Dante Maffìa. Io. Poema totale della dissolvenza. Una nota di Giorgio Linguaglossa

IO POEMA TOTALE MAFFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Maffìa ha appena pubblicato per i tipi di EdiLet  un testo monumentale, Io. Poema totale della dissolvenza.  Qui Un poema dunque, di circa 30.000 versi e 712 pagine. Sufficiente a collocare il nome di Maffìa, il poeta italiano vivente davvero più originale e rilevante, tra i grandi della letteratura contemporanea. Un testo poetico che non ha eguali dal Novecento ad oggi, non solo in Italia.  E monumentale non per il numero di versi, o per quello delle pagine, o perché si tratta di un poema (chi ha la forza – in tutti i sensi – di scrivere più un poema oggi?) ma davvero perché questo è un monumentum, uno mnomeìon di questa epoca, l’avvolge e la contiene nella sua totalità.

Ospito, come guida per il lettore, un testo limpidissimo e folgorante di Giorgio Linguaglossa, critico militante e poeta egli stesso, che conosce come nessuno l’opera di Maffìa ed è uno strumento prezioso per avvicinarsi a quest’opera.

F.D.

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Giorgio Linguaglossa

L’UNIVERSO ATOPICO DELLA DISSOLVENZA

 

«Fair is foul and foul is fair: il bello è brutto, il brutto è bello, cantano le tre streghe all’inizio del Macbeth. È il ritornello che governa gli eventi. Sono le parole che accompagnano Macbeth al potere e lo trascinano alla rovina. La tragedia del potere e della follia, dove «la vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. Il racconto raccontato da un idiota, pieno di strepito e furore, ma che non significa niente». La loro eco e la loro danza macabra arrivano fino a noi. Nell’epoca della borghesia, come spiegano ancora efficacemente Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, tutto è volatile, istantaneo e rapidissimo, sottoposto a un inarrestabile processo di rivoluzionamento. Le vecchie idee sono state disintegrate in migliaia di frammenti, le idee nuove diventano vecchie prima ancora di fissarsi e consolidarsi. Ogni cosa sacra è profanata e le cose profane vengono consacrate. La conoscenza si certifica con la falsificazione (Popper)», scrive Rinaldo Caddeo in un recente articolo riproposto sul blog moltinpoesia.wordpress.com.

Con questo poema di Dante Maffìa entriamo nell’età della Crisi irreversibile della forma-poesia, nell’epoca della recessione spirituale, politica e stilistica del Dopo il Moderno, della «dissolvenza» incessante e progressiva, della transvalutazione, del mondo come volontà e rappresentazione, della volontà di potenza dispiegata del capitalismo e della crisi di un Modello unico di rappresentazione che ha la «fede» per antonomasia alla base del suo progetto totale di dominio sugli uomini: il capitalismo con la sua religione laica della fede come «credito» in Altro e col suo potere di trasformare il Tutto in Altro, secondo una deformazione immonda e turpe del pensiero teologico secolarizzato. «Tutti i mondi possibili esistono davvero», scrive un filosofo contemporaneo, David Lewis; nulla svanisce, tutto si trasforma: questa è la natura per Linneo; nulla  si trasforma e tutto svanisce: questo è il principio dimostrativo del cosmo di Maffìa, al contrario della legge base della relatività di Einstein: nulla si crea e nulla si distrugge: tutto resta sempre eguale a se stesso: l’eterno ritorno ha un cuore antico che conia la sempre uguale legge della «dissolvenza». Il fondamento della realtà è la «dissolvenza» dell’«io» e del «cosmo», e la poiesis non è un arbitro in posizione di terzietà in questo processo ma è un «ente» in dissoluzione come tutti gli altri «enti»: la forma-poesia precipita in «dissolvenza»  anch’essa, come tutte le forme ereditate dal Novecento: quello che resta è una forma-fluviale, una cascata Niagara, una forma-valanga che travolge lungo il suo percorso ogni cosa che trova; una forma-detrito che si nutre di detriti; una forma-processo in continuo divenire, una formidabile transvalutazione di tutti gli «enti», una metamorfosi perpetua dell’«ente» per eccellenza: la «parola»: la sua profonda degenerazione, la sua infingardaggine, la falsa coscienza della «parola», di quella di tutti i giorni e di quella che impiega il poeta; parola politica anch’essa, e quindi figurata (e sfigurata), infingarda e deforme. Ecco la ragione dei «bruttismi», dei «cacofonismi», delle parole-detrito, delle parole telefonate: i «telefonismi», delle parole dissimmetriche: i «dissimmetrismi», delle parole anomiche: gli «anomismi», i «distopismi», delle parole distopiche; i «disformismi», quelle parole che non corrispondono più che a dei concetti-stereotipi, falsificati anch’essi dalla procedura scientifica della verificazione: il Vuoto, il Nulla, il Sempre Eguale, l’Eterno Ritorno («tutto cadrà nel vuoto», «balbuzie della dissolvenza»). C’è un ritornello che ritorna ab aeterno e ab initio in questo mare primordiale che è questo smisurato poema: l’«io» che ruota (e si svuota) attorno all’apice di un cono rovesciato come una trottola lanciata in una folle corsa-rotazione in un universo indirezionale e atopico. Transvalutazione e degenerazione della materia, de-materializzazione della materia per eccellenza qual è la «parola» poetica (e non), la sua falsificazione; transvalutazione del movimento in dialettica dell’immobilità del movimento per eccellenza qual è la Storia degli uomini, un tutt’uno che diventa «dissolvenza» della «parola» e della Storia. Etica, estetica, scienza, principi morali, giudizi a priori, giudizi a posteriori, gusti, categorie, usi e costumi, fedi  scompaiono nel buco super massiccio della «dissolvenza»; vengono risucchiati, emulsionati in un maelstrom dove vengono risputati fuori, con segno negativo, in un cupio dissolvi, vendette e buoni propositi, olocausti e misericordia, azioni positive e azioni immonde, tutto viene commutato in segno negativo: incattiviti, deformati, abbrutiti, gobbi, deformi, sono gli specchi dell’«io» che pullulano in questa «totale dissolvenza». Anche la poiesis è sottoposta alla legge paradossale della «dissolvenza», dove ogni mutazione segna una de-generazione secondo una forma di pensiero gnostico e adialettico. Anche la poiesis è un «fare» ma in negativo: è esplosione, implosione, erosione, deformazione soggetta alla legge della morte termica con la quale finirà anche il nostro universo, salendo e ricadendo da nuvole di polvere cosmica; il discorso poetico di Maffìa si nutre della civiltà del Novecento come un buco supermassiccio si nutre della polvere cosmica. Alla fine, anche la «parola» maffiana si raffredderà e si disperderà nelle infinite periferie del megastore del nostro universo in vetrina e in vendita, anzi, in svendita (in tempi di recessione) qual è il poema della «dissolvenza». Una immensa, colossale apocatastasi. Anche la poiesis è diventata un’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, nasce dal fuoco eterno della «dissolvenza» e ritorna nel mare magnum della «dissolvenza». È un Eterno Ritorno, un eterno girare a vuoto della «trottola» dell’«io». La polvere cosmica nasce e muore, si spegne e si riaccende, viene raccolta da una parte e trasportata da un’altra da venti solari e da energie oscure come il turbine infernale entro il quale stanno i lussuriosi della Commedia dantesca. La legge di gravitazione universale di Newton, che faceva danzare elegantemente, come in un minuetto, tutti i corpi celesti e terrestri tra loro, è diventata una spiegazione infantile delle universe cose. La posta in gioco è ben altra: c’è da prima dell’inizio un Brama, un super spazio a dieci dimensioni più il Tempo dal quale si diramano gli universi: entrano in gioco le «particelle maledette», le «particelle di dio», movimenti, vibrazioni di energia cosmica, deformazioni dello spazio-tempo, deformazioni dell’energia e della luce, spostamenti nel tempo/spazio in altro tempo e in altro spazio. Dio non è mai morto: non è mai nato; è un universo ateo e bastardo quello di Maffìa, sottoposto alla legislazione della «dissolvenza», ultimo baluardo dell’«io» che stenta ad accettare il proprio declassamento a «io» infingardo e deturpato, a falso «io». Per Maffìa non si può non vivere che nell’ossimoro permanente (Montale) che è verificato dalla presenza della «parola della poesia», il peggior tradimento (la parola-usura); l’«io» è usuraio che impiega le parole come il capitale contante che presta a strozzo; la «parola poetica» è diventata una mostruosa deformazione e denegazione di una falsa parola divina che non è mai stata pronunciata: non esistono più né bene né male, né follia né ragione, né bello né brutto, tutto è volontà di potenza che sfocerà nella «dissolvenza»: Dante, Shakespeare, Galilei, papa Francesco, comunismo, capitalismo, dollaro, euro, Europa, Asia, America, Amore…

E = mc2 massa ed energia si equivalgono, sono le due parti di una semplicissima equazione. Anche l’universo si può indicare come la prima parte di una semplicissima equazione: xxx = yyy; dall’altra parte c’è l’altra metà dell’equazione della «dissolvenza» universale. La  poiesis è sottoposta alla medesima legge della «dissolvenza» che governa l’universo: la fisica dei quanti, la materia e l’antimateria, l’energia visibile e quella invisibile, la materia oscura e quella visibile dove siamo noi in un puntino infinitesimale dell’universo, Auschwitz e l’Olocausto, le bombe di Hiroshima e Nagasaki che hanno raso a suolo in un istante due città, che hanno vaporizzato decine di migliaia di uomini e hanno liquefatto per sempre ogni solidità della «materia». Non c’è più differenza tra Terra e Cielo. In cielo non cantano né gli angeli né i dèmoni ma tutto si muove verso l’esterno, si allontana dal centro in un vorticoso movimento a velocità allucinante. Al centro della nostra galassia (di cui noi e il nostro sole abitiamo un angolino periferico), come probabilmente al centro di tutte le altre migliaia di miliardi di galassie, c’è un buco nero supermassiccio che divora e ingurgita materia, luce, spazio e tempo, fa ruotare stelle e pianeti intorno a sé come il buco di scarico di un lavandino fa girare in un risucchio vorticoso l’acqua che sprofonda. Il cosmo in cui viviamo non è più abitato, protetto e nobilitato da serafini, cherubini, troni e dominazioni, ma è una cosa chiamata inflazione e noi esistiamo grazie a questa inflazione: l’ossimoro grottesco e gaglioffo della nostra nascita e della nostra vita senza senso; o meglio, con una pluralità di sensi secondo cui ciascuno adotta il senso ciò che più gli aggrada, secondo la legge universale della «dissolvenza».

Secondo una concezione recentissima, in un miliardesimo di secondo l’Universo è sbucato fuori da un altro universo e si è espanso alle attuali dimensioni; gli scienziati  hanno chiamato questo processo inflazione, una corsa accelerata della materia dello spazio e del tempo verso la periferia dell’universo. L’empireo di platonica memoria, è stato sostituito dal frusciante rottamaio di questa mega deflagrazione che si consuma nel silenzio cosmico: quella ondulazione magnetica che è la zattera che ci riporterà indietro nell’altro universo che ci ha preceduti, simile a quello scricchiolio o miagolio che sentiamo quando si passa da un canale a un altro della radio, il rumore ondulatorio di fondo, la debolissima traccia magnetica della radiazione sottostante dell’universo che ci ha preceduti. Impero della degenerazione e della «dissolvenza», dell’ossimoro, della cacofonia, del miagolio di fondo e della risonanza della inflazione di questo universo-magma dell’«io» di Maffìa, definisce al meglio la situazione in cui ci troviamo: di desertificazione spirituale e di nascita di falsi fondamentalismi, degli dèi falsi e bugiardi. Non saprei in quale altro modo descrivere questo smisurato poema dell’inflazione permanente, dove tutto si allontana da tutto, dove non c’è più un centro e l’«io» è deflagrato in una miriade di puntini luminosi come le luminarie dei fuochi d’artificio che si spengono nel mentre che si raffreddano nella loro dispersione nello spazio infinito.

Il demone della poesia come poeticus furor, poetic frenzy, ultima zattera alla deriva in questo processo inflattivo dell’universo: continua eruzione di fuoco, sabbia, acqua, veleno, gas cosmici; funebre immobilità del Mare della Tranquillità della Luna, frastornante marasma di quella polvere cosmica che sono gli uomini sul pianeta Terra scandito da un rullo continuo di tamburi come la superficie in tempesta perenne del pianeta di Saturno, Enceladon, frusciante come un incendio o stridente come il requiem di Penderecki, divagante e sussultorio come un concerto di Shostakovich, allucinato come un ready-made di  Duchamp, perturbante come un quadro con tritoni lussuriosi di Böcklin o allucinato come gli sgorbi contadini di Bosch o angoscioso e feroce come un dripping di Pollock, lucido e straniante come le bottiglie di Morandi. Poema straniante e drammatico, abitato dalla serenità della tragica «dissolvenza» di ogni cosa, inquietante come le piazze d’Italia di De Chirico. Il poema di Maffìa è duro come meteorite, e molle come calcestruzzo prima di rattrappirsi, candido come ghiaccio, fragile come vetro di Murano, o sughero che galleggia, feroce come l’artiglio di una tigre, idillica come una coppia di daini che bruca l’erba di una montagna; la parola assenza che fa rima con dissolvenza; fiore, la rima più falsa, con cuore, perché non c’è più una rima felice e la rima è già divenuta la tomba della gioia delle vocali.

La poesia nasce e muore nel linguaggio e con il linguaggio, non può risalire la china del «niente». Non c’è più un senso sotto le cose e le parole; se si scava dentro le parole e dentro le cose troveremo il «vuoto», un nulla fatto di cose senza senso. Ed è inutile cercare un senso, una direzione di marcia: né un senso, né una profondità, né un non-senso nel senso che sia un altro senso del non-senso, o del senso che ci consegni un altro sguardo; non c’è  altro senso che non sia la medesima cosa del non-senso in cui ci troviamo da sempre. Nessun senso, né recondito, estraneo a se stesso, né paradossale, è un senso che equivale a miliardi di altri sensi che nascono e muoiono nelle discariche della catastrofe permanente della «dissolvenza» in cui e per cui non possiamo recuperare alcun senso: non c’è alcuna bellezza nella natura, né nell’arte, nell’amore: falsità, fatuità che gli uomini continuano ad aggiudicarsi a vicenda, secondo falsa coscienza e impero del male.

(C)by Giorgio Linguaglossa 2013. RIPRODUZIONE RISERVATA

Giorgio Linguaglossa – Paradiso

DANIEL MARAZZATO Angelo di Monteverde. 2012 Collezione privata

La lingua poetica nasce per dire l’uomo. Non è una semplice comunicazione, un diretto travaso dall’io al tu. Nasce per dire il mito e con il mito, il sacro, cui il mito attinge. Ho sempre pensato che i nostri lontanissimi antenati debbano aver avuta ben chiara questa diversa qualità della parola e di come, nel momento in cui la necessità di descrivere l’invisibile si fece irrinunciabile, un qualche segreto recesso del cervello umano si attivò misteriosamente per dare forma e fonte a quella lingua. Ecco perché la lingua poetica alle sue origini è propria del mito e del sacro.

Quale sia il senso del mito e del sacro che ogni epoca ha, è compito della storia del pensiero descrivere. Ma persino quando questo senso appaia assente, o svilito, come oggi da noi e quanto più in Italia, tuttavia esiste. In forme inaspettate. Eppure emerge, a volte, in tutta la sua (pre)potenza arcaica, quella che mi piace definire  la sua Urgestalt.

Ho trovato questa Urgestalt  nel Paradiso di Giorgio Linguaglossa (Roma, 2000, Edizioni Libreria Croce). E nel leggere, la prima immagine che mi è apparsa alla mente è stata quella de La caduta degli angeli ribelli di Pieter Breughel il Vecchio. L’immagine si è affacciata alla mente per due motivi. Il primo è la forza visionaria del dipinto, analoga a quella che ho trovato nel Paradiso, il secondo è la sua costruzione su tre piani, che ho ritrovato nella tripartizione del testo; la Città di Lite, la Città di Dite e la Città dei sentieri che si biforcano.

La poesia di Linguaglossa ha una natura (o dimensione) architettonica e allo stesso tempo pittorica. Dunque si muove in uno spazio intermedio tra struttura e visione, fra tridimensionalità e superficie. Questa profondità è lo iato che dà respiro e spazio all’invisibile. Uno spazio ambiguo, nel senso di duplice. Quell’Urgestalt di cui si diceva. Ma è proprio la presenza di questa dimensione architettonica nel testo che testimonia la consapevolezza di Linguaglossa della diversità della lingua poetica rispetto al linguaggio d’uso comune. Il suo poema arde. Il che lo rende immediatamente distante anni luce da quello che egli definisce il minimalismo del ceto medio mediatico. La qualità della sua lingua è, pur se incardinata all’interno di questa rigorosa costruzione, fluida ed elusiva, perché pittorica e coloristica. Ed è la fantasmagoria di queste tinte sulfuree, chiare, opache, smaltate, pallescenti e violente che riveste di potenza visionaria la sua poesia. Non immediata dunque. Devi dargli il tempo, dopo l’encausto operato dalle parole, di lasciar sedimentare sul fondo i suoi sali ed emanare i suoi vapori serpentini. Linguaglossa non solleva facilmente il velario. I suoi sono occhi che osservano il lettore come quelli di Teodora.

L’imperatrice Teodora e la sua corte

La melancholia dell’imperatrice Teodora

e del seguito imperiale recita

il trionfo fittizio, nomenclatura

monumentale museificata nel vetro.

L’ampia corona deposta sul capo

immobile assottiglia lo strepito

dei passi del corteo che collima

con il corteggio di tenebre.

Gli occhi di Teodora ci osservano

dalla rigidità della decorazione musiva

laddove non esiste il tendaggio

dell’inquietudine.

Linguaglossa è un poeta di formazione e cultura aristocratica, uno di una genìa oggi scomparsa; un filosofo che scrive in versi. E’ una di quelle menti rese preziose dalle stratificazioni del tempo che non tutto divora,  forse perché la sua nascita in Costantinopoli gli ha in qualche modo impresso il suo sigillo inciso nell’avorio. O così mi piace pensare. Come la grande arte costantinopolitana si disperse nella diaspora che seguì l’iconoclastia di Leone III Isaurico, lasciando dietro di sé l’astrattezza del vuoto, ma alimentando in modo inaspettato un nuovo linguaggio ai confini dell’impero,  così l’aristocratico non meno che berciante e brulicante paesaggio umano di Linguaglossa travasa una tradizione classica e tardoromana nel nostro mondo barbarico. Poiché infatti la sua è la tarda classicità, che si riconosce in una koinè che fonde Occidente e  Levante.

La tripartizione architettonica di questo poema però è solo spaziale, non temporale. Consoli, soldati, imperatrici, filosofi, lenoni, eunuchi, cortigiani, angeli e demoni si muovono accanto a  poeti, politici corrotti, Mozart e Rembrandt, Arlecchini e parassiti e passanti fra il traffico convulso delle nostre città. Un’umanità sempre identica a sé stessa nel convulso agitarsi di menti e di membra e di azioni e di umori e odori e colori e pulsioni. Un’apparente caos primordiale non domato dal susseguirsi di mondi e civiltà. In un tempo circolare che è quello del mito.  Un registro alto per dire il crollo. Per dire la Caduta. Non solo degli Angeli.

Eppure, in questo poema che ha il suono dolce di un oboe (oh Baudelaire Baudelaire) e l’aspro sapore corrosivo dell’aconito, tale trionfa la bellezza del pensiero che ogni voce si fonde in un’unica voce. E’ la voce del filosofo. Un po’ Eraclito l’Oscuro questo Linguaglossa, se di lui rimanessero frammenti affidati a futuri papiri. Che leggeremmo di questo suo Paradiso se fra duemila anni un archeologo dissotterasse da una Roma o da una Milano sepolte e perdute dei frammenti cartacei miracolosamente preservati?

Forse leggerà l’archeologo:

Gli artisti sono relegati nel circolo 

degli onanisti. Essi non smettono

di creare ismi. La confusione regna

sovrana.

O ancora

Preferisco la sicurtà dell’aleatorio, amo

la frusta raffinatezza, l’indolenza cerebrale.

Frigido, verginale come un fucile automatico.

O ancora

Raffiguro l’Universo a forma di cono.

In vertice l’Assoluto che spartisce le cose,

le frustiga all’in giù dopo averle soppesate,

spossessate di realtà….

O forse

L’inferriata dell’apparenza

lo relega in superficie, nella datità.

Acciottolìo di sillabe e vocali.

L’archeologo griderebbe al miracolo. Un’insospettata corrente filosofica in un’epoca che i suoi colleghi filologi e storici ritenevano segnata da un epigonismo conformista e minimalista. Si eseguirebbero accurate indagini chimiche e spettrografiche sulla composizione di quelle materie arcaiche, ormai non più in uso, che gli antichi chiamavano carta e inchiostro. Si consegnerebbero i testi a dotti filologi esperti di letteratura che gli antichi pareva avessero denominato bizzarramente “postmoderna” e, posto che i frammenti non rispecchiavano le voghe letterarie dell’epoca, si produrrebbero numerosissimi articoli accademici in cui s’annuncerebbe d’aver scoperto un clamoroso falso. Tali frammenti difatti – direbbero i dotti studiosi del XL secolo – appartengono a un’opera composta nel XXII secolo ma stampata su carta di due secoli precedente con inchiostri anticati ad arte da un abilissimo falsario, che voleva far passare per antica quella che sarebbe stata un’opera del futuro.

(C)2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Paradiso

Dante Maffìa o del participio presente.

Nel leggere l’Opera di Maffìa, volendo avere una visione d’insieme e iniziando dal principio, si prova innanzitutto sgomento.  E però è uno sgomento felice, perché  ci si affonda immediatamente come in uno di quei piumoni soffici e rigonfi che a premerli con la mano le si gonfiano subito tutt’attorno in uno sbuffo e la mano non la vedi più. Poi però t’accorgi che quella morbidezza in realtà ha dell’inquietante, perché ricorda vagamente le sabbie mobili. Il fatto è che te ne risenti risucchiato e trattenuto.

Questa consistenza semisolida è solo la superficie, perché sotto tutta l’Opera di Maffìa c’è la roccia. Scrivo Opera, con la O maiuscola, perché da Il leone non mangia all’ancora in fieri Poema totale, Maffìa ha scritto un’unica e sola opera che si articola in prologhi, parodoi, episodi, stasimi ed esodi sempre rinnovantisi, secondo insomma una struttura ben solida e antica che si autogenera sempre di nuovo e continuamente e si delinea sempre di più come una struttura che fonde azione drammatica, satira e poema allegorico in un’unità proteiforme. 

La prima cosa che mi ha colpito è stato l’uso frequente del termine “lievito”, che ho notato spesso e me ne sono chiesta il perché. Leggendo tuttavia pur in modo disorganico, come mi piace fare, e spesso iniziando dalla fine, m’è parso che questo termine così spesso affiorante potesse avere valore di sigillo o sfraghìs. E allora ho capito che Maffìa scrive come il lievito fa crescere l’impasto, come lo fa fermentare, essendo la scrittura la sua pasta madre.  Perché mi pare che tutto quello che ha fatto e fa sia non una serie di opere in versi e prosa, ma un’unica opera iniziata molto tempo fa e che si gonfia e, appunto, lievita, crescendo a dismisura a occupare ogni angolo e intersizio del dicibile e ogni mezzo espressivo,  soffice fino a inglobare tutto quello che lo circonda perché fermenti e maturi e sappia di quell’odore un po’ dolce e un po’ acido prima della cottura.
La seconda cosa che mi ha colpito – a parte tutte le cose belle e dotte e profonde che hanno già scritto i suoi critici e prefatori e che diamo per già note e date – è questo ghigno irridente di fondo, che a volte finisce in singhiozzo a volte in riso a volte in sogno. Che mi è piaciuto cogliere nella foto che ho scelto.
 E in questa sofficità lievitante che nasconde un continente roccioso sommerso,  ci sono dentro tutti i secoli che si porta addosso, i picari e gli aedi, Bukowski e Plotino e i poeti morti suoi amici e la Calabria e la Grecia e Roma e l’America e  insomma…. questo io lievitante e lievitato che, come dice il suo nome, participio presente del verbo dare, partecipa di sé nel suo dare, si rovescia in una piena elegantissima e travolgente – a volte anche pericolosa – che travolge ma non esce dagli argini. Quasi un ossimoro.
Questo atto del dare, costantemente in essere,  è talmente oceanico, che da io s’è fatto noi e voi e anzi ha rotto ogni argine d’individualità tanto da non poter più distinguere quella che è una biografia poetica registrata quasi ossessivamente in ogni sua atomizzata minuzia, attingendo ad un archivio che registra con memoria prodigiosa, da non poterla dunque distinguere dalla storia di un novello Everyman che, come nella morality play dell’Anonimo inglese, è allegoria dell’umanità tutta nel suo cammino che, alla fine, ha da tirar le somme delle azioni. Ma non inganni questa dissipatio del Sé, perché questa pasta lievitante che si effonde nello spazio e nel tempo, sì, con plotiniana effusione, si risolidifica poi sempre attorno al nucleo. Quell’Io agente e dante.
(C)2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA
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Da SCORCI DALLE FESSURE
da La strada sconnessa, Passigli 2011
1
Potrei, a mio piacere,
girarmi attorno, ma mi chiedo a che vale,
a che vale rivedere le azioni
compiute e incompiute,
le speranze e le cadute.
In fondo di me resta, se resta,
una briciola poggiata
in una tazza che appena lavata
si perderà nel lavandino.
E poi…chi mi ha conosciuto
sa che avrei potuto
fare altro e altro ancora:
la prospettiva da cui guardavamo
era sempre falsa e poco illuminata.
2
Se io sono l’albero fiorito
c’è qualcuno che è terra e sangue,
altri che sono muffa e cenere.
Ma quella luce diffusa
da dove sarà venuta
la caparbia avventurosa.
3
Ho trovato la fiamma oscura e tenera
della parola, era nascosta
nell’effimero d’un ricordo, e in parte,
sopra il piano polveroso
d’un vecchio armadio in cantina.
Avrei dovuto prendere a volo
la rivelazione perfetta
del gelo e del calore,
ma ero così assonnato
che mi rimisi a letto.
4
Fare paragoni e inventare metafore
sembra essere l’esercizio da realizzare
dai poeti, i nullafacenti.
Ma tutto si arena
su un vecchio carrarmato abbandonato
alla periferia del paese.
6
E non continuate a domandarmi chi sono.
Possibile che pensiate che io sia stato
una lunga linea retta
che va da questo punto a quello?
Se non ci fossero stati i mille crocevia
e le salite e le discese, forse…,
invece montagne russe e tempeste sono fiorite
per ammaliarmi e stringermi a me stesso.
E la lontananza si è fatta spessore
d’un quotidiano rimuginare di povere mete
tese al pane e al conforto.
Non mi ero reso conto d’essere morto
da secoli e di errare con un permesso
con la scadenza stampigliata
a lettere cubitali perfino sulla fronte
delle mie bambine.
(C) by Dante Maffìa 2011 RIPRODUZIONE RISERVATA