Vituperio dell’Europa di Günter Grass

Posto la traduzione che Franco Farina ha fatto del testo poetico che Günter Grass ha pubblicato qualche giorno fa (25/5/2012) sul    Sueddeutsche Zeitung. Il suo è un grido di dolore e un forte appello alla consapevolezza, che si leva contro l’Europa e contro la stessa Germania,  perché l’Europa e i suoi intellettuali si sveglino e si oppongano allo scempio che i biechi poteri degli avvoltoi finanziari stanno facendo.

La Grecia di oggi non è più la terra di Socrate, di Platone, di Eraclito, di Fidia e di Prassitele, ma è comunque un potente simbolo di quello che ha creato il pensiero occidentale, delle nostre radici. Annientare la Grecia, abbandonarla a un destino oscuro, non significa solo operare uno strappo pericoloso da un punto di vista politico ed economico – che comunque tutta l’Europa pagherebbe a prezzi ora insondabili – ma significa dimenticare da dove siamo venuti, chi siamo, come pensiamo. Dimenticare la nascita del Lògos, della filosofia, della scienza, del sapere dell’Occidente. Significa annientare un simbolo. E i simboli sono potentissimi.

Grass è uno di quei pochi intellettuali ancora capaci di pensare in modo indipendente (direi, di pensare tout court!) e per questo motivo ciò che dice e scrive desta sempre scandalo. Si veda la precedente poesia, Ciò che deve essere detto, contro  il progetto israeliano di una guerra atomica contro l’Iran, per cui è stato accusato di antisemitismo. Come se l’impiego di armi atomiche, o una guerra, potessero essere sdoganate solo perché partirebbero da Israele.

Ringrazio Franco Farina per aver condiviso la sua traduzione con tutti noi.

Europas Schande

Ein Gedicht von Günter Grass

Dem Chaos nah, weil dem Markt nicht gerecht,
bist fern Du dem Land, das die Wiege Dir lieh.

Was mit der Seele gesucht, gefunden Dir galt,
wird abgetan nun, unter Schrottwert taxiert.

Als Schuldner nackt an den Pranger gestellt, leidet ein Land,
dem Dank zu schulden Dir Redensart war.

Zur Armut verurteiltes Land, dessen Reichtum
gepflegt Museen schmückt: von Dir gehütete Beute.

Die mit der Waffen Gewalt das inselgesegnete Land
heimgesucht, trugen zur Uniform Hölderlin im Tornister.

Kaum noch geduldetes Land, dessen Obristen von Dir
einst als Bündnispartner geduldet wurden.

Rechtloses Land, dem der Rechthaber Macht
den Gürtel enger und enger schnallt.

Dir trotzend trägt Antigone Schwarz und landesweit
kleidet Trauer das Volk, dessen Gast Du gewesen.

Außer Landes jedoch hat dem Krösus verwandtes Gefolge
alles, was gülden glänzt gehortet in Deinen Tresoren.

Sauf endlich, sauf! schreien der Kommissare Claqueure,
doch zornig gibt Sokrates Dir den Becher randvoll zurück.

Verfluchen im Chor, was eigen Dir ist, werden die Götter,
deren Olymp zu enteignen Dein Wille verlangt.

Geistlos verkümmern wirst Du ohne das Land,
dessen Geist Dich, Europa, erdachte.

Vituperio dell’Europa

Ad un passo dal caos, perché inetta ai mercati, Europa,
hai preso le distanze dalla terra che ti ha dato la culla…

quella che sostenevi di «cercare», e trovare «con l’anima»,
e che liquidi adesso quasi fosse un rottame.

Messa nuda alla gogna come una debitrice, soffre la terra
cui un luogo comune ti voleva obbligata dalla riconoscenza…

Dannata alla miseria, la terra che i musei arricchisce
dei suoi tesori – preda gelosamente custodita.

Fin quelli che con la forza delle armi han funestato
la terra cinta d’isole, con l’uniforme portavano Hölderlin dentro gli zaini!

Ben poca tolleranza or hai per quella terra,
eppur ne tollerasti come alleati, un tempo, i colonnelli!

Al Paese spogliato di tutti i suoi diritti, un Potere
prepotente fa stringere sempre di più la cintola.

A sfida, veste Antigone di nero; per tutto un Paese
in lutto è quel popolo, la cui ospitalità tu hai goduto.

Fuori dai suoi confini, un codazzo di Cresi ha cumulato
tutto l’oro che luce dentro i tuoi caveau…

«Vuota la coppa, avanti!» ti grida la claque dei commissari.
Ma, colma fino all’orlo, con sdegno, Socrate la respinge.

Malediranno in coro tutto quanto possiedi
gli dèi di cui pretendi espropriare l’Olimpo.

Intristirà il tuo spirito, privato della terra
dal cui spirito, Europa, tu fosti concepita.

[Traduzione di Franco Farina]

Antigone- vaso attico

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Tramonti d’Occidente di Emilia Blanchetti.

Tramonti d'Occidente di Emilia Bianchetti. Edizioni Autodafé

Se una coppia di categorie si dovesse individuare per analizzare al meglio la società che  ciò che definiamo Occidente ha creato, questa potrebbe essere frastuono/silenzio o, in alternativa pieno/vuoto o, ancora, caos/ armonia.  L’Occidente, inteso come l’insieme delle culture che lo hanno generato (greca, celtica, cristiana) vive una crisi che si potrebbe forse meglio definire un passaggio.

Noi, figli dell’Occidente, siamo chiamati a una trasformazione – che è il senso della crisi – pur senza saperne vedere al momento i termini o gli strumenti necessari. Sospesi tra un passato che ci ha segnati e ci ha determinati e un futuro di cui nulla sappiamo, se non l’incertezza, non abbiamo più strutture, culturali o mentali per vivere il presente.

E’ ciò che questo romanzo, profondo e all’inizio apparentemente caotico di Emilia Blanchetti, squaderna come un insieme di fili che cercano la loro trama sotto i nostri occhi. L’intreccio, quasi un viluppo, di storie, di personaggi, di situazioni, (frastuono – pieno – caos appunto) all’inizio ti accerchia, quasi ti soffoca.

C’è il proprietario di una casa editrice milanese di successo, figlio di quell’intellighenzia privilegiata che è in apparenza un solido baluardo alla dissoluzione. C’è una badante rumena che cerca, come avviene per tante sue compagne e compagni di destino, di nutrirsi delle briciole di un benessere e di una democrazia che non ha tempo per occuparsi degli anziani e dei malati. C’è una sorta di voce narrante, dal ritmo ondivago, che osserva, commenta e condivide le vicende del suo editore e c’è una giovane islamica, una figlia della vecchia generazione immigrata, che non solo non si è integrata, poiché lo scontro di culture non è affatto sopito, né ha trovato ancora nei figli degli immigrati nati in una nuova patria, alcuna vera integrazione, ma vede nella realtà in cui vive il Nemico da distruggere. C’è un’Italia che, tra Milano, Torino e Roma, fino a luoghi meno opulenti e felici, mostra la trama frusta del suo tessuto.

Attorno a questi quattro personaggi chiave ruota un coro di figure a loro legate e di storie che alle loro si intrecciano, in percorsi molto complessi.

La prima impressione, nel leggere i primi capitoli, è quella di un’umanità brulicante, confusa, nevrotizzata dalle incertezze che ottundono proprio quella qualità che è alla base della cultura occidentale: la ragione.

E’ come se tutti questi personaggi annaspassero in un gorgo che li risucchia e non riuscissero a trovare appigli.

Ma, quello che ciascuno di essi cerca, è il filo che li possa condurre fuori dall’abisso, (il silenzio, il vuoto, l’armonia appunto) senza alcuna certezza di trovarlo. Ciò che rimane è l’istinto di sopravvivenza, il principio oscuro e potente che il disfacimento della civiltà occidentale ha dimenticato, seppellendolo sotto valanghe e slavine di negazione del senso.

Poi, alla fine, il caos, il frastuono, culminano in una tragedia annunciata. Ma è in quell’acme che in realtà si sopiscono e il disegno dei destini individuali si rivela per quello che veramente  è: una sapiente tessitura del destino collettivo.  I protagonisti scorgono infine – almeno alcuni di loro – un barlume di quello che un senso non pareva averlo.

Solo un barlume. Ma la scorgono una scintilla di quel silenzio, di quel vuoto, di quell’armonia che l’Occidente pare abbia perduto.

Emilia Blanchetti è un’esperta di comunicazione ad alti livelli e questa sua competenza si vede nel modo in cui riesce a “domare” un materiale complesso, inizialmente caotico (o così appare), come quello che forma le fondamenta sotterranee del suo romanzo.  L’Italia confusa e dai confini così labili (confini ideologici e culturali, non solo geografici) e permeabili c’è tutta in questo romanzo intenso e sapiente.

(C) by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA