Francesca Diano. Note di traduzione

Queste note nascono dalla mia esperienza ormai quasi quarantennale di traduttrice letteraria, in particolare per quel che riguarda la traduzione della poesia e accompagnano l’Antologia delle opere del grande poeta irlandese James Harpur che spero di dare presto alle stampe. Dal mio lavoro su molti poeti di area anglofona, ma soprattutto su quello della sua poesia, che dura ormai da quindici anni, ho imparato moltissimo e forse ho anche capito qualcosa di più sull’essenza più profonda della poesia.

Voynich Manuscript | Manuscriptum
Pagine del misterioso Manoscritto Voynich, la cui scrittura non è stata mai deifrata.

Per me, tradurre è – come nel quesito posto dal kōan zen – cercar di trovare il suono d’una sola mano. Un paradosso, forse un’impossibilità, se sono due i poli che interagiscono – il testo e il suo specchiarsi in un’altra lingua – due mani che, unendosi, generano una terza entità, prima fluttuante solo nel regno del possibile, cui non si può accedere aggrappandosi a forzate teorie accademiche sulla traduzione, ma solo con l’umile pratica. Quella terza entità è il suono del silenzio che si crea in quel rispecchiamento. Eppure, è qualcosa che mi viene naturale. Forse perché ho imparato osservando un Maestro, e ho respirato l’arte del tradurre fin da bambina.

Il suono d’una sola mano è un silenzio colmo; così è il silenzio del testo originale a colmare di sé la sua traduzione. Tradurre poesia è impresa quasi disperata. Quasi. Se la poesia è la ricerca, che mai può giungere a mèta, d’una parola che tutto contenga, manifesti ed esaurisca, insomma dell’inesprimibile; se il suo orizzonte è sempre al di là d’un altro orizzonte, legata indissolubilmente al ‘sentimento’, oltre che alla struttura, della lingua in cui viene generata e prende forma, e all’intrecciarsi inestricabile d’esperienza conoscenza vissuto inconscio visioni fantasmi suoni interni del poeta, come si potrà trovare forma altrettanto fedele, o anche solo evocatrice di quello, in ogni senso, straniero dire? Travasare un inesprimibile in un altro inesprimibile? Eppure, ci si avventura a farlo. Per amore, passione, fiducioso e sconsiderato entusiasmo. Ma soprattutto, almeno per me, per condividere la felicità di qualcosa che mi ha resa maggiormente me stessa, che ha aperto mente, cuore e spazi prima ignoti.

Tradurre non può che essere un atto d’amore. Con una chiosa necessaria: tradurre, per me, è conoscere. Del resto, anche l’amore lo è. Non è forse l’amore il più grande traduttore dell’altro, e di noi stessi?

Un’artigiana della traduzione quale io sono, impara che è questo il mezzo più diretto ed efficace per penetrare all’interno dei meccanismi della creazione, osservarli, percepirli nel loro divenire. Sotto la superficie dell’opera compiuta, com’essa appare all’esterno, pulsa un tessuto segreto, che la costituisce e la sostiene. È il regno cui si ha accesso traducendo. Questo sguardo furtivo, arricchito di conoscenza, privilegio d’ogni traduttore, va fatto scivolare fino a raggiungere la propria interità, perché la permei e la metta al servizio dell’autore che si è scelto. Si dev’essere generosi di sé. Parlo di scelta, perché è bene, soprattutto nel tradurre testi poetici, accostarsi a poeti che si amano, che si conoscono, che si sono seguiti a lungo, o dei quali ci si è improvvisamente innamorati. Così, forse si potrà sperare d’avvicinarsi alla loro voce e di dar loro, nella nostra lingua, un suono che non strida, non entri in conflitto o, peggio ancora, non li tradisca del tutto. Come talvolta purtroppo avviene.

Si deve lasciare rispettosamente uno spazio tra l’originale e l’opera che un traduttore di poesia compie. Uno spazio veritiero. L’autentica traduzione è quello spazio stesso; il suono d’una sola mano. Tuttavia, è indispensabile un accurato lavoro filologico ed ermeneutico, senza il quale ogni traduzione d’un grande testo sarà fallimentare. Però, una volta compiuto questo lavoro, lo si dovrà dimenticare e lasciare che il testo si impadronisca di te e ti modifichi. Come se, nel momento in cui ci si avvicina ad esso, si vivesse una metamorfosi e si dimenticasse d’essere ciò che si è per lasciarsi catturare, per diventare il testo stesso, il poeta stesso. Eppure, anche questo può accadere solo in parte, perché il testo e il suo autore incontrano l’universo del traduttore, che non può che far da filtro, da setaccio, oltre che da crogiuolo. Ed ecco perché due traduzioni d’uno stesso testo – intendo due buone e dignitose traduzioni – non potranno mai essere uguali. Un po’ come, nel generare dei figli, due patrimoni genetici si uniscono creando combinazioni sempre diverse.

E mai come per un poeta quale è Harpur, tutto questo è vero. La sua vastissima cultura, i numerosissimi riferimenti, talvolta solo suggeriti, il sottofondo filosofico, rendono necessario un complesso lavoro filologico anche se, fortunatamente, il poeta è sempre generosamente pronto a fugare ogni dubbio possa sorgere. Ma poi, il resto, quello che deve dare al poeta voce il più autentica possibile nella tua lingua, tocca al traduttore e non al filologo.

In quest’antologia, ho cercato di rendere la grande varietà dei temi e degli stili di Harpur, che nondimeno presentano una straordinaria coerenza e una continuità in costante evoluzione.

Ho ritenuto importante aggiungere integralmente anche due testi teorici: l’uno, una conferenza tenuta da Harpur su quello che egli definisce Il viaggio del poeta, l’altro, Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico, Lectio Magistralis tenuta a Padova nel maggio 2017. A questi ho aggiunto l’intervista da lui rilasciata per la Poetry Ireland Review, al suo grande amico e notissimo poeta John F. Deane, da cui ho tratto, in questa Introduzione, alcune citazioni. Ho infatti ritenuto che non fossero solo importanti per comprendere la sua poetica, ma anche perché testimoniano la sua profonda consapevolezza come artista, la cui arte è intensamente meditata quale espressione coerente di una visione del mondo. Sono dunque preziosi strumenti di una più profonda comprensione della sua personalità e del suo percorso poetico. Ho infatti sempre pensato che nessuno, meglio di un poeta o di un artista, possa parlare con maggior competenza e conoscenza delle proprie opere, e dunque è giusto ascoltare sopra ogni altra cosa la loro voce.

Tradurre l’opera di Harpur non è cosa semplice: anzitutto perché il suo linguaggio, benché limpidissimo e mai scontato, è intessuto di riferimenti, di stratificazioni storico-culturali, di echi delle tante tradizioni culturali e letterarie che in lui si fondono e, ancora, per la musicalità ed estrema preziosità della parola e per l’arte con cui egli costruisce i testi: allitterazioni, assonanze, rime infrequenti (e perciò particolarmente significative), il ricorso alla metrica greca e latina o a quella della tradizione bardica.

Con umiltà ho cercato di udire in tutto questo il suono d’una sola mano, la sua.

Francesca Diano

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I dormenti di Carlo Diano

Questo testo, che alla luce dell’oggi, ha quasi una valenza profetica e che, come ha osservato Ernesto Ruocco, abbaglia come un frammento di Eraclito, comparve nel 1929 sulla rivista Bilychnis, Rivista mensile di studi religiosi, Anno XVIII, fasc. III, marzo 1929. La rivista, pubblicata fra il 1912 e il 1931, edita dalla Facoltà della Scuola Teologica Battista di Roma, prende il nome dalla lucerna a due fiamme del primo Cristianesimo, quale simbolo di un dialogo tra scienza e fede di stampo interreligioso e improntato alla libertà di pensiero e di coscienza. Sulla rivista, poi chiusa dal fascismo, scrissero nomi di grande rilievo, di credo e posizioni diverse, quali il grande arabista Giorgio Levi Della Vida (poi maestro di Noam Chomsky negli USA), Dante Lattes, lo slavista Ettore Lo Gatto, l’orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci, il filosofo Giuseppe Rensi e molti altri liberi pensatori e grandi studiosi e intellettuali, dei quali Diano poi divenne amico.

Lo stile, quello di un dialogo diretto, in forma di domande pressanti, con lo stesso Eraclito, un colloquio personale con gli antichi che tornerà molti anni dopo ne La poetica di Epicuro.

Nemmeno io lo conoscevo ed è stata per me una scoperta sorprendente. Si era allora fra le due guerre, tempi bui si stavano affacciando all’orizzonte, ed è incredibile come il problema morale che questo testo profondo solleva anticipi di molto la celebre frase di Martin Luther King: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti.” Luther King, che nacque proprio nel 1929. E altrettanto significativa è questa sua visione che trova nel pensiero degli antichi le radici dell’insegnamento del Cristo, come avvenne anche per la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide. Perché, seppure non amasse la Chiesa come istituzione, né ciò a cui nei secoli era stato ridotto il messaggio di Cristo, Diano, che aveva anche la natura di un mistico, vedeva nella sua figura la summa dell’amore di Dio per l’uomo, culminato nel sacrificio per la sua salvezza. Il suo Cristo non è un cadavere esposto sulla croce, ma una figura eroica, possente, una forza attiva il cui grido finale (e inutile) che alla fine del testo risuona: <<Vegliate!>>, è un appello di risveglio a tutte le coscienze, che attraversa i tempi e le civiltà.

Mai come oggi, quasi 100 anni dopo che Diano scrisse questo testo, in quel clima già oppresso dal fascismo – che poi farà chiudere non a caso questa rivista – su cui si radunavano le nubi nere di un conflitto spaventoso, le sue parole, già allora profetiche, tornano a metterci in guardia. Contro la cecità, la paura e il sacrificio d’ogni bene e libertà in nome della “misera vita”.

Francesca Diano

Un giovane Carlo Diano, all’epoca di questo testo

I dormenti, operai e cooperatori di ciò che avviene nel mondo. In che senso lo dici, Eraclito? Gocce d’acqua in un fiume, divise e veloci, che premono e sono premute? Ma operai e cooperatori come? Se un bene è compiuto, se un male è sofferto, noi nel nostro sonno ne abbiamo merito e colpa?

Chi vuole, quegli è che opera; ma chi non sa di volere, come opererebbe? Viviamo nel sonno, agitati da oscure visioni, andiamo con gli occhi opachi, calpestando innumerevoli vite e il grido dell’altrui volere non giunge oltre la soglia della nostra anima assorta.

In una solitudine sconfinata non possiamo reggere sotto l’oppressione del cielo. Invano innalziamo muri che arrestino e contengano la nostra paura; invano cingiamo di fiorite siepi i fantasmi del nostro voler essere; dovunque penetra il vuoto; tra gli occhi e la mano s’apre come un abisso.

A chi tenderemo le braccia, chi udrà la nostra voce? Nel sogno ci rincorriamo e chi insegue non giunge e chi fugge non ha scampo. Precisi contorni ha nel sole la nostra ombra e nella notte il terrore ci assale. Non intendiamo la vita ma non vogliamo morire.

Dormenti. È la nostra colpa. Combattiamo colle ombre del sogno e diciamo di fare il bene e di vincere il male. Ma il bene e il male stanno nel centro della terra e bisogna sollevarla tutta col nostro dolore.

Cristo, Tu non hai dato pane agli affamati e non vendetta agli offesi, né per la misera vita hai detto: <<Lazzaro, sorgi!>>

Quella notte terribile, nell’orto di Getsemani, quando sul Tuo vigile cuore pesò l’universo, i Tuoi discepoli dormivano, cooperatori delle tenebre. <<Vegliate>>, gridasti invano. Ma perché il sonno si fuggisse dalle loro anime dovesti scendere al centro della terra.

CARLO DIANO

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Epicuro, Scritti Morali. nuova edizione a cura di Carlo Diano

Pubblico un breve estratto della mia Nota introduttiva alla nuova edizione BUR degli Scritti Morali di Epicuro a cura di Carlo Diano. L’edizione, in una bellissima veste editoriale, è anche corredata da una sostanziosa nota biografica e da una rinnovata bibliografia.

F. D.

E’ uscita finalmente per i tipi della BUR la nuova edizione degli Scritti morali, gli Ethica epicurei, a cura di Carlo Diano. Questa edizione si rivelerà più completa e più fedele al testo che mio padre volle alla fine della sua vita, poiché, come è chiaro dal titolo, essa vede alcune sostanziali modifiche rispetto a quella in passato pubblicata dalla BUR nel 1983 e più volte ristampata, e riproduce l’edizione critica curata da Carlo Diano per l’Editore Sansoni nel 1946, Epicuri Ethica, ivi poi ristampata nel 1974 in edizione anastatica con l’aggiunta di due importanti studi sui papiri ercolanesi delle Lettere di Epicuro, dal titolo Epicuri Ethica et Epistulae, studi che, nella precedente edizione BUR, limitata agli Ethica, non erano stati inclusi.Come nell’edizione del 1946, anche in quella del 1974 compaiono la sua edizione critica della Vita di Epicuro di Diogene Laerzio e la sua edizione del De finibus bonorum et malorum, Libro I di Cicerone, tuttavia, essendo questi testi il primo in greco e il secondo in latino e privi di traduzione, non sono stati qui inclusi.

Nell’edizione anastatica del 1974, con note e commenti in latino, che egli curò poco prima della sua scomparsa, Carlo Diano volle aggiungere alla precedente originale edizione del 1946 i testi: Lettere di Epicuro e dei suoi, nuovamente o per la prima volta edite da Carlo Diano, testo, note, traduzione e commento (Annotazioni), edito da Sansoni nel 1946. Si trattava di una nuova, all’epoca, importante edizione critica di testi epicurei dalle Pragmateiai di Filodemo. Inoltre Lettere di Epicuro agli amici di Lampsaco, a Pitocle e a Mitre, commento e traduzione, estratto degli Studi italiani di Filologia Classica N. S., vol. XXIII fasc. 1-2, 1948. Fu appunto questa la sua volontà per l’edizione del 1974. Ho ritenuto che, pur trattandosi di due lavori piuttosto tecnici, la loro importanza storica nell’ambito degli studi sui papiri ercolanesi e la novità dei risultati, tuttora preziosi per gli studiosi di Epicuro e, allo stesso tempo, la difficoltà nel reperirli altrimenti, costituiscano motivi assolutamente validi per non escluderli da questa nuova versione.

Dunque, nel rispetto del volere di mio padre, ho creduto giusto restituire nuovamente integra (a parte i testi di Diogene Laerzio e di Cicerone, come s’è detto) l’edizione da lui curata alla fine della sua vita, la cui significatività traspare dalla dedica a colui che egli sempre considerò amatissimo Maestro e padre.Infatti, mentre l’edizione Sansoni del 1946 degli Ethica reca la dedica: “Achilli Vogliano D.”, per l’edizione anastatica del 1974, cui Diano aggiunse appunto i due studi sopra citati, egli volle la seguente dedica generale: “Quae singula olim singulis dedicavi nunc omnia in unum complexus memoriae Ioannis Gentile sacra esse volo”, parole solenni e commoventi da cui traspaiono la grandissima devozione. il grande amore e la riconoscenza che egli nutrì sempre per Giovanni Gentile.Entrambe le dediche, in precedenza omesse, sono qui giustamente restituite.

Nell’Avvertenza (Praemonitum) premessa all’edizione del 1946, Diano onora il debito di riconoscenza e affetto che egli sentiva nei confronti di Achille Vogliano, per gli stimoli e i consigli e l’amicizia che ne ricevette. Ringrazia analogamente Robert Philippson e Giorgio Pasquali, il quale, come egli testimonia, lo assistette e lo formò nei suoi primi passi di filologo, ricordando l’affetto reciproco, le lunghe conversazioni e i fruttuosi scambi di idee. Il Praemonitum si conclude con un commosso pensiero per Giovanni Gentile, che lo incitò a lavorare all’edizione degli Ethica e “che da adolescente ascoltai come Maestro, successivamente amai come un padre, la cui memoria mai abbandona il mio animo”.

Quale introduzione, si è mantenuta la scelta iniziale di riprodurre La filosofia del piacere e la società degli amici,tratto dal volume Saggezza e poetiche degli antichi,Neri Pozza Editore, Vicenza 1968 e la versione integrale della Nota sulla vita, le opere e la dottrina di Epicuro, nella precedente edizione BUR tagliata in alcuni punti, raccolta in Studi e saggi di filosofia antica, Editrice Antenore, Padova 1973. La Nota è un rifacimento e ampliamento dell’articolo pubblicato in «Enciclopedia Cattolica», Vol. V, pp. 413 ss., 1950, rifacimento che Diano redasse nel 1968, allorché l’Enciclopedia Britannica gli commissionò le voci Epicurus ed Epicureanism.

Credo possa essere utile per il lettore conoscere l’origine dell’interesse che Diano dedicò, per buona parte della sua vita, agli studi su Epicuro, iniziati nei primi anni ’30 e che lo resero internazionalmente noto quale uno dei maggiori studiosi e interpreti del filosofo di Samo; ritengo dunque che nessuno, meglio di lui stesso, possa chiarirlo. Riporto perciò di seguito uno stralcio del Curriculum Studiorum ch’egli approntò nel 1948 in occasione del concorso a cattedra:

<<I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus e nacquero da ragioni puramente filologiche, come da base strettamente filologica e sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi, partono tutte le ricerche che io ho condotto in questo campo, anche se in qualcuna di esse la filosofia vi ha gran parte. Ma, come non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare, e non in termini generici e astratti, ma entro precisi limiti storici e di contenuto e di forma, che è come dire di lingua. Senza di che la dimostrazione, non nascendo dalla cosa, è generica, i risultati, privi di quella necessità che la filologia, non meno delle altre scienze, ha di mira, rimangono casuali o precari. Ora, fin dalle prime questioni affrontate, io mi resi conto che i metodi fino allora seguiti nell’interpretazione di quei testi, in parte guasti, ma in parte assai più grande non interpretati e spesso ritenuti guasti solo perché non capiti, erano affatto inadeguati. Si partiva da un greco generico, si procedeva per raccostamenti il più delle volte casuali e arbitrari, e quando c’era da entrare in merito al contenuto, ci si rifaceva a una filosofia generica: se anche ci si metteva sul terreno storico, le cose non miglioravano di molto, perché l’indagine non era approfondita, e, per la difficoltà di passare dalla logica sincretistica dei moderni a quella assai più precisa e determinata degli antichi (la quale per altro è lungi dall’essere chiarita), la problematica rimaneva vaga e insufficiente. Una raccolta dei risultati ottenuti per quella via si ha nell’Epicuro del Bailey. L’idea avuta in questi ultimi anni dal Bignone di spiegare Epicuro con l’Aristotele perduto e l’Aristotele perduto con Epicuro, se era sbagliata in anticipo, perché partiva dal presupposto che Epicuro non conoscesse le opere di scuola dello Stagirita, e i risultati delle mie ricerche credo che abbiano dimostrato ad abundantiam il contrario, considerata dal punto di vista del metodo, rappresentò, rispetto a tutto quello che s’era fatto prima, un progresso enorme, perché si metteva su un terreno storico preciso. Quando uscirono i primi nuovi saggi del Bignone, le mie ricerche erano già avviate e le regole che io mi ero proposte stabilite: ed erano queste: 1) rimanere nel greco d’Epicuro e interpretare ed emendare, ove ce n’era bisogno, i testi, fino a che fosse stato possibile, in base ai soli elementi formali e sostanziali di ciascuno di essi, e da questi partire per le ulteriori ricerche; 2) collocare il suo linguaggio nell’atmosfera storica in cui era sorto, e per conseguenza fare la storia specifica dei problemi a cui quel linguaggio rispondeva; 3) ritrovare la logica del sistema, che sola poteva dar ragione di quella della parola e della frase. Fu un gorgo nel quale, tratto di cosa in cosa, più in fondo, io girai molti anni. Ma i risultati furono copiosi, perché quelli da me pubblicati non sono che una parte.>>

In effetti, parte di quei risultati costituirono la base per altre opere su Epicuro, che Diano pubblicò in anni successivi.

Queste indicazioni sono estremamente preziose, poiché chiariscono quale fosse la peculiarità e l’originalità del metodo che Diano seguiva e che sempre fu alla base di tutte le sue ricerche in ogni campo, metodo in qualche modo “trasversale”, che non conosceva barriere tra discipline, e che, supportato da una cultura di inusitata vastità e versatilità, univa una rigorosissima analisi filologica, storica, filosofica, letteraria, a profonde conoscenze in campi quali storia delle religioni, arte, sociologia, etnologia, psicologia, scienze matematiche e naturali, pensiero indiano e cinese – come la sua immensa biblioteca, in cui era presente anche buona parte delle letterature del mondo e di tutte le epoche, attestava – e, in senso più ampio, tendeva a una totale ricostruzione e a un’immersione nella cultura che quei testi e quel pensiero aveva prodotti, liberandoli da ogni incrostazione o stratificazione che il tempo, o analisi precedenti vi avessero depositato. Non sarà azzardato dire ch’egli giungesse quasi a identificarsi con l’autore stesso nell’esatto contesto storico e culturale in cui era immerso, azzerando ogni barriera temporale.

Partendo di frequente da un unico termine o da un singolo problema, che si poneva di fronte agli occhi del filologo, (“I miei studi epicurei nacquero per caso, dal commento ch’io feci al I del De Finibus, e nacquero da ragioni puramente filologiche”), giungeva poi a ricostruire e abbracciare quell’intera cultura. Un metodo che, seguendo i tre stadi da lui stesso indicati, potrebbe definirsi di restauro, di interpretazione e di scoperta, (“sempre in vista della restituzione e dell’intelligenza dei testi”). Nella sostanza, un metodo che gli consentiva di porsi di fronte ai testi con gli occhi e lo spirito d’un contemporaneo, grazie al quale egli fu in grado di riportare a nuova luce, e in tutto il loro smalto originale, tutte le opere e gli autori dei quali si occupò, non solo antichi, spesso non appieno compresi o travisati. Un metodo che, nascendo sempre da un problema, gli permetteva poi di trovarne la soluzione. E fu proprio partendo da quanto questo metodo rigoroso gli permise di scoprire, che egli poi giunse a maturare un suo pensiero filosofico ed estetico originale, come i due fondamentali testi, Forma ed evento. Principii per una interpretazione del mondo greco, e Linee per una fenomenologia dell’arte fra gli altri e soprattutto testimoniano, ove le due categorie fenomenologiche della forma e dell’evento integrano e allo stesso tempo costituiscono la struttura metodologica della sua ricerca.

Ma lo studio e la frequentazione di Epicuro non si limitarono alla ricostruzione e all’interpretazione dei testi; attraverso quel lavoro, il pensiero filosofico di Epicuro rivela aspetti del tutto nuovi rispetto agli studi precedenti. Allo stesso tempo Epicuro divenne, per il “platonico” Diano, un amico con cui discorrere, come emerge in quello che può definirsi parte dialogo platonico, parte operetta morale di ispirazione leopardiana: la Poetica di Epicuro, dialogo fra Epicuro, il Grammatico (dietro cui si cela Diano stesso) e Posidonio.

Per quanto riguarda i testi epicurei, lungo e accuratissimo fu il suo lavoro di trascrizione e di integrazione dei Papiri ercolanesi, che ebbe modo di consultare sia nel corso di vari viaggi a Napoli, sia su microfilm.

Una parte non indifferente, alla luce di questo metodo, ebbe la sua attività di traduttore, che non si limitò solo ai classici, poiché si misurò anche con i moderni e i contemporanei, sia dal tedesco che dallo svedese. La traduzione fu parte integrante della sua ricerca, poiché poteva accadere che, muovendo dall’analisi di un unico termine o di un singolo problema di traduzione, egli fosse attirato nel gorgo – per usare la sua stessa espressione – di un’indagine filologica, storica, filosofica, epistemologica che lo portava poi a scoperte anche rivoluzionarie – come accadde per l’Alcesti di Euripide ad esempio –, che gettavano nuova luce su un autore o sul pensiero di un’epoca. La traduzione dei classici, che per i poeti e i Tragici sempre condusse splendidamente in versi – Diano fu anche poeta – fu per lui un altro modo di esplorare gli autori e i testi che amava, fino a rivelarne aspetti sino ad allora ignoti, con un lavoro incessante di scavo, tanto da non poter separare il filologo, il filosofo, lo storico, il papirologo, il fenomenologo, lo storico delle religioni, il poeta, dal traduttore. Accadeva che, quando traduceva Sofocle o Euripide, “cantasse” ad alta voce i versi, magari passeggiando nei boschi delle Apuane o intorno a Bressanone, per saggiarne la musicalità e il ritmo in italiano. Essa fu, in un certo senso, il necessario corollario. E, poiché, come scrisse: “non si può fare la filologia di un poeta senza poetare, chi fa la filologia di un filosofo deve filosofare”, Diano fu non solo un grande filologo, ma, come è oggi ormai riconosciuto anche internazionalmente, soprattutto un filosofo originale.

FRANCESCA DIANO

(C) 2021 by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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