Annarosa Maria Tonin – Le visitatrici

Le visitatrici

 

In Ricordi, sogni, riflessioni, Jung scrive: “La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da un qualche dettaglio che ci capita di ricordare e a quel punto essa era già molto complessa.  Noi non sappiamo dove tende la vita; perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento dall’esito incerto.”

Ci pensavo leggendo i racconti di questo ultimo libro di Annarosa Maria Tonin, edito da Edizioni La Gru, a brevissimo in libreria. Annarosa è una scrittrice che mi piace molto, per numerosi motivi. Prima di tutto scrive bene, ma bene davvero. Del mestiere di scrivere conosce sfumature, trabocchetti e intelligenze. Mi piace per il peso che il passato ha nelle sue storie, il peso specifico intendo. Tutto riconduce sempre, affondando, verso quell’altrove temporale. Poi mi piace come persona. Diretta, senza fronzoli, ma di mente acuta e raffinata, colta, attiva e allo stesso tempo amante della solitudine, senza la quale – si capisce leggendo quello che scrive – non potrebbe far maturare la sua prosa limpida e mai scontata, di gradevolissima lettura.  Eppure ti accorgi poi, che quello che scrive e che hai creduto così immediato, ti costringe a riflettere moltissimo. Non solo su quello che ha scritto, sui suoi personaggi, ma su te stesso.

E’ fine la sua scrittura, lieve va a scandagliare gotiche ombre incistate nel reale, dove non le penseresti. Così ho trovato nei suoi libri

Il brano di Jung mi è tornato alla mente leggendo Le visitatrici, perché qui è della sua storia che si tratta. Di una memoria che ha necessità di ritrovare sé stessa, di ricostruire attraverso lettere, fotografie, pellegrinaggi lungo strade e di fronte a case, in proiezioni di personaggi reali o immaginari o frutto di collage psicologici, parti di sé, evocando quelli che sono, in un certo senso, i suoi Lari.

In realtà si tratta di cartografia. Una cartografia fisica che mappa terre incognite, ereditate dall’inconscio. Si dice che nelle famiglie la vera eredità che viene passata di generazione in generazione sia quella psichica: traumi, segreti, perdite, sofferenze di antenati che, se non rivelati alla coscienza ed elaborati, riemergono puntuali lungo la discendenza e si ripresentano. Tutto si rimescola in una sorta di inconscio collettivo familiare e chiede di avere voce. Così, quella che noi crediamo semplicemente la nostra vita, o al massimo quelle dei membri che conosciamo, è in realtà un affare già molto complesso alla nostra nascita, la cui storia affonda le radici in un passato assai lontano. E quel che lo rivela, sono appunto minimi dettagli che ogni tanto emergono alla memoria, o che si ritrovano in storie, lettere, foto di persone che non abbiamo conosciuto ma che sono in noi. Non esistono interruzioni. In psicologia sistemica si chiama “costellazione familiare sistemica”.

Questa rete di zii, zie, padri, madri, figli morti in guerra, cugini, conoscenti, personaggi, forma un fitto tessuto in cui però vi sono degli strappi dagli orli slabbrati. In quegli strappi si trova l’identità. Che va cercata in indizi e suggerimenti e rimandi distribuiti con accorta parsimonia lungo tutte le pagine, dove anche le sequenze temporali vengono costantemente scombinate e riassemblate.

I racconti sono organizzati a costruire un mosaico dalle tessere apparentemente non ancora del tutto composte in un disegno finito, che Annarosa Tonin definisce un “ritratto cubista” di sé stessa – anche quando la storia esonda abbondantemente dall’autobiografia del cuore – cosa che in effetti si percepisce da queste tessere-frammento, che infine è il lettore stesso a porre definitivamente in opera. Il racconto Quadri di una liberazione è, da questo punto di vista, paradigmatico. Così come, in Cambiamenti di stato, dove, la non definibile materia (insieme alla sua collocazione in una spazio-temporalità interna) che la protagonista sente di essere, proprio per l’inafferrabilità della sua sostanza, opera uno scarto nella narrazione, quasi quantico, d’essere e non essere in luoghi e stati diversi contemporaneamente:

 “Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Vado a celebrare me stessa. Fuori dal cassetto.
L’uomo che amo oggi compie gli anni, ma non posso stare con lui, non mi è permesso. Forse non è più amore. Forse, non lo è mai stato. Che festeggi il suo compleanno con gli altri abitanti del cassetto. Quanto mangeranno neanche da dire, colate di grasso sulla griglia, abbondantemente annaffiate, e urla e battiti di mani.
Fuori dal cassetto la materia non definibile non parteciperà alla festa. E non è detto che sia un male, anche se a lei fa male. Io sto sia dentro che fuori, dentro questa città e fuori, dentro il cassetto e fuori. Oggi è sabato e vado verso un posto mai visto prima. Non posso dire se è dentro o fuori, perché ancora non lo conosco.
Ci vado perché sono sicura che non mi chiederà da che parte sto.”

Allora, quell’ “esperimento dall’esito incerto” di Jung, quel suo iniziare da un qualunque punto o dettaglio, trova in questa immagine cubista, o continuamente assemblantesi come in un caleidoscopio, che è l’insieme di questi racconti, il suo specchio.

Francesca Diano

 

(C)2018 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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