Francesca Diano. La notte che il satellite cadde sulla terra

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Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Da Francesca Diano, Fiabe d’amor crudele. Edizioni La Gru, 2013

 

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo? La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato da un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo – così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri. Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa. Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenta la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento. Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione. Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

 

 

 

 

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Sergio Rodella – San Michele

Sergio Rodella, San Michele. Bronzo, acciaio, vetro


 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’opera che lo scultore padovano Sergio Rodella ha creato per la città di Grammichele, l’Arcangelo San Michele, è un’opera rivoluzionaria.

E’ rivoluzionaria dal punto di vista iconologico e dal punto di vista delle soluzioni tecniche che la scultura, proprio per il significato voluto, ha richiesto.

In Occidente l’Arcangelo San Michele viene in genere rappresentato in sembianza di cavaliere con armatura e spada che schiaccia sotto i piedi Satana, spesso sotto forma di drago, mentre in Oriente, in particolare agli inizi del suo culto, è più diffusa la sua rappresentazione in vesti auliche, di dignitario di corte, secondo la tradizione  iconografica della grande arte costantinopolitana.

L’immagine di Michele guerriero compare nel Libro dell’Apocalisse di Giovanni e in pochi altri passi, ma il suo culto in Oriente si diffuse subito enormemente, tanto che già Costantino gli dedicò a Costantinopoli il grande santuario del Micheleion e dall’Oriente passò in Occidente, dove il culto si radicò definitivamente e in modo diffuso. Per questo, all’attributo di Arcangelo, si aggiunse quello di Santo. I primi due grandi santuari a lui dedicati in Occidente furono la basilica sulla via Salaria, consacrata prima del 450 proprio il 29 settembre (fissato da allora come giorno a lui dedicato)  e ritrovata di recente e, verso la fine del V secolo, quello del Gargano, che divenne il fulcro del suo culto in Europa e da cui quel culto si diffuse fino a raggiungere, agli inizi dell’VIII secolo, la Normandia, ove sorse il santuario di Mont Saint-Michel.

Mi-ka-El significa ”Chi è come Dio?” La traduzione del nome di questo Arcangelo comprende il punto di domanda. E questo apre un abisso sul significato di quel che Michele rappresenta.

Nella tradizione escatologica, l’Arcangelo Michele è il braccio armato di Dio, lo strenuo difensore della fede contro le potenze demoniache, colui che difende e protegge dall’avanzare delle tenebre. È colui che guida le schiere angeliche nella lotta per l’affermazione del Bene. Che è la luce divina. Ma soprattutto, la capacità di vedere quella luce.

Dunque Michele è la Luce. La Fiamma. Il Fuoco di cui arde la fede.

La tradizione iconologica occidentale, che lo rappresenta appunto rivestito di un’armatura, mentre brandisce una spada, non è la sola forma in cui compare. Michele pesa le anime e dunque a volte è accompagnato da una bilancia, ferma le pestilenze, guarisce anime e corpi.

La perentoria domanda che il suo nome significa ha due implicazioni: la prima è connessa alla sfida della potenza del Bene contro gli assalti del Male, il grido di battaglia contro gli spiriti che hanno osato paragonarsi a Dio; la seconda, più esoterica, suggerisce l’essenza stessa di Michele; la sua sostanza come emanazione dell’Essere. Di Colui che E’. Il significato del verbo essere in quel “Chi ècome Dio” infatti, ne costituisce la substantia.

Il suo nome va letto allora: “Chi è come Colui che E’? ” Vale a dire che la sua essenza è lo specchio dell’essenza stessa di Dio. L’Essere è speculare e si riflette su se stesso.

Michele è allora il volto guerriero di un Dio combattente per l’affermazione della verità e della giustizia. Ed è in questo senso che la natura dell’Arcangelo è collegata all’immagine della bilancia, del giudizio. Poiché l’affermazione della Legge è l’affermazione della Verità.

La fede, così come l’amore, non è passiva, ma attiva. Non è potenza, ma atto. Non è stasi, ma azione. È l’ardere del fuoco del desiderio che dissolve in luce. Il desiderio di annullarsi in Dio. È il cupio dissolvi del mistico.   E dunque è questo aspetto che Rodella ha privilegiato nel suo San Michele. Perché l’amore è la più potente delle azioni e richiede spirito forte e animo coraggioso.

L’immagine è molto simile a quella classica di una Nike greca, la messaggera degli dei. E in questo si sente un’eco delle origini greche della città.  Non è l’unica citazione classica, ché infatti la struttura a forte chiasmo ricorda il canone di Policleto, ma con in aggiunta una torsione a spirale .

L’improvvisa e inattesa apparizione dell’Arcangelo è  un’epifania,  come un vento di luce abbagliante che plana dal cielo e della sostanza della luce è fatto. Il braccio sinistro è sollevato verso l’alto e sorregge la pianta esagonale della città, in forma di solido mattone. Il braccio destro, ripiegato all’indietro, costringe il torso a una rotazione e sorregge la lunga spada di fiamma che fa da gnomone alla meridiana di marmo in forma di asteroide fiammeggiante. I piedi non toccano terra, le ali sono dispiegate e ne puoi sentire la vibrazione

Il fulcro, la chiave di lettura è la luce.

La prima straordinaria invenzione di questa immagine sta nel vortice che la forma costituisce. Questo vortice non si avvolge attorno a un solo asse mediano, ma a due. Il primo è obliquo e  unisce la mano destra sollevata al centro della meridiana, passando per la spada. Il secondo unisce la punta dei capelli con il ginocchio sinistro, passando lungo la fissurazione della fronte e l’apertura della corazza d’argento.

Il punto d’incontro dei due vortici è il petto dell’Arcangelo, dove si apre la spaccatura della prima corazza, rivelando la sostanza aurea.

La scultura, di bronzo ossidato fino alle anche, argentato e dorato, è costruita in modo da creare l’impressione di tre diversi strati sovrapposti, tre diverse corazze o, a dir meglio, gusci.

La seconda straordinaria invenzione è nella  sequenza dei colori, nero lucente, argento, oro, significanti  tre diversi  stati dell’essere, diverse vibrazioni della materia. Da quelle più lente e pesanti (il contatto con la terra) a quelle più eteriche a quelle più sottili ed eteree (la Luce divina), che corrispondono al corpo fisico, al corpo eterico e al corpo spirituale.

Dunque la sembianza in cui si rivela alla vista umana l’Arcangelo nella sua vorticante epifania è  quella di colui che, assumendo forma visibile, annuncia l’unione tra la terra e il cielo, tra l’uomo e Dio, passando attraverso tutti gli stati dell’essere.

L’ultimo aspetto, il più interno e segreto, linguaggio da iniziati, è significato dall’azzurro intenso della sodalite che affiora dalla profonda fossa degli occhi e dal triangolo che si apre sulla fronte.

La sodalite, nel regno dei cristalli, è la pietra che conferisce coraggio, risveglia il terzo occhio, la capacità di vedere e, soprattutto, è legata all’espressione della verità. Tutti aspetti dell’essenza più profonda che l’Arcangelo San Michele rappresenta.

Quell’azzurro intenso, che emerge dalle fiammate di luce dunque, è il punto finale di un percorso iniziatico, la verità a cui s’arriva dopo aver superato le insidie dell’apparenza e dell’illusione.

Poi ci sono gli occhi.

Sono l’unico punto in cui la materia non si dissolve in luce, ma si concentra. Questo sguardo lo si può sostenere solo se ha il coraggio di guardare dentro se stessi. Perché ti perfora. Ti trafigge con il terribile amore che lo pervade. Con la sua infinita compassione e sapienza. Con la sua onnicomprensiva conoscenza. Ti segue ovunque tu vada, non ti lascia respiro. Non c’è luogo dove tu possa sottrartene.

Le ali stesse, dispiegate come le alberature di un vascello, vibrano nelle bande dell’infrarosso e dell’ultravioletto, radiazioni invisibili all’occhio umano, ma componenti fondamentali della luce. Come se il bagliore luminoso e incandescente che emana dalla figura dell’Arcangelo si scomponesse alla sua periferia in radiazioni rese visibili.

Ma il rosso significa anche il fuoco di cui arde l’amore divino e il viola è il colore della spiritualità e della profonda meditazione. Come se l’ardore vibrante dell’amore trovasse poi la sua piena realizzazione nell’atto di donare a ciascun essere vivente una scintilla dello spirito divino.

La forma in cui l’Arcangelo di Rodella si rivela dunque, è in se stessa un percorso iniziatico, poiché ci incalza a guardare ciò che non può essere visto, a vedere ciò che non si può guardare: il volto di Dio.

La terza straordinaria invenzione di questa opera sta nell’aver tolto ogni sostanza alla materia di cui la statua è fatta. E lo fa dissolvendo la materia in luce.

Questo è possibile perché la totale maestria con cui Rodella domina le tecniche va ben al di là di una semplice bravura. Le superfici lucidate a specchio, l’argento e l’oro, sono trattate in modo da catturare e riflettere la luce in modo tale da apparire quasi equoree. I riflessi che la luce ne trae sono in continuo movimento, come onde che respirino dal profondo.

La superficie respira, si muove, palpita, vibra, pulsa, emettendo onde di energia, gettando fasci di luce dai riflessi mutevoli e, di fatto, creando attorno a sé un’aura luminescente. La materia solida così si dissolve in colore e luce, che sono oggetti continuamente mutevoli.

Guardi questa immagine e, dopo un poco, non la vedi più nei suoi contorni, ma vedi vortici di raggi luminosi sulla cui superficie danza il riflesso dei volti che la osservano, degli edifici e delle piante che la circondano, del cielo e delle nuvole che la sovrastano. E così comprendi ciò che Dante intende quando, giunto alla fine del suo viaggio, ha finalmente il dono di guardare Dio. E, fissando i suoi occhi umani su quell’immagine che nessun occhio umano può tollerare o anche solo concepire, vede se stesso. Vede il proprio volto.

 

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Sergio Rodella o il paradosso della forma

Sergio Rodella, San Michele. Bronzo, acciaio, vetro


 

Tra tutte le arti, la scultura è forse quella che più presuppone l’artificio. E questa non sembri una tautologia. Poiché con “artificio” non intendo “fare arte”, che è il significato etimologico del termine e che è, esso sì, una tautologia, poiché “arte” è “fare” e l’artefice, l’artista, è “colui che fa”. Che materialmente crea attraverso l’abilità tecnica qualcosa che è sì materia, ma allo stesso tempo la materia la trascende. È la téchne dei Greci. Senza la quale non v’è poiésis,  creazione. I due momenti essendo indivisibili e assolutamente interdipendenti. Tanto che nella sostanza sono un unico fare istantaneo.

Ed è proprio in questo misterioso trascendere la materia che sta il senso dell’arte. Che si rivela nella forma.

Intendo artificio nel suo senso più lato, come traspare dai suoi sinonimi di “magia”, “alchimia”, “mistificazione”, “finzione”. E “ingegno” e “trucco”. Fino a virare dunque, questo senso, verso il suo negativo. Poiché l’eccesso di artifizio, verrebbe da dire, diviene inganno. Eppure ancora, persino il valore deteriore contiene quel significato che è radice dell’arte. Inganno sublime. Tale, che è proprio in esso che si rivela la verità. Che solo può rivelarsi in un’estrema metafora del reale.

Il linguaggio dell’arte non è mai diretto, ma sempre obliquo, come obliquo è lo sguardo del dio.

Alois Riegl afferma che l’arte è una gara con la natura. Non una semplice imitazione, si badi, ma una gara. Come la natura crea le sue forme, così l’arte crea le proprie, in una sorta di competizione, secondo leggi che variano col variare del sentimento che informa di sé le diverse epoche.  Ma afferma anche che, nella sua più profonda essenza, l’arte nasce dal bisogno radicale di armonia che l’uomo ha in sé.

Dunque, nemmeno l’arte più “naturalistica” è naturale, se non per il fatto che a crearla è l’uomo e l’uomo è parte della natura. L’arte è una sorta di natura parallela. Un diverso percorso secondo cui la natura opera nel suo manifestarsi.

Ma ciò che fa l’arte arte, è il senso della forma, persino quando questa forma sia in apparenza assente, come nell’arte  astratta. E l’arte della forma per eccellenza è la scultura. Come ben sapevano i Greci.

La scultura non può prescindere dallo spazio. Ma quale spazio?  Esiste uno spazio oggettivo entro cui si muovano le forme? Sono davvero separate le forme dallo spazio che le circonda? Ed esistono forme oggettive? O non è, lo spazio con le forme che contiene e che anzi lo creano, la percezione assolutamente soggettiva di una realtà parziale e indimostrabile? Lo sguardo che l’uomo, ciascun uomo, posa sul mondo e lo trasforma dentro di sé?

Dunque la scultura, non diversamente dall’architettura, è arte dello spazio. L’una ne è fulcro e centro,  di quel vortice che se ne diparte, l’altra, all’opposto, è il tentativo di creare delimitazioni a un infinito che come tale è privo di riferimenti e dunque temibile.

Certo, accanto ai primi balbettii dell’arte, a quei primi segni decorativi, nati da chissà quale misterioso impulso, senza altro scopo che l’ornamento di corpi e di oggetti, uno dei primi gesti che l’uomo fece fu quello di delimitare uno spazio in cui rifugiarsi. Dalla caverna alla basilica di San Pietro il passo non è poi così lungo. Gli strumenti che l’uomo ha usato all’inizio per fare arte erano oggetti quotidiani, destinati ad altri usi, ma la destinazione a un uso non pratico ha trasformato il loro significato.

Noi abbiamo, della materia che costituisce il nostro corpo e gli oggetti che ci circondano, una percezione totalmente soggettiva. Siamo certi di toccare, di vedere, di sfiorare una sostanza, ma non comprendiamo immediatamente che le sensazioni che ci restituiscono i sensi sono solo una parte limitata di quello che veramente è. Poiché i nostri sensi sono limitati e percepiscono una realtà limitata. Il tatto non percepisce lo spazio che separa le molecole e gli atomi, la vista non percepisce le gamme dell’ultravioletto e dell’infrarosso e anzi ciò che vedremmo, se cadesse l’illusione data dai sensi,  ci terrorizzerebbe. L’udito non percepisce gli ultrasuoni. Eppure gli ancora grossolani strumenti della scienza ci dicono che tutto questo esiste al di là della nostra percezione.

Ma esiste anche una sostanza sottile, vibratile, luminosa, che con un termine grossolano potremmo chiamare pura energia. È di questo stato originario della materia che si occupa l’arte.  Lo può fare proprio perché tutta la materia come noi la conosciamo, alla sua origine non è che energia in forme più o meno addensate e coagulate e l’arte non si ferma al particolare, ma ha sete di universale. L’arte cerca l’origine. Da cui è scaturito il mondo.

Non c’è arte senza questa ricerca alla fonte e anzi, non c’è arte in cui questa vibrazione luminosa non sia percepibile.

Ma, proprio perché è di scultura che si parla, è bene osservare che quanto si diceva all’inizio, e cioè l’artificio come supremo e sublime inganno, si rivela nella scultura quanto mai in altre forme dell’arte.

La scultura, che è forma tridimensionale ha, quand’anche fosse un’opera informale, come ispirazione, se non come modello, le forme del mondo visibile. Che sono tridimensionali. Tuttavia, persino una perfetta riproduzione di un modello organico o inorganico, se di arte si tratta, lo trascende, a cercarne l’essenza per renderla percepibile. Non solo dunque si avvale, la scultura, delle tre dimensioni che conosciamo e all’interno delle quali ci muoviamo, ma quelle dimensioni usa per liberarsene.

