Una lettera inedita di Carlo Diano a Károly Kerényi


Kerényi_Károly

 

Nel febbraio del 1989 ricevetti, con mia sorpresa ed emozione, una lettera di Magda Kerényi da Ascona, in Svizzera. Magda era la vedova di Kàroly Kerényi, (1897- 1973) il grandissimo studioso ungherese di miti, storico delle religioni e straordinario conoscitore del mondo greco. Nella lettera, la signora Kerényi, che è mancata purtroppo nel 2004, chiedeva se potessi mandarle il testo della conferenza che avevo tenuto nel novembre dell’anno precedente sulla figura di Kore nell’interpretazione di Jung e Kerényi, nel corso di un convegno nazionale sull’Orfismo, da me ideato e organizzato. Ne aveva sentito parlare dal Prof. Aldo Magris, eccellente conoscitore degli scritti del marito,  il quale le aveva inviato il programma. In questa prima lettera, Magda Kerényi mi disse che, nell’archivio del marito, aveva trovato due lettere di Carlo Diano e mi chiedeva se fosse mio padre. Ovviamente le mandai subito il testo, che era stato nel frattempo pubblicato e le confermai che ero la figlia di Carlo Diano e che le sarei stata molto riconoscente  se avesse voluto inviarmele. Ricevetti così un plico, che conservo religiosamente, in cui erano contenute le fotocopie di queste due lettere vergate a mano e una lunga lettera di Magda Kerényi.

La signora Kerényi, che ha dedicato la vita a curare le opere di suo marito e l’archivio, oltre che a scriverne, mi disse anche delle cose bellissime  e molto generose sul mio articolo che, scritte da lei, sono per me preziosissime.  Mi parlò poi del loro viaggio a Vibo Valentia, la città dove è nato mio padre, quando suo marito le fece vedere il luogo dove si vuole che Persefone (di cui io parlavo ampiamente) fosse rapita da Ade. Luogo che io conosco bene e che è davvero incantato. Magico.

Questa premessa, per sottolineare la circostanza inattesa, legata al mito di Persefone, il cui importante santuario di Hipponion sorgeva in Calabria, nella terra dei miei padri,  che mi fece pervenire le due lettere e la felicità e la commozione di tutto questo.

Ora, dopo tanto tempo, rimettendo a posto il mio archivio, quelle lettere di Magda Kerényi e di mio padre mi sono tornate fra le mani e, rileggendole, mi sono resa conto dell’enorme importanza  che soprattutto riveste la seconda lettera che Diano inviò all’amico.

Mio padre conobbe Kerényi a Roma,  nel vivissimo ambiente accademico degli storici delle religioni, Pettazzoni e Brelich, che era stato allievo di Kerényi. I rapporti di Diano con gli studiosi di storia delle religioni, che stavano allora fondando  lo studio di quella disciplina,  furono intensi fin dagli anni ’40 e molto fruttuosi. L’influenza di questi scambi, che devono essere stati profondi,  si legge in tutte le sue opere.

Nell’ambiente romano conobbe anche Ernesto Buonaiuti, zio  della bellissima moglie di Ettore Paratore, Augusta, sacerdote e storico delle religioni, collaboratore di Pettazzoni, poi sospeso a divinis per il suo impegno di studioso non allineato, fino ad essere raggiunto dalla scomunica. Strinse un’amicizia che durò una vita con Mircea Eliade e con Uberto Pestalozza. Di Uberto Pestalozza, nel 1954  Diano volle la pubblicazione di Eterno femminino mediterraneo, quando mio padre dirigeva per Neri Pozza, editore dei suoi Forma ed evento  e di Linee per una fenomenologia dell’arte, la collana Problemi di critica antichi e moderni. Aveva del resto stretto già amicizia, nei suoi precedenti anni in Svezia, con Martin Persson Nilsson, di cui tradusse La religiosità greca (oggi  introvabile nella sua bella versione e che sarebbe buona cosa ristampare) e successivamente con Walter F. Otto, con cui si sviluppò anche un rapporto più intimo e confidenziale. Ricordo questi nomi spesso pronunciati a casa e tutti  mi suonano cari e  familiari. Ricordo anche Eliade e sua moglie, che vennero ospiti più volte. E di Eliade mi colpiva sempre l’eleganza lievemente blasé, e la pipa che teneva sempre fra le mani.

Dunque, la frequentazione e i rapporti con questi grandi fondatori degli studi di Storia delle religioni proseguirono fino alla fine delle loro vite. Diano, che ne  tenne e di fatto ne rinnovò profondamente anche all’università di Padova l’insegnamento, che proseguì poi per alcuni anni, (le sue lezioni di Storia delle Religioni erano frequentatissime, anche da studenti di diverse facoltà e da persone esterne, tanto era il loro fascino) vedeva lo studio della storia delle religioni come uno degli aspetti essenziali di quell’analisi globale del pensiero e dell’agire umano che è il nucleo della sua ricerca filosofica.

Ma, tornando alle lettere, mio padre scrive in italiano, pur parlando correntemente il tedesco (oltre allo svedese, al danese, al francese, e in parte all’inglese) poiché Kerényi gli scriveva in italiano. Viveva difatti ormai dal 1941 ad Ascona,  nella Svizzera italiana e frequentava spessissimo l’Italia. La prima, del 1951, è un ringraziamento per il volume pubblicato l’anno prima da Kerényi,  Pythagoras und Orpheus. Präludien zu einer zukünftigen Geschichte der Orphik und des Pythagoreismus  (Zürich: Rhein-Verlag, 1950) La lettera attesta in ogni caso non solo la loro amicizia, ma la devozione che Diano nutriva per quello che appellava Maestro e di cui si dichiarava devoto, non certo solo per un fatto di rispetto formale.

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“ Padova 11 – I -. 1951

Illustre e caro Maestro,

ho ricevuto con gioia il dono ch’Ella si è compiaciuto d’inviarmi, del suo Pitagora e Orfeo, e me ne riprometto ore felici.La ringrazio vivamente e Le auguro per l’anno già iniziato ogni bene.

suo devoto

Carlo Diano”

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La seconda lettera è invece quella che contiene le informazioni più importanti. È chiaro che il rapporto fra Diano e Kerényi si è fatto più stretto e che tra i due studiosi c’è un continuo scambio di idee e invio delle nuove pubblicazioni. L’opera di   cui mio padre ringrazia è   Die Mythologie der Griechen (Gli dei e gli