Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Politica editoriale italiana: fiabe e leggende sono out

T.C.Croker Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland 1825

Se esiste un patrimonio dell’umanità che, nonostante i tempi e gli avvenimenti, si è conservato intatto e intatto rimane il suo fascino, questo è l’immenso corpus delle fiabe, delle leggende, dei miti e della tradizione orale che ogni paese civile conserva con amore.

La tradizione orale, che a partire dal 19° sec. ha iniziato a scomparire nelle sue forme popolari, è il serbatoio della nostra identità, è il tesoro che custodisce le origini di chi siamo. Ed è stato il Nord Europa ad insegnarcelo.
Paesi in cui l’amore per la cultura e la tradizione sono la pietra angolare su cui fondare il futuro, lo sanno bene e spendono notevoli risorse per diffondere e conservare il loro prezioso patrimonio.
La mia esperienza di insegnamento all’università di Cork mi ha rivelato qualcosa sui giovani irlandesi che non avrei immaginato: la conoscenza che hanno dei miti e delle leggende della loro terra non è solo parte della loro cultura, ma è parte di loro stessi, vi si riconoscono.
L’amore che da sempre ho per il mito e le fiabe, per le leggende e i racconti orali, mi ha spinto a occuparmene ormai da decenni e non intendo smettere. Tanta è la gioia che ne traggo.
Per questo motivo, agli inizi degli anni ’80, proposi quella che era la raccolta di leggende irlandesi più importante, più antica e famosa. Non da noi. Da noi era sconosciuta, come il suo famosissimo autore. E questo molto prima che l’Irlanda divenisse “di moda”.
Ma, proprio perché l’editoria italiana non è interessata a ciò che non conosce, o è interessata solo a ciò che è “di moda”, mi ci vollero 15 anni per trovare l’editore che finalmente si decidesse a pubblicare questa meraviglia di libro. Quell’editore poi, ne ha fatte moltissime ristampe e ne ha vendute decine di migliaia di copie. Questo perché, nel frattempo, l’Irlanda era diventata “di moda”.
 
Bene, ho provato a proporre in questi giorni un altro testo, di uno degli autori più famosi al mondo (e anche da noi) di fiabe e leggende, ma un testo che, pur famosissimo in Europa e in America, è inedito da noi e aggiungerebbe molto alla conoscenza dell’argomento, anche perché è un testo rivoluzionario e, anche se dei primi dell’ ‘800,  batte una strada ancora poco esplorata. Un testo di una bellezza e piacevolezza uniche.
La mia esperienza trentennale di traduttrice, consulente editoriale e saggista dovrebbe essere una garanzia di serietà per chiunque. E non sono proprio una sconosciuta. Credo.
Il direttore editoriale dell’importantissimo editore a cui l’ho proposto, uno degli editori che ha fatto la storia della cultura italiana, dopo un mese che aveva ricevuto la mia mail e dopo alcune sollecitazioni, si è  degnato di rispondere.
Cosa ha risposto? Queste sono le sue parole:
” E’ un filone che abbiamo battuto per decenni, come ben sa, ma che poi abbiamo considerato esaurito o in esaurimento, anche in base al riscontro dei lettori.”
Dunque, questo signore, che si suppone debba possedere la cultura sufficiente per dirigere un settore molto importante di una casa editrice importantissima e storica, considera che il filone dei miti e delle leggende, che seguita tra l’altro a vendere moltissimo, non importa se ancora sconosciuto – dunque una grandissima novità editoriale –  e non importa se legato a un nome che ha fatto, anzi fondato la storia del folklore europeo, sia un “filone esaurito o in esaurimento”……
Tanto di cappello alla cultura di cui è rappresentante!
Quando, agli inizi degli anni 70, proponevo di tradurre una meravigliosa poetessa inglese, di nome Sylvia Plath, mi fu detto che non era interessante. Chi la conosceva?
Quando, negli anni 80, proposi di tradurre l’opera più misteriosa, più grande e geniale di Edgar Allan Poe, che nessuno da noi conosceva, “Eureka”, dissero che era troppo astrusa.
Quando, sempre negli anni 80, proposi Croker, mi dissero che le leggende irlandesi non avrebbero venduto (mai tradotto nulla del genere prima da noi).
Di recente mi sono sentita dire, nel proporre un grandissimo poeta irlandese vivente, più grande di Seamus Heaney, famoso e carico di premi ma mai tradotto da noi, che “è sconosciuto e la poesia non vende”.
Quando ho proposto un capolavoro della scrittura femminile indiana, ritenuto in India l’esempio più perfetto e bello di inglese letterario scritto da un autore indiano, oltre che assolutamente divertente, mi è stato risposto, essendo l’autrice morta qualche anno fa, “che è morta, dunque non può più scrivere altro”….
Ecco qual è la politica editoriale italiana. Che importa se tutto ciò che ho proposto poi ha venduto moltissimo? Che importa se alcuni di quegli autori poi sono diventati famosissimi? Che importa se uno ha “naso”? Che importa se si è dei traduttori che più volte hanno ricevuto menzioni d’onore in premi nazionali? Non sei nella cricca di “quelli che contano”.
Questa gente ottusa ti fa sentire una Cassandra a rovescio. Uno annuncia la fortuna e loro non ti danno alcun credito, a dispetto del fatto che numerosi esempi confermino da sempre che tu hai ragione. E, nonostante poi siano costantemente sbugiardati, seguitano a dire: “il filone è esaurito, non ci sono lettori, l’autore è morto, l’autore è vivo”.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA 
 

Thomas Crofton Croker – Racconti di fate e tradizioni irlandesi. Traduzione e cura di Francesca Diano

Incisione di W.H.Brook nel testo

Questo libro, Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker, pubblicato per la prima volta a Londra, in forma anonima, da John Murray nel 1825, e illustrato dalle meravigliose incisioni di  William Henry Brooke, ha cambiato la mia vita. La storia di come ne sono entrata in possesso, quello che dalle pagine di questo libro per me è venuto, ha, non meno del suo contenuto, qualcosa di magico e fatato.Moltissimi anni fa, quando vivevo a Londra entrai, come spesso facevo,  un pomeriggio di fine estate dal libraio antiquario che aveva il suo negozio vicino alla casa in cui abitavo. Di lì a poco sarei tornata in Italia e, quasi a commiato, per un gesto di vera amicizia, quasi come un dono per l’amore che entrambi condividevamo per i libri del passato, il libraio mi offrì a un prezzo davvero esiguo  questo piccolo libro antico, con la sua rilegatura originale e costellato di bellissime incisioni. Mi disse: “lo compri, vedrà, ne sarà contenta”. E non posso dimenticare, dopo così tanti anni, quello strano sguardo con cui accompagnò le sue parole. Fu quasi come se quel libro avesse voluto trovare me…

Io amo moltissimo i libri vecchi e antichi, i libri che recano i segni del Tempo, e ancor di più i miti e le leggende e acquistai immediatamente, senza saperlo, quella che è una rarissima e preziosissima prima edizione anonima del primo libro di racconti orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche.

Frontespizio della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825

Croker pubblicò in seguito altre tre edizioni con aggiunte, di queste leggende e moltissime opere pionieristiche, sia sulle tradizioni irlandesi che sulla musica irlandese, oltre a meravigliosi diari di viaggio, testi teatrali e antiquari. Ed è giustamente riconosciuto come  il vero pioniere della ricerca folklorica sulle Isole Britanniche.

