Francesca Diano. La notte che il satellite cadde sulla terra

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Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Da Francesca Diano, Fiabe d’amor crudele. Edizioni La Gru, 2013

 

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo? La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato da un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo – così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri. Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa. Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenta la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento. Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione. Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

 

 

 

 

(C) Copyright by Francesca Diano – RIPRODUZIONE RISERVATA

Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Diano “Giulietta” Un’anticipazione dell’Alcesti

(C) RIPRODUZIONE RISERVATA

Il testo della poesia che viene qui dato di seguito e che mio padre Carlo Diano aveva pubblicato nel 1933 in una raccolta intitolata “L’acqua del tempo”, (Società Anonima Editrice Dante Alighieri) mi ha spinta a un’analisi più approfondita di quanto avessi fatto in passato, perché, rileggendolo di recente, mi sono resa conto di un aspetto assolutamente nuovo e importantissimo nel pensiero di Carlo Diano. Mi sono resa conto che in “Giulietta””, è contenuta già tutta la visione che, molti anni dopo, costituirà la sua rivoluzionaria lettura dell’Alcesti di Euripide, nel bellissimo saggio “Il senso dell’Alcesti” (In Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza, 1967).
La lunga nota  che ho posto di seguito a “Giulietta”, è una lettura mai data di questo testo e contiene una scoperta che nessuno aveva mai fatto in precedenza. Sono felice di averla fatta io.

GIULIETTA

da L’acqua del tempo, 1933

Poi che, gemendo, la sua bella forma
mortal lasciata, dileguò nel buio
della morte Giulietta, corse a un tratto
un veloce pel ciel rabbrividire.
Ella fuggia con angosciosa lena
cercando l’eternal piaggia e chiamava
in suon di pianto disperato il nome
del suo Romeo. D’accanto ombre infinite
ne agguagliavano il passo e le traea
diverso affanno dalla vita vana.
Ma nessuna l’udia, ché forse suono
non avea la sua voce, e greve ognuna
dei suoi giorni terreni il carco amaro
incalzava implacabile; ed andavano
cieche e sicure per l’estrema via,
come se già fin dalla prima luce
quella percorsa avessero in un sogno.

Giulietta andava e non sentiva più
rammarico del sole e non del bianco
gelido corpo, che d’amore i primi
dolci messaggi disgelato aveva
alle speranze sue timide e ignare,
ma sì una brama, un’assetata brama
senza riposo, più che nella vita,
d’un bene eterno, immobile, infinito,
cui già tremò sognando al primo sguardo,
allora, e al primo palpito d’amore,
e pianse ignote lacrime e soffrì
dell’esser suo e desiò morire.
Ed or più forte quel dolor la preme,
unico immenso, dileguando l’ombra
rosea del mondo e le parvenze infide:
dolore incoscio, silenzioso pianto
dell’essere, indicibile sospiro
dell’uno al tutto, dell’eterno al nulla:
primo sussulto della gemma anela
dentro lo scabro ramo, ultimo grido
del cuore stanco al turbinio del mondo.

Ed ecco giunse sulla sterminata
pianura e al pigro fiume. Ivi al traghetto
nave non era e non lume e non guida,
ma un ponte v’era, dove sempre in folla
traean l’anime rapide anelando
all’altra sponda, all’immutato oblio.
Come uno sciame d’api che al suo bugno
subita pioggia incalza, una sull’altra
ondante flutto svolano, e da lunge
altre ne arriva e trepide stridendo
contro l’arnia si premono e s’accalcano;
tale di qua dal ponte il nereggiante
stuolo mareggia, e via di là s’allarga
lento e stupito per l’inferna riva,
varcata l’acqua dell’oblio, la cupa
tacita eterna corrente del Lete.
Passò Giulietta. Ed ecco a lei fluiva
entro il cavo dell’anima una pace
grande. Come  nel ciel, quando la notte
cade e il muto crepuscolo s’imbianca,
nell’alta quiete un pallido stupore
riveste il mondo: or, sull’affanno e il pianto
era silenzio e l’anima posava
in un’azzurra tenebra di sogno.
Così movea, qual trepida falena,
lieve tra le vaganti ombre dei morti.

Erano mille e mille ombre, più vane
dell’aria immota sul notturno prato
di verde smalto, cui lontan cerchiava
una cerulea tenebra silente.
Mute vagavan, senza duol né gioia
Nei volti scialbi cerei stupiti:
madri che insonni pargoli invocavano
là nella vita derelitti e tristi;
canute fronti di mestizia impresse,
ombre cui già gravò gli anni più belli
di sue vane chimere il mondo vano;
visi soavi ove l’antico lume
di giovinezza traspariva a pena,
simile a fiore in limpide cilestri
profondità marine; oscure e torve
occhiaie aperte su maligni abissi,
gravi di bieche colpe e sozze brame,
inerte popolo che l’estrema luce
fermò per sempre; e qua e là solinghe
coppie d’amanti in un eterno amplesso,
stretti nell’immutabile mistero
del lor desio cui cementò la morte.
Tutto il dolore e la miseria e il pianto
e il male e i sogni e le speranze umane
impietrava nel pallido riflesso
dei morti volti una stupita quiete.

Romeo, laggiù, pallida fronte, intente,
pupille, immote schiuse labbra, invano
come in un grido – l’ultimo più forte,
fuggendo il sangue, in un nome soave –
sedea solingo, e a lui lieve da lungi
ecco Giulietta sul notturno prato,
Giulietta sola verso lui venire.
Come la cima discoscesa e nuda
contro l’azzurro, se al potente fiato
nuvoletta trascorra e l’inghirlandi,
copre pei fianchi un subito pallore,
fresco alle sitibonde ispide rocce;
così Romeo trascorse un lento moto,
come il ricordo d’un desio già spento,
e gli occhi opachi nelle occhiaie nere
corse un baglior, come di notte l’onda
sulla buia distesa ampia del mare.
Ma non si mosse: a lui venia Giulietta,
come portata nuvola dal vento:
vento di morte, vento era d’amore.
O gioie, o affanni contenuti un tempo
nel cuor segreto, o trepide parole
fatte di nulla, o labili carezze
degli istanti d’oblio, roseo fiorire
d’inaudite primavere, incanti
d’ignoti beni e subiti desii,
palpito d’onde dal perenne fiume
della vita placata or nell’immenso
eterno mare, ove rifluttua sola
la muta e lieve immagine d’un’ombra,
la breve, azzurra linea d’un sogno.
Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

E su lui s’abbatté come una lenta
onda, per sempre, nell’eterna pace.

CARLO DIANO

NOTA di Francesca Diano

La fiaba tragica di Giulietta e Romeo, non diversamente da quella di Tristano e Isotta, da cui ha origine,  è immagine della visione che la società cavalleresca dell’Occidente medievale ha dell’amore. L’amour-passion, la cui tensione estrema non può risolversi che nella morte. Non solo perché la morte è il punto di rottura di un sentimento che si fa intollerabile per la propria intensità e impossibilità di essere vissuto, ma perché solo nella morte l’amante dà  all’amato prova della sua totale fedeltà. Fa dono di sé. Appunto, oltre la vita. Così come il cavaliere fa dono di sé alla sua Dama e Signora, provando il proprio valore in imprese eroiche, a lei dedicate, sfidando la morte.
Questa visione dell’amore, che appare in Occidente intorno al XII secolo, come il meraviglioso saggio L’amore e l’Occidente  di Denis De Rougemont analizza, viene da de Rougemont  definito “il mito della passione” ed egli ne ravvisa le origini nel mito di Tristano e Isotta, anche se le sue radici affondano in un tessuto ben più vasto: dal Manicheismo ai Catari, dalla Gnosi alla mitologia e alla religione celtica, con antichissime origini indiane, iraniche ed egiziane.
La matrice più forte però, per de Rougemont è quella dell’eresia catara, che al contempo trapela anche dai versi oscuri e a chiave dei poeti provenzali e stilnovisti, soprattutto in Guinizelli. La visione catara dell’amore è quella di una totale e assoluta sublimazione e negazione della materia, giungendo al rifiuto di ogni contatto fisico anche tra coniugi. L’amore più perfetto è l’amore puro e sublimato, la virtù suprema.
Verona è stata una delle roccaforti dell’eresia catara, contando gruppi nutritissimi di seguaci e di sicuro questo ha lasciato una traccia nella leggenda di Giulietta e Romeo che, letta sotto questa luce, svela risvolti di significato molto più vasto.

A parte il Paolo e la Francesca di Dante tuttavia, il mito dell’amore fino alla morte, ch’è anche specchio del sacrificio di Cristo, nelle versioni che ne dà l’Occidente medievale, si ferma alla soglia del passaggio finale.
Ciò che è importante è provare la propria fedeltà, il patto sigillato dall’offerta, che ha come beneficio l’immortalità della memoria. Non ciò che accade dopo.
L’Occidente cristiano non ammette l’amore se non sublimato e negato nelle sue forme materiali.
Dunque, solo Dante, che ben conosce tutto questo e al pari lo sublima, e tuttavia  non riesce a cancellare l’amore per il corpo di Beatrice, se non tentando di trasformarlo in un corpo mistico, rivede nell’unione inscindibile di Paolo e Francesca la propria. Questo è il senso della violenta sincope che lo coglie al termine del racconto di Francesca.
Nel mito classico di Orfeo ed Euridice la vicenda si rovescia. L’amante non può tollerare la morte dell’amata, non può trovare alcun sollievo nell’idea di una vita oltre la vita. Che nell’Ade non è che esistenza larvale. E quella morte la rifiuta.
Il mondo, non genericamente  pagano, ma più precisamente precristiano, non contempla un amore che non sia lo specchio del desiderio di tutto l’essere, che in tutto l’essere non si riversi, perché non concepisce separazione tra anima e corpo. Dunque, la morte di Euridice è anche la morte di Orfeo e della sua arte.
Orfeo non può non ritrovare Euridice, perché perderebbe se stesso. E difatti, nel voltarsi verso di lei, cioè nel non credere che davvero la morte sia vinta, nella mancanza di speranza e di fede nella promessa fattagli in nome della sua arte, perde Euridice. Cioè perde se stesso.
L’amore cristiano, da questo punto di vista, è salvifico. Vince la morte. Perché del corpo ne fa un nulla.

Nella favola di Giulietta però, come in quella di Tristano e Isotta, questa salvezza non c’è. Eros e thanatos si sono ormai saldati insieme nel tòpos, che tanta fortuna avrà in Occidente,  dell’amore-passione come amore-sofferenza.
Ricordo che, quando uscì il meraviglioso film Orfeo Negro, di Marcel Camus, dalla piéce teatrale di Vincius De Moraes, mio padre ne fu affascinato e commosso. Ne parlò a lungo. Nella versione di De Moraes, Orfeo ed Euridice muoiono entrambi, ed anzi è Orfeo che, per una terribile disattenzione, causa la morte di Euridice. In modo analogo alla favola classica.  Ma un bambino prende il posto di Orfeo che ogni mattina, con la sua musica magica faceva sorgere il sole e, pur esitante, inizia a suonare e il sole torna a sorgere. Mio padre si era commosso alla scena finale, quando i due bambini e la bambina cantano e danzano la samba, nell’esplosione della vita che continua. Della speranza che non muore.
Il finale del film ha un chiaro significato: l’amore, l’arte, la bellezza, non sono proprietà esclusiva di un solo uomo. Sono degli assoluti di cui gli uomini raccolgono il testimone, l’uno dopo l’altro. Se ne passano la consegna perché l’amore, come l’arte e la bellezza, non muore mai e vive indipendentemente dal fatto che vi sia chi lo accolga in sé o meno. Perché la sua origine è nella sfera del sacro.

La versione che Carlo Diano dà della favola di Romeo e Giulietta è, da tutti questi punti di vista, molto nuova.
Ciò che gli interessa è l’amore che li lega dopo la morte. Quello che accade tra i due amanti  in un mondo dei morti che è però l’Ade e non l’aldilà cristiano.
Non c’è nulla del mondo cristiano in questo luogo dove le anime vagano, in attesa di varcare il Lete,  già quasi dimentiche della vita appena abbandonata, sospese tra un mondo e un altro.
Giulietta cerca Romeo che, lontano e come immerso in uno stupore trasognato, pare non ricordare. A differenza di Giulietta. L’immobilità di Romeo, già preda di quella dimenticanza che gli Orfici vincevano, secondo le istruzioni date al defunto, non bevendo “alla fonte presso i cipressi”, ma a quella di Mnemosine, è la condizione che i defunti vivono nell’Ade. E quale potenza vince la morte? L’amore. È l’amore di Giulietta che lo riscuote, che lo riporta alla vita.
Che gli si abbatte addosso come un’onda. Come una scossa che inneschi nuovamente le funzioni vitali.  E non come frutto dell’istante. Ma per sempre.
La terra da cui Carlo Diano veniva, era stata uno dei centri più importanti dell’Orfismo e al mondo degli Orfici l’aveva iniziato il suo primo maestro del mondo antico, Carlo Felice Crispo, come lui vibonese, come lui perso nella visione abbacinante del loro passato ancestrale.
Dunque, questo scuotimento che travolge Romeo, e lo ridesta dalla dimenticanza, operato dalla potenza dell’amore di Giulietta, ha le radici in quel lontano mondo di iniziati.

Quando Carlo Diano scrisse questi versi, quel saggio sul significato dell’Alcesti, che avrebbe rivoluzionato il senso della favola narrata da Euripide, era ancora lontano. Eppure non posso non vedere già qui tutto quello che nell’Alcesti si sarebbe ai suoi occhi rivelato. Occhi di iniziato.
L’amore oltre la morte, l’amore come salvezza. L’amore come dono di vita e sacrificio di sé. Ma, come Diano spiega , il sacrificio di Alcesti che le assicura l’appellativo generalmente destinato agli eroi morti in battaglia, di àriste, rientra nelle regole di una società cavalleresca e aristocratica, quale descritta da Euripide, per quanto inusitato sia il conferirlo a una donna. La morte gloriosa ed eroica garantisce in questo modo l’onore della memoria.
Ma nell’Alcesti Diano vede ben altro. Vede un annuncio dell’amore del  Cristo. Che dà la propria vita non solo per tutta l’umanità, ma per ciascun individuo, perché la salvezza è sempre e solo individuale. È la storia di un’anima.
Alcesti non si sacrifica per Admeto, ma dà la sua vita in cambio di quella di Admeto. Per un gesto d’amore che non obbedisce a nessuna regola sociale o cavalleresca. Ma per puro e semplice amore. L’Alcesti di Euripide si conclude in apparenza in modo simile a quello della fiaba di Orfeo ed Euridice. Eracle, per ricompensare Admeto, che lo ha accolto come ospite nella sua casa e per delicatezza e rispetto gli ha tenuto celato il lutto, scende nell’Ade  e gli riporta Alcesti. O meglio, una donna velata, come velata era Euridice.
È Alcesti? Questo suggerirebbe il testo euripideo. Il corpo tornato in vita di Alcesti, come quello di Euridice, non ha ancora compiuto il passaggio tra il mondo dei morti e quello dei vivi, finché la convinzione che sia così non è totale. Orfeo non la possiede e perde Euridice, Admeto esita, poi cede alla speranza. Dunque, serve un ulteriore atto d’amore: il credere fermamente che l’amore compia il miracolo di riportare in vita l’amata. Un atto d’amore non limitato solo ad esplicarsi nei confronti dell’Altro, ma che superi i confini dell’Io, vi rinunci in parte, vincendo le resistenze dell’Ego che tutto trattiene e si protenda nell’Oltre. Un atto d’amore – e di speranza, quale virtù – che nell’istante stesso del suo porsi in atto, diviene amore universale e accresce, con la sua luce, la Luce, la Fonte, da cui la vita stessa proviene. Capace dunque di trasformare la morte in vita. In Vita.
La particolarissima e rivoluzionaria lettura che Diano dà dell’Alcesti, è dunque già presente in Giulietta. È Giulietta che, incapace di vivere senza Romeo, lo cerca nell’Ade e lo riporta alla vita. Lo travolge con l’onda di un amore immortale. Molti anni prima che venisse scritto Il senso dell’Alcesti.
Il concetto dell’amore che aveva Carlo Diano, e secondo il quale ha vissuto, era quello di una potenza capace di superare la morte, di una potenza capace, se necessario, di spingere a sacrificare la propria vita per quella dell’essere amato. A offrirgliela in dono. Perché questo era il dramma che aveva segnato tutta la sua vita.
Suo padre era morto quando lui aveva otto anni. Di una peritonite acuta. Ed era morto esattamente un anno dopo che sua moglie, la madre di mio padre, Caterina, aveva rischiato di morire per una febbre puerperale. Pare che, di fronte al letto di morte della moglie, mio nonno abbia pregato che la vita di mia nonna fosse risparmiata, offrendo in cambio la propria.
Questa tragedia, che lo aveva lasciato orfano bambino, ha segnato la vita di mio padre in modo incancellabile.
È dunque alla luce di questa esperienza fondante che la lettura che Carlo Diano ha dato dell’Alcesti, assolutamente nuova, si comprende in tutta la sua potenza.
“Ella (Alcesti) si sacrifica certo da donna che ha una tradizione ed è ‘prode’ ma lo fa per amore. ‘Non volli vivere divisa da te coi figli orfani’, dice al marito. E il giuramento che, contro ogni tradizione del costume greco, gli fa prestare davanti ai figli, impegnandolo a rimanerle fedele e a non sposare un’altra donna, non è se non la prova che ella lo ama e solo per amore gli ha fatto dono della vita.”
Dunque, quando Admeto tocca il fondo del dolore, capisce che “la scelta migliore l’ha fatta lei, perché per lui la vita senza Alcesti è peggiore della morte.”
È questa, dice Diano, la rivelazione che costituisce il culmine del dramma euripideo: la scoperta dell’amore,  che non è l’eros che i Greci conoscono e concepiscono per una donna.
“E’ qui che il sacrificio si rivela impossibile. Perché, se c’è l’amore, e la morte è la separazione per sempre dall’essere amato, o tutti e due devono morire, o nessuno dei due si può sacrificare per l’altro. ….
“E allora?
“Alcesti ha temuto di vivere, e Admeto non può sopravvivere. Allora non c’è che una soluzione, ed è che Alcesti risorga, e cioè che la morte non sia l’ultima linea delle cose, ma che nell’aldilà le anime si possano ritrovare  e ricompongano il nodo che le ha strette nella vita.
L’amore vuole la resurrezione.”
Il tragico equivoco che spinge Romeo a darsi la morte, perché la vita senza Giulietta è peggio della morte, e la terribile scelta di Giulietta, compiuta senza timore o esitazione, perché non potrebbe vivere senza Romeo e solo la morte può appunto ricomporre il nodo che li ha stretti in vita, si placa, nei versi di Carlo Diano, in una resurrezione che l’universo di Shakespeare non può contemplare, ma può avvenire grazie al miracolo dell’immortalità dell’amore. In un Aldilà che, deserto di angeli o dei, s’illumina dello sguardo di Giulietta, che cerca Romeo e lo accende della propria luce.

Come non vedere, in questi versi:

Venia Giulietta a lui, per sempre, e il volto
suo verginale rifiorìa una luce
candida opaca, quale nelle notti
dell’estate odorosa in fondo al cielo
sale da cupe azzurrità la luna;
quieto riflesso, ove non più s’infosca
ombra d’affanno, luminoso oblio
intorno al muto suo sguardo d’amore.

già tutta quella visione, chiara, limpida, già fatta immagine, che quasi venti anni dopo tornerà a schiudere a Carlo Diano “il senso dell’Alcesti”?

Francesca Diano

Carlo Diano Nota biografica.

Carlo Diano (1902 Vibo Valentia – 1974 Padova) è stato uno dei più brillanti e originali pensatori del ‘900 di fama mondiale. Grande grecista, filologo, filosofo, storico e traduttore dei classici greci (Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Epicuro, Eraclito, Epitteto), è stato anche poeta, compositore di musica, pittore e scultore. Uno di quei rari spiriti rinascimentali in cui la vastità del sapere si univa a un amore sconfinato per la conoscenza.
Allievo a Roma, dove si era laureato con una tesi su Leopardi, di Nicola Festa e Vittorio Rossi, conosce Giovanni Gentile, a cui lo legherà un affetto filiale profondo e ricambiato, tanto da commemorare pubblicamente il Maestro subito dopo il vile assassinio.
Fu lettore di italiano per molti anni nelle Università di Lund, Uppsala e Goeteborg in Svezia e a Copenhagen in Danimarca, dove imparò alla perfezione lo svedese e il danese, oltre a conoscere perfettamente il tedesco, il francese e l’inglese Nel 1950 fu chiamato dall’Università di Padova per ricoprire la cattedra di Letteratura Greca che era stata di Manara Valgimigli e dove rimase fino alla morte. A Padova fondò anche il Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto.
I suoi interessi spaziavano dalle arti alle scienze matematiche e fisiche, dalla musica alla storia delle religioni, dall’antropologia alla sociologia. Le sue straordinarie conoscenze di filologia, storia,  filosofia e papirologia lo resero il maggior esperto dei testi di Epicuro ritrovati nella villa di Ercolano, di cui curò l’edizione e la traduzione.
Tra le numerosissime pubblicazioni, due soprattutto raccolgono gli aspetti più importanti del suo pensiero filosofico originale: Forma ed evento e Linee per una fenomenologia dell’arte, in cui Diano analizza la cultura, il pensiero e l’arte dei Greci attraverso le due categorie della forma e dell’evento, che tuttavia si offrono anche come strumento di comprensione a tutto il pensiero umano.
Numerosissime le rappresentazioni teatrali delle sue traduzioni dei tragici greci.
Insignito di numerosissime onorificenze e premi, tra cui il Premio dei Lincei, ebbe profonde amicizie con Giorgio Pasquali, Sergio Bettini, Salvatore Quasimodo, Ugo Spirito, Giulio Carlo Argan, Carlo Bo, Bernard Berenson, Mircea Elide, Walter F. Otto, Silvio Ceccato, Gian Francesco Malipiero.

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Hawking e Cacciari

Con grande piacere cito le parole di Massimo Cacciari a commento della nuova tesi illogica di Hawking, dato che, esattamente come ho scritto nel mio post precedente, Cacciari conferma in modo chiaro e senza tanti giri di parole, quello che a me era parso subito evidente.

Massimo Cacciari è un noto filosofo e accademico italiano (per alcune associazioni non religiose è un “famoso ateo”). Egli dichiara:

«La tesi di Hawking è illogica. Nulla è più assurdo e antiscientifico di pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali. È una contraddizione logica, quella di Hawking che ha qualcosa di comico e non va nemmeno presa in considerazione. Meglio avrebbe fatto a leggersi la “Dialettica trascendentale di Kant” (da MTV.com).

Allora ecco che il problema da me sollevato: ma che idea di dio ha Hawking? è il punto fondamentale della questione.

Sospetto che anche Cacciari deduca, dalle parole di Hawking, che il dio dello scienziato sia il buon vecchione barbuto dell’immaginazione popolare. Infatti il dio inesistente di Hawking, ha di fatto da esistere, dato che lo nega e per negarlo ne deve avere un concetto.

Cito Cacciari, che conosco e ammiro immensamente, perché lo ritengo una delle rarissime teste pensanti oggi in Italia. Una delle poche menti LIBERE in un paese di servi.

La libertà è sempre relativa, perché siamo condizionati da mille fattori, ma anche nella relatività delle sue possibilità, c’è chi vive tendendo a. La libertà di pensiero è certo un lusso che pochi si concedono. Ma quando si trova una mente libera e coraggiosa come quella di Cacciari, che sollievo!

Una ventata d’aria pura in un paese che ormai è affondato nel bitume, come oggi è l’Italia.

IL VALORE DEL PASSATO

 

 

Che valore può avere il passato per noi? Penso che nessuno metta in dubbio che ciò che siamo oggi è la somma di tutte le nostre esperienze, avvenimenti, emozioni vissuti. Delle conoscenze che abbiamo accumulato e delle lezioni che abbiamo o non abbiamo imparato.

Eppure, rimanere ancorati al passato è come vivere in una morsa, in una gabbia che ci toglie ogni libertà, perché ci impedisce di vivere il presente. E la vita non è altro che un eterno presente.

Il tempo, come noi lo concepiamo, è solo una convenzione umana, respira solo nella dimensione dell’esistenza  che ci fa esseri che “sentono”. E l’esistere è sentire. 

Ma l’esistere è cosa dell’istante, l’Augenblick di  cui parla Goethe nel Faust. “Istante fermati. Sei bello!” dice Faust, nella sua assetata ricerca del senso della vita. Noi “esistiamo” perché in quella esperienza – e non in un’altra – percepiamo noi stessi essere. Dunque il senso è nel presente.

E allora, che valore ha o deve avere per noi il passato? Ecco, io penso che  il passato non come fardello debba intendersi, come ancora a cui rimanere attraccati e bloccati, ma il passato come serbatoio di futuro. Perché noi siamo la somma del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro. Ma non tanto, o non solo come individui, ma come umanità.

Penso all’immenso patrimonio dei miti, della tradizione orale, in cui è racchiusa, e ancora solo in minima parte esplorata, la risposta a chi noi siamo. E’ tutto lì, racchiuso nel passato e galleggiante, come un immenso universo sommerso, sul mare del tempo.

C’è un dipinto famosissimo di Paul Gauguin, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che dipinse nel 1897, poco tempo prima del tentativo di suicidio. E mi immagino che quel dipinto abbia significato per lui la ricerca disperata di un senso a se stesso. Forse più che una domanda sul senso collettivo dell’esistenza umana, la ricerca del significato del proprio destino, del proprio essere nel mondo.

Nessuna cultura ha mai cancellato, condannato, eliminato il passato come stiamo facendo noi. E il risultato non è la capacità di vivere nel presente. Tutt’altro. Perché il presente acquista valore solo nella prospettiva di  un passato riconoscibile, di un passato che diventa fonte e origine. Un presente svincolato da una continuità fluida diventa per forza di cose una superficie senza profondità. E l’assenza di profondità, di radici, genera angoscia.