Circolarità

Immagine correlata

 

Non credere mai che il destino sia qualcosa di più di una condensazione dell’infanzia.

Reiner Maria Rilke

 

E, mentre trascriveva quel testo di quasi novant’anni prima, lo vedeva com’era allora: il giovane biondo, i capelli ben ravviati all’indietro pur senza riuscire a disciplinare piccole ondulazioni, come tentasse di tenere a freno la voglia di libertà, di esplorazione, di fuga. La fronte alta, il naso diritto, sulla bocca appena curva nell’accenno di un sorriso, gli occhi un lago di una ironia malinconica. Lo vedeva curvo sui libri, dimentico d’ogni cosa, inebriato dallo studio del poeta che avrebbe sempre amato, fino alle soglie della morte, e in cui – ne era certa – si era identificato. Come si fosse guardato in uno specchio e avesse visto l’antica immagine sovrapporsi alla propria. Non l’avrebbe potuto capire così profondamente senza quella saldatura.

Certo non avrebbe mai immaginato, allora che aveva vent’anni, che quasi un secolo dopo lei avrebbe trascritto, con strumenti che al suo tempo nessuno avrebbe mai nemmeno potuto sognare, quelle pagine battute a macchina con la sfumatura violetta della carta carbone, e nelle quali aveva trasformato in studio e analisi di quel poeta i suoi propri dolori, i suoi propri affetti e timori e ardori, le sue proprie speranze e la sete di vita, cercando di oggettivarle attraverso la storia di un’anima non dissimile dalla sua. Lei, che il ragazzo di vent’anni ancora non sapeva sarebbe esistita un giorno e che così tanto gli somigliava. Com’è creativa la vita, quando decide di ripercorrere sé stessa pur in forme nuove. Come sa rendere indietro, anche se con mezzi inattesi, quel che apparentemente ha tolto.

Lei non aveva dimenticato quella volta a Roma, vicino a Torre Argentina, come lui le avesse detto, quasi sottovoce: “Da ragazzo abitavo qui”, indicandole un vecchio edificio dall’aria tetra. Di come, nei suoi occhi, avesse letto la solitudine di quel ragazzo ch’era stato, la povertà, la nostalgia della sua terra, lo strappo dagli affetti che lo tenevano saldo, ancorato. Tutto era rimasto ancora mai risolto, in un angolo segreto dell’uomo adulto, che affascinava gli uditori con la sua parola e la sua sapienza. In quell’angolo dove si rannicchiava il figlio senza padre, l’orfano, l’abbandonato. La ferita che nelle lettere violette battute a macchina aveva riconosciuto e pianto nel poeta che amava, non era mai guarita in nessuno dei due. In quel primo studio aveva descritto, in buona parte inconsapevolmente, il proprio futuro. La storia di quell’anima di poeta gli raccontava, gli indicava, la sua. Lo metteva in guardia dalla sua. E a volte, contro questo mostrargli del poeta una nascosta verità, si ribellava, e pareva volesse negarla. Perché era sempre verso la luce – fin dall’inizio della sua vita – che il suo sguardo era diretto. Lei sapeva che, molti anni dopo, avrebbe iniziato a vedere l’Ombra che il poeta gli indicava. E perciò quel poeta gli avrebbe tenuto la mano fin sull’ultima soglia.

E ora, ad ognuna di quelle parole che trascriveva, lei tornava indietro a quei primi anni che lo avevano formato, che le erano sconosciuti ma che stava ritrovando in ogni lettera, in ogni frase. Mai lo aveva sentito tanto vicino, quasi fisicamente, poiché quelle pagine che lei toccava le aveva toccate anche lui, vi aveva aggiunto correzioni a penna o a matita. Poteva sfiorare l’inchiostro e seguire le lievi curve e le più numerose impennate di quella scrittura. Poteva immaginare la vista dalla finestra al quinto piano, di un’estate e un autunno romani, su cui lui aveva sollevato gli occhi di tanto in tanto per riposarli. poteva immaginare il ticchettio dei tasti sulla macchina da scrivere, il trillo del rullo quando andava a capo. Gli occhi che, come quelli di lei ora, ripercorrevano il testo e si soffermavano per aggiungere una parola, una virgola, o cancellare con un tratto di matita un errore o una frase ridondante. Poteva immaginarlo desiderare di visitare la casa del poeta, i paesaggi che ancora non conosceva, ma poi avrebbe visitato tante volte, e che però già vedeva con gli occhi della mente.

Quelle parole pensate quasi novant’anni prima e che erano state preludio a una carriera di studioso e di accademico noto in tutto il mondo, ma che mai erano state lette se non da chi allora doveva giudicarle, tornavano a respirare, a vivere e a parlare. E, via via che andava trascrivendo,  lei capiva che farsi mezzo perché questo avvenisse, non era un capriccio del caso, ma un disegno voluto, un atto dovuto di consapevolezza, anche se tardiva. La sua e quella di lui. Ma tardiva solo per il tempo illusorio in cui tutti viviamo. Nella dimensione ciclica in cui tutto ritorna, sotto forme diverse e inattese, era quello il tempo assegnato, in cui ogni cosa doveva compiersi secondo la perfetta armonia degli eventi.

 

©by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: