Carlo Diano Neri Pozza e Lea Quaretti

Carlo Diano, Neri Pozza e Lea Quaretti nel 1968 (C) Francesca Diano

Nella vecchia foto scattata in quella che era allora la nostra nuova casa – mio padre l’aveva comprata di corsa in pochi giorni, perché quella in cui vivevamo stava crollando sotto il peso dei libri –  Neri e Lea stanno chiacchierando con mio padre. Diano sta ridendo, di quel riso aperto e a pieno cuore che gli era proprio e Lea Quaretti, che si vede di  profilo, sorride. Neri Pozza  osserva mio padre con quello sguardo severo che da bambina mi intimidiva e mi faceva ricordare l’orco delle favole, anche per quei suoi sopraccigli imperiosi, folti e neri a contrasto con i folti capelli bianchi. Sul tavolino la bottiglia di Johnnie Walker che non mancava mai in casa, insieme al Curvoisier, perché il cardiologo aveva detto a mio padre che era un vasodilatatore.

Il ricordo più antico che ho di lui e di Lea  è a Bressanone, dove vennero a trovarci – credo fosse la metà degli anni ’50 – nella casa di Via dello Scivolo che s’affittava per le vacanze e i Corsi Estivi che mio padre teneva, e Lea, che era una salutista, si mise ad insegnarmi degli esercizi a corpo libero. Mi piacque che, pur essendo io una bambina, quella signora così energica mi trattasse  da pari. Ma l’immagine  più vivida è  di un giorno di gennaio  nella loro casa di Cortina. Avevo 16 anni ed eravamo a San Vito di Cadore per le vacanze di Natale. Neri volle vedere mio padre e andammo a trovarli. Il salotto si apriva su una grande vetrata con una vista mozzafiato. C’era un signore che a me parve vecchio, ma in realtà era poco più che quarantenne. Sedeva sul bracciolo della poltrona di Lea e per tutto il tempo che rimanemmo non pronunciò quasi parola. Giocherellava con la collana di perle che Lea Quaretti aveva al collo. Mi parve un tipo molto singolare e affascinante, perché pur come fosse estraneo a tutto e a tutti, pareva trovarsi benissimo in quel suo isolamento e nessuno si meravigliava di questa sua quasi astratta presenza. Si chiamava Andrea Zanzotto.

Nei loro incontri, Neri e mio padre discutevano molto animatamente. Entrambi avevano un carattere focoso. Agli occhi di una ragazzina quelli avrebbero potuto apparire dei litigi, ma non mi impressionavano, perché così, piena di passione, e viva e  accesa era  allora l’anima di questi uomini. Vedo ora  la differenza con gli asti e le rivalità sterili e poco eleganti di oggi, la  passione intellettuale, il piacere profondo dello scambio, l’onestà intellettuale e l’amore per il sapere.

Lea mi piaceva molto. Mi piaceva il contrasto del suo carattere, aperto, limpido e diretto, con quello più ombroso di Neri. Mi piaceva il suo viso con gli occhi grandi e la bocca carnosa e quando poi lessi “L’estate di Anna”, uno dei suoi romanzi, quello che mi piacque di più, in quella donna, in quella storia d’amore e in quella Venezia ve la riconobbi. Mi parve molto autobiografico. Anzi, posso dire che la Venezia di Lea, una città sensuale e piena di vita intellettuale, con quel clima anni 50,  si è poi depositata nella mia memoria come archetipo, fondendosi con la Venezia/Bisanzio di Sergio Bettini, il mio Maestro. L’ultima volta la vidi, con Neri, credo un anno prima che morisse. Ad Abano, per una mostra d’arte. Aveva un’aria stanca, provata mi parve, ma la sua presenza era sempre imponente, avvolta in una pelliccia di visone grigio davvero elegante. Con me c’era un mio caro amico, Simone Viani, allora uno dei più geniali giovani storici dell’arte e figlio dello scultore Alberto Viani. Ci eravamo ritrovati dopo vari anni dall’università, dove avevamo avuto gli stessi maestri. Simone non aveva 40 anni quando ci ha lasciati, portando con sé la sua intelligenza straordinaria, la sua generosità e il suo ingegno.

Fu molto divertente una volta, a un pranzo in una villa veneta in occasione di non ricordo più che convegno, quando mi trovai seduta – io, ragazzina adolescente – accanto al Conte Nuvoletti. Sapevo vagamente che aveva sposato la sorella di Agnelli e che viveva d’arte ed eleganza, ma ascoltai questo suo discorso che pareva tratto dalla scena di un film. Questo raffinatissimo signore, molto blasé, corredato di erre blesa, si mise a dire che non capiva cosa volevano questi operai della Fiat e i loro sindacati, che non facevano che scioperare. Che in fondo avevano molto. Lui invece era – disse – una persona di gusti semplici. Gli bastava un bicchiere di buon vino e un buon sigaro per essere felice. “Sì, ma in una villa veneta e con i gemelli di diamanti!” dissi io che rimasi allibita a questa assurdità. Non posso scordare lo sguardo di disprezzo e di orrore insieme del povero Conte Nuvoletti, che si sentiva così apostrofato da una stupida ragazzina adolescente. A pochi posti di distanza sedeva Neri Pozza. Il suo sguardo era invece molto divertito.

A casa di Neri, a Vicenza, ci s’andava spesso e anche in casa editrice, dove mio padre veniva caricato di libri come pagamento per i diritti delle opere che Neri Pozza gli pubblicava. Credo che molti dei suoi autori siano stati pagati così. Però erano libri bellissimi, dei migliori cervelli che l’Italia abbia prodotto e davvero è un rimpianto che un editore come Neri Pozza sia scomparso dal nostro panorama culturale.

Un giorno mio padre ricevette da Vicenza una busta che all’interno conteneva qualche francobollo per alcune centinaia di lire. Ma non erano francobolli da collezione. Era il pagamento dei diritti d’autore per “Forma ed evento”. Mio padre disse che voleva metterli in cornice. Credo però che li abbia usati.

(C) 2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Diano – Limite azzurro

Carlo Diano, Limite azzurro. All’insegna del Pesce d’oro, Milano 1976

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Diano (Vibo Valentia, 16-2-1902 – Padova, 12 – 12 – 1974), non fu soltanto filosofo tra i più originali del ‘900, grandissimo grecista e filologo, ma fu anche poeta, scultore, pittore e compositore di musica. Una mente traboccante, assetata di bellezza e conoscenza, mai doma, mai paga. Pubblicò una prima raccolta di poesie nel 1933, col titolo L’acqua del tempo, poi, pur seguitando a scrivere poesia, non si interessò più di farne altre pubblicazioni.

Due anni dopo la sua morte, tra le sue carte, furono trovati dei testi, parte dei quali Ninì Oreffice volle fossero pubblicati.  Ninì, il cui cognome di nascita era Ottolenghi, fu una di quelle donne molto speciali, innamorata veramente col cuore dell’arte e della cultura e nel suo salotto padovano passarono i più grandi letterati, intellettuali, poeti e artisti di tutta Europa. Legata per quasi una vita  a Diego Valeri da un’amicizia profondissima, fu lei a tenere a battesimo e a incoraggiare  un giovanissimo Andrea Zanzotto

Per Carlo Diano aveva un’ammirazione e un affetto sconfinati e fu lei a curare la scelta per  questa breve raccolta postuma delle poesie di Diano. La pubblicò nel 1976 Vanni Scheiwiller in 500 copie numerate, con un bellissimo disegno di Alberto Viani che l’artista, amico di Diano e cugino dello storico dell’arte Sergio Bettini, fratello d’anima di Diano, eseguì appositamente per questa raffinata edizione.

I 50 testi, che coprono quasi l’arco della vita di Diano, si aprono con il distico in greco, (che tradusse egli stesso in italiano  e di cui do qui la versione) che Diano scrisse per la devastazione della Piana di Gioia Tauro e si chiudono con tre testi in francese.   Non tutte le poesie sono datate, ma le ultime furono scritte pochi mesi prima della morte, quando Diano era ormai molto malato ma lo spirito e la mente erano lucidissimi e vivi.

I testi che qui riporto vanno dal 1944 alla seconda metà del 1974.  Non aggiungo, volutamente,  alcun commento, perché lascio al lettore, soprattutto a chi conosce il pensiero  filosofico e la straordinaria vicenda umana di Diano, scoprire la ricchezza e l’originalità di questi testi.

Alberto Viani. Nudo. 1976

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ulivi addio

Ora sui nostri monti Demetra cerca piangendo

miseramente il viso della bella Persefone,

ora a terra si sfa l’oliva sotto la pioggia,

suona intorno il vento predatore di foglie.

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Per il tuo limite azzurro

dove la luce s’increspa

fiore dell’attimo

apri nel palpito d’ali i tuoi petali

nel cerchio della chiusa forma.

Luglio 1974

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Arso stecchito

squarciato dal fulmine

nudo

mette ancora una gemma:

pallida come una preghiera

domanda al cielo

di poter fiorire.

1974

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Dal punto ov’io siedo

volgendo intorno lo sguardo pigro

partono infinite vie:

nella disperazione di seguirle tutte

contemplo il cielo.

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Sublimi splendono

all’occhio dell’anima

le idee, mirabili immote:

né l’ala del tempo le sfiora,

né flusso di cose le tocca.

D’indicibile amore è preso

l’uomo che una volta le scorga,

né per piacere né per pena l’oblia.

Sempre che d’alcuna oda il nome,

il cuore gli balza come per donna cara.

Nel silenzio che dentro lo vuota,

irresistibile suona come tromba di guerra,

soave come invito di gioia

e solitudine è intorno

e luce di sole gli raggia nell’anima.

Ed ecco egli è pronto e nulla paventa,

né povertà, né calunnia o dolore,

non abbandono di cose amate,

deserto d’affetti, delle tempeste s’inebria,

a te, morte, sorride.

1944

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Qualche cosa che non tornerà.

Ma questo spazio senza fine

nella mia anima – questo è.

Ti sento, vita.

ti porto lieve su ogni fibra,

come ogni zolla il cielo,

gioia senza grido.

Tu – negli occhi sei Tu

negli occhi degli occhi sei Tu

in codesto tuo Nulla Tutto che s’apre,

cielo in un cielo, nel fondo

delle tue pupille, sei Tu.

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Une feuille sur une branche, seule,

la brise la bata de tout coté –

si le vent tombe et qu’il pleut,

demain nous la foulerons aux pieds.

(C) 2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA