Vera del lago

 

VERA 2

Vera Mariano, nata Elvira Luise, che è stata presenza importante nella mia vita.

 

La prima volta fu quando venimmo a Sirmione, io bambina, e una sera arrivaste, tu ed  Emilio, a trovarci. Eri una bella signora dai capelli biondorossi, con un gran pancione e un abito chiaro, elegante. Ti guardai molto incuriosita, perché eri una delle prime donne incinte che vedevo. Non parlavi molto, ma era tale la luce, la felicità leggera e la tenerezza che ti aleggiavano intorno come un pulviscolo dorato, che quella prima immagine di te si è coagulata in un cammeo. Delicato come i tuoi lineamenti.

Poi, qualche anno dopo, tu e Alessandra, la figlia così desiderata e amata immensamente tutta la vita, veniste al mare con noi. Alessandra aveva i capelli rossi e un carattere deciso. Le avevi comprato un bavaglino, che le mettevi a tavola, sperando di aggirare il suo appetito capriccioso, con la scritta: Borriquito como tu que no sabes ni la U.  Furono le mie prime parole di spagnolo. In spiaggia fuggiva a destra e a manca, facendoti morire per l’ansia. Lei, si capiva, riempiva la tua vita e il tuo cuore con una dedizione d’amore di madre che zampillava dalla stessa fonte del  tuo  amore per persone, animali e piante, soprattutto se bisognose delle tue cure.

Vivevi in una casa sul Lago di Garda. Quella villa comoda e misteriosa, con i meandri dello studio di Emilio, travestita da chalet svizzero, col più strano marchingegno di legno che finestra panoramica possa mai avere, invenzione dell’antico proprietario e costruttore. Quella casa che per tanto tempo mi avresti aperto come piccola patria a cui tornare, per sanare le mie personali ferite insieme alle tue, nei lunghi pomeriggi di conversazione. E nei bagni al lago, nelle preparazioni gastronomiche che mi insegnavi a fare, nelle passeggiate ad ammirare vetrine e a guardare le acque azzurre, nel contemplare la luna che saliva in cielo, o le stelle cadenti sopra i cipressi e gli ulivi, i bambù e la limonaia in disuso.

Lungo il pendio che porta al lago, di cui si scorge solo un quadrato tra l’argento caldo degli ulivi e il velluto fresco delle ortensie vigorose, si inerpicavano serpeggiando i viticci delle zucchine. Grosse forme oblunghe di un verde cupo si coronavano di corolle giallo sole. La cattedrale dei cipressi svettava al cielo con i suoi pilastri viventi e separava vetrate azzurre di etere, ma meno azzurre del lago, acceso dal sole. Dovunque, in quelle estati con te, respirava la luce.

Scendevamo insieme i gradini invasi dall’erba, che portano al prato in declivio. Centinaia di piante di specie diverse convivevano tutte insieme, formando quell’unico prato e si fondevano, nella visione da lontano, in un unico verde variegato. E, nel raccogliere le zucchine, le more per la colazione, nel camminare sul tuo prato a piedi nudi, sentendo sotto i piedi l’elasticità della terra che ti accoglie, mi facesti capire come tutto è Uno, come siamo parte tutti di un’unica cosa che pulsa e respira insieme a noi.

Eri così bella ed elegante, di un’eleganza raffinata da generazioni di artisti della tua famiglia, classica ma mai demodé e dal tuo gusto sapiente per il bello. Lo stesso gusto – anche se meno flamboyant – del tuo prozio Gabriele D’Annunzio. Ogni giorno il tuo lavoro prezioso negli archivi del Vittoriale ti metteva a contatto con i milioni di oggetti meravigliosi e ne conoscevi ogni segreto ed ogni storia. E mi raccontavi e mi mostravi e come non dimenticare quando mi permettevi di esplorare gli appartamenti segreti, chiusi al pubblico, esplorazioni che soddisfacevano il mio amore per il mistero e la scoperta. Ti piacevano le sete, i velluti, i disegni raffinati, l’armonia dei colori, la cucina russa, evocatrice della tua famiglia materna e ogni tanto mi facevi i blinis, che mangiavamo sulla terrazza aperta sul prato in declivio e sulla distesa delle ortensie dai colori orientali.

Il tuo grande amore, Emilio, che per tanti anni era stato Sovrintendente al Vittoriale ed è stato fra i maggiori studiosi del tuo prozio, non era spesso a casa. E’ stato un amore, come raramente ho visto, da parte tua, doloroso e eroico, ma forte come pochi. Potevi apparire una donna fragile e chi non ti conosceva, e invece eri d’acciaio. Vera cara. Amica mia che mi dicevi: “Non ti dimenticare di me”. E come potrei dimenticarti? Con tutto quello che abbiamo vissuto insieme, con i segreti che ci siamo raccontate, con gli abbracci che ci siamo date, con le lacrime (le tue invisibili) che abbiamo pianto insieme.

VERA 1

Vera ed Emilio Mariano

E tua madre. Un monumento vivente alla Storia. Tua madre, allora quasi novantenne, che suonava tutti i giorni il pianoforte senza spartito, “per non perdere l’esercizio e mantenere la memoria”. Con la mente aperta di una ventenne all’avanguardia. Con le sue calze di pizzo bianco, il collarino di velluto nero, la cipria e il rossetto, gli anelli di design, la rigorosa attenzione a una dieta sana e le storie su D’Annunzio e la Russia pre-rivoluzione. I suoi racconti di quando, giovane sposa, andava a trovare con tuo padre D’Annunzio al Vittoriale. Di come si sentisse intimidita, schiacciata davanti a quel monumento vivente. Anche se in realtà era poi molto alla mano nella vita personale. Un giorno, a tavola, mi parlò del nonno russo, anche lui longevissimo, che le raccontava del suo bisnonno e, in questo risalire generazioni di gente longeva, passando attraverso musicisti, impresari di balletti russi e artisti, si arrivava fino alla fondazione del Teatro Mariinskij, che uno dei tuoi avi aveva contribuito a fondare e addirittura a Caterina la Grande. Credo che non dimenticherò mai quella sensazione di essere trascinata indietro da una miracolosa macchina del tempo e della memoria, per trovarmi a respirare insieme a queste persone che attraverso di  lei, come un canale vivo, diventavano esse stesse presente. Perché lei era fatta di loro e tu anche.

E come amavi il balletto russo, e come te ne intendevi. Guardavamo in TV i balletti classici ogni volta  che li trasmettevano e andammo insieme a vedere Baryšnikov. Fosti tu a insegnarmene le finezze, a farmeli  apprezzare.

Elvira è un nome bellissimo, ma tu eri – sei – Vera, vera di cuore e di mente, un’anima amante, limpida, grande nella tua complessa, complessissima semplicità. Non un’anima né un cuore semplici, ma trasparenti, come quello sguardo che avevi – appena velato dalla nebbia leggera della pena – nel parlare di Emilio.

 

Francesca Diano

 

©2018 by FRANCESCA DIANO  RIPRODUZIONE RISERVATA

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