Ci sono scultori, rarissimi oggi a dire il vero,  che fanno di questo paradosso lo scopo della loro arte. È a questa esigua schiera che appartiene Sergio Rodella.

È naturale che per la cultura da cui nasce e in cui si muove sia un outsider. Non è semplice rendersi sordi al fragore delle mille direzioni verso il nulla che assediano da ogni parte. E non è un outsider perché si ostina a salvare la forma dove e quando questa pare abbia perso ogni interesse, ma perché la Forma la vede e ne percepisce la straordinaria potenza originaria. La potenza dell’Idea che nella Forma si manifesta. Con una forza che fa tremare.

È un artista di incredibile cultura, oltre che un meraviglioso, quasi ossessivo,  conoscitore delle tecniche e dei materiali, che tra le sue mani perdono in parte la loro natura e diventano colore puro, materia molle che si scioglie in colore intriso di luce eppure, quando ti parla, capisci con quale umiltà e reverenza si accosti alla sua arte. Di alcune opere afferma di non sapere cosa abbiano in sé veramente. Quale sia il loro significato. Ma non è falsa modestia, che sarebbe fuori luogo, ma piuttosto l’atteggiamento di chi sia assolutamente cosciente di come un’opera d’arte sia un mistero, al di là dell’intento consapevole dell’artista, per quanto esperto e consumato.

L’arte, tutta l’arte, al di là degli artisti, è una forma di misticismo. Una forma di ascesi. E di conoscenza.

Perché attraverso l’illusione trascende l’illusione che è il mondo, per approdare alla verità. Difatti ha il suo prezzo. Molto alto per chi ne è posseduto.

L’artista è l’artefice. Senza il suo fare, non vi sarebbe arte. Ma è anche un mezzo e non può sottrarsi a questa dominanza, a questa padrona imperiosa che non concede sconti o scorciatoie.  E ti assedia la vita.

Ed è dunque una forma di conoscenza. Soltanto quando un’opera “si fa” la si conosce. Ma, nel farla, si conosce anche se stessi. E si conosce l’universo di cui quell’opera è il punto di arrivo. E di partenza. In un circolo che, come il tempo del sacro, torna eternamente su se stesso.

L’universo di Rodella è non dissimile dall’iperuranio platonico. Le sue immagini vivono lì, perfette, assolute, portatrici di un valore simbolico e lontane. Ma chiedono di assumere una forma visibile. Quegli archetipi guidano la sua mente, le sue mani, il suo corpo, i movimenti dei suoi strumenti, fino a divenire materia visibile.

Non è certo un caso che il calco del Giorno di Michelangelo, il grande neoplatonico, vegli sui suoi sonni e domini fisicamente la sua testa.

Credo che, quando un’idea prende forma nella sua mente, insomma gli si manifesti, Rodella se ne senta posseduto e che senta di non potersi sottrarre al tradurla in una forma visibile. E che, man mano che l’opera prende corpo, gli si riveli veramente per la prima volta. Con una chiarezza abbacinante.

Questa “necessità”, questa luccicanza,  è una sorta di destino di ogni opera d’arte. È così perché è così. Un rispecchiarsi solo su se stessa. Non può avere altro specchio se non la propria fonte archetipica.

Questo suo personale iperuranio è popolato di minotauri, di angeli e arcangeli, di volti senza corpo, di corpi acefali o senza volto, di forme in torsione e in tensione. Esseri tutti in uno stato di silenziosa e drammatica trasformazione.

Le sue figure sempre “stanno per”. Questo incoativo  è il tempo che le coniuga. Dunque in questo sta la diversità rispetto alla concezione antica del Bello, avulso e distaccato dal dramma. La diversità è nell’irruzione del dramma che le spacca e le frantuma e le fa umane.

Eppure lo spazio che le contiene è quello dell’assoluto.

L’arte, perché verità, prescinde dallo spazio e dal tempo, perché spazio e tempo sono solo una convenzione umana. Ma ogni artista ha il suo spazio e il suo tempo.

Il  tempo di Rodella è l’istante. Che presuppone un prima e un poi. Ma le sue figure sono sempre colte in quell’infinitesimo di istante “prima che” o “dopo che”. Esseri nell’atto della metamorfosi. Come l’abbagliante Minotauro, il cui vero corpo, che si sfa e allo stesso tempo si rapprende in luce, emerge dalle spoglie di una pelle che è una corteccia.  Reale e metaforica. Come un serpente che muti pelle. E mi vien da pensare ad Apollo Ptokòs, Apollo nella sua forma sotterranea e atra di Pitone, Dio ctonio, che è altra faccia del Dio della luce. Perché è dal buio che nasce la luce.

Quasi sempre queste figure sporgono il petto o il ventre in avanti, o si ripiegano su se stesse, si torcono, si tendono, si spaccano. Ma non perché il movimento renda “bella” la scultura, piuttosto perché stanno lentamente emergendo da un sonno senza tempo, stanno cercando il loro posto nello spazio.

Certo, vi sono ovunque citazioni classiche, lezioni antichissime non dimenticate, ma il come tutto questo si rapprenda a creare un linguaggio assolutamente nuovo e libero da ogni condizionamento è frutto di una trasformazione individuale che è linguaggio di alchimista.  Frutto di come quella energia vibratile e luminosa, di cui si parlava prima, si coagula a formare queste creature di marmi e  pietre e metalli e resine. Dallo sguardo inquietante e mai immobile.

Dunque, come in ogni arte nata dalla perdita dolorosa dell’antico centro, cioè da quella che in Occidente, subito dopo i Greci, dovremmo chiamare arte moderna e che ha il suo culmine nel primissimo Barocco, il linguaggio è contraddittorio e doppio, in una tensione di estremi che in apparenza non si conciliano: da una parte l’assoluto della forma, che si manifesta nella luminosità pulsante dei suoi contorni, dall’altra l’esserci nell’istante, l’ex-sistere, l’essere, l’emergere nel mondo con il dramma che è l’esistenza di ciascun uomo.

Sergio Rodella, Salomone. Marmo, piombo, oro

Guardate il Salomone. Ieratico, chiuso, distante, quasi egizio. Ma la forma chiusa si spacca in uno iato da cui trabocca in rivoli la sofferenza. Materialmente Rodella ha fatto scendere fiotti di bronzo fuso da quella spaccatura. Che si sono riversati attraverso gli occhi e coagulati in eterno. Trasformandosi in oro.

Dunque, da una dimensione in cui è annullata l’esistenza dello spazio-tempo, alla dimensione spazio-temporale, all’eternarsi di nuovo in una dimensione assoluta. Perché questo Salomone, che è l’Idea stessa della conoscenza, si risveglia da se stesso e si fa uomo e, come tale, proprio perché questo è il prezzo della conoscenza, si carica del gravame della condizione umana. E quelle roventi lacrime di piombo fuso che ne sono il frutto, si trasformano alchemicamente in oro. Anche gli esseri immortali, nell’universo che noi oggi abitiamo, soffrono della sofferenza umana quando ne vengono a contatto, ma ne indicano il valore salvifico e purificatore. Dalla materia grezza alla purezza e alla liberazione.

Piombo. Oro. Ancora una volta dal buio alla luce. Intendendo il buio come luce in potenza.

Poi ci sono gli Angeli.

Rodella è un mistico. La via del mistico è dura, faticosa, irta di dubbi e incertezze e si può percorrere in molti modi. Anche con scalpelli e sgorbie. Mistico è colui che attraverso la materia giunge allo spirito. Che anzi si immerge nella materia perché è in essa che vede l’impronta dello spirito. Termine che oggi si teme di usare. E sa che solo così vi può giungere. Perché è questo il senso della vita umana.

Ogni obiettivo raggiunto non è che un gradino in più che si è salito. Non ci si pone il problema di quanti ancora ne restino. Li si sale e basta, perché l’unica certezza è che alla fine, per lontana che sia,  ti attende la visione di ciò che ti fa assetato.

Gli Angeli e gli Arcangeli. Gli annunciatori. Annunciatori della metamorfosi.

Ed è così che tutto questo vibrar di ali e torcersi e pulsar di forme e sventagliare di colori canta la forma nel suo farsi. Le loro ali, i loro corpi di maschio e femmina insieme, sono il centro di quel vortice spaziale che lo spazio lo genera. Ma è lo spazio come lo vedevano i Celti, “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”.

Sono angeli che han tutta l’aria delle Nikai, pronti sempre a decollare o a planare e rumorosamente fruscianti.

Tutto questo sonante movimento però, in questo universo di Rodella, questo movimento che cerca la forma proprio sfacendo la sostanza opaca in pura energia e dunque trascendendola, a un punto s’acquieta. Attraverso due passaggi. Il primo è il Silenzio.

Questo Angelo s’è spogliato delle ali e le ha appese ad un supporto, tal quale fa l’eroe nell’appendere le proprie armi dopo la battaglia. Le ha appese ed ha appeso se stesso, a testa in giù, come l’immagine dell’Appeso nelle lame dei Tarocchi. Questa forma simbolica rappresenta l’iniziazione e l’Appeso è l’iniziato. Il sacrificio consentito perché si possa  accedere a diversi e sempre più alti piani di coscienza. È un oscuro e silenzioso maturare di una nuova nascita, l’atto finale prima della definitiva trasformazione, in cui ogni individuo si fonderà col Tutto, divenendo uno col Tutto.

L’ultimo e definitivo passaggio è il Cristo morto. Qui ogni contraddizione degli opposti si annulla. Buio e luce sono una sola cosa, poiché il nero assoluto del marmo è talmente intriso di luce, che culmina nella vibrazione dei capelli e della barba, da non essere più nero, non più l’opacità del buio, ma quell’oscurità abbagliante di luce che è dio.

E ogni movimento, ogni torsione, ogni spaccatura e ogni dramma s’annulla in un’immobile compostezza che non è rigidità o blocco del movimento, ma la “non necessità” del movimento, poiché questo Cristo è il Motore Immobile. È la divina serenità  del Buddha, la sublime quiete di dio da cui tutto emana e a cui tutto torna.

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Hawking e Cacciari

Con grande piacere cito le parole di Massimo Cacciari a commento della nuova tesi illogica di Hawking, dato che, esattamente come ho scritto nel mio post precedente, Cacciari conferma in modo chiaro e senza tanti giri di parole, quello che a me era parso subito evidente.

Massimo Cacciari è un noto filosofo e accademico italiano (per alcune associazioni non religiose è un “famoso ateo”). Egli dichiara:

«La tesi di Hawking è illogica. Nulla è più assurdo e antiscientifico di pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali. È una contraddizione logica, quella di Hawking che ha qualcosa di comico e non va nemmeno presa in considerazione. Meglio avrebbe fatto a leggersi la “Dialettica trascendentale di Kant” (da MTV.com).

Allora ecco che il problema da me sollevato: ma che idea di dio ha Hawking? è il punto fondamentale della questione.

Sospetto che anche Cacciari deduca, dalle parole di Hawking, che il dio dello scienziato sia il buon vecchione barbuto dell’immaginazione popolare. Infatti il dio inesistente di Hawking, ha di fatto da esistere, dato che lo nega e per negarlo ne deve avere un concetto.

Cito Cacciari, che conosco e ammiro immensamente, perché lo ritengo una delle rarissime teste pensanti oggi in Italia. Una delle poche menti LIBERE in un paese di servi.

La libertà è sempre relativa, perché siamo condizionati da mille fattori, ma anche nella relatività delle sue possibilità, c’è chi vive tendendo a. La libertà di pensiero è certo un lusso che pochi si concedono. Ma quando si trova una mente libera e coraggiosa come quella di Cacciari, che sollievo!

Una ventata d’aria pura in un paese che ormai è affondato nel bitume, come oggi è l’Italia.

La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

https://emiliashop.wordpress.com/2011/01/29/thomas-crofton-croker-leggende-di-fate-e-tradizioni-irlandesi-traduzione-e-commento-di-francesca-diano/

Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

VIAGGIO IN IRLANDA 2

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La Baia di Cobh, nel Munster

  

Un viaggio, ogni viaggio, se tale è,  è sempre dentro se stessi. Mi piacerebbe che qualcuno iniziasse una discussione su questo.

 Io ne sono convinta, perché molto spesso abbiamo bisogno di volgere lo sguardo all’esterno per trovarvi lo specchio dell’interno. Un volgere centripeto, poiché è nel confronto col mondo che ci conosciamo e riconosciamo.  

Avviene così anche nei rapporti umani in fondo. E anche quelli sono dei viaggi in altri universi.

L’Irlanda, tra tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato,  per me è stata questo viaggio. 

Conoscevo l’Irlanda solo da un punto di vista letterario, da studiosa di folklore e tradizioni orali, ma avevo deciso di non andarci da turista. Quel luogo aveva già troppi significati dentro di me per non desiderare di ritrovarli uno per uno in esperienze vissute.

Così mi sono fermata un anno. E lì mi sono trovata.

So che da alcuni anni l’Irlanda è di moda e che in molti che vi sono stati ha suscitato emozioni intense. Ma, come per tutti i luoghi, il solo vero modo di conoscerli è quello di diventarne parte, di lasciare che il “genius loci”, il dio protettore e signore del luogo,  ti catturi e ti accolga come parte di sé.   

Fra le cose che più mi sono rimaste dentro in Irlanda, è stata l’acqua, anzi le acque. Mare, fiumi, laghi, rivi, torrenti, fonti spesso ancora oggetto di culti molto arcaici.

L’acqua è ovunque, dentro e attorno alla terra. E isole. Isole nei fiumi e nei laghi, oltre che lungo le coste. E’ un’acqua talmente viva, che nemmeno nei laghetti più minuscoli è stagnante e pullula di forme di vita animale e vegetale.

 E poi i profumi. Perchè in Irlanda l’aria profuma. Cosa sia il profumo dell’aria noi qui lo abbiamo totalmente dimenticato. Ci siamo quasi abituati, anche quando la crediamo pulita, a quella sua pesantezza di piombo. Lì no. L’aria è leggera e porta con sé gli aromi di mille piante e fiori e della terra ricca misto a quello del mare portato dal vento fino all’interno.

 Il paesaggio non è solo saturo di verdi e azzurri e delle forme mosse delle colline o delle scogliere, delle case colorate e della vegetazione, ma è avvolto come in una carta da regalo in questo misterioso profumo che ti inebria e rende un po’ pazzerelli, come sono tutti gli irlandesi. 

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UN RAMO DI CORALLO

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Ho scelto un ramo di corallo.

 

Corallo

 

Perché il corallo unisce in sé la vita organica e quella inorganica. Ha forma di un albero dai molti significati simbolici. Il rosso è il colore della vita e dell’energia. Il corallo è la pazienza che richiede il costruire, briciola dopo briciola, il lungo percorso che ci porta alla nostra meta, per quanto lontana e irraggiungibile si possa immaginare. E’ il tempo, che nel suo infinito dispiegarsi, costruisce mondi.

 I suoi rami sono le apparenti deviazioni verso cui a volte ci dirigiamo, convinti di aver imboccato la strada maestra, per poi trovarci in un vicolo cieco. Eppure, anche quei percorsi contorti ci hanno avvicinato al punto d’arrivo, molto più di una via diretta.

Il corallo è figlio del mare, misterioso e bello, e il mare è l’origine della vita. E’ culla e ventre, bellezza e impeto. E non v’è ornamento più abbagliante e vivifico per una donna del corallo. Non a caso, in antico si regalava alle balie una grande collana di corallo da indossare sempre.

Le sue forme si sviluppano in modo imprevedibile, come la vita, eppure seguono un loro disegno. I suoi colori, le sue infinite forme, la sua rarità, sono perfetta e asimmetrica bellezza.

Ecco perché ho scelto un ramo di corallo. 

 

© 2010 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA