Giorgio Linguaglossa – Paradiso

DANIEL MARAZZATO Angelo di Monteverde. 2012 Collezione privata

La lingua poetica nasce per dire l’uomo. Non è una semplice comunicazione, un diretto travaso dall’io al tu. Nasce per dire il mito e con il mito, il sacro, cui il mito attinge. Ho sempre pensato che i nostri lontanissimi antenati debbano aver avuta ben chiara questa diversa qualità della parola e di come, nel momento in cui la necessità di descrivere l’invisibile si fece irrinunciabile, un qualche segreto recesso del cervello umano si attivò misteriosamente per dare forma e fonte a quella lingua. Ecco perché la lingua poetica alle sue origini è propria del mito e del sacro.

Quale sia il senso del mito e del sacro che ogni epoca ha, è compito della storia del pensiero descrivere. Ma persino quando questo senso appaia assente, o svilito, come oggi da noi e quanto più in Italia, tuttavia esiste. In forme inaspettate. Eppure emerge, a volte, in tutta la sua (pre)potenza arcaica, quella che mi piace definire  la sua Urgestalt.

Ho trovato questa Urgestalt  nel Paradiso di Giorgio Linguaglossa (Roma, 2000, Edizioni Libreria Croce). E nel leggere, la prima immagine che mi è apparsa alla mente è stata quella de La caduta degli angeli ribelli di Pieter Breughel il Vecchio. L’immagine si è affacciata alla mente per due motivi. Il primo è la forza visionaria del dipinto, analoga a quella che ho trovato nel Paradiso, il secondo è la sua costruzione su tre piani, che ho ritrovato nella tripartizione del testo; la Città di Lite, la Città di Dite e la Città dei sentieri che si biforcano.

La poesia di Linguaglossa ha una natura (o dimensione) architettonica e allo stesso tempo pittorica. Dunque si muove in uno spazio intermedio tra struttura e visione, fra tridimensionalità e superficie. Questa profondità è lo iato che dà respiro e spazio all’invisibile. Uno spazio ambiguo, nel senso di duplice. Quell’Urgestalt di cui si diceva. Ma è proprio la presenza di questa dimensione architettonica nel testo che testimonia la consapevolezza di Linguaglossa della diversità della lingua poetica rispetto al linguaggio d’uso comune. Il suo poema arde. Il che lo rende immediatamente distante anni luce da quello che egli definisce il minimalismo del ceto medio mediatico. La qualità della sua lingua è, pur se incardinata all’interno di questa rigorosa costruzione, fluida ed elusiva, perché pittorica e coloristica. Ed è la fantasmagoria di queste tinte sulfuree, chiare, opache, smaltate, pallescenti e violente che riveste di potenza visionaria la sua poesia. Non immediata dunque. Devi dargli il tempo, dopo l’encausto operato dalle parole, di lasciar sedimentare sul fondo i suoi sali ed emanare i suoi vapori serpentini. Linguaglossa non solleva facilmente il velario. I suoi sono occhi che osservano il lettore come quelli di Teodora.

L’imperatrice Teodora e la sua corte

La melancholia dell’imperatrice Teodora

e del seguito imperiale recita

il trionfo fittizio, nomenclatura

monumentale museificata nel vetro.

L’ampia corona deposta sul capo

immobile assottiglia lo strepito

dei passi del corteo che collima

con il corteggio di tenebre.

Gli occhi di Teodora ci osservano

dalla rigidità della decorazione musiva

laddove non esiste il tendaggio

dell’inquietudine.

Linguaglossa è un poeta di formazione e cultura aristocratica, uno di una genìa oggi scomparsa; un filosofo che scrive in versi. E’ una di quelle menti rese preziose dalle stratificazioni del tempo che non tutto divora,  forse perché la sua nascita in Costantinopoli gli ha in qualche modo impresso il suo sigillo inciso nell’avorio. O così mi piace pensare. Come la grande arte costantinopolitana si disperse nella diaspora che seguì l’iconoclastia di Leone III Isaurico, lasciando dietro di sé l’astrattezza del vuoto, ma alimentando in modo inaspettato un nuovo linguaggio ai confini dell’impero,  così l’aristocratico non meno che berciante e brulicante paesaggio umano di Linguaglossa travasa una tradizione classica e tardoromana nel nostro mondo barbarico. Poiché infatti la sua è la tarda classicità, che si riconosce in una koinè che fonde Occidente e  Levante.

La tripartizione architettonica di questo poema però è solo spaziale, non temporale. Consoli, soldati, imperatrici, filosofi, lenoni, eunuchi, cortigiani, angeli e demoni si muovono accanto a  poeti, politici corrotti, Mozart e Rembrandt, Arlecchini e parassiti e passanti fra il traffico convulso delle nostre città. Un’umanità sempre identica a sé stessa nel convulso agitarsi di menti e di membra e di azioni e di umori e odori e colori e pulsioni. Un’apparente caos primordiale non domato dal susseguirsi di mondi e civiltà. In un tempo circolare che è quello del mito.  Un registro alto per dire il crollo. Per dire la Caduta. Non solo degli Angeli.

Eppure, in questo poema che ha il suono dolce di un oboe (oh Baudelaire Baudelaire) e l’aspro sapore corrosivo dell’aconito, tale trionfa la bellezza del pensiero che ogni voce si fonde in un’unica voce. E’ la voce del filosofo. Un po’ Eraclito l’Oscuro questo Linguaglossa, se di lui rimanessero frammenti affidati a futuri papiri. Che leggeremmo di questo suo Paradiso se fra duemila anni un archeologo dissotterasse da una Roma o da una Milano sepolte e perdute dei frammenti cartacei miracolosamente preservati?

Forse leggerà l’archeologo:

Gli artisti sono relegati nel circolo 

degli onanisti. Essi non smettono

di creare ismi. La confusione regna

sovrana.

O ancora

Preferisco la sicurtà dell’aleatorio, amo

la frusta raffinatezza, l’indolenza cerebrale.

Frigido, verginale come un fucile automatico.

O ancora

Raffiguro l’Universo a forma di cono.

In vertice l’Assoluto che spartisce le cose,

le frustiga all’in giù dopo averle soppesate,

spossessate di realtà….

O forse

L’inferriata dell’apparenza

lo relega in superficie, nella datità.

Acciottolìo di sillabe e vocali.

L’archeologo griderebbe al miracolo. Un’insospettata corrente filosofica in un’epoca che i suoi colleghi filologi e storici ritenevano segnata da un epigonismo conformista e minimalista. Si eseguirebbero accurate indagini chimiche e spettrografiche sulla composizione di quelle materie arcaiche, ormai non più in uso, che gli antichi chiamavano carta e inchiostro. Si consegnerebbero i testi a dotti filologi esperti di letteratura che gli antichi pareva avessero denominato bizzarramente “postmoderna” e, posto che i frammenti non rispecchiavano le voghe letterarie dell’epoca, si produrrebbero numerosissimi articoli accademici in cui s’annuncerebbe d’aver scoperto un clamoroso falso. Tali frammenti difatti – direbbero i dotti studiosi del XL secolo – appartengono a un’opera composta nel XXII secolo ma stampata su carta di due secoli precedente con inchiostri anticati ad arte da un abilissimo falsario, che voleva far passare per antica quella che sarebbe stata un’opera del futuro.

(C)2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Paradiso

Andrea Zanzotto, un moderno Lucrezio.

 

 

Il 10 ottobre di quest’anno 2011, Andrea, compi 90 anni. Ti ricordi della prima volta che ci siamo visti? No, tu di sicuro no. Io sì, mi ricordo perfettamente. E’ stato a Cortina, a casa di Neri Pozza e Lea Quaretti, in una luminosissima giornata di fine dicembre.  Tu avrai avuto poco più di quarant’anni e io ero una ragazzina.

Per tutto il tempo che mio padre Carlo, Neri e Lea parlarono animatamente, tu te ne rimanesti in silenzio. Non hai pronunciato una sillaba. Eri seduto sul bracciolo della poltrona di Lea e contemplavi, quasi ipnotizzato, la sua collana. E io fissavo te ipnotizzata che guardavi la collana di Lea. In questa geometrica astrazione, tu avevi una giacca di tweed. Il fotogramma della memoria è quello. Non sapevo chi fossi, ed ebbi la precisa sensazione che tu fossi piovuto da un altro pianeta.  Da una parte mi sembrò tu ti sentissi estraneo a tutto e a tutti, dall’altra era come se tu fossi a tuo strano agio in quell’estraneità. Ero già da sempre abituata ai personaggi  singolari – tale era mio padre –  ma la tua singolarità, ai miei occhi di ragazzina, mi era nuova.

Ora hai 90 anni e tutti celebrano il compleanno del grande poeta, carico di anni e di silenzi. Tutti fanno a gara per esserci, per partecipare alla festa. Chi per affetto e chi per apparire, carpire un po’ della tua aura di Poeta Laureato, di Grande Poeta della Letteratura Italiana. Chissà se mai quel giorno a Cortina l’avresti immaginato. Non credo. Sei ancora preso nella tua geometrica astrazione.

Nel tuo silenzio e nel tuo isolamento in realtà hai parlato tanto, detto tanto, sei stato sempre presente in un mondo che non ti piace più. Se mai il mondo ti è piaciuto. Hai cercato, a tuo modo, di renderlo un po’ più bello, un po’ più dritto.  Ma, per me, tu sei l’Andrea a cui mio padre voleva bene, che Ninì Oreffice- cara Ninì capace di sognare come un’adolescente fino all’ultimo istante – aveva nel cuore, che Diego Valeri, quello che mi leggeva le poesie quando ero bambina – teneva come allievo più caro.

Tu sei Andrea che, qualche anno fa, in un teatro vicino alla tua casa, alla fine di una delle tante celebrazioni della tua vita, mi ha guardata negli occhi, sapendo della mia tragedia e nel tuo sguardo – non lo potrò mai dimenticare quello che è passato dai tuoi occhi ai miei, quello che mi hai detto con quello sguardo che non poteva essere se non silenzioso  – unito ad un abbraccio che conteneva tutti gli abbracci che mio padre mi avrebbe dati in quella circostanza terribile, c’era la condivisione e la comprensione. E io ho compreso che avevi compreso. Tutto. Tutto l’abisso. E in quell’istante ci sei sceso per un attimo insieme a  me.  Come dimenticare, Andrea, quello che sei stato in quell’istante? Lì ti ho visto nella tua verità di uomo.

E poi, l’estate scorsa, ricordi? Quando con un amico sono venuta a trovarti. Tu, convalescente da una caduta, non ti fidavi di camminare ancora senza appoggi.  Eppure, mentre Marisa, la compagna che non ti ha mai abbandonato nella vita, si dava da fare per accoglierci con la generosità che le è propria, i tuoi occhi erano sempre gli stessi di quel giorno di dicembre a Cortina: vivi, ironici, malinconici e puntati verso il futuro. Anche se, ora, carichi di un passato che forse ti meraviglia.

Poi è successa una cosa buffa e straordinaria. Il mio amico, che non accettava di vederti incerto sulle gambe, capì che ti serviva solo un po’ di fiducia. E ti ricordi cosa ti disse, fissandoti dritto negli occhi, Andrea? Ti disse: “Ma tu, ci credi alla tua poesia? Ci credi a quello che fai? ”

Non posso dimenticare con che occhi lo guardasti! Chi ti ha mai chiesto una cosa del genere? Come chiedere a Zanzotto se crede in quello che fa da tutta la vita? Sconcertato forse – la domanda era così perentoria e così inattesa – mormorasti: “Sì.”

“E allora devi credere che sei capace di stare in piedi”.  Era una sfida! E allora, Andrea, che forza hai trovato! Quasi tu stesso non credessi.  Così ci hai fatto vedere il tuo giardino, e i gatti e i fiori e i vialetti fra le aiole e il prato.

Ecco, Andrea. Ora lo sai. La velocità della luce non è più un assoluto insuperabile.  Il fascino che su di te ha esercitato la scoperta che i neutrini superano, nel loro penetrare la materia – ogni materia – la velocità della luce, ha radici nel tuo essere un moderno Lucrezio. Proprio come Lucrezio, ti sei sempre occupato dell’indicibile, del corpuscolare, di  ciò che non ha corpo, dell’eterno divenire della materia sottile e ne hai fatto parola. Verso dopo verso, opera dopo opera, hai composto un tuo De Rerum Natura.

In fondo la tua poesia è fatta di neutrini. Prima li chiamavi fosfeni.

18 Ottobre 2011

Oggi Andrea è morto.  Sono felice di averlo rivisto prima che lasciasse la sua Pieve di Soligo una volta per tutte. Ora sono certa che scoprirà davvero cosa si celava dietro il paesaggio.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Sergio Rodella – San Michele

Sergio Rodella, San Michele. Bronzo, acciaio, vetro


 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’opera che lo scultore padovano Sergio Rodella ha creato per la città di Grammichele, l’Arcangelo San Michele, è un’opera rivoluzionaria.

E’ rivoluzionaria dal punto di vista iconologico e dal punto di vista delle soluzioni tecniche che la scultura, proprio per il significato voluto, ha richiesto.

In Occidente l’Arcangelo San Michele viene in genere rappresentato in sembianza di cavaliere con armatura e spada che schiaccia sotto i piedi Satana, spesso sotto forma di drago, mentre in Oriente, in particolare agli inizi del suo culto, è più diffusa la sua rappresentazione in vesti auliche, di dignitario di corte, secondo la tradizione  iconografica della grande arte costantinopolitana.

L’immagine di Michele guerriero compare nel Libro dell’Apocalisse di Giovanni e in pochi altri passi, ma il suo culto in Oriente si diffuse subito enormemente, tanto che già Costantino gli dedicò a Costantinopoli il grande santuario del Micheleion e dall’Oriente passò in Occidente, dove il culto si radicò definitivamente e in modo diffuso. Per questo, all’attributo di Arcangelo, si aggiunse quello di Santo. I primi due grandi santuari a lui dedicati in Occidente furono la basilica sulla via Salaria, consacrata prima del 450 proprio il 29 settembre (fissato da allora come giorno a lui dedicato)  e ritrovata di recente e, verso la fine del V secolo, quello del Gargano, che divenne il fulcro del suo culto in Europa e da cui quel culto si diffuse fino a raggiungere, agli inizi dell’VIII secolo, la Normandia, ove sorse il santuario di Mont Saint-Michel.

Mi-ka-El significa ”Chi è come Dio?” La traduzione del nome di questo Arcangelo comprende il punto di domanda. E questo apre un abisso sul significato di quel che Michele rappresenta.

Nella tradizione escatologica, l’Arcangelo Michele è il braccio armato di Dio, lo strenuo difensore della fede contro le potenze demoniache, colui che difende e protegge dall’avanzare delle tenebre. È colui che guida le schiere angeliche nella lotta per l’affermazione del Bene. Che è la luce divina. Ma soprattutto, la capacità di vedere quella luce.

Dunque Michele è la Luce. La Fiamma. Il Fuoco di cui arde la fede.

La tradizione iconologica occidentale, che lo rappresenta appunto rivestito di un’armatura, mentre brandisce una spada, non è la sola forma in cui compare. Michele pesa le anime e dunque a volte è accompagnato da una bilancia, ferma le pestilenze, guarisce anime e corpi.

La perentoria domanda che il suo nome significa ha due implicazioni: la prima è connessa alla sfida della potenza del Bene contro gli assalti del Male, il grido di battaglia contro gli spiriti che hanno osato paragonarsi a Dio; la seconda, più esoterica, suggerisce l’essenza stessa di Michele; la sua sostanza come emanazione dell’Essere. Di Colui che E’. Il significato del verbo essere in quel “Chi ècome Dio” infatti, ne costituisce la substantia.

Il suo nome va letto allora: “Chi è come Colui che E’? ” Vale a dire che la sua essenza è lo specchio dell’essenza stessa di Dio. L’Essere è speculare e si riflette su se stesso.

Michele è allora il volto guerriero di un Dio combattente per l’affermazione della verità e della giustizia. Ed è in questo senso che la natura dell’Arcangelo è collegata all’immagine della bilancia, del giudizio. Poiché l’affermazione della Legge è l’affermazione della Verità.

La fede, così come l’amore, non è passiva, ma attiva. Non è potenza, ma atto. Non è stasi, ma azione. È l’ardere del fuoco del desiderio che dissolve in luce. Il desiderio di annullarsi in Dio. È il cupio dissolvi del mistico.   E dunque è questo aspetto che Rodella ha privilegiato nel suo San Michele. Perché l’amore è la più potente delle azioni e richiede spirito forte e animo coraggioso.

L’immagine è molto simile a quella classica di una Nike greca, la messaggera degli dei. E in questo si sente un’eco delle origini greche della città.  Non è l’unica citazione classica, ché infatti la struttura a forte chiasmo ricorda il canone di Policleto, ma con in aggiunta una torsione a spirale .

L’improvvisa e inattesa apparizione dell’Arcangelo è  un’epifania,  come un vento di luce abbagliante che plana dal cielo e della sostanza della luce è fatto. Il braccio sinistro è sollevato verso l’alto e sorregge la pianta esagonale della città, in forma di solido mattone. Il braccio destro, ripiegato all’indietro, costringe il torso a una rotazione e sorregge la lunga spada di fiamma che fa da gnomone alla meridiana di marmo in forma di asteroide fiammeggiante. I piedi non toccano terra, le ali sono dispiegate e ne puoi sentire la vibrazione

Il fulcro, la chiave di lettura è la luce.

La prima straordinaria invenzione di questa immagine sta nel vortice che la forma costituisce. Questo vortice non si avvolge attorno a un solo asse mediano, ma a due. Il primo è obliquo e  unisce la mano destra sollevata al centro della meridiana, passando per la spada. Il secondo unisce la punta dei capelli con il ginocchio sinistro, passando lungo la fissurazione della fronte e l’apertura della corazza d’argento.

Il punto d’incontro dei due vortici è il petto dell’Arcangelo, dove si apre la spaccatura della prima corazza, rivelando la sostanza aurea.

La scultura, di bronzo ossidato fino alle anche, argentato e dorato, è costruita in modo da creare l’impressione di tre diversi strati sovrapposti, tre diverse corazze o, a dir meglio, gusci.

La seconda straordinaria invenzione è nella  sequenza dei colori, nero lucente, argento, oro, significanti  tre diversi  stati dell’essere, diverse vibrazioni della materia. Da quelle più lente e pesanti (il contatto con la terra) a quelle più eteriche a quelle più sottili ed eteree (la Luce divina), che corrispondono al corpo fisico, al corpo eterico e al corpo spirituale.

Dunque la sembianza in cui si rivela alla vista umana l’Arcangelo nella sua vorticante epifania è  quella di colui che, assumendo forma visibile, annuncia l’unione tra la terra e il cielo, tra l’uomo e Dio, passando attraverso tutti gli stati dell’essere.

L’ultimo aspetto, il più interno e segreto, linguaggio da iniziati, è significato dall’azzurro intenso della sodalite che affiora dalla profonda fossa degli occhi e dal triangolo che si apre sulla fronte.

La sodalite, nel regno dei cristalli, è la pietra che conferisce coraggio, risveglia il terzo occhio, la capacità di vedere e, soprattutto, è legata all’espressione della verità. Tutti aspetti dell’essenza più profonda che l’Arcangelo San Michele rappresenta.

Quell’azzurro intenso, che emerge dalle fiammate di luce dunque, è il punto finale di un percorso iniziatico, la verità a cui s’arriva dopo aver superato le insidie dell’apparenza e dell’illusione.

Poi ci sono gli occhi.

Sono l’unico punto in cui la materia non si dissolve in luce, ma si concentra. Questo sguardo lo si può sostenere solo se ha il coraggio di guardare dentro se stessi. Perché ti perfora. Ti trafigge con il terribile amore che lo pervade. Con la sua infinita compassione e sapienza. Con la sua onnicomprensiva conoscenza. Ti segue ovunque tu vada, non ti lascia respiro. Non c’è luogo dove tu possa sottrartene.

Le ali stesse, dispiegate come le alberature di un vascello, vibrano nelle bande dell’infrarosso e dell’ultravioletto, radiazioni invisibili all’occhio umano, ma componenti fondamentali della luce. Come se il bagliore luminoso e incandescente che emana dalla figura dell’Arcangelo si scomponesse alla sua periferia in radiazioni rese visibili.

Ma il rosso significa anche il fuoco di cui arde l’amore divino e il viola è il colore della spiritualità e della profonda meditazione. Come se l’ardore vibrante dell’amore trovasse poi la sua piena realizzazione nell’atto di donare a ciascun essere vivente una scintilla dello spirito divino.

La forma in cui l’Arcangelo di Rodella si rivela dunque, è in se stessa un percorso iniziatico, poiché ci incalza a guardare ciò che non può essere visto, a vedere ciò che non si può guardare: il volto di Dio.

La terza straordinaria invenzione di questa opera sta nell’aver tolto ogni sostanza alla materia di cui la statua è fatta. E lo fa dissolvendo la materia in luce.

Questo è possibile perché la totale maestria con cui Rodella domina le tecniche va ben al di là di una semplice bravura. Le superfici lucidate a specchio, l’argento e l’oro, sono trattate in modo da catturare e riflettere la luce in modo tale da apparire quasi equoree. I riflessi che la luce ne trae sono in continuo movimento, come onde che respirino dal profondo.

La superficie respira, si muove, palpita, vibra, pulsa, emettendo onde di energia, gettando fasci di luce dai riflessi mutevoli e, di fatto, creando attorno a sé un’aura luminescente. La materia solida così si dissolve in colore e luce, che sono oggetti continuamente mutevoli.

Guardi questa immagine e, dopo un poco, non la vedi più nei suoi contorni, ma vedi vortici di raggi luminosi sulla cui superficie danza il riflesso dei volti che la osservano, degli edifici e delle piante che la circondano, del cielo e delle nuvole che la sovrastano. E così comprendi ciò che Dante intende quando, giunto alla fine del suo viaggio, ha finalmente il dono di guardare Dio. E, fissando i suoi occhi umani su quell’immagine che nessun occhio umano può tollerare o anche solo concepire, vede se stesso. Vede il proprio volto.

 

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Sergio Rodella o il paradosso della forma

Sergio Rodella, San Michele. Bronzo, acciaio, vetro


 

Tra tutte le arti, la scultura è forse quella che più presuppone l’artificio. E questa non sembri una tautologia. Poiché con “artificio” non intendo “fare arte”, che è il significato etimologico del termine e che è, esso sì, una tautologia, poiché “arte” è “fare” e l’artefice, l’artista, è “colui che fa”. Che materialmente crea attraverso l’abilità tecnica qualcosa che è sì materia, ma allo stesso tempo la materia la trascende. È la téchne dei Greci. Senza la quale non v’è poiésis,  creazione. I due momenti essendo indivisibili e assolutamente interdipendenti. Tanto che nella sostanza sono un unico fare istantaneo.

Ed è proprio in questo misterioso trascendere la materia che sta il senso dell’arte. Che si rivela nella forma.

Intendo artificio nel suo senso più lato, come traspare dai suoi sinonimi di “magia”, “alchimia”, “mistificazione”, “finzione”. E “ingegno” e “trucco”. Fino a virare dunque, questo senso, verso il suo negativo. Poiché l’eccesso di artifizio, verrebbe da dire, diviene inganno. Eppure ancora, persino il valore deteriore contiene quel significato che è radice dell’arte. Inganno sublime. Tale, che è proprio in esso che si rivela la verità. Che solo può rivelarsi in un’estrema metafora del reale.

Il linguaggio dell’arte non è mai diretto, ma sempre obliquo, come obliquo è lo sguardo del dio.

Alois Riegl afferma che l’arte è una gara con la natura. Non una semplice imitazione, si badi, ma una gara. Come la natura crea le sue forme, così l’arte crea le proprie, in una sorta di competizione, secondo leggi che variano col variare del sentimento che informa di sé le diverse epoche.  Ma afferma anche che, nella sua più profonda essenza, l’arte nasce dal bisogno radicale di armonia che l’uomo ha in sé.

Dunque, nemmeno l’arte più “naturalistica” è naturale, se non per il fatto che a crearla è l’uomo e l’uomo è parte della natura. L’arte è una sorta di natura parallela. Un diverso percorso secondo cui la natura opera nel suo manifestarsi.

Ma ciò che fa l’arte arte, è il senso della forma, persino quando questa forma sia in apparenza assente, come nell’arte  astratta. E l’arte della forma per eccellenza è la scultura. Come ben sapevano i Greci.

La scultura non può prescindere dallo spazio. Ma quale spazio?  Esiste uno spazio oggettivo entro cui si muovano le forme? Sono davvero separate le forme dallo spazio che le circonda? Ed esistono forme oggettive? O non è, lo spazio con le forme che contiene e che anzi lo creano, la percezione assolutamente soggettiva di una realtà parziale e indimostrabile? Lo sguardo che l’uomo, ciascun uomo, posa sul mondo e lo trasforma dentro di sé?

Dunque la scultura, non diversamente dall’architettura, è arte dello spazio. L’una ne è fulcro e centro,  di quel vortice che se ne diparte, l’altra, all’opposto, è il tentativo di creare delimitazioni a un infinito che come tale è privo di riferimenti e dunque temibile.

Certo, accanto ai primi balbettii dell’arte, a quei primi segni decorativi, nati da chissà quale misterioso impulso, senza altro scopo che l’ornamento di corpi e di oggetti, uno dei primi gesti che l’uomo fece fu quello di delimitare uno spazio in cui rifugiarsi. Dalla caverna alla basilica di San Pietro il passo non è poi così lungo. Gli strumenti che l’uomo ha usato all’inizio per fare arte erano oggetti quotidiani, destinati ad altri usi, ma la destinazione a un uso non pratico ha trasformato il loro significato.

Noi abbiamo, della materia che costituisce il nostro corpo e gli oggetti che ci circondano, una percezione totalmente soggettiva. Siamo certi di toccare, di vedere, di sfiorare una sostanza, ma non comprendiamo immediatamente che le sensazioni che ci restituiscono i sensi sono solo una parte limitata di quello che veramente è. Poiché i nostri sensi sono limitati e percepiscono una realtà limitata. Il tatto non percepisce lo spazio che separa le molecole e gli atomi, la vista non percepisce le gamme dell’ultravioletto e dell’infrarosso e anzi ciò che vedremmo, se cadesse l’illusione data dai sensi,  ci terrorizzerebbe. L’udito non percepisce gli ultrasuoni. Eppure gli ancora grossolani strumenti della scienza ci dicono che tutto questo esiste al di là della nostra percezione.

Ma esiste anche una sostanza sottile, vibratile, luminosa, che con un termine grossolano potremmo chiamare pura energia. È di questo stato originario della materia che si occupa l’arte.  Lo può fare proprio perché tutta la materia come noi la conosciamo, alla sua origine non è che energia in forme più o meno addensate e coagulate e l’arte non si ferma al particolare, ma ha sete di universale. L’arte cerca l’origine. Da cui è scaturito il mondo.

Non c’è arte senza questa ricerca alla fonte e anzi, non c’è arte in cui questa vibrazione luminosa non sia percepibile.

Ma, proprio perché è di scultura che si parla, è bene osservare che quanto si diceva all’inizio, e cioè l’artificio come supremo e sublime inganno, si rivela nella scultura quanto mai in altre forme dell’arte.

La scultura, che è forma tridimensionale ha, quand’anche fosse un’opera informale, come ispirazione, se non come modello, le forme del mondo visibile. Che sono tridimensionali. Tuttavia, persino una perfetta riproduzione di un modello organico o inorganico, se di arte si tratta, lo trascende, a cercarne l’essenza per renderla percepibile. Non solo dunque si avvale, la scultura, delle tre dimensioni che conosciamo e all’interno delle quali ci muoviamo, ma quelle dimensioni usa per liberarsene.

Ci sono scultori, rarissimi oggi a dire il vero,  che fanno di questo paradosso lo scopo della loro arte. È a questa esigua schiera che appartiene Sergio Rodella.

È naturale che per la cultura da cui nasce e in cui si muove sia un outsider. Non è semplice rendersi sordi al fragore delle mille direzioni verso il nulla che assediano da ogni parte. E non è un outsider perché si ostina a salvare la forma dove e quando questa pare abbia perso ogni interesse, ma perché la Forma la vede e ne percepisce la straordinaria potenza originaria. La potenza dell’Idea che nella Forma si manifesta. Con una forza che fa tremare.

È un artista di incredibile cultura, oltre che un meraviglioso, quasi ossessivo,  conoscitore delle tecniche e dei materiali, che tra le sue mani perdono in parte la loro natura e diventano colore puro, materia molle che si scioglie in colore intriso di luce eppure, quando ti parla, capisci con quale umiltà e reverenza si accosti alla sua arte. Di alcune opere afferma di non sapere cosa abbiano in sé veramente. Quale sia il loro significato. Ma non è falsa modestia, che sarebbe fuori luogo, ma piuttosto l’atteggiamento di chi sia assolutamente cosciente di come un’opera d’arte sia un mistero, al di là dell’intento consapevole dell’artista, per quanto esperto e consumato.

L’arte, tutta l’arte, al di là degli artisti, è una forma di misticismo. Una forma di ascesi. E di conoscenza.

Perché attraverso l’illusione trascende l’illusione che è il mondo, per approdare alla verità. Difatti ha il suo prezzo. Molto alto per chi ne è posseduto.

L’artista è l’artefice. Senza il suo fare, non vi sarebbe arte. Ma è anche un mezzo e non può sottrarsi a questa dominanza, a questa padrona imperiosa che non concede sconti o scorciatoie.  E ti assedia la vita.

Ed è dunque una forma di conoscenza. Soltanto quando un’opera “si fa” la si conosce. Ma, nel farla, si conosce anche se stessi. E si conosce l’universo di cui quell’opera è il punto di arrivo. E di partenza. In un circolo che, come il tempo del sacro, torna eternamente su se stesso.

L’universo di Rodella è non dissimile dall’iperuranio platonico. Le sue immagini vivono lì, perfette, assolute, portatrici di un valore simbolico e lontane. Ma chiedono di assumere una forma visibile. Quegli archetipi guidano la sua mente, le sue mani, il suo corpo, i movimenti dei suoi strumenti, fino a divenire materia visibile.

Non è certo un caso che il calco del Giorno di Michelangelo, il grande neoplatonico, vegli sui suoi sonni e domini fisicamente la sua testa.

Credo che, quando un’idea prende forma nella sua mente, insomma gli si manifesti, Rodella se ne senta posseduto e che senta di non potersi sottrarre al tradurla in una forma visibile. E che, man mano che l’opera prende corpo, gli si riveli veramente per la prima volta. Con una chiarezza abbacinante.

Questa “necessità”, questa luccicanza,  è una sorta di destino di ogni opera d’arte. È così perché è così. Un rispecchiarsi solo su se stessa. Non può avere altro specchio se non la propria fonte archetipica.

Questo suo personale iperuranio è popolato di minotauri, di angeli e arcangeli, di volti senza corpo, di corpi acefali o senza volto, di forme in torsione e in tensione. Esseri tutti in uno stato di silenziosa e drammatica trasformazione.

Le sue figure sempre “stanno per”. Questo incoativo  è il tempo che le coniuga. Dunque in questo sta la diversità rispetto alla concezione antica del Bello, avulso e distaccato dal dramma. La diversità è nell’irruzione del dramma che le spacca e le frantuma e le fa umane.

Eppure lo spazio che le contiene è quello dell’assoluto.

L’arte, perché verità, prescinde dallo spazio e dal tempo, perché spazio e tempo sono solo una convenzione umana. Ma ogni artista ha il suo spazio e il suo tempo.

Il  tempo di Rodella è l’istante. Che presuppone un prima e un poi. Ma le sue figure sono sempre colte in quell’infinitesimo di istante “prima che” o “dopo che”. Esseri nell’atto della metamorfosi. Come l’abbagliante Minotauro, il cui vero corpo, che si sfa e allo stesso tempo si rapprende in luce, emerge dalle spoglie di una pelle che è una corteccia.  Reale e metaforica. Come un serpente che muti pelle. E mi vien da pensare ad Apollo Ptokòs, Apollo nella sua forma sotterranea e atra di Pitone, Dio ctonio, che è altra faccia del Dio della luce. Perché è dal buio che nasce la luce.

Quasi sempre queste figure sporgono il petto o il ventre in avanti, o si ripiegano su se stesse, si torcono, si tendono, si spaccano. Ma non perché il movimento renda “bella” la scultura, piuttosto perché stanno lentamente emergendo da un sonno senza tempo, stanno cercando il loro posto nello spazio.

Certo, vi sono ovunque citazioni classiche, lezioni antichissime non dimenticate, ma il come tutto questo si rapprenda a creare un linguaggio assolutamente nuovo e libero da ogni condizionamento è frutto di una trasformazione individuale che è linguaggio di alchimista.  Frutto di come quella energia vibratile e luminosa, di cui si parlava prima, si coagula a formare queste creature di marmi e  pietre e metalli e resine. Dallo sguardo inquietante e mai immobile.

Dunque, come in ogni arte nata dalla perdita dolorosa dell’antico centro, cioè da quella che in Occidente, subito dopo i Greci, dovremmo chiamare arte moderna e che ha il suo culmine nel primissimo Barocco, il linguaggio è contraddittorio e doppio, in una tensione di estremi che in apparenza non si conciliano: da una parte l’assoluto della forma, che si manifesta nella luminosità pulsante dei suoi contorni, dall’altra l’esserci nell’istante, l’ex-sistere, l’essere, l’emergere nel mondo con il dramma che è l’esistenza di ciascun uomo.

Sergio Rodella, Salomone. Marmo, piombo, oro

Guardate il Salomone. Ieratico, chiuso, distante, quasi egizio. Ma la forma chiusa si spacca in uno iato da cui trabocca in rivoli la sofferenza. Materialmente Rodella ha fatto scendere fiotti di bronzo fuso da quella spaccatura. Che si sono riversati attraverso gli occhi e coagulati in eterno. Trasformandosi in oro.

Dunque, da una dimensione in cui è annullata l’esistenza dello spazio-tempo, alla dimensione spazio-temporale, all’eternarsi di nuovo in una dimensione assoluta. Perché questo Salomone, che è l’Idea stessa della conoscenza, si risveglia da se stesso e si fa uomo e, come tale, proprio perché questo è il prezzo della conoscenza, si carica del gravame della condizione umana. E quelle roventi lacrime di piombo fuso che ne sono il frutto, si trasformano alchemicamente in oro. Anche gli esseri immortali, nell’universo che noi oggi abitiamo, soffrono della sofferenza umana quando ne vengono a contatto, ma ne indicano il valore salvifico e purificatore. Dalla materia grezza alla purezza e alla liberazione.

Piombo. Oro. Ancora una volta dal buio alla luce. Intendendo il buio come luce in potenza.

Poi ci sono gli Angeli.

Rodella è un mistico. La via del mistico è dura, faticosa, irta di dubbi e incertezze e si può percorrere in molti modi. Anche con scalpelli e sgorbie. Mistico è colui che attraverso la materia giunge allo spirito. Che anzi si immerge nella materia perché è in essa che vede l’impronta dello spirito. Termine che oggi si teme di usare. E sa che solo così vi può giungere. Perché è questo il senso della vita umana.

Ogni obiettivo raggiunto non è che un gradino in più che si è salito. Non ci si pone il problema di quanti ancora ne restino. Li si sale e basta, perché l’unica certezza è che alla fine, per lontana che sia,  ti attende la visione di ciò che ti fa assetato.

Gli Angeli e gli Arcangeli. Gli annunciatori. Annunciatori della metamorfosi.

Ed è così che tutto questo vibrar di ali e torcersi e pulsar di forme e sventagliare di colori canta la forma nel suo farsi. Le loro ali, i loro corpi di maschio e femmina insieme, sono il centro di quel vortice spaziale che lo spazio lo genera. Ma è lo spazio come lo vedevano i Celti, “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”.

Sono angeli che han tutta l’aria delle Nikai, pronti sempre a decollare o a planare e rumorosamente fruscianti.

Tutto questo sonante movimento però, in questo universo di Rodella, questo movimento che cerca la forma proprio sfacendo la sostanza opaca in pura energia e dunque trascendendola, a un punto s’acquieta. Attraverso due passaggi. Il primo è il Silenzio.

Questo Angelo s’è spogliato delle ali e le ha appese ad un supporto, tal quale fa l’eroe nell’appendere le proprie armi dopo la battaglia. Le ha appese ed ha appeso se stesso, a testa in giù, come l’immagine dell’Appeso nelle lame dei Tarocchi. Questa forma simbolica rappresenta l’iniziazione e l’Appeso è l’iniziato. Il sacrificio consentito perché si possa  accedere a diversi e sempre più alti piani di coscienza. È un oscuro e silenzioso maturare di una nuova nascita, l’atto finale prima della definitiva trasformazione, in cui ogni individuo si fonderà col Tutto, divenendo uno col Tutto.

L’ultimo e definitivo passaggio è il Cristo morto. Qui ogni contraddizione degli opposti si annulla. Buio e luce sono una sola cosa, poiché il nero assoluto del marmo è talmente intriso di luce, che culmina nella vibrazione dei capelli e della barba, da non essere più nero, non più l’opacità del buio, ma quell’oscurità abbagliante di luce che è dio.

E ogni movimento, ogni torsione, ogni spaccatura e ogni dramma s’annulla in un’immobile compostezza che non è rigidità o blocco del movimento, ma la “non necessità” del movimento, poiché questo Cristo è il Motore Immobile. È la divina serenità  del Buddha, la sublime quiete di dio da cui tutto emana e a cui tutto torna.

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Anoressia. La nuova frontiera della misoginia

Rileggendo ancora una volta quel magnifico libro che è L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont, una delle più profonde analisi mai scritte del concetto di amore che l’Occidente ha interiorizzato, mi sono resa conto di qualcosa che non avevo mai davvero considerato.

Muovendo dal mito di Tristano e Isotta, de Rougemont analizza il concetto che dell’amore è giunto sino e noi e che ormai la nostra società ha assorbito. Dalla vicenda dell’amore infelice di Tristano e Isotta nasce quello che de Rougemont definisce il mito della passione, cioé  quella forma malata di amore, amore NON per la persona, MA per l’amore stesso, che ha riempito migliaia di pagine di letteratura, ma le nostre stesse anime. E’ una forma di amore che celebra l’amore infelice, che salda il concetto di amore con la morte. Passione, appunto, nel suo senso originario di sofferenza.

L’amore cantato dai poeti provenzali, dai trovatori, successivamente dagli stilnovisti, l’amour de loin, l’amore lontano, l’amore per la donna angelicata è la celebrazione di un’assenza non di una presenza. E’ il desiderio per ciò che NON si vuole possedere, è l’apoteosi del desiderio fine a se stesso e che rifiuta ogni appagamento.

E’, di fatto, la celebrazione della morte. de Rougemont collega, con un’intuizione geniale, questo improvviso cambiamento del concetto dell’amore che si affaccia in Europa verso gli inizi del XII sec. nel sud della Francia, con il diffondersi dell’eresia catara e vede nei poeti provenzali, nel loro linguaggio criptico e misterioso, nel loro trobar clus, una sorta di codice tra appartenenti a una setta segreta o iniziatica. I catari rifiutavano con forza ogni forma e manifestazione di amore sensuale in favore di un amore puro, idealizzato. Insomma, la Beatrice dantesca.

Gli amanti non possono che bruciare di una passione che nega il corpo ma accende l’anima. Tuttavia, mentre colui che ama, l’uomo, è la parte attiva, la donna è colei che è amata. Che si nega, ma si lascia amare.

L’analisi di de Rougemont è ricchissima, complessa e affascinante e molto convincente e non è questa la sede per parlarne troppo a lungo (vi invito a leggere questo libro illuminante e unico), ma prosegue fino ai giorni nostri.

Il mito della passione, che da Tristano e Isotta in poi è dilagato nella letteratura fino a dominarla, è stato, proprio attraverso la potenza del racconto letterario, interiorizzato al punto da divenire il concetto d’amore che ha l’Occidente e ciascuno di noi. L’amore romantico, o romance, secondo il termine inglese.

Eppure, quella visione così alta, idealizzata, angelicata ed eterea della donna nella letteratura e nella poesia medievale (una figura Anima, secondo la visione di Jung) era in stridente contrasto con la condizione REALE della donna nel quotidiano. Mai come nel Medio Evo dell’Occidente cristiano la donna è stata oggetto di maltrattamenti, disprezzo, odio, misoginia, paura, persecuzione. Mai la donna ha contato tanto poco nella società, in casa, a livello legislativo. E allora, come si spiega questo dualismo esasperato, per cui il corpo della donna è negato e violato mentre la sua essenza pura è esaltata fino a farne una creatura angelica?

de Rougemont ipotizza una sorta di oscuro senso di colpa, di ricerca di un bilanciamento, per quanto inconscio. Ma tutto questo, che prosegue a fasi alterne da allora, non è altro che il segno della paura della donna. E più una società cova e nutre questa paura, più il dualismo si estremizza.

Perché ho parlato così a lungo del saggio di de Rougemont? Perché mi ha illuminata su un aspetto della nostra società che ha raggiunto livelli ormai drammatici e che, alla luce di questo, mi si è improvvisamente chiarito.

Mi sono spesso chiesta se fosse davvero possibile che un disturbo come l’anoressia, che è di fatto un lento suicidio, e che sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto l’Occidente, e si sta estendendo anche a paesi che si stanno occidentalizzando, diffusa soprattutto fra le adolescenti, ma non solo, si possa attribuire solo al fatto che la moda impone modelli di “bellezza” che nulla hanno da invidiare ai poveri corpi ritrovati nei campi di concentramento. Modelli imposti con la complicità dei designer di moda.

Certo, riviste, catwalks, sfilate, televisione, cinema, sono pieni di scheletri femminili ambulanti spacciati per belle ragazze. E’ vero che le forme dolcemente arrotondate di una donna normale sono bollate come orribile obesità, è vero che le uniche curve ammesse e anzi ricercate sono quelle FINTE, siliconate, gonfiate artificialmente e NON naturali, è vero che  soprattutto in Italia molti uomini rifiutano come brutte ragazze e donne bellissime ma morbide in favore  di altre magari orrende ma magre. Che la magrezza eccessiva è considerata segno di bellezza e non di poca salute. Ed è vero che, attorno a tutto questo, gira un business – fra moda, integratori, chirurgia plastica, cosmesi ecc. – di miliardi sulla pelle delle donne.

Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno che dilaga e uccide. No.

Perché tutto questo è solo un EFFETTO, non una CAUSA. Non mi convinceva la spiegazione che ne viene data. Non è sufficiente, come non è sufficiente addossare tutto al rapporto madre – figlia.

No. Non è sufficiente.

Invece, se noi pensiamo che alla sua origine ci sia una vera e propria recrudescenza di paura e odio verso la donna e tutto ciò che rappresenta, soprattutto dopo le lotte femministe degli anni 60 e 70, se noi pensiamo che sono aumentate le violenze sulle donne, gli assassinii di donne, che la parità sociale ed economica – tranne rare eccezioni – è ancora una chimera, dunque che la donna si trova di nuovo in una sorta di moderno Medio Evo, ecco che allora sarà molto più chiaro ed evidente perché una creatura priva di ogni connotazione femminile, che non ha mestruazioni, che riduce se stessa a un soffio, che non ricorda nulla di una donna se non l’idea astratta, è celebrata e imposta di fatto come ideale di donna. Di fatto una donna privata della sua concretezza e carnalità, che non fa paura, che non è in grado di generare. Che nega quella vita di cui è portatrice naturale.

Poiché i miti agiscono soprattutto a livello inconscio tanto più quanto sono potenti, ecco che il mito della donna-angelo imposto dall’Occidente cristiano e misogino come misogina è la Chiesa, molti secoli fa, rispunta oggi più potente e pericoloso che mai. Il dualismo tra corpo e anima, tra materia e spirito in una società che, come la nostra, disconosce l’anima e lo spirito, è radicato al punto ancora oggi che, di fronte al pericolo di una rinascita del potere del femminino, si è risvegliato in tutta la sua virulenza.

Così sono le stesse donne che assorbono questo veleno e, tra loro, ancor di più le donne adolescenti, quelle con meno difese. Bombardate dalle immagini di morte spacciate per bellezza e fascino sensuale (mentre li negano apertamente), alla ricerca dell’approvazione di maschi insicuri e spaventati, si macerano, si affamano, si annullano negandosi la vita. Negano il proprio corpo e con esso la propria femminilità.

Basti pensare agli orrori, alle torture a cui si sottopongono molte donne violando e violentando il proprio corpo nelle sale operatorie dei chirurghi plastici, veri esecutori di un tribunale dell’Inquisizione che, invisibile, condanna le donne a mutilarsi, squartarsi, farsi infilzare nelle carni cannule per estrarre litri di “osceno grasso”, farsi tagliare seni, pance, pelle, nasi, farsi tirare lineamenti e iniettare veleni. O, ultima moda caldamente consigliata dai chirurghi, la chirurgia bariatrica, vera e propria mutilazione irreversibile, i cui effetti nel tempo non sono ancora noti. Col pericolo magari, di morire sotto i ferri o risultarne sfregiate.  Cosa ha di diverso tutto questo dalle camere di tortura in cui le streghe venivano maciullate, se non il fatto, ancora più orribile, che ora lo fanno volontariamente?

Ma insieme alle donne, anche gli uomini assorbono un veleno che li ammorba a livello inconscio.

Ma anche Con tutto il rispetto per la libertà di vivere la propria sessualità come meglio si crede, è un fenomeno ben strano che migliaia (le cifre statistiche parlano chiaro) e migliaia di uomini sposati, fidanzati e apparentemente senza problemi, frequentino abitualmente uomini che assumono l’aspetto spesso esasperato di donne.

Sono a contatto quotidiano con adolescenti e ho sotto gli occhi tutto questo. Solo le ragazze con una personalità molto forte sfuggono seppure con fatica a questo incantesimo mortifero.

E vorrei anche aggiungere che la portata di questa distorta visione dell’amore per sè e per l’altro che sfocia nella negazione del proprio corpo, è molto, ma molto maggiore di quanto si creda. Le cifre della diffusione dell’anoressia vanno lette per difetto.

Alcuni giorni fa Dacia Maraini ha scritto un breve articolo sul Corriere della Sera, in cui si poneva questa stessa  questione, avendo osservato nella vita di Caterina da Siena, di cui si è occupata per un bellissimo testo teatrale, che questo stesso rifiuto del cibo fino allo sfinimento era originato da una ricerca furiosa di ascesi e da un misticismo esasperato. Ha dunque giustamente collegato questa stessa ricerca di una spiritualità che l’Occidente ha cancellato, nei comportamenti di chi si priva del cibo fino alla morte.

La sua analisi è frutto di grande intuizione e della sensibilità che contraddistingue tutta la sua scrittura, ma, imboccata la via maestra,  si spinge solo fino a un certo punto. La privazione del cibo, i digiuni, sono sempre stati associati all’ascesi e nel Medio Evo cristiano non era solo Caterina da Siena a praticarlo. Certo, lei si spingeva fino agli estremi, ma non era un’eccezione. Tuttavia l’esempio della Maraini conferma quanto dicevo in precedenza sul concetto cataro del corpo e della materia e sulla visione idealizzata della donna in quel tempo.

Io credo si debba scavare ancora, fino a trovare il seme originario. Credo che potrebbe essere quello da me proposto.

E’ un’ipotesi e un’intuizione sorretta dall’analisi.

Ecco, potrebbe essere questa  l’origine di questa epidemia dilagante di  anoressia. Non è altro che l’ennesima forma, in vesti moderne, di caccia alle streghe. Come si riconosce oggi una strega? Cosa la denuncia? Cosa la rende un orribile essere da perseguire? Quelli che, con la complicità di medici, nutrizionisti, mass media, stilisti, industria dello spettacolo e della moda, sono definiti “chili in più”. Cioé quelli che costituiscono i caratteri secondari sessuali del sesso femminile e sono lì a testimonianza del potenziale che ha la donna di dare la vita, di detenere quel potere arcaico e misterioso che per 25.000 anni ha visto l’esistenza di una società matriarcale, pacifica, negatrice della violenza, il cui essere speriore era configurato nel culto di una Grande Dea Madre e che fu annientata dall’avvento di una società patriarcale, guerriera, basata sul potere del più forte.

Una società che voglia imporsi tende ad annientare la società precedente e questo è avvenuto. Eppure le vestigia di quella lontanissima società non sono mai del tutto sparite. Una sapienza femminile si è conservata nei secoli, tramandata di madre in figlia. Conoscenze legate al mondo della natura e dei suoi cicli, a cui la donna è fisiologicamente legata, alle terapie naturali. E di quando in quando tutto questo è stato osteggiato e combattuto con forza feroce. Come nei 4 secoli di persecuzione delle “streghe”, semplici depositarie di quella sapienza arcaica.

Del resto, anche oggi il ritorno alle terapie naturali rivela il perdurare millenario di questa sapienza. Ecco come allora la nostra società, se da una parte ricerca l’antica sapienza ed esalta, secondo le forme che sono proprie di questa società, cioè visive ed esteriori, l’essenza più astratta del femminino, dall’altra dimostra una misoginia sinistra nei confronti della donna e dell’infanzia ed è di fatto scissa in un dualismo manicheo, malsano e generatore di sofferenza.

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Musica colta contemporanea e arte contemporanea? Il pubblico è diverso.

Su la Repubblica di sabato 8 gennaio compare un interessantissimo articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker e autore del bestseller finalista al Pulitzer Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo, (Bompiani), dal titolo Per chi suona la musica colta.

Oggetto dell’articolo è la bizzarria per cui, mentre l’arte contemporanea, astratta e non, anche la più ostica, ha ormai un suo pubblico e un suo mercato, che anzi tocca ormai vette  di quotazione direi assurde, come il dipinto astratto N°5 di Jackson Pollock, che ha raggiunto il record di vendita di 140 miliardi (miliardi!) di dollari, non la stessa felice sorte tocca alla musica colta, o musica classica contemporanea, a cui manca un analogo calore di pubblico.

Compositori come Webern, Alban Berg, Boulez, John Cage, Karl Heinz Stockhausen, Shoenberg e molti altri tra i grandi del primo e secondo 900 e viventi, hanno un pubblico fedele spesso fatto di conoscitori raffinati, ma le sonorità assai lontane da quella che si intende generalmente come musica classica non attraggono e anzi respingono il grande pubblico dei concerti.

L’arte moderna e contemporanea, invece, conosce una stagione di successo, soprattutto economico, oltre che critico, mai visto. Staccando di molte, ma molte lunghezze, le quotazioni dei grandi del passato. (Il che è già sospetto).

La prova ne sono appunto le quotazioni da capogiro, le gare tra i tycoons per accaparrarsi questa o quell’opera  e gli inneggi sperticati dei critici.

Lo stesso si dica per scrittori come il James Joyce dell’Ulisse o di Finnegan’s Wake, o Musil, le cui opere ora nessuno si sognerebbe di giudicare improponibili o prive di valore.

Allora perché la musica colta, perfino quella di quasi un secolo fa, che proprio contemporanea non sarebbe più a rigor di termini, non è entrata ormai nella sensibilità e nell’apprezzamento della gente?

Io ricorderei però che anche in passato la musica ha affermato il proprio stile con un certo ritardo sulle forme e gli stili di altri generi artistici.

All’articolo di Ross segue un più breve articolo di Alessandro Baricco, che sottolinea come uno dei motivi di questa osticità della musica colta stia nell’equivoco generato dal credere che musica classica e musica colta siano collegate, che la seconda sia la versione contemporanea dell’altra.

Per quanto le analisi di Ross e Baricco sui motivi della poca fortuna generale della musica colta siano profonde e mirate, nè l’una nè l’altra tengono conto di un fatto fondamentale. E il fatto è questo:

L’arte contemporanea (pittura, scultura, video, insallazioni ecc) ha un tale successo economico, di pubblico e di critica, per il solo e l’unico motivo che il mercato e dunque il gusto, oltre che la moda, sono creati dai critici e dai mercanti d’arte, gli uni in combutta con gli altri.

Chi in genere ammira in una mostra o in un museo un dipinto di Mark Rothko, o di Jackson Pollock, o di Basquiat, o di Emilio Vedova o di chi come loro ha un linguaggio bel lungi dall’essere immediato, ben poco comprende – sono assolutamente  certa – di quel linguaggio. Parlo ovviamente non degli addetti ai lavori, ma dello spettatore generico. Eppure, convinto del valore di quelle opere da centinaia, migliaia di articoli, libri, trasmissioni, mostre, esposizioni e transazioni milionarie e miliardarie, si racconta che ciò che ha di fronte è un capolavoro. Cosa poi sinifichi, cosa gli comunichi. è tutto da vedersi.

Tra il fruitore e l’autore, nel mondo dell’arte moderna, il cui linguaggio, a partire dal Romanticismo, è divenuto sempre meno comprensibile, grazie alla convinzione che l’artista ha da tenere d’occhio un solo fine: la libertà dell’arte,   si sono inserite con successo due figure chiave: il critico d’arte e il mercante.

Il Romanticismo e la sua sete di libertà espressiva hanno fatto sparire, quasi del tutto, la figura del committente, che in genere in passato erano la Chiesa e i principi. Ora la distanza tra il fruitore e l’artista s’è accresciuta al punto che c’è bisogno di chi ti dica cosa significa, che valore ha ecc. E non sempre chi te lo dice parla con onestà. Spesso parla per avidità, per realizzare un profitto.

L’arte sta nelle gallerie d’arte, in mano ai mercanti, non più nelle botteghe e negli atelier degli artisti.  

Questo è il frutto di un grande equivoco, che non è quello di cui parla Baricco, ma un altro, ben più profondo. L’equivoco è che si dà per scontato che l’arte sia qualcosa di immediatamente comprensibile a tutti, una questione di gusto, di pelle, di emozioni. E dunque l’arte ormai classica, essendo entrata nella sensibilità generale, parrebbe non porre più problemi di comprensione.

Invece l’arte è un linguaggio, che è necessario conoscere per comprendere. Come non è possibile comprendere una lingua che non si conosce e al massimo se ne può apprezzare il suono, l’armonia, il ritmo, ma non certo il significato, così anche l’arte e i suoi diversi linguaggi va appresa per essere compresa. L’arte, qualunque forma d’arte e di linguaggio artistico, è lo specchio fedele del tempo che la produce e quindi ne riproduce, spesso in anticipo e in profondità, la visione del mondo.

Il fatto che il linguaggio musicale della musica colta sia meno comprensibile per l’ascoltatore, non è perché – come afferma Baricco – la musica classica e quella contemporanea sono due cose diverse, ma perché c’è una grande carenza di educazione musicale e dunque di conoscenza, quindi sono pochi gli ascoltatori in grado di giudicare e comprendere.

A questo si aggiunga, per maggior chiarezza, che per la maggior parte della gente è difficile in ogni caso comprendere il senso di ciò che accade nel tempo in cui viviamo, perché ci siamo immersi e non abbiamo la giusta distanza critica ed emotiva per farlo. E perché è più comodo lasciare ad altri la responsabilità di consegnarci un senso già confezionato.

L’arte invece è un termometro sensibilissimo dei tempi e ne mette in evidenza il senso e il significato. L’arte è un processo dalla confusione alla chiarezza, diceva Konrad Fiedler.

Ma appunto se ne deve conoscere il linguaggio.

Nel mondo della musica colta non si verificano i fenomeni di sfruttamento economico che vediamo nel mondo delle altre arti, perché si è capito che non offrirebbe grande profitto. Questo si verifica invece con la musica pop e rock o metal o altro che, buona o cattiva che sia, attira orde di fans paganti grazie al baraccone pubblicitario e alla mitologia creata ad arte che la circonda.

Non si tratta dunque di questioni artistiche, ma di vile profitto. L’arte – in tutte le sue forme e manifestazioni – è un linguaggio, che va appreso per essere compreso. Evitando, se possibile, gli intermediari, spesso interessati. Dunque oggi, in mancanza di questi intermediari, il cosiddetto “uomo della strada” non ha strumenti per orientarsi da solo.

Non li aveva nemmeno in passato, tanto che l’arte è SEMPRE STATA un fenomeno d’élite. L’altro equivoco moderno è che l’arte debba essere sempre e per forza un linguaggio popolare e comprensibile a tutti.

Non lo è.

Ecco la risposta alla domanda posta dall’articolo di Ross.

COBH

La Baia di Cobh

COBH

   

Verde come l’aurora tra le querce

Verde io sono e la mia gola

Folta di muschi ed erica

Si apre dilagando parole come antere.

Verde è il mio riso e foglia la mia pelle

Le dita trasmutanti in fili d’erba verde.

Trasparente lo sguardo che si perde nell’acqua

Si fa onda e corrente e guizzo e sabbia –

Perso oltre la baia allagata di stelle

Piatta dove filari di gabbiani

Segnano il tempo.Il tempo che mi allaga, che riempie le secche

Riportando la luna e la marea a intrecciare le dita.

 Grondo di acque arcaiche

Di parole lucenti. Rotola lungo i colli

Gonfi di spuma verde la rima delle nubi

Segni oghamici impressi sulla pietra celeste.

Alto è il cielo e più alto si fa

Quando ne cerco il limite, il segno primordiale.

Da lì mi viene l’alba del mio nuovo cammino

Già segnato nella sua triplice spirale.

Ascolto ad occhi aperti il canto della luce

La verde isola sacra che mi porto nel cuore

Sfera di desiderio – ascolto il tuo respiro

Modulato sul mio – ora non più straniero

Che sale dal profondo della terra

E segreti sussurra alle mie orecchie tese. 

Sono venuta al mondo con gli occhi spalancati

Ho vestito me stessa di infiniti mantelli

Tutti li ho persi e nuda finalmente

Premo il piede sul suolo familiare

Non più in esilio – sola – ma accolta tra le braccia

Verdi e materne – morbide e segrete

Della Donna di Bheara

F.E.D.

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UN RAMO DI CORALLO

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Ho scelto un ramo di corallo.

 

Corallo

 

Perché il corallo unisce in sé la vita organica e quella inorganica. Ha forma di un albero dai molti significati simbolici. Il rosso è il colore della vita e dell’energia. Il corallo è la pazienza che richiede il costruire, briciola dopo briciola, il lungo percorso che ci porta alla nostra meta, per quanto lontana e irraggiungibile si possa immaginare. E’ il tempo, che nel suo infinito dispiegarsi, costruisce mondi.

 I suoi rami sono le apparenti deviazioni verso cui a volte ci dirigiamo, convinti di aver imboccato la strada maestra, per poi trovarci in un vicolo cieco. Eppure, anche quei percorsi contorti ci hanno avvicinato al punto d’arrivo, molto più di una via diretta.

Il corallo è figlio del mare, misterioso e bello, e il mare è l’origine della vita. E’ culla e ventre, bellezza e impeto. E non v’è ornamento più abbagliante e vivifico per una donna del corallo. Non a caso, in antico si regalava alle balie una grande collana di corallo da indossare sempre.

Le sue forme si sviluppano in modo imprevedibile, come la vita, eppure seguono un loro disegno. I suoi colori, le sue infinite forme, la sua rarità, sono perfetta e asimmetrica bellezza.

Ecco perché ho scelto un ramo di corallo. 

 

© 2010 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA