di demiurgo librario. La sua formazione di architetto, unita a una non comune capacità di geniale inventore (e invenire significa trovare scoprendo) di soluzioni innovatrici coperte da brevetti in molti campi, gli danno l’abilità di vedere quel che molti non vedrebbero.

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I libri li ama a tal punto da aver fondato il Centro Europeo del Libro di Pontremoli, che tuttavia oggi non esiste più, sacrificato sull’altare del dio Mammona.

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Di fronte a cumuli di libri vecchi, destinati alla distruzione, che trovava nel corso dei suoi lavori di architetto e restauratore di antiche case e ville, qualcosa dentro gli si ribellò e iniziò a salvarli, a conservarli ed accantonarli nel suo studio.

Fu nel 1981 che gli venne l’idea di riporre dentro uno di quei volumi un suo disegno a china ancora umido. Così ricavò una nicchia all’interno del libro incidendone le pagine. Ora il libro aveva cambiato funzione, era divenuto un riparo in cui riporre un oggetto prezioso e caro. Ma non era sufficiente, perché l’arte di quei disegni – sue opere di piccolo formato raccolte fin dagli anni ’70 – richiedeva una veste adatta. Così, come naturale conseguenza, cominciò il lavoro sulle copertine e sull’intero corpo di quei libri, in modo da renderlo solido e prezioso.

Quando i libri erano oggetti molto costosi e rari, codici miniati che richiedevano mesi e anni per essere creati uno ad uno negli scriptoria usando pelli d’agnello lungamente lavorate per le pagine e pigmenti ottenuti macinando pietre dure e minerali e applicazioni di foglia d’oro, lustrata a dovere col brunitoio, per le illustrazioni miniate, anche la loro veste esterna era altrettanto preziosa. Di cuoio impresso in oro, con rilievi a sbalzo, cerniere e fibbie d’argento, oppure di legni pregiati, riccamente decorati, o ancora d’argento cesellato e sbalzato, con smalti, pietre preziose e semipreziose. Queste pregiatissime opere d’arte erano supporto e veicolo della Parola di Dio, oppure, qualche secolo più tardi, erano Libri d’Ore, come quello prodigioso del Duca di Berry, il capolavoro dei fratelli de Limbourg, o Erbari o Bestiari, quando la Natura e la vita quotidiana s’affacciarono a filtrare oltre le parole del Sacro. Il contenuto sacrale e di un sapere alto, richiedeva che la veste, il veicolo, fossero altrettanto nobili, perché l’atteggiamento che s’ha a tenere nei confronti della conoscenza è quello della devozione, della deferenza e del grato rispetto.

È il motivo per cui Machiavelli scriveva, in una famosa lettera a Francesco Vettori:

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.”

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Ai suoi Libri Scrigno, Gilberto Rolla ha dato “panni reali e curiali”, spogliandoli della vecchia e obsoleta “veste cotidiana” che fu, e che però, come fantasima, aleggia invisibile e grata della trasformazione e della rinascita, e li riveste di abiti sontuosi e solidi. Un lungo lavoro amorevole rende ogni Libro Scrigno un guardiano del nuovo contenuto: disegni, chine, bozzetti raccolti negli anni. Del resto, la scelta di definirli “Scrigno”, indica chiaramente quale funzione Rolla attribuisca loro. In uno scrigno si conservano tesori, reliquie, documenti importanti e preziosi.

La veste è in genere o un lustro nero-catrame o foglia d’oro dai morbidi riflessi e lucori, con interventi d’immagini e a rilievo in prima e in quarta di copertina e sul dorso, quasi cortecce preziosissime e robuste, dalla consistenza fortemente materica, che ricorda lo scafo di una nave, soprattutto in quelli neri, quasi calafatati. Le antiche pagine sono come solidificate e rese un tutt’uno da colle e leganti e divengono parte integrante dello Scrigno.

Nulla li lega al libro originario che fa da supporto, se non lo “scheletro” del libro, il cui antico contenuto era forse modesto o di non grandissimo interesse, ma pur sempre aveva il merito di aver aggiunto qualcosa alla conoscenza del mondo.

Dunque sì, il vecchio volume è un supporto, ma non un supporto qualunque, perché ha avuto una storia, qualcuno lo scrisse, qualcuno lo stampò, qualcuno lo vendette e qualcuno lo lesse e lo conservò, e tutti costoro vi hanno certo lasciato tracce d’anima. Ché è quella a richiamare nuova vita fra le mani dell’artista.    Così si compie la metamorfosi, suggellata dal nuovo nome. Ogni Libro Scrigno ha un suo nome (definirlo titolo sarebbe fuorviante per lo spirito con cui Rolla crea la sua opera), nome che evoca il disegno che vi è custodito e il suo significato, ma non solo immagine vi è all’interno, ma piccole scritte a mano, nella sua elegante calligrafia, pensieri e minuscoli poème en prose. Dunque nulla si nega dell’esistenza concettuale del libro, non la sua veste, non il pensiero tramandato dalla scrittura, non l’immagine.

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Opere come queste hanno in sé una doppia anima, quella di una creazione artistica originale, nata da un’idea nuova, fine a sé stessa e quella di una tradizione d’arte applicata (quella che si definisce anche artigianato artistico) della più nobile qualità. La loro fusione produce piccole (di dimensioni) opere d’arte di grande originalità. Un tempo si operava una decisa distinzione fra le belle arti e il loro cugino ‘povero’, l’artigianato, nonostante arte e artigianato abbiano il medesimo significato: un fare con le mani. Certo, l’artista come oggi lo intendiamo ( raccogliendo l’eredità della sua concezione rinascimentale), è sempre innovatore, scopritore, inventore ed esploratore. L’artigiano invece ripete, sia pur con immensa sapienza, forme e tecniche già esistenti, talvolta con piccole innovazioni personali.

Ma, dalla seconda metà del XIX secolo qualcosa cambia. E cambia con la Rivoluzione Industriale e il diverso atteggiamento  nei confronti della produzione. Un punto di svolta, in questo senso, si ebbe con la prima Esposizione Universale di Londra del 1851, quando fu evidente la necessità di coniugare produzione industriale e gradevolezza estetica. Teorici dell’arte e artisti si rendono conto che anche nel campo delle arti decorative e dell’artigianato artistico la qualità può non essere inferiore a quella di un’opera d’arte, pur sempre santificata da un valore intellettuale unico e priva di quello che Alois Riegl, il fondatore della moderna Critica d’Arte, definisce “scopo pratico” . Nella sua fondamentale opera Stilfragen (Problemi di Stile. Fondamenti di una storia dell’arte ornamentale, pubblicato in Italia nel 1963 a cura di Arturo Carlo Quintavalle), lo stesso Riegl aveva posto le basi di quella che definirà la “storia dell’arte senza nomi”. Del resto, già artisti come Cellini, artista immenso ma anche orafo d’eccezionale valore, avevano annullato il confine rigoroso fra arti belle e arti decorative. La distinzione sta tutta qui, l’esistenza o meno di un fine pratico. Eppure, la nascita di movimenti come Arts and Crafts e il Liberty in Inghilterra e le Deutsche Werkstätte in Germania, cui seguì nel nuovo secolo il Bauhaus, indicano come gli artisti abbiano cercato e trovato nuove vie d’espressione, sperimentando con materiali, tecniche, spaziando in campi un tempo preclusi.

Attraverso la sua arte, Rolla trasforma libri poveri in libri aristocratici e ne cambia il destino, li salva dall’annientamento. Li consegna alla Storia.

Perché sì, in questi Libri si declina una storia d’amore col Tempo e dunque con la Storia. Da un tempo lontano sono approdati, alle primissime origini del libro si richiamano, transitano nel suo studio-scriptorium per un nuovo, lungo viaggio nel futuro, dopo essere stati rinfrancati e rigenerati da cure amorevoli. In loro è il Tempo che parla.

Seguendo questo suo costante dialogo col Tempo, di recente Rolla ha iniziato ad inserire all’interno di quella che potremmo definire la “rilegatura” dei suoi Scrigni, vale a dire nei recessi più profondi e irraggiungibili della loro struttura, un’ulteriore minuscola nicchia – insomma, un cuore dotato di cavità – in cui colloca piccole miniature e disegni. Né queste cavità né i disegni in esse contenuti sono accessibili, a meno di non voler distruggere l’opera. Rimangono dunque un segreto, un messaggio affidato a una sorta di capsula del tempo che mai potranno essere conosciuti. Qual’è allora il loro scopo? A detta di Rolla è un ponte verso il futuro, un messaggio a future generazioni. E se lo dice lui è certo vero. Sì, è anche questo, ma io vedo qualcosa d’altro. E’ un bisbiglio quasi inaudibile, un affidare una parte segreta dell’artista che vi traspone sé stesso ma non vuole esporla ad occhi estranei, tanto da custodirla come celata dall’iconostasi costituita dalle immagini di ciò che è visibile. Dunque si crea un gioco di scatole cinesi al cui interno è il cuore dell’artista, che dunque dialoga con l’esterno a due livelli, uno visibile e uno invisibile, uno parlante e uno silenzioso.

Noi abbiamo percezione del tempo non tanto per il trascorrere delle stagioni e delle tracce che gli anni imprimono su di noi, quanto per l’insieme dei ricordi e della loro successione dentro di noi, della loro collocazione in uno spazio interno che raramente è lineare. Ognuna di queste opere è figlia del Ricordo, della Memoria. Non solo quella personale di Rolla stesso, ma di una millenaria storia di esseri e di cose e di pensiero e di parola che da ognuna di esse bisbiglia.

 

(C)by Francesca Diano 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

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