Frontespizio dell’edizione italiana, Neri Pozza, 1998

Nato a Cork, a diciotto anni, dopo la morte del padre si trasferì a Londra, dove lavorò fino al pensionamento come cartografo all’Ammiragliato, poiché possedeva anche un grande talento di disegnatore e incisore. Giovanissimo, ancora a Cork, allora definita l’Atene d’Irlanda, aveva fondato un’Accademia di studi antiquari. Appassionato di antichità, girò per le campagne del Munster raccogliendo reperti antichi, racconti orali, tradizioni e leggende. Ma il suo primo vero incontro con la grande tradizione orale irlandese avvenne la vigilia di San Giovanni al pattern (festa del Santo Patrono) che celebrava San Finnbar, il 23 di giugno del 1813. Quella notte, fra danze, musica, canti e celebrazioni quasi orgiastiche, ascoltò per la prima volta, dalla voce di un’anziana donna, un caoine (keen in inglese), vale a dire una lamentazione funebre ritualizzata, di straziante bellezza. Ne fu così colpito, che la tradusse e poi la pubblicò. Ma fu in quel momento che decise di dedicare parte della sua vita allo studio e alla diffusione della tradizione orale irlandese.

 A Londra conobbe e poi sposò Marianne Nicholson, la figlia del famoso pittore Francis Nicholson, fondatore della scuola acquarellistica inglese, di cui divenne amico poiché il mio Crofty, come lo chiamai subito, era un disegnatore di non poca vaglia. Amico di Sir Walter Scott, di Charles Dickens, di Disraeli, di Alicia Lefanu, dei Grimm e di molti altri protagonisti della cultura e dell’intellighenzia vittoriana, fu un uomo famosissimo, geniale e un conversatore di fascino unico. Membro di numerose accademie, autore di studi e saggi pionieristici sulle tradizioni irlandesi, morì nella sua casa di Camden nell’agosto del 1854.

Il valore enorme delle Fairy Legends, opera tra le più famose in Irlanda, Inghilterra, America, Germania e Svezia per le leggende irlandesi, sta anche nella struttura assolutamente rivoluzionaria che Croker scelse per il suo lavoro di pioniere. Ispirato dalla raccolta dei Fratelli Grimm, da poco tradotta in inglese e dal loro metodo di ricerca, si rese conto che nulla del genere era mai stato fatto per preservare e tramandare in forma scritta la tradizione orale della sua terra. Ma, rispetto ai Grimm, Croker apporta alcune modifiche al metodo di raccolta. Difatti egli narra le leggende così come gli vennero raccontate dalla viva voce dei narranti, senza molte alterazioni o modifiche e confinandosi nelle ricchissime e coltissime note alla fine di ogni leggenda. Questo rispetto per il testo originale è unico al suo tempo e ha anticipato di almeno un secolo le tecniche della ricerca folklorica, facendogli avere, a buon diritto, l’appellativo di pioniere del folklore irlandese e non solo. Ma tutto questo io lo scoprii un po’ alla volta, con la difficoltà che negli anni ’70 e ’80 non esisteva internet e la facilità che abbiamo oggi di reperire informazioni, né in Italia esisteva alcun materiale utile, dato che quest’opera importantissima e famosa era del tutto sconosciuta da noi. Inoltre l’Irlanda non era ancora diventata di moda, come poi fu in seguito.
Tuttavia, la lentezza con cui potei compiere le ricerche in un’epoca in cui non esisteva il web e in Italia nessuno sapeva chi fosse Croker,  e l’immersione emozionante in quella che mi pareva l’avventurosa scoperta di un tesoro sepolto, mi permisero di scoprire anche dentro di me un crescente amore per quest’isola, per il suo passato, per la sua gente e, soprattutto, un amore profondo per l’autore, tanto da rendermelo familiare e intimo. Al punto che, il nomignolo con cui l’avevo battezzato, Crofty, scoprii poi essere quello con cui lo chiamavano gli amici più intimi!

Quando, nel maggio del 1825, l’opera uscì, in 600 copie, pubblicata dal più grande editore del tempo, andò esaurita in una settimana! La grande modernità della sua struttura e la sua bellezza spinsero i fratelli Grimm, che alla fine del 1825  ne ricevettero una copia da un amico, a tradurlo immediatamente in tedesco, con un saggio introduttivo che è in sé un piccolo capolavoro. Non sapevano che ne fosse l’autore, ma lo scoprirono quando Croker, immensamente onorato di aver ricevuto tanta attenzione e stima dai due grandi studiosi, scrisse loro una lettera di ringraziamento. Tuttavia, conoscevano già Croker, avendone letto la prima opera, Researches in the South of Ireland, una sorta di viaggio sentimentale in cui però vi erano già i primi accenni di una ricerca folklorica e in seguito gli scrissero che nelle Leggende avevano riconosciuto il suo stile.

In seguito i Grimm e Croker divennero amici e anzi nacque un progetto di pubblicare una storia comparata del folklore europeo, progetto che però non si poté realizzare.

La bellezza, l’importanza di questo lavoro mi spinsero a tradurlo – ed è stata una gioia ad ogni parola – e poi a proporlo a un editore. Ma, come si sa succede che, in Italia, molti editori sono prevenuti nei confronti di autori che non conoscono, anche se famosissimi altrove.  Lo offrii a una serie di grandi editori, la cui mancanza di acume li spinse a rifiutarla. L’Irlanda, come ho detto, sarebbe diventata di moda solo alcuni anni dopo. Poi finalmente Corbo&Fiore ne fecero una prima edizione, anche se non molto curata e nel 1998 – mentre insegnavo all’Università di Cork – Neri Pozza ne acquistò i diritti.  Parlo della Neri Pozza il cui direttore editoriale era all’epoca Angelo Colla, con cui ho collaborato molti anni e felicemente.

L’edizione italiana, per la quale ho scritto un lungo saggio, frutto delle mie ricerche e delle mie scoperte, proseguite poi nel mio lungo soggiorno irlandese, è stata – come ben prevedevo  – un successo e ne sono state fatte moltissime ristampe e numerose edizioni. Mentre mi trovavo a Cork, nel mio anno di insegnamento all’University College, l’editore irlandese Collins venne a sapere che io possedevo una copia della prima edizione anonima delle Fairy Legends, quella preziosissima edizione che nemmeno il fornitissimo Dipartimento di Folklore dell’University College di Dublino possedeva e volle farne una ristampa anastatica per celebrare il bicentenario della nascita di Croker, che cadeva proprio quell’anno.  Il volume uscì a mia cura e l’Irish Times mi dedicò un articolo in seconda pagina. Un onore che mai avrei immaginato!

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Ritratto di T. C. Croker nella maturità conservato nella Crawford Art Gallery, Cork

Il valore di questo libro per me però, non è solo intrinseco, ma è davvero personale. Infatti è stato proprio leggendo queste pagine e per il profondo desiderio di capire chi fosse quel coltissimo e geniale autore anonimo, quale la storia di quel fascinosissimo libro, che mi sono inoltrata nello studio del folklore irlandese e non ho mai più smesso. Ed è stato come ritrovare una patria perduta, come riudire molte voci che prima tacevano, come inoltrarmi dentro un bosco in penombra seguendo un sentiero che conduceva a una casa illuminata. Questo libro è stato una porta d’ingresso in un passato ancora vivissimo, mi ha condotta in Irlanda, ma mi ha rivelato molti misteri, anche di me stessa.

E in fondo devo a questo libro, a questo autore, pioniere in tutto, se anche per me si sono aperte le porte di un passato che non conoscevo, un passato che è diventato il mio futuro, che ha alimentato i miei studi, le mie ricerche, la mia scrittura, e ha ispirato il mio romanzo, La Strega Bianca – una storia irlandese.

Copertina della prima edizione anonima delle Fairy Legends, 1825 in mio possesso.

Esistono opere e autori che sono dei classici fin dal loro apparire, e queste Leggende di Thomas Crofton Croker, mai andate fuori stampa in Irlanda, in Gran Bretagna, in Germania, in Svezia e negli USA, sono proprio questo. Non hanno scadenza, perché sono figlie del tempo, come lo sono i miti e tutta la grande tradizione orale.

(C) 2011  by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

https://emiliashop.wordpress.com/2011/01/29/thomas-crofton-croker-leggende-di-fate-e-tradizioni-irlandesi-traduzione-e-commento-di-francesca-diano/

Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

VIAGGIO IN IRLANDA 2

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La Baia di Cobh, nel Munster

  

Un viaggio, ogni viaggio, se tale è,  è sempre dentro se stessi. Mi piacerebbe che qualcuno iniziasse una discussione su questo.

 Io ne sono convinta, perché molto spesso abbiamo bisogno di volgere lo sguardo all’esterno per trovarvi lo specchio dell’interno. Un volgere centripeto, poiché è nel confronto col mondo che ci conosciamo e riconosciamo.  

Avviene così anche nei rapporti umani in fondo. E anche quelli sono dei viaggi in altri universi.

L’Irlanda, tra tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato,  per me è stata questo viaggio. 

Conoscevo l’Irlanda solo da un punto di vista letterario, da studiosa di folklore e tradizioni orali, ma avevo deciso di non andarci da turista. Quel luogo aveva già troppi significati dentro di me per non desiderare di ritrovarli uno per uno in esperienze vissute.

Così mi sono fermata un anno. E lì mi sono trovata.

So che da alcuni anni l’Irlanda è di moda e che in molti che vi sono stati ha suscitato emozioni intense. Ma, come per tutti i luoghi, il solo vero modo di conoscerli è quello di diventarne parte, di lasciare che il “genius loci”, il dio protettore e signore del luogo,  ti catturi e ti accolga come parte di sé.   

Fra le cose che più mi sono rimaste dentro in Irlanda, è stata l’acqua, anzi le acque. Mare, fiumi, laghi, rivi, torrenti, fonti spesso ancora oggetto di culti molto arcaici.

L’acqua è ovunque, dentro e attorno alla terra. E isole. Isole nei fiumi e nei laghi, oltre che lungo le coste. E’ un’acqua talmente viva, che nemmeno nei laghetti più minuscoli è stagnante e pullula di forme di vita animale e vegetale.

 E poi i profumi. Perchè in Irlanda l’aria profuma. Cosa sia il profumo dell’aria noi qui lo abbiamo totalmente dimenticato. Ci siamo quasi abituati, anche quando la crediamo pulita, a quella sua pesantezza di piombo. Lì no. L’aria è leggera e porta con sé gli aromi di mille piante e fiori e della terra ricca misto a quello del mare portato dal vento fino all’interno.

 Il paesaggio non è solo saturo di verdi e azzurri e delle forme mosse delle colline o delle scogliere, delle case colorate e della vegetazione, ma è avvolto come in una carta da regalo in questo misterioso profumo che ti inebria e rende un po’ pazzerelli, come sono tutti gli irlandesi. 

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Viaggio in Irlanda

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Ho vissuto in Irlanda per un anno. A Cork. Sento da sempre l’Irlanda la mia patria spirituale.

E’ una terra meravigliosa, ricca di spiritualità, rigogliosa, intensa, dove l’incredibile mutevolezza del paesaggio, la sua bellezza, ti spingono a guardarti dentro, a conoscerti. Non a caso nell’antico mondo celtico questa grande isola era considerata l’Isola Sacra per eccellenza, in cui i druidi di tutto il variegato mondo dei Celti d’Europa andavano ad apprendere la parte più complessa ed esoterica della loro conoscenza.

Era una sorta di terra-santuario, in cui immergersi e rinascere.

E di fatto l’Irlanda, ancora oggi fa questo per il visitatore non veloce e non distratto dal folklore turistico.

A chi voglia fare un viaggio in Irlanda darei il consiglio, se possibile, di non avere fretta. Questa terra non ama la fretta e la velocità. Non solo perché c’è così tanto da vedere, e va visto più con gli occhi dell’anima che con quelli fisici, ma anche e soprattutto perché gli irlandesi di oggi, non diversamente dai loro padri Celti, hanno una diversa concezione del tempo. Ce l’hanno proprio nel DNA. Se un irlandese ti dice: ci vediamo alle 3, intende qualunque ora tra le 3 e le 5 e non per maleducazione, ma proprio perché qui non si è mai dimenticato che il tempo non esiste. E’ solo una convenzione.

Certo, se si tratta di un appuntamento di affari la cosa cambia, ma solo in quel caso. In fondo l’Irlanda è oggi uno dei pochi paesi in Europa in cui la crescita economica sia così costante, anche se sta  lievemente rallentando rispetto allo scorso decennio.

E questo atteggiamento si unisce a una capacità di ironia e di affabulazione e di pazienza davvero uniche, che hanno permesso agli irlandesi di non solo sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione degli invasori britannici, ma di conservare intatta la tradizione e il sogno.

E’, l’Irlanda, l’unica terra oggi in Europa che abbia conservato intatto il suo immenso patrimonio di leggende e tradizioni, e anzi esiste a Dublino il più grande archivio europeo di documenti in questo senso. 

Io non vi darò i consigli di viaggio che potete trovare in moltissime agenzie o su internet. Ma posso dirvi con quale stato d’animo si può visitare questa terra in cui domina ancora lo spirito del passato.

Uno dei luoghi più belli, se mai è possibile fare una simile classifica di ciò che è tutto bello, è la visione che offrono le Blasket Islands, che si trovano di fronte alla penisola di Dingle, nel Kerry. Sono sette isole che si protendono verso l’Atlantico, anzi, sono la propaggine più occidentale d’Europa, oltre la quale c’è la vastità dell’oceano.

L’isola maggiore, Inish Mòr, che significa appunto Grande Isola, è stata la sola abitata, ma dagli anni 50 fu evacuata e ora è meta di turismo. Sulla terra ferma c’è un piccolo museo, bellissimo, in cui sono conservati gli oggetti della vita quotidiana dei suoi abitanti.

La popolazione di Inish Mòr era composta da poche decine di individui, che vivevano di pesca e di quel poco che dava la terra scoscesa dell’isola: patate, rape, un po’ di verdura e nulla più. Non c’era elettricità, nè telefono, solo a un certo punto, negli anni 40, un telegrafo. I giovani iniziarono a emigrare, per cercare una vita meno faticosa e più adatta, e così alla fine il governo decise di evacuare gli abitanti rimasti.

Eppure, su questa isola aspra e meravigliosa, si conservava la parlata gaelica più aulica e pura d’Irlanda e un patrimonio di leggende e tradizioni talmente ricco, che nei primi decenni del 900 iniziarono ad arrivare gli studiosi di folklore per raccogliere dalla viva voce di questi seanchaì (pronuncia scianachì, il termine gaelico che designa i narratori di storie della comunità), l’immenso patrimonio orale che alcuni individui speciali conservavano.

Studiosi inglesi, americani, svedesi rimasero ammaliati e affascinati da tanta arte narrativa e iniziarono a registrare queste voci.

Racconterò di più. E racconterò delle fonti sacre e del culto che ancora sussiste. E della Grande Dea Madre, Anu, dei circoli di pietre, non meno belli e suggestivi di Stonehenge e meno ricostruiti dall’uomo moderno.

Ma se qualcuno intanto volesse riempirsi l’anima di bellezza, vada a vedere il Kerry e le Blasket. Qui non c’è che il mare con le sue infinite sfumature, gli innumerevoli verdi e bruni del paesaggio, le coste ritagliate da un dio, come un merletto, il cielo continuamente mutevole.

Tutto qui muta, tutto è in costante mutamento, eppure tutto è sempre uguale a se stesso.

Così è difatti l’universo.

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