Carlo Diano – Limite azzurro

Carlo Diano, Limite azzurro. All’insegna del Pesce d’oro, Milano 1976

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Diano (Vibo Valentia, 16-2-1902 – Padova, 12 – 12 – 1974), non fu soltanto filosofo tra i più originali del ‘900, grandissimo grecista e filologo, ma fu anche poeta, scultore, pittore e compositore di musica. Una mente traboccante, assetata di bellezza e conoscenza, mai doma, mai paga. Pubblicò una prima raccolta di poesie nel 1933, col titolo L’acqua del tempo, poi, pur seguitando a scrivere poesia, non si interessò più di farne altre pubblicazioni.

Due anni dopo la sua morte, tra le sue carte, furono trovati dei testi, parte dei quali Ninì Oreffice volle fossero pubblicati.  Ninì, il cui cognome di nascita era Ottolenghi, fu una di quelle donne molto speciali, innamorata veramente col cuore dell’arte e della cultura e nel suo salotto padovano passarono i più grandi letterati, intellettuali, poeti e artisti di tutta Europa. Legata per quasi una vita  a Diego Valeri da un’amicizia profondissima, fu lei a tenere a battesimo e a incoraggiare  un giovanissimo Andrea Zanzotto

Per Carlo Diano aveva un’ammirazione e un affetto sconfinati e fu lei a curare la scelta per  questa breve raccolta postuma delle poesie di Diano. La pubblicò nel 1976 Vanni Scheiwiller in 500 copie numerate, con un bellissimo disegno di Alberto Viani che l’artista, amico di Diano e cugino dello storico dell’arte Sergio Bettini, fratello d’anima di Diano, eseguì appositamente per questa raffinata edizione.

I 50 testi, che coprono quasi l’arco della vita di Diano, si aprono con il distico in greco, (che tradusse egli stesso in italiano  e di cui do qui la versione) che Diano scrisse per la devastazione della Piana di Gioia Tauro e si chiudono con tre testi in francese.   Non tutte le poesie sono datate, ma le ultime furono scritte pochi mesi prima della morte, quando Diano era ormai molto malato ma lo spirito e la mente erano lucidissimi e vivi.

I testi che qui riporto vanno dal 1944 alla seconda metà del 1974.  Non aggiungo, volutamente,  alcun commento, perché lascio al lettore, soprattutto a chi conosce il pensiero  filosofico e la straordinaria vicenda umana di Diano, scoprire la ricchezza e l’originalità di questi testi.

Alberto Viani. Nudo. 1976

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ulivi addio

Ora sui nostri monti Demetra cerca piangendo

miseramente il viso della bella Persefone,

ora a terra si sfa l’oliva sotto la pioggia,

suona intorno il vento predatore di foglie.

*********

Per il tuo limite azzurro

dove la luce s’increspa

fiore dell’attimo

apri nel palpito d’ali i tuoi petali

nel cerchio della chiusa forma.

Luglio 1974

********

Arso stecchito

squarciato dal fulmine

nudo

mette ancora una gemma:

pallida come una preghiera

domanda al cielo

di poter fiorire.

1974

********

Dal punto ov’io siedo

volgendo intorno lo sguardo pigro

partono infinite vie:

nella disperazione di seguirle tutte

contemplo il cielo.

*********

Sublimi splendono

all’occhio dell’anima

le idee, mirabili immote:

né l’ala del tempo le sfiora,

né flusso di cose le tocca.

D’indicibile amore è preso

l’uomo che una volta le scorga,

né per piacere né per pena l’oblia.

Sempre che d’alcuna oda il nome,

il cuore gli balza come per donna cara.

Nel silenzio che dentro lo vuota,

irresistibile suona come tromba di guerra,

soave come invito di gioia

e solitudine è intorno

e luce di sole gli raggia nell’anima.

Ed ecco egli è pronto e nulla paventa,

né povertà, né calunnia o dolore,

non abbandono di cose amate,

deserto d’affetti, delle tempeste s’inebria,

a te, morte, sorride.

1944

**********

Qualche cosa che non tornerà.

Ma questo spazio senza fine

nella mia anima – questo è.

Ti sento, vita.

ti porto lieve su ogni fibra,

come ogni zolla il cielo,

gioia senza grido.

Tu – negli occhi sei Tu

negli occhi degli occhi sei Tu

in codesto tuo Nulla Tutto che s’apre,

cielo in un cielo, nel fondo

delle tue pupille, sei Tu.

*********

Une feuille sur une branche, seule,

la brise la bata de tout coté –

si le vent tombe et qu’il pleut,

demain nous la foulerons aux pieds.

(C) 2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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Intervista a Giorgio Linguaglossa a cura di Matteo Chiavarone

 

Giuseppe Pedota, Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea (2012, CFR Editrice)

 

Pubblico volentieri sul mio blog l’intervista che Giorgio Linguaglossa ha rilasciato a Matteo Chiavarone.

Nel suo lungo percorso di conoscenza e analisi della poesia italiana moderna e contemporanea, Linguaglossa, critico militante, poeta lui stesso e autore di saggi dal linguaggio graffiante,  onesto e diretto,  svincolato dalle tante patrie fratrie, ha offerto gli strumenti per una visione più limpida  della produzione poetica italiana.  Non  servile e non asservita alle dinamiche del potere letterario ed  editoriale. 

 La sua è dunque, e ovviamente deve esserlo, una critica dissacrante in molti casi. Ma è una dissacrazione che spalanca porte e finestre di una stanza angusta e polverosa, dove si respirava a fatica. Con lui si può essere o meno in accordo, ma gli si deve riconoscere il coraggio di porsi al di fuori e di farlo con strumenti critici ed ermeneutici solidi, efficaci, mai scontati.

Francesca Diano

Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea di Giuseppe Pedota (CFR, Piateda, 2012 pp. 120 € 13,00).

Intervistiamo Giorgio Linguaglossa, curatore della collana di saggistica della casa editrice CFR che ha appena pubblicato il volume Dopo il moderno. Saggi sulla poesia contemporanea, raccolta degli appunti critici di Giuseppe Pedota, composti dal 2005 al 2010.

Buongiorno, grazie per l’intervista. «Dopo il Moderno»: di che si tratta? Perché riproporre questi testi di Giuseppe Pedota?

 

L’ho già raccontato: tanto tempo fa, a metà degli anni Novanta con il «Manifesto della nuova poesia metafisica» uscito sul quadrimestrale di letteratura «Poiesis» nel 1995 (altra rivista auto finanziata dal sottoscritto), io e Giuseppe Pedota abbiamo stipulato un patto con noi stessi, cioè che avremmo scritto (a torto o a ragione) quello che pensavamo dei libri di poesia che leggevamo.  In quel torno di anni però ci siamo resi conto che non potevamo semplicemente scrivere delle poesie senza impegnarci anche sul terreno di una «nuova critica» (militante), perché quella «nuova critica» avrebbe anche chiarito i legami  che la collegavano alla «nuova poesia» degli anni Novanta.  E così è accaduto che «Poiesis» è stata il terreno di cultura di una nuova sensibilità e una palestra della «nuova critica». Ebbene, a distanza di venti anni si può dire che io e Giuseppe Pedota siamo rimasti degli isolati. Siamo stati sconfitti? Può darsi, anzi sicuramente siamo stati sconfitti ma ci sono anche delle vittorie di Pirro, non tutte le vittorie portano dei vantaggi né tutte le sconfitte solo svantaggi. La vittoria del minimalismo romano-milanese era ampiamente prevista. È stata una vittoria incontrastata. È stata una valanga che ha travolto e seppellito ogni resistenza del pensiero critico. Ma oggi, a distanza di venti anni, possiamo seriamente affermare che la vittoria del minimalismo romano-milanese corrisponda ai reali «valori» della poesia italiana?  L’intento di Pedota è stato appunto quello di aver posto in discussione il dogma secondo cui quello che fanno gli Uffici stampa dei grandi editori rispecchi i reali valori della poesia italiana. Per certo, Pedota è rimasto fedele a se stesso, non si è mai pentito di quell’antico patto di fedeltà che aveva stipulato con se stesso.

 

Chi è per lei Giuseppe Pedota? Che rapporto aveva con questo artista così poliedrico e anticonformista?

All’epoca, parlo alla fine degli anni Ottanta, Giuseppe Pedota era un intellettuale disorganico e isolato, un pittore che aveva smesso di dipingere quadri da almeno un ventennio e un poeta che aveva cessato di scrivere poesie da almeno un ventennio quando ci siamo incontrati e conosciuti per il tramite di un poeta romano, Leopoldo Attolico. Ritengo che il lavoro di critico e di poeta di Giuseppe Pedota abbia un valore inestimabile per i giovani e per chi voglia davvero capire che cosa accadeva (ed è accaduto) dietro e sotto la superficie patinata della collana bianca dell’Einaudi che pubblicava i testi dei minimalisti (da Patrizia Cavalli a Valerio Magrelli e adesso i post-minimalisti come la Gualtieri). Dal punto di vista della collana bianca dell’Einaudi Pedota è un autore dimenticato e rimosso? Io ritengo che la poesia e gli scritti critici di Pedota parlino una lingua molto chiara e cristallina. C’è stato anche qualcuno che ha tentato di dimenticare in fretta dicendo che in questi ultimi trenta anni non c’è stato nulla di nuovo nella poesia italiana (Maurizio Cucchi). Ovviamente, le cose non stanno così.  Lo ripeto ancora una volta, né io né Pedota siamo nati con la camicia di «critico» ma ci siamo  sforzati di pensare come «critici» perché ritenevamo che i tempi richiedessero da noi un impegno «critico» che non potevamo deludere né eludere, pena la nostra capitolazione intellettuale (ed etica, che poi è la stessa cosa). Lo sforzo critico del libro di Pedota è diretto verso i giovani (non contro i giovani), sono i giovani che debbono ereditare l’esempio e le tesi dei suoi lavori critici, sono i giovani che devono ricevere il testimone. Il messaggio di Giuseppe Pedota è rivolto ai più giovani affinché essi riprendano a pensare con la propria testa e non si facciano intimidire dalla minaccia del castigo dell’isolamento (diretto e/o indiretto) o altro. Ritengo che anche in letteratura occorra avere coraggio, il coraggio delle proprie idee, altrimenti si finisce tutti nella melassa epigonica di coloro che scrivono come vogliono gli Ottimati. Se io, e altri come me, Ennio Abate, Giuseppe Pedota facciamo della critica è perché questo è un lavoro che riteniamo ineludibile, necessario.
Certo, anch’io ho dovuto pagare un certo prezzo per questa mia libertà di critico. Degli esempi? Bene ve lo dirò: ho proposto negli ultimi tempi dei miei scritti a LE PAROLE E LE COSE a LA NAZIONE INDIANA e a LA POESIA E LO SPIRITO che sono stati passati sotto silenzio; alcune riviste come «L’immaginazione» si sono rifiutate, a priori, di recensire libri che avevo scritto io perché, è stato detto, avevo osato criticare autori come Cacciatore e Sanguineti. E la lista potrebbe continuare. Ma nel nostro povero paese tutto ciò è diventato normale: non c’è più la censura del regime ma c’è la censura degli epigoni degli epigoni che è occhiuta e salace quant’altri mai.

 

Per chi è stato scritto questo libro? Qual è il suo pubblico ideale?

 

Il pubblico ideale del libro di Pedota sono i giovani, coloro che vogliono capire qualcosa della storia d’Italia attraverso la storia della poesia contemporanea.  

 

Che cosa si intende per “moderno” parlando di poesia?

 

Oggi, nel Moderno dispiegato parlare di poesia o di «critica militante» rasenta la blasfemia. La tesi forte da cui parte Pedota è che negli anni Sessanta la poesia italiana ha imboccato la via del «riformismo moderato» inaugurata da autori come Giovanni Giudici con La vita in versi (1965) e Vittorio Sereni con Gli strumenti umani, ed ha camminato per quella via accumulando un ritardo storico rispetto alle esperienze poetiche che intanto si erano fatte (e si facevano) in altri paesi. La verità è un’altra, la spina dorsale della poesia del secondo Novecento è costituita da poeti come franco Fortini, Angelo Maria Ripellino e Helle Busacca. E mi chiedo: è consentito capovolgere le «verità» acquisite? È lecito porsi delle domande? È lecito chiedersi  come è accaduto che in Italia si sia instaurato un consenso (un conformismo di facciata) su un tipo di poesia assolutamente elitaria scritta per i professori di linguistica e di glottologia come quella di Zanzotto? E perché questo è accaduto? Come è accaduto che un poeta intraducibile e incomprensibile con il suo sperimentalismo idiolettico è stato recepito come il maggior poeta italiano? Il libro di Pedota si pone delle domande, domande inquietanti, domande scomode. Pedota legge la poesia di Antonio Riccardi, di Maurizio Cucchi, di Mario Benedetti e si chiede: come mai il «reale» sfugge dalle mani degli esistenzialisti milanesi che vorrebbero catturarlo? C’è una spiegazione a questo fenomeno? E Pedota si pone la domanda finale: Il «reale» sfugge alla poesia italiana? E perché? Perché la poesia di Milo De Angelis dopo il suo brillante esordio con Somiglianze del 1980 si è accartocciata su se stessa? E si è isterilita in giochi sintattici e in inversioni di immagini? E Pedota si chiede: perché la poesia dei minimalisti romano-milanesi è diventata una congerie di commenti a luoghi comuni e luogo comune essa stessa? E Pedota si chiede: vogliamo voltare pagina? Vogliamo chiudere, e per sempre, il libro del minimalismo? Domande legittime, mi sembra.
Che Pedota sia un eretico? Ma eretico di che, di quale ortodossia? E chi l’ha stabilita l’ortodossia? Io penso molto semplicemente che Pedota sia un critico che pensa il proprio oggetto: il Moderno, o meglio, ciò che è accaduto nel Dopo il Moderno. Pedota non è mai stato interessato a far da sponda a questo o a quello, i suoi non sono «giudizi» tribunalizi, lui non è un giudice monocratico che emette sentenze, è un essere pensante che esprime valutazioni e argomentazioni.
A mio avviso, un libro come quello di Giuseppe Pedota, se fossimo in un paese serio, intendo se fossimo in un consesso di intellettuali credibili, dovrebbe essere analizzato e discusso; e invece nulla di tutto ciò. È per questo che io ritengo che in Italia gli effetti devastanti della «stagnazione economica, spirituale e stilistica» si propagano a macchia d’olio su tutti gli aspetti della vita associata. Perché? vogliamo dirlo? La poesia è una attività pubblica, che si fa in privato ma si esercita in pubblico. Ma, ovviamente, il luogo pubblico della poesia non coincide con quello del mercato.

 

Questo volume è una carrellata di poeti, più o meno conosciuti. Chi di loro ha avuto meno successo di quello che meritava?

Poeti come Giorgia Stecher (di cui ricordo Altre foto per Album del 1996), Maria Rosaria Madonna (con Stige del 1992), Maria Marchesi (con L’occhio dell’ala del 2003 e Evitare il contatto con la luce del 2005), Chiara Moimas (con L’Angelo della morte e altre poesie del 2003), Laura Canciani (con L’aquila svolata del 1983 e Il contagio dell’acqua del 2010), Dante Maffìa (del quale basti ricordare Il leone non mangia l’erba del 1975, Lo specchio della mente del 2000 e La Biblioteca d’Alessandria del 2006), Luigi Manzi (con Mele rosse del 2004), oltre che lo scrivente, sono tutti autori sotto valutati, direi non solo per svista e incuria ma per una assenza di pensiero critico indipendente.

Peraltro, occorre distinguere il successo editoriale da quello dei lettori e da quello della critica. Il primo è nullo o quasi; il secondo evanescente e illusorio, nel senso che la critica della poesia contemporanea è affondata in un birc à brac pseudo critico letterario, in un gergo tra lo ieratico e lo ierofanico.

 

Riprendo una domanda che sta alla base del saggio finale. C’è una crisi della ragione poetica?

 

È in atto da almeno trenta anni una Crisi della ragione poetica. È incontrovertibile.

La poesia delle nuove generazioni impiega l’arma dell’ironia, fa le capriole, assume pose attoriali, celebra cerimonie, prende possesso del palcoscenico come d’un artificio, d’una messinscena. Il divertimento del poeta desublimato corrisponde alla irriverenza con cui tratta il proprio materiale poetico; l’entrata in gioco (ovvero, l’entrata in scena) è anche la presa di possesso d’un materiale poetico povero, automatizzato, sclerotizzato, socialdemocraticamente complicato da rime, contro rime e anti rime, assonanze interne (ed esterne) dove è possibile perfino registrare il «gioco» tra presenza (dell’orecchio) e assenza (dell’occhio), squisita mistificazione del poeta di corte. Ne esce l’istantanea composita di un «mondo in vetrina». Sono gli indizi del lutto che la società del villaggio globale annunzia: gli oggetti scaduti (tra cui anche la poesia di ieri), l’amore di coppia, il sublime (e l’anti sublime) della tragicommedia dell’«io» moderno. Mentre l’eterna Arcadia italica si esprime «nella lingua della clericatura», nella lingua di uso pragmatico (sempre più periferica e marginale) suonando il plettro delle viandanze turistiche, la migliore poesia dei giovani dell’ultima generazione preferisce esprimersi nell’idioma della propria marginalità assoluta, marginalità linguistica e stilistica che è stata scacciata dai circuiti della produzione-consumo (quel coacervo di superconformismo di una sottoclericatura destinata al servizio di corte): la marginalità della merce riciclata e riutilizzata dell’epoca della stagnazione stilistica.

La gran parte della odierna poesia oggi in voga (una sorta di sub-derivazione del minimalismo), con tanto di sublime nel sub-jectum, scrive in un super latino della comunità internazionale qual è diventato il gergo poetico in Europa (di cui l’italiano è una sub componente gergale). Ma, è ovvio, qui siamo ancora (e sempre) sul vascello di una poesia leggera, che va a gonfie vele sopra la superficie dei linguaggi neutralizzati del Dopo il Moderno: srotolando questo linguaggio come un tappeto ci si accorge che ci sono cibi precotti, già confezionati, da esportazione: non c’è profondità, non c’è spessore, non ci sono più limiti. La leggerezza rimbalza sulla superficie, non ne affronta cause ed effetti drammatici, non c’è indagine della superficialità fino a indagarne e metterne a nudo le profondità.
Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. C’è una libertà sfrenata, una democrazia demagogica: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso la nuova Arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso lo stile lapidario; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi neutralizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.

 

Cosa ne pensa lei della situazione della poesia oggi? Quanto sta influendo, in bene e in male, la rete nei processi naturali di una forma d’arte tanto complessa quanto la poesia?

 

«Sì, la scacchiera va buttata per aria», sono d’accordo con Ivan Pozzoni e Francesca Tuscano, forse la rete può servire ma occorrerebbe una miccia come quella che ha innescato la catena delle rivoluzioni maghrebine  ma per far ciò occorre un «pensiero critico», occorre riscrivere le «regole minime» per la lettura di una poesia. Lei mi chiede qual è la prima delle regole minime? Le rispondo: l’onestà intellettuale (molto più importante di quella monetaria). Lei mi chiede che cos’è un «pensiero critico»? Le rispondo: sembra di parlare di ircocervi in scatola! Dove si trova? Negli Almanacchi? Nelle innumerevoli Antologie auto promozionali? Nelle riviste auto promozionali?
Sì, dobbiamo uscire anche dal pathos dell’autenticità del pensiero militante (ormai storicamente tramontato) e prendere atto che il mondo della chiacchiera letteraria è consustanziale al mondo della chiacchiera poetica; nella misura in cui la poesia È FUORI MERCATO, essa, la poesia corrente è anche fuori della storia, abita il presente, il presenzialismo, la fugace visibilità, la performance; è diventata fluida, liquida, elusiva, esclusiva; il senza-espressione (o l’intensificazione forsennata dell’espressione) tende a prevalere sulla formulazione di un discorso poetico organizzato sulla finalità della conoscenza dell’oggetto.
Non mi meraviglia che la poesia corrente sia finita FUORI MERCATO; se ciò è accaduto è perché il livello qualitativo della poesia corrente (quella proposta dai Grandi Editori) è stata ed è terribilmente basso. Si pubblica per ragioni di contiguità, di affinità e di visibilità accademico-mediatica. Ma andando per questa via in discesa, abbassando sempre di più il livello qualitativo della poesia proposta, si è giunti al punto di non ritorno: non è più possibile scendere più in basso, abbiamo toccato il punto più basso dagli inizi del Novecento, ed i lettori si sono rivolti altrove. Inoltre, la poesia corrente è sempre più idiolettica, auto esasperata, impreziosita di ologrammi e di fantasmi, posticcia, falsa come una moneta falsa e la puoi sentire dal tinnire fesso della sua materia. In queste condizioni che fare?
Pubblichiamo di meno. Anzi, come qualche tempo fa scrisse Luigi Manzi, non pubblichiamo affatto, facciamo una serrata di 10 anni non pubblicando alcun libro di poesia! Sarebbe già qualcosa. Ma, ovviamente da solo questo non basta. E bisogna ritornare a mettere in onda un «pensiero critico» applicato alla poesia. Non c’è altra strada, credo.

 

Nella foto, Giorgio Linguaglossa

P.O.D. La clausola da non accettare mai

The Printing of Books
Agli inizi dell’anno scorso è capitato a mia figlia di dover stampare due o tre copie di un suo lavoro scientifico e poiché sapeva di siti americani che offrono questo servizio per una cifra molto ragionevole, se ne è interessata. La stampa della sua tesi infatti era stata piuttosto costosa e non aveva senso spendere di nuovo quei soldi. Abbiamo valutato siti come Lulu che si presentano come POD (Print on Demand), cioè stampa su richiesta, o su necessità stampano anche una sola copia per pochi euro e rilasciano un codice ISBN.

Questo tipo di stampa digitale infatti è molto più conveniente, rispetto all’offset, se si ha necessità di un numero molto limitato di copie, diciamo quattro o cinque, o anche di una sola. All’estero è usato diffusamente per pubblicare opere accademiche o persino da editori che non desiderano tenere troppe copie in magazzino di opere magari di pregio ma di non grande diffusione e dunque a bassa tiratura. Nulla di strano quindi.
Poi ci siamo accorte che esisteva una versione italiana di questi siti americani e che la spedizione sarebbe stata più rapida. Parlo de ilmiolibro.it.

Me ne sono interessata, perché anche io avevo necessità di stampare qualche copia di un mio lavoro e ho scoperto un intero mondo. Il sito, che appartiene al gruppo L’Espresso, e ha come slogan la massima “Se l’hai scritto va stampato”, offriva questo servizio di stampa, ma con una serie di servizi editoriali supplementari, sia gratuiti che a pagamento.

Gratuiti erano un profilo con tanto di foto e telegrafico curriculum, una sinossi dell’opera, un certo numero di pagine di anteprima della stessa leggibili pubblicamente e la possibilità di recensire e votare opere altrui. In questo ultimo caso, la recensione veniva inserita in homepage con il profilo del recensore e l’accesso diretto alle sue opere. Dunque un modo di offrire visibilità sia al recensore che al recensito. Inoltre, sulla homepage comparivano continuamente i nuovi autori iscritti e le nuove opere.
A pagamento invece era il servizio di vendita dell’opera, nel senso che l’autore poteva, oltre a ordinare anche solo una copia del testo per sé, metterlo in vendita pubblicamente sul sito. In questo caso il sito versava all’autore una cifra che è il prezzo di copertina fissato dall’autore meno il prezzo di stampa e una percentuale trattenuta per ogni copia venduta che mi pare vada da 0,8 a 0,36 centesimi. A pagamento  era l’inserimento dell’opera in Feltrinelli.it, dove dunque si poteva vendere il libro o si poteva anche ordinarlo di persona presso una libreria Feltrinelli. A pagamento (non pochi spiccioli) anche la pubblicità dell’opera presso i siti del Gruppo Editoriale L’Espresso.Ovviamente, per stampare (e non pubblicare, come qualcuno, dato l’impianto dell’intera operazione, potrebbe erroneamente intendere) un testo qualunque, tutto il lavoro di impaginazione va fatto dall’autore usando un template da loro offerto. Ma se non si è esperti di questo tipo di cose, il risultato è orripilante e illeggibile. Inoltre è necessario fare l’editing da sé e tutto questo può andar bene se uno è del mestiere (come nel mio caso), ma non se non si ha la più pallida idea di cosa sia un editing e una correzione di bozze. Motivo per cui  si può leggere di tutto  nelle anteprime delle opere in vetrina. Errori grammaticali e sintattici, storie assurde, struttura e stile assenti… ma, a dire la verità, anche alcune buone cose, in particolare se gli autori sono comunque già del mestiere. Insomma, di tutto. Al contempo sono presenti molti testi di taglio accademico o tecnico che vengono messi in vendita da docenti per i loro corsi, sia universitari che di vario altro tipo e in genere sono ben fatti.

C’è da dire che non vedo nulla di male nello stamparsi da soli cose che si sono scritte, se si ha la consapevolezza che solo di stampa si tratta e non di pubblicazione con un editore. Il sito gioca un po’ con questa ambiguità.

Dunque, chi è già un autore, con esperienza e capacità di scrittura, stamperà per pochi euro anche solo una copia del proprio lavoro, e potrà metterlo in vendita, se lo vuole mettere in vendita,  come meglio crede senza investire nulla di più, perché non avrà problemi di copie da acquistare e lasciare invendute. Diverso è il caso di chi ritenga di poter diventare o essere scrittore solo vedendo stampato ciò che ha scritto senza alcuna competenza o esperienza.
Dunque, qualcosa di  ben lontano dal “se l’hai scritto va stampato”.
Visto però lo sviluppo che una tale cosa può avere nel nostro paese di santi, navigatori e poeti, nell’operazione entra anche la Scuola Holden, come si legge dal seguente annuncio del sito:«Tanti strumenti che rendono la tua opera sempre più qualificata: corsi di scrittura e valutazione testi in collaborazione con Scuola Holden, oltre 10.000 foto dall’archivio fotografico Corbis per rendere la tua copertina ancora più bella, preziosi suggerimenti per promuovere il tuo libro. E in più, la possibilità di aggiornare la tua opera in tempo reale, perché il tuo libro cambia con te.»

La Scuola Holden ha scoperto una miniera d’oro dunque, poiché offre alla pletora di gente, convinta che basti il “Se l’hai scritto va stampato” a diventare scrittori (magari con risultati improponibili), corsi di scrittura che potranno aprirsi a un mercato assai maggiore di potenziali “scrittori”, oltre a servizi di editing e valutazione. Tutte cose che esulerebbero da un semplice servizio di POD e si avvicinerebbero di più a quelle agenzie che pullulano sul web, che offrono servizi di lettura, editing, valutazione testi e contatti con editori, mascherate da agenzie letterarie.

Per incentivare l’affluenza, sono stati organizzati dei concorsi e una serie di iniziative con la pubblicazione come premio o la segnalazione della Holden.

C’è da dire che ilmiolibro.it non offriva fino a poco tempo fa il codice ISBN (particolare di cui mi sono resa conto più tardi) e dunque in teoria non sarebbe stato  possibile mettere in vendita il libro stampato, né sul sito, né su altri siti del Gruppo L’Espresso, come loro dicevano. Ma questo, sul sito, si guardavano bene dal fartelo sapere! Evidentemente di recente si sono accorti che questa cosa non era sfuggita a molti e di recente si sono attrezzati a offrire a pagamento, ovviamente, un codice ISBN. Tuttavia, chi volesse acquistare tale codice (che chiunque  può acquistare a sole €45 più IVA sul sito ISBN stesso) e non è iscritto (a pagamento) al servizio di inclusione sul sito de LaFeltrinelli, deve pagare  per entrambi. Il costo è di €79 più IVA.  Non si può scegliere di acquistare solo il codice ISBN.

Insomma, l’atteggiamento poco chiaro che fa credere come un semplice lavoro di stampa trasformi chi scrive in uno scrittore, nasce da tutta una serie ricchissima di eventi, iniziative, offerte, dichiarazioni, appelli, tra cui questa dichiarazione che si commenta da sé:

«Ilmiolibro è uno strumento per pubblicare un libro alternativo e rivoluzionario rispetto al ricorso ad un editore. Permette ad un autore di pubblicare un libro, restando titolare del copyright ed averne il pieno controllo creativo. Permette margini di guadagno ampiamente al di sopra della media del mercato editoriale. Permette a un autore di confrontarsi con i lettori come quasi mai accade nell’editoria tradizionale. Riteniamo che sia molto raro che un editore tradizionale possa rispondere alle esigenze di un autore meglio di quanto faccia ilmiolibro.it. Tuttavia ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionali, a patto che siano vantaggiosi per gli autori che li scelgono. Crediamo che ci siano alcuni casi in cui un editore possa dare ad un libro una distribuzione più ampia e valorizzare un titolo e per questo motivo in alcuni casi possiamo decidere di esercitare azioni ed interventi per favorire il contatto tra gli autori ed editori interessati ad investire in modo serio, e senza costi per l’autore, nella valorizzazione di un’opera nata e scoperta sul sito. Ilmiolibro vuole essere il principale punto di riferimento italiano per gli scrittori, dando loro possibilità di emergere sul sito attraverso una pluralità di percorsi, strumenti e progetti.»

Io, lo sapete, non ho simpatia per il sistema editoriale italiano, non per presa di posizione, che sarebbe stupido, ma per i miei 30 anni di esperienza concreta in questo campo. Devo anche aggiungere che negli ultimi anni l’industria editoriale italiana è peggiorata in modo inimmaginabile, seguendo del resto gli altri mutamenti del paese. Ignoranza, arroganza, faziosità, poca educazione dilagano. Né mi verrebbe mai in mente di dire che un libro pubblicato da un editore, pur importante, abbia un qualunque valore solo per questo. Anzi. Visto cosa si pubblica e perché. Però, quando leggo parole come quelle succitate, dopo la risata mi viene anche il nervoso: “Ilmiolibro non è a priori contrario ai sistemi di pubblicazione tradizionale”… E ci mancherebbe pure! Per non parlare del fatto che loro eserciteranno in alcuni casi “azioni e interventi per favorire il contatto tra autori e editori interessati”. Il che farebbe pensare che questo si presenta come qualcosa di ben altro che un semplice servizio di POD.

Un altro aspetto antipatico del funzionamento di questo sito, è che si è subissati da messaggi di altri utenti che ti chiedono, senza mezzi termini e spesso nemmeno per favore, di scrivere una recensione al loro capolavoro e di dare il tuo voto, convinti che più numerosi saranno i commenti al loro libro, maggiore sarà la sua visibilità. Perché questo viene loro detto, ma la visibilità è solo all’interno del sito, dove il 99% degli utenti va per stampare il proprio libro, non per acquistare quelli degli altri, se non in rarissime eccezioni. Non è il caso di dire che in genere non rispondo nemmeno. Ma la curiosità mi ha spinta qualche volta a dare un’occhiata all’anteprima di queste opere e invariabilmente erano cose grottesche, spesso infarcite di grossolani errori di ortografia e peggio impaginate. Ed è purtroppo in persone così che si fomentano le maggiori illusioni.

Da parecchio tempo non andavo più sul sito, ma alcuni giorni fa mi arriva una mail in cui mi si dice che qualcuno ha lasciato un commento al mio testo. Ovviamente il mio profilo è sempre lì. Così mi sono incuriosita e sono andata a vedere. Ma mi attendeva una sorpresa:ora non posso più accedere al mio profilo o ad alcuno dei servizi (stampa delle copie ecc.) se prima non firmo questo:

https://login.kataweb.it/registrazione/libri/TerminiContratto.pdf
Vale a dire che nel frattempo il semplice servizio di stampa si è trasformato in una vera e propria impresa che obbliga anche chi in passato si è iscritto senza firmare il tipo di contratto che ora viene proposto (ovvio, si presenta come un servizio di semplice stampa in cui io pago quello che tu mi stampi previa accettazione di alcune regole) a sottoscrivere un contratto-fiume di 23 pagine le cui norme sono imposte unilateralmente. Il che non sarebbe molto corretto né simpatico. Nessuno dovrebbe impedirmi di accedere a un mio account modificando le regole iniziali. Nella loro definizione di “Vetrina personale” (l’account) al punto 1, si parla di “Utente Registrato partecipante alla Comunità Virtuale del sito”. E se io non volessi partecipare alla comunità virtuale?

«Per gli Utenti già registrati il presente Contratto si applicherà all’Area Personale Utente, al Contenuto Utente, al Contenuto Utente Messaggi, al Materiale Utente, inclusi i Volumi, e ai Dati Utente, già acquisiti e presenti sulla Piattaforma.»
Ecco dunque come è stato risolto il problema. Con valore retroattivo.

Inoltre si dichiara successivamente che la società potrà modificare in qualunque momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione dei servizi, salvo il diritto di recesso dell’Utente. È probabile che questa clausola fosse già presente all’atto dell’iscrizione, ma ora non posso provarlo.

In genere, quando clicchiamo su “accetto”, nell’iscriverci a un qualche sito sul web, tendiamo a non leggere con attenzione i termini di quello che stiamo accettando. Anche perché è davvero molto raro che ci si trovi nella situazione in cui mi sono trovata io – e probabilmente altri utenti – nel non poter accedere al mio account, perché in genere le modifiche a un eventuale nuovo contratto non sono mai così radicali da vietare di accedere al sito se non si sottoscrive un nuovo accordo. Devo dire che è la prima volta che questo mi accade in 10 anni dacché uso il web.

Tuttavia, a questo punto, è di vitale importanza che chiunque si iscriva a ilmiolibro.it legga con attenzione il contratto e lo valuti molto bene, per non trovarsi poi a dover accettare norme con cui non concorda.

Questi sono i punti, nelle attuali condizioni di iscrizione, in cui la Società ilmiolibro.it precisa che potrà limitare o impedire l’accesso al proprio account o modificare i termini dell’accordo sottoscritto in ogni momento e in modo (neretto e sottolineature sono miei):


«7. MODIFICA DELLE CONDIZIONI E DEI TERMINI DEL CONTRATTO – MODIFICA DELL’OFFERTA

7.1 – La Società potrà modificare ovvero variare in qualsiasi momento le condizioni, i termini e le modalità di fruizione e di utilizzo di ciascun Servizio, per ragioni tecniche, commerciali e/o aziendali, fermo restando il diritto di recesso dell’Utente previsto al successivo art. 7.2.

7.2 – Le eventuali modifiche delle condizioni e termini del Contratto, ovvero della composizione dell’offerta dei servizi, che comportino variazione sostanziale del presente accordo in termini di limitazione o diminuzione dei diritti dell’Utente, verranno tempestivamente comunicate mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito ovvero mediante messaggio di posta elettronica inviato dalla Società all’Utente con ragionevole preavviso, e ciò al fine di consentire all’Utente di poterne prendere visione e di esprimere il proprio consenso mediante espressa accettazione, a mezzo di posta elettronica o altro mezzo, ovvero di fatto, mediante l’uso del Servizio successivamente alla avvenuta comunicazione delle modifiche ovvero delle integrazioni. L’Utente che non accetterà le modifiche avrà il diritto di recedere dal Contratto. Le modifiche che non abbiano gli effetti sopra descritti potranno essere liberamente apportate dalla Società in forza di un diritto che in virtù del presente Contratto le viene conferito.

7.3 – E’ facoltà della Società inserire nell’offerta di Servizi regolata dal presente Contratto ulteriori e diversi servizi rispetto a quelli sopra elencati. Gli Utenti riceveranno comunicazione degli eventuali servizi aggiuntivi mediante pubblicazione di avviso all’interno del Sito, ovvero eventualmente anche tramite messaggio di posta elettronica, ove saranno resi accessibili e disponibili i nuovi servizi.

8. MODIFICA, SOSPENSIONE O INTERRUZIONE DEI SERVIZI

8.1 – L’Utente prende atto e riconosce che ciascun Servizio è reso accessibile ed offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente e, inoltre, senza alcuna garanzia in merito al fatto che ciascun Servizio corrisponda ai requisiti di altri analoghi servizi resi da altre imprese sul mercato e/o alle aspettative dell’Utente, nei limiti in cui ciò non contrasti con le vigenti disposizioni di legge.

8.2 – La Società si riserva il diritto di attivare, modificare, sospendere o interrompere in qualsiasi momento, per ragioni organizzative e/o commerciali, tutti e ciascuno dei Servizi e/o parte di essi, ovvero, comunque, di non autorizzare – a propria insindacabile discrezione e giudizio – l’utilizzo dell’account e/o della password, e ciò senza riconoscimento di alcun rimborso, indennizzo e/o risarcimento all’Utente e senza altresì che ciò produca effetti e/o conseguenze sulla esecuzione e sulla remunerazione dei Servizi di Hosting e di Stampa Personalizzata relativi a Transazioni concluse antecedentemente la modifica, la sospensione o l’interruzione dei Servizi.

8.3 – Resta inteso che la Società non sarà in alcun caso e per alcun motivo considerata responsabile nei confronti dell’Utente ovvero di terzi per la avvenuta modifica, sospensione, interruzione e/o cessazione dei Servizi.»

Dunque, a parte che io non ricordo di aver ricevuto alcuna comunicazione via e-mail in proposito e che da un po’ di tempo non accedevo al mio account, mi sono ritrovata a non aver più controllo sui miei dati personali. E per averlo sono costretta a sottoscrivere un contratto di 23 pagine che mi impegna a fare cose che mi rifiuto di fare. E che, soprattutto, non potevo prevedere – dato che sono state introdotte di recente – al momento della mia iscrizione.

Si ha un’alternativa: disattivare l’account mandando loro una mail.
Non sarebbe stato più ragionevole prevedere due tipi di contratto? Uno, più semplificato, con cui si possano richiedere solo i servizi di POD, e per chi volesse, a pagamento, un secondo tipo di contratto che offra servizi più numerosi e articolati.
Mi chiedo però, come mai per sottoscrivere il nuovo contratto, si ritiene di dover arrivare addirittura a impedire l’accesso al proprio account? D’accordo, la clausola che riguarda la libertà di ogni tipo di modifiche sarà stata presente anche al momento dell’iniziale sottoscrizione, ma se le modifiche fossero ragionevoli e fatte per favorire l’utente più che la Società, perché arrivare a questo?

Ma quello che mi ha lasciata basita è stata la Sezione IV DIRITTO DI OPZIONE (p.22-23 del complicatissimo contratto che ora sono costretta a firmare se voglio accedere al mio account e continuare a usufruire dei servizi):

«DIRITTO DI OPZIONE

17.1 – Per effetto del presente accordo, l’Utente attribuisce alla Società un diritto di opzione sui diritti di agenzia per la pubblicazione del Volume, attraverso qualsiasi canale, che sarà esercitato dalla medesima Società alle condizioni ed entro i termini di cui al comma che segue. La Società intende esercitare tale diritto esclusivamente al fine di promuovere gli autori maggiormente dotati e talentuosi in modo da favorire, per quanto possibile, la distribuzione e la diffusione dei loro Volumi attraverso canali diversi e ulteriori rispetto a quelli 22 di 23 previsti dal presente accordo e coltivare tale opportunità. In ogni caso, anche nel caso in cui la Società dovesse esercitare, alle condizioni di cui al comma 17.2, il diritto di opzione, gli Utenti saranno liberi di negoziare autonomamente contratti di edizione con gli editori di loro gradimento.

17.2 – All’interno della community si svolgono iniziative, rubriche e concorsi che si pongono l’obiettivo di segnalare opere rilevanti anche utilizzando i dati di vendita, i commenti, le recensioni e altre informazioni relative all’interesse della community verso una determinata opera. Nel caso in cui il Volume dell’Utente dovesse essere segnalato come rilevante all’interno di queste iniziative o dovesse essere oggetto di interessamento da parte di terzi nella prospettiva di una possibile pubblicazione, la Società potrà esercitare un diritto di opzione per le attività di agenzia in esclusiva che saranno, comunque, rese in favore dell’Utente a titolo gratuito.

17.3 – Il diritto di opzione sarà esercitato dalla Società entro 6 (sei) mesi dall’avverarsi delle condizioni indicate al precedente comma 17.2.

17.4 – Le attività di agenzia saranno in esclusiva della Società per la durata di 6 (sei) mesi dal momento in cui l’opzione sarà stata esercitata.»

Qui poi siamo ormai nell’assurdo:

«15.20 – Nel caso in cui l’Utente dovesse acquistare i Servizi di cui al presente articolo, egli accetta quale prestazione accessoria al Servizio di Hosting che, al fine di favorire la diffusione dei Volumi e dei contenuti ospitati nel Sito, siano rese disponibili gratuitamente alla Comunità Virtuale, fino a 30 copie del Volume in versione digitale integrale. La Società adotterà ogni ordinaria cautela ed accorgimento tecnico diretto ad impedire la disseminazione di copie oltre quelle previste dalla presente disposizione. Resta ferma l’applicazione dell’art. 10 del presente Contratto. Analogamente, per le stesse finalità, sarà resa costantemente disponibile a tutti gli Utenti, per l’esercizio della sola facoltà di lettura, una porzione del Volume in versione digitale pari al 15%».

Questa clausola è molto interessante, perché affermare che si tratta di una “prestazione accessoria al servizio di Hosting” dà di fatto loro il potere di disporre della mia opera e di diffonderla presso terzi che non conosco, pur non detenendone i diritti (cosa affermataovviamente più volte nel contratto) e mi impone di accettarla, dando ad intendere che si tratta di un favore che io non avevo chiesto.

Dunque, in queste parole si ravvisa già un chiaro superamento del confine tra POD e pubblicazione a pagamento. Giacché nessuno fa nulla per nulla e se la Società si attiva tanto per favorire la diffusione dei volumi ospitati nel Sito, chiaramente gli scopi non possono essere solo a favore dell’utente, visto che nel contratto stesso si afferma che ciascun Servizio è offerto dalla Società “as is” e “as-available” e, in generale, senza garanzia di compatibilità ad uno scopo – particolare e non – dell’Utente” e di seguito “senza garanzia che ciascun Servizio corrisponda alle aspettative dell’Utente”.

A questo punto è importante rilevare che la clausola “as is” (letteralmente: “così com’è”) e “as available” (letteralmente: “nello stato in cui si trova”) ad esclusione cioè di qualunque forma di garanzia, si riallaccia alla normativa europea sulla compravendita fra privati, secondo la quale, includendo tale formula, si esclude ogni garanzia e anche il diritto di recesso. Difatti la legislazione vigente nell’Unione Europea prevede che anche i privati siano tenuti a dare delle garanzie sulla merce venduta, a meno che tale garanzia non sia esplicitamente esclusa al momento della vendita. L’esclusione di garanzia avviene tramite la formula “as is”. Come qui si legge. Ma, appunto, tale norma europea prevede un rapporto tra privati, che io sappia. Questa non è una Società?

Dunque: se non volessi che il mio volume fosse distribuito fra gli utenti? Se non fossi d’accordo? Non ho potere contrattuale e non posso depennare questa, come nessuna altra clausola.

La clausola successiva poi è ancora più assurda:

«15.21 – Indipendentemente da qualsiasi altro e diverso accordo che l’Utente dovesse stipulare con terzi, egli si impegna a mantenere sul Sito, per tutte le finalità previste dal presente Contratto (lettura, commenti, vendita) il Volume per un termine minimo di 10 mesi dall’avvio dal caricamento del Volume sulla Vetrina.»

In sostanza mi obbligano “indipendentemente da qualsiasi diverso accordo con terzi” (mettiamo che un editore acquisti i diritti della mia opera e dunque non è il caso di tenerla sul sito, anzi, non potrei) a tenere sul sito l’opera per 10 mesi? Va contro i miei interessi se nel frattempo un editore si dimostra interessato a pubblicarmi l’opera.

Ora, mi chiedo: questo è ancora un semplice servizio di POD? Sono libero di scegliere solo un servizio di POD, o devo accettare tutto il pacchetto? O qui stiamo parlando di un vero e proprio contratto con clausole che hanno tutta l’aria di essere vessatorie? Passibile di chissà quante altre modifiche? Quanti di quegli sprovveduti che ora sono o andranno sul sito se ne renderanno conto? Io immagino che la Società in questione, data la mole immane di futuri scrittori che si è trovata a gestire e che probabilmente aumentano, si sia non solo messa al riparo da qualunque contestazione, ma abbia visto delle magnifiche opportunità di crescita imprenditoriale, con la “collaborazione” della Holden. In questo caso, tanto di cappello! Forse però è il caso di stare molto, ma molto attenti.

Non sono un legale e non riesco ancora a vedere fino in fondo tutte le implicazioni di questo contratto di 23 pagine (23 pagine?!). Un normale contratto con un editore è di 5-10 pagine al massimo. Qui ce ne sono 23 e tutte fitte.

La cosa non mi piace e mi è parso doveroso segnalare la trasformazione de ilmiolibro da innocua POD a vero e proprio editore a pagamento, con la differenza che prima si pagava solo per stampare le proprie copie sulla base dell’accettazione di alcune semplici (o così potevano apparire) regole, ma da un po’ di tempo a questa parte si è costretti invece a firmare un accordo vincolante e capestro se si vuole accedere a qualunque servizio o seguitare a usufruirne.

(C) 2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Il presente articolo è stato precedentemente  pubblicato sul sito di Scrittori in Causa

 

 

L’arte del tradurre

Beginning of Written Language

Tradurre, è un’arte o una scienza?

Per chi è convinto del secondo caso, in italiano è ormai in uso il termine, che io trovo orribile, di “traduttologia”, esso stesso traduzione del francese “traductologie”. Meglio, molto meglio, se è questo il modo in cui la si intende,  “teoria della traduzione”, che si apre a campi molto più vasti del freddo traduttologia, che tanto mi suona come tuttologia e che relega in una sorta di obitorio livido le competenze e le qualità letterarie che un traduttore deve avere.
Siamo sommersi da studi, saggi, convegni sulla traduzione, ci sono dipartimenti universitari ad essa dedicati eppure, e so di suonare blasfema, di essere una voce fuori dal coro, di scandalizzare gli “esperti” arroccati nella loro accademia, sono convinta che tutto questo a poco serva.
Come a nulla servono le Scuole e i Corsi di scrittura, a parte insegnare delle tecniche. Che però non sono sufficienti per produrre degli scrittori o dei poeti. Di sicuro potranno migliorare lo stile, grammatica e sintassi, la capacità di costruire una frase o un periodo. Di far comprendere meglio a questi allievi profumatamente paganti l’opera di scrittori e poeti (che è quanto fa un buon corso di letteratura, per inciso). Ma non produrranno alcuno scrittore o alcun poeta. A meno che tra di loro non ce ne sia già uno, che comunque, per essere tale, dovrà, come è sempre accaduto, dimenticare TUTTO quello che gli hanno insegnato e scoprire da sé la sua lingua e il suo stile.
Milioni di opere letterarie nei secoli sono nate senza scuole di scrittura. Opere assai migliori di quelle che oggi si producono, a dispetto dei tanti che insegnano e imparano a scrivere.

L’arte non è una catena di montaggio. Non è un prodotto che si confeziona in fabbriche di scrittori. Come ci hanno insegnato gli americani e come abbiamo imparato a scimmiottare noi.  Se i loro “prodotti” ben confezionati vendono come hamburger, perché non adottare le loro formulette? Certo, qui si parla di quei fabbricanti di best sellers  a cui tanti autori de noantri guardano con invidia e soffocato rancore e non di gente come Foster Wallace, Franzen, Palahinuk, ma anche il tanto bistrattato (dai critici) e adorato da milioni di lettori adoranti, ora riconosciuto come un o dei maggiori e più originali scrittori americani, che è Stephen King. Questa recentissima consacrazione infatti è stata immediatamente registrata anche da noi, affidando la traduzione dell’ultimo suo geniale romanzo, 22/11/63, a Wu Ming1.

Uno scrittore però  si forma, con immensa fatica, a parte rarissime e felici eccezioni, su Maestri, che sono gli altri scrittori. E sulla propria capacità di vivere la vita in ogni istante e senza risparmio.
Ma scrittori si nasce (e poi si diventa), così come artisti si nasce (e poi si diventa).

Preciso meglio: una scuola di traduzione forse serve moltissimo a chi affronta un testo scientifico, tecnico, ma non certo a chi affronti un testo letterario.
Ho osato dire una volta, ad un Convegno di traduttori (italiano) che per tradurre letteratura si dev’essere uno scrittore e per tradurre poesia un poeta… apriti cielo! Tutti i traduttori e le traduttrici presenti (tutti noti) mi si sono scagliati contro scandalizzati. Ma come!? Per tradurre un testo letterario è necessario conoscere la teoria della traduzione, seguire corsi (per inciso, al convegno erano presenti molti giovani allievi dei corsi tenuti da questi noti traduttori) fare pratica presso case editrici ecc. ecc. e basta fare esperienza. Ma quale scrittore, ma quale poeta! …Già, altrimenti la quasi totalità dei presenti sarebbe risultata obsoleta. Si sono sentiti minacciati. Bisognava zittirmi.

Ebbene, nella mia esperienza ormai quasi trentennale (ho iniziato nel 1981) di traduttrice di svariate decine di testi letterari e di saggistica, ho sperimentato che un buon traduttore letterario tanto giovane non può essere, perché la capacità di tradurre un testo simile è l’insieme di doti letterarie (o poetiche), che sono innate ma vanno incessantemente affinate, pratica e pratica e pratica e ancora pratica, vasta cultura generale, profonda conoscenza di campi specifici (che sono quelli in cui sarebbe consigliabile muoversi nel tradurre) conoscenza APPROFONDITA dell’epoca, del mondo, della cultura e dell’autore dell’opera. E infine, ancora pratica. Esattamente le qualità che servono a uno scrittore.
Questo è il bagaglio scientifico necessario a un buon traduttore letterario.
Tradurre è innanzitutto conoscenza.
E non la si accumula se non in anni di studio e di pratica. Questo è il motivo per cui un esperto traduttore letterario, che spesso tra l’altro, ha anche il naso più degli editori stessi, per autori interessanti da proporre, va pagato e va pagato bene. Perché la competenza si paga.

Moltissime case editrici si avvalgono di giovani traduttori con poca conoscenza e poca esperienza, perché li sottopagano e poi si trovano traduzioni pietose, irte di errori e prive di qualunque valore letterario.
Io stessa mi sono trovata due volte e solo per particolarissime circostanze (ma mai più) a dover rifare daccapo delle simili traduzioni e mi sono chiesta con che coraggio questi signori avevano consegnato all’editore degli obbrobri simili, dato che non conoscevano nemmeno la materia che stavano traducendo, per non parlare della lingua originale, con gli svarioni di interpretazione immaginabili. Ma ci sono editori che preferiscono pagare poco piuttosto che pubblicare opere dignitose.

Non parliamo poi di certi dilettanti che accettano di essere sottopagati o addirittura non pagati, pur di vedere il proprio nome all’interno di un libro. Questa gente contribuisce a svilire la professionalità dei traduttori letterari. Perché, ormai è assodato, ben pochi sono gli editori che prestano attenzione al valore letterario di una traduzione.
Dunque, un buon traduttore letterario deve avere delle competenze vastissime, a volte persino maggiori dell’autore, (mi è capitato di dover correggere macroscopici errori di un autore, ovviamente vivente, di tipo storico e informativo, dunque di fare anche un lavoro di editing e parlo di un testo già pubblicato in lingua originale, che di conseguenza nelle edizioni successive è stato modificato in tal senso) e non può limitarsi a esercitare le sue capacità esclusivamente come traduttore, ma deve anche essere autore. Solo così infatti, si rende conto di cosa significhi costruire un testo letterario e dunque comprendere le difficoltà e le sottigliezze tecniche che richiede la struttura, l’architettura, di un’opera letteraria. Solo così può proporre un testo che sia letteratura anche nella propria lingua e non una semplice traduzione meccanica. Che comunque, in questo senso, non sarebbe una traduzione.

E’ cosa simpatica tenere seminari sulla tecnica della traduzione (ne ho fatti anche io, ma a mio modo), laboratori di traduzione, incontri sulla traduzione dei proverbi e sui modi di dire, convegni sulla filosofia e sulle tecniche e sulle teorie della traduzione e via dicendo. Ma tutto questo, i discorsi astratti, non servono poi quando ti trovi da solo col tuo autore e devi dargli una voce nella tua lingua.

Anzi, proprio coloro che più si danno da fare in questo senso sono poi i traduttori più mediocri.
Perché è questo che fa un traduttore letterario: dà una voce all’autore.
Il traduttore letterario è come un attore, come l’interprete di un testo musicale. La naturalezza è ciò che chiediamo a un attore, no? Un attore se vero e tale è, non deve “recitare”. Ma deve recitare facendoti dimenticare che sta recitando.
E tradurre un testo letterario significa far sì che non ci si possa render conto che di una traduzione si tratta.
Chi ti può insegnare a riprodurre un’atmosfera, uno stile, una sonorità? Ma del resto, mediocri traduttori vanno bene per mediocri opere di narrativa.
In Italia si traduce tutto e molto di questo è mediocre. E allora, non importa se anche il traduttore non svetta. Anche questa è una forma di armonia.
Se poi l’autore è morto e non può aiutarti a risolvere i dubbi sul senso o la sfumatura che può avere una frase o una parola, se non può difendersi dai tuoi errori di interpretazione, allora ti può venire in aiuto solo la tua conoscenza, a volte devi fare un lavoro filologico, ti viene in aiuto l’intuizione, ti viene in aiuto la voce dell’autore come ha parlato nel resto delle sue opere che tu non stai traducendo, ma che devi conoscere.
A quel punto non ci sarà “traduttologia” che tenga. Ci sei tu e c’è l’autore e c’è questo dialogo intimo e profondo che ci lega. Devi lasciare che ti parli. Devi ascoltare quella lingua che non è fatta di parole in nessuna lingua. Solo così puoi filtrarla nella tua.
Ed è per questo che uno dei punti essenziali del tradurre letteratura è il massimo rispetto per il testo.
Non lo puoi “riscrivere”. Non puoi mettere ai personaggi di Shakesperare le divise naziste… certo, lo si fa, ma…. grazie a dio ci sono autori che sopportano qualunque obbrobrio, anche se ne escono acciaccati e pieni di lividi.

Molto s’è detto anche sul fatto che le traduzioni invecchiano.
Io dico di no. Una bella traduzione non invecchia affatto. Come non invecchia la lingua di un grande scrittore, non invecchia affatto la lingua di un grande traduttore. Se poi parliamo di una traduzione così così….beh, certo, quella invecchia, perché non era letteratura nemmeno all’inizio.
La traduzione che Foscolo ha fatto del “Viaggio sentimentale” di Sterne, non è invecchiata, ma è limpida e smaltata come allora.
Un traduttore deve “sentire” lo stile del suo autore e cercare di ricrearlo nella sua traduzione.
Dunque deve sapere cos’è lo stile, cos’è la forma letteraria. Come traduci letteratura altrimenti? La puoi solo appiattire e falsare.
Non è poi il caso di dire che si debba conoscere a perfezione sia la lingua (e la cultura) d’origine che la propria. Altrimenti si finisce per produrre delle frittatone illeggibili come quella traduzione, zeppa d’errori e pesantissima, in cui la lingua meravigliosa e aerea di Kerouac è morta e sepolta, perché la tanto osannata Pivano era in realtà una mediocrissima traduttrice, cattiva conoscitrice dell’italiano letterario, che ha castigato tanti capolavori. Cosa che  tutti da sempre sapevano e si dicevano sottovoce ma, per il solito ossequio italiano ai poteri acquisiti,  non osavano (e ancora poco osano)  dire.

E tradurre poesia?
Questo, in una prossima nota.

(C) 2012 Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA


Lo stato dell’arte: rete e letteratura.

Pile of Books

Mi diverto da un po’ a seguire  le discussioni che si svolgono su vari siti letterari italiani presenti in rete, spesso senza intervenire, spinta dalla curiosità di capire se la libertà offerta dal mezzo possa riflettere un panorama più respirabile di quello a cui è stata ridotta la cultura italiana.  Mi sembrava che almeno in rete si manifestasse una vivacità intellettuale che  al di fuori è assente, almeno da noi.  Vivacità che è il frutto di una maggiore libertà di voce, di voci, non mediate dalla stretta mortale delle varie lobbies culturali, gemmazioni delle lobbies politiche, che ingessano  il nostro paese.

L’immobilismo dinosaurico, nella politica, nella vita sociale, nella cultura – insomma ovunque- a cui assistiamo apparentemente impotenti da tempo non è cosa nuova per noi.  E’ un habitus lungamente testato e, nei suoi scopi e risultati, vincente. Un meccanismo bene oliato di cui sarebbe interessante tracciare una storia di taglio antropologico. E’ da sempre la politica che la Chiesa, un’istituzione di dinosauri benedicenti, ha insegnato a un paese che ha l’ha imparata e riprodotta come nessuno.

Come dice Leopardi, agli italiani manca il concetto di “società”, dunque dell’individuo come unico responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte e dell’impatto che quelle azioni e quelle scelte possono avere sul tessuto sociale, che è poi quello in cui egli stesso vive.  Così – pur avendo noi l’immeritata  fama di essere degli individualisti – si rende necessario l’aggregarsi a un qualche gruppo che possa non solo proteggere l’individuo, ma avvalorare la direzione delle posizioni che assume. In realtà, l’individuo conta poco e corre grandi rischi nel muoversi da solo. E’ il vaso di coccio tra vasi di ferro trasportati sul carro traballante. L’elemento estraneo, sospetto, da estromettere perché non disturbi la compattezza del gruppo.

Allora ecco la necessità, iscritta nel DNA di questo paese, delle cricche, delle consorterie, delle conventicole, dei gruppi e dell’idea che tutto, assolutamente tutto debba avere un senso politico e, soprattutto, che tale senso sia quello di una realtà binaria. Un o/o.  Una corsa all’esclusione che genera una serie infinita di inclusioni, di recinzioni ben protette.

Analogamente, risulta impensabile  considerare le cose  in termini di libertà individuale. Essendo la struttura psicologica quella del gruppo chiuso – l’Italia non è mai uscita dalla struttura feudale –  non riesce possibile credere che qualcuno sfugga al giochetto (rassicurante, perché evita la necessità di capire ciò che non si conosce) di ritrovarsi addosso appiccicata un’etichetta di un qualunque tipo. Non c’è straniero che non si meravigli e si capaciti nello scoprire che, in qualunque campo non politico – scienza, letteratura, arte, filosofia, psicologia, meteorologia,  o quel che vi piaccia. – da noi sia necessario bollare con un’etichetta politica l’individuo di cui si parla. E’ di destra o di sinistra? Come se davvero esistesse più una destra o una sinistra. C’è persino chi ancora parla di marxismo… che tenerezza.

Proprio nel paese in cui la politica è la più corrotta, lurida, ostentata  pratica volta solo all’arraffo personale, di tutto il mondo civile, si pretende di ridurre a politica o di ravvisare risvolti politici in ciò che proprio non può o non dovrebbe esserlo.

Certo, che la letteratura sia, come qualunque altro fenomeno culturale, figlia della visione del mondo che la produce e che dunque ne segua i moti e le direzioni, è talmente ovvio da non aver bisogno d’esser detto. E se, le culture si riverberano nelle società, ciò che fa quelle società è anche la direzione politica che le segna. Ma, la politica di un’epoca o di un paese in quell’epoca, è comunque uno degli aspetti di quella data visione del mondo.  In questo senso, essendo i fenomeni culturali frutto delle specifiche visioni del mondo, non c’è aspetto di una società che non sia profondamente connesso a tutti gli altri.  Dunque, i fenomeni culturali, sociali, economici e politici non possono essere considerati isolatamente per essere compresi.

In questo senso, non c’è fenomeno culturale che non sia anche politico, economico, sociale ecc.  Ma non è che la politica ne sia la sola ed esclusiva chiave di lettura, come in molti casi si vorrebbe fare. Mi pare un taglio stalinista.

Così ho imparato da una serie di sedicenti o supposti critici militanti, molto attivi in rete, nelle case editrici e negli atenei, ( o legati tra loro o nemici giurati gli uni degli altri) che la letteratura è e non può che essere politica. Non mi è stato facile capire sempre di che stessero parlando negli infiniti commenti ai loro aggiornatissimi post, perché a un certo punto, tra paroloni, involutissimi periodi sintattici, ripetute citazioni da superatissimi maîtres à penser francesi (ancora di moda solo tra una certa genia di accademici italiani della cosiddetta generazione TQ) e qualche loro epigono americano, mi perdevo come Cappuccetto Rosso nel bosco.

Pare che tra i nostri critici letterari militanti (e che siano militanti lo si capisce dalle bombe carta di cui sono armatissimi) vadano per la maggiore francesi e americani radical-chic come padri ispiratori del pensiero critico. Ignorano – a parte alcune rare eccezioni –  tutto quello che avviene nel resto d’Europa e del mondo. Tanto che Francia e Italia si scambiano il fior fiore dei loro intellettuali e filosofi influenti. Noi ne abbiamo esportata una che, filosofa considerata oltralpe pare mente tra le più influenti non so se di Francia o del mondo, scrive profusamente sulla condizione femminile (e non solo ) in un tripudio dell’ovvio e del qualunquismo rosato degno della migliore rubrica di cuori solitari. Però, essendo comunque donna, non l’ho vista molto citata in questi blog letterari, se non in quelli tenuti da donne d’assalto, molto attive al pari dei loro colleghi maschi.

Se poi tra loro interviene qualche intellettuale (parola  e funzione desueta pare) con le idee più chiare, che usa un linguaggio chiaro e piano e parla di cose concrete usando il buon senso, lo massacrano. Confermando, di fatto, che la critica letteraria da noi, di stampo accademico e non, ben lontana dall’occuparsi di esegesi del testo, o di ermeneutica (usiamo pure, per darci un tono,  un termine che spesso ricorre in questi ambienti) seguita ad essere quella che è stata da un po’ più di un secolo a questa parte: un accapigliarsi dei parenti sul cadavere.

Ma, in tutto questo, il cadavere, la letteratura in Italia dov’è? Ma è chiaro. La Letteratura da noi è il prodotto di una generazione di giovani che vanno dai circa 25 ai 40 o giù di lì anni, (sono prevalentemente maschi, le donne sono in minoranza, come ovunque in Italia)  molto attivi sia in rete che nelle case editrici che su riviste letterarie e sulle rubriche letterarie dei giornali à la page e che sparano a zero sui premi letterari e le supermafie dell’editoria che se li spartiscono,  ma ai quali ambiscono disperatamente.  Infatti, quando li ricevono, non li rifiutano.

La loro attività pubblica è così intensa che non è ben chiaro quando scrivano. E’ vero che quando si legge cosa scrivono si comprende che  il prodotto non richiede molto tempo o lunghe applicazioni. Misurano la propria credibilità e il peso delle loro parole dai libri e dai saggi che hanno pubblicato, come se ciò che gli editori italiani pubblicano non fosse per lo più  il risultato di connessioni e intrallazzi lobbistici. Lo sanno tutti, non è una novità. E’ un tale dato di fatto da essere diventato ormai un tòpos, a discapito di qualche raro editore minore che così non fa.

Dichiarano la morte del romanzo ma scrivono romanzi – o tali sono nella loro intenzione – discutono su cosa sia la poesia – che pare sia diventata una cosa indefinibile – ma scrivono poesie – o tali sono nella loro intenzione, affermano che la critica letteraria non si può più  fare se non in termini di militanza e poi non hanno categorie da usare se non le stesse del passato botulinate e siliconate.

Le donne che scrivono (in Italia il trend è opposto a quello del resto del mondo, poiché le donne pubblicate sono in numero molto inferiore  a quello degli uomini, così come quelle che hanno peso nella cultura) sono o fatte a pezzi, soprattutto se vendono molto, o ignorate, o ammesse nel gruppo se sono delle virago molto aggressive e mascoline e dunque fanno loro paura. (Vedi sopra).

Tutto questo, è ovvio, è frutto dell’impressione generale dello stato dell’arte che mi sono fatta leggendo i blog letterari italiani più in che la rete offre.  Non è un’impressione molto edificante, perché, lungi dall’essere usata come spazio di una maggiore libertà e creatività, la rete tende a riprodurre, in questi blog, gli stessi meccanismi che si trovano al di  fuori: aggregazioni, gruppi, sette, conventicole, esclusioni, odi e invidie, rivalità, esibizione di erudizione datata e modaiola allo stesso tempo. Insomma,   un grigiore.

Non è tutto così grigio e squallido.  Le voci libere sono moltissime e alcune davvero interessanti.  Ma è strano che lo sia nei blog letterari che – così loro sostengono – hanno un’autorevolezza maggiore.  Tuttavia il meglio non è dove è più facile vederlo. I diamanti si trovano ben nascosti sotto terra. Bisogna scavare.

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Tramonti d’Occidente di Emilia Blanchetti.

Tramonti d'Occidente di Emilia Bianchetti. Edizioni Autodafé

Se una coppia di categorie si dovesse individuare per analizzare al meglio la società che  ciò che definiamo Occidente ha creato, questa potrebbe essere frastuono/silenzio o, in alternativa pieno/vuoto o, ancora, caos/ armonia.  L’Occidente, inteso come l’insieme delle culture che lo hanno generato (greca, celtica, cristiana) vive una crisi che si potrebbe forse meglio definire un passaggio.

Noi, figli dell’Occidente, siamo chiamati a una trasformazione – che è il senso della crisi – pur senza saperne vedere al momento i termini o gli strumenti necessari. Sospesi tra un passato che ci ha segnati e ci ha determinati e un futuro di cui nulla sappiamo, se non l’incertezza, non abbiamo più strutture, culturali o mentali per vivere il presente.

E’ ciò che questo romanzo, profondo e all’inizio apparentemente caotico di Emilia Blanchetti, squaderna come un insieme di fili che cercano la loro trama sotto i nostri occhi. L’intreccio, quasi un viluppo, di storie, di personaggi, di situazioni, (frastuono – pieno – caos appunto) all’inizio ti accerchia, quasi ti soffoca.

C’è il proprietario di una casa editrice milanese di successo, figlio di quell’intellighenzia privilegiata che è in apparenza un solido baluardo alla dissoluzione. C’è una badante rumena che cerca, come avviene per tante sue compagne e compagni di destino, di nutrirsi delle briciole di un benessere e di una democrazia che non ha tempo per occuparsi degli anziani e dei malati. C’è una sorta di voce narrante, dal ritmo ondivago, che osserva, commenta e condivide le vicende del suo editore e c’è una giovane islamica, una figlia della vecchia generazione immigrata, che non solo non si è integrata, poiché lo scontro di culture non è affatto sopito, né ha trovato ancora nei figli degli immigrati nati in una nuova patria, alcuna vera integrazione, ma vede nella realtà in cui vive il Nemico da distruggere. C’è un’Italia che, tra Milano, Torino e Roma, fino a luoghi meno opulenti e felici, mostra la trama frusta del suo tessuto.

Attorno a questi quattro personaggi chiave ruota un coro di figure a loro legate e di storie che alle loro si intrecciano, in percorsi molto complessi.

La prima impressione, nel leggere i primi capitoli, è quella di un’umanità brulicante, confusa, nevrotizzata dalle incertezze che ottundono proprio quella qualità che è alla base della cultura occidentale: la ragione.

E’ come se tutti questi personaggi annaspassero in un gorgo che li risucchia e non riuscissero a trovare appigli.

Ma, quello che ciascuno di essi cerca, è il filo che li possa condurre fuori dall’abisso, (il silenzio, il vuoto, l’armonia appunto) senza alcuna certezza di trovarlo. Ciò che rimane è l’istinto di sopravvivenza, il principio oscuro e potente che il disfacimento della civiltà occidentale ha dimenticato, seppellendolo sotto valanghe e slavine di negazione del senso.

Poi, alla fine, il caos, il frastuono, culminano in una tragedia annunciata. Ma è in quell’acme che in realtà si sopiscono e il disegno dei destini individuali si rivela per quello che veramente  è: una sapiente tessitura del destino collettivo.  I protagonisti scorgono infine – almeno alcuni di loro – un barlume di quello che un senso non pareva averlo.

Solo un barlume. Ma la scorgono una scintilla di quel silenzio, di quel vuoto, di quell’armonia che l’Occidente pare abbia perduto.

Emilia Blanchetti è un’esperta di comunicazione ad alti livelli e questa sua competenza si vede nel modo in cui riesce a “domare” un materiale complesso, inizialmente caotico (o così appare), come quello che forma le fondamenta sotterranee del suo romanzo.  L’Italia confusa e dai confini così labili (confini ideologici e culturali, non solo geografici) e permeabili c’è tutta in questo romanzo intenso e sapiente.

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Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo

Giordano Boscolo, Le nausee di Darwin, Autodafé Edizioni

Quando Darwin, dopo il ritorno in Inghilterra dal suo lungo  viaggio esplorativo per mare sul Beagle, durato cinque anni e affrontato con una tempra e una salute invidiabili, sviluppò una serie di sintomi strani e allarmanti, tra cui vomito violento, nausea, fatica cronica, attacchi di panico, depressione  e malesseri di ogni tipo, non ci fu medico in grado di capire che tipo di malattia lo affliggesse. Darwin divenne un invalido per i successivi 36 anni, fino alla sua morte.

Giordano Boscolo ha scelto questo titolo per il suo primo romanzo, (ma non prima pubblicazione) perché la sua narrazione è in fondo un apologo amaro e feroce di come, nell’Italia di oggi, ci si possa trovare, dopo la laurea, a vomitare  su un peschereccio tra pescatori chioggiotti sballottato dai marosi, per un’improbabile ricerca sulle tartarughe marine, le Carretta carretta, commissionata da un fantomatico centro di ricerche, che non ha uffici, non paga, non si manifesta se non attraverso un tizio sfuggente e laconico.

Boscolo è uno scrittore nato. Scrive bene. Conosce i trucchi per legare il lettore alla pagina e, probabilmente per il suo carattere, ha scelto la cifra dell’ironia. Lui non ama questo termine, preferisce “umorismo”. Ma, mentre l’umorismo ha sempre, in qualche modo,  una componente bonaria e sorridente, l’ironia è distruttiva, corrosiva, graffiante. E’ il mezzo più sottile ed efficace per mostrare la tragedia che si cela dietro la commedia. Non sorride. Ghigna.  Rivela senza pietà la sofferenza.

E, come si diceva, la storia, molto ben strutturata, di cui Luca Visentin, col suo compagno di sventure Davide, è protagonista, è una storia tragica. Quella di moltissimi ragazzi che, in un’Italia dove millantatori, grassatori, mafiosi, politici corrotti ed escort fanno soldi a palate, non hanno lavoro, non hanno futuro, nonostante le lauree, le specializzazioni, la sete di costruirsi una vita.

La tragedia è nell’assassinio della speranza, nell’uccisione del futuro.

Luca è la voce narrante, ma questa è una storia corale. Sullo sfondo della vicenda si avverte la presenza invisibile di molti che non hanno voce. Fantasmi, come Alessandro, alla fine, che si aggira esangue tra le vasche dell’allevamento di branzini.

Poi ci sono le pagine epiche dei viaggi sul peschereccio. I pescatori hanno qualcosa di conradiano e questa ricerca della tartaruga marina ricorda l’inseguimento della  balena bianca. Esiste ma non si sa dove sia. E’ quasi un’entità soprannaturale. Con la differenza che una tartaruga viene pescata. L’unica probabilmente di tutto il Mediterraneo. E, come si conviene a un Leviathan degno di questo nome, mozza il dito del povero Davide.

Ma la tragedia si sfiora davvero e non riveleremo come.  La fine è terribile. Perché l’unico sentimento che emerge è la rassegnazione. Ed è il sentimento più terribile di tutti, perché è come morire da vivi.

L’intelligenza dell’autore – l’ironia è propria solo delle menti intelligenti – sta nel narrare questa Italia sommersa, grigia, priva di luce, senza un solo piagnisteo, senza autocompatimenti, ma in modo secco e quasi distaccato.

Distaccato al punto che si ride fino alle lacrime.  Come quando Luca, per ammazzare il tempo prima di iniziare il suo ultimo lavoro, che consiste nell’aggirarsi da solo in piena notte in uno sconfinato capannone immerso nel buio, tra le vasche di branzini (pare che poi i guardiani inizino a sentire le voci), si immerge nella lettura di La mia pipì è gialla. La tua, di che colore è? istruttivo  libretto per l’infanzia. Ma, a dire il vero, metafora di una forzata regressione, o meglio costrizione, a uno stadio arcaico dell’evoluzione dell’individuo.

E poi ci sono momenti di scrittura che fanno di questo romanzo un’opera davvero speciale.

“In notti, o prealbe, come questa, il tempo si manifesta nella sua vera natura di entità informe, ti appare nella sua nudità, tutt’altro che inerme, evocato dall’oscillazione dello scafo, dal rumore regolare del motore, dal fiato caldo che ti esce dalla bocca in sbuffi di vapore. E’ come il tempo delle sale d’aspetto nelle piccole stazioni di provincia, quando il treno non arriva mai e non c’è nessun altro passeggero con cui chiacchierare; il tempo delle code in autostrada, della mamma che ritarda più del solito e tu hai solo cinque anni, del telefono che non squilla anche se Lei ha promesso di chiamarti. E’ il tempo un minuto prima di essere impiccati. Il tempo dei manicomi.

Solo i filosofi possono permettersi il lusso di dire che il tempo non esiste.” ecc.

In questa riflessione filosofica sul tempo, perché filosofica lo è, sta tutto il senso del romanzo. Il tempo che fugge e sfugge eppure che ti acciuffa, un tempo grigio e compatto su cui non si ha potere se non quello di esserne vittime.

E’ amaro che sia un giovane a percepirlo così. Quasi tremendo. E’ il tempo di Aspettando Godot.

Questo romanzo filosofico, questo apologo, questa storia di illusioni perdute di un’intera generazione (e forse più di una) è costruito con una struttura che mi è molto piaciuta. I capitoli si alternano secondo una temporalità diversa, passato e presente storico, l’inizio della storia e un passato recente che diviene presente, per confluire poi nella contemporaneità della narrazione.

E tutta la storia, il modo in cui è narrata, il distacco fatto di presa di distanza da una disillusione troppo cocente per poterla trasformare in lacrime, l’uso del chioggiotto (che non è il veneziano di Goldoni, come è stato detto) per la parlata dei pescatori (finalmente un testo di narrativa in cui i personaggi non parlino in siciliano o romanesco), lo stile asciutto e sapiente, tutta la storia dicevo, è ciò che oggi, nella nostra Italia alla deriva,  solo può essere un romanzo di formazione: cercare la leggendaria tartaruga di Darwin in un mare tempestoso, può significare ritrovarsi senza un dito o senza vita.

(C) by Francesca Diano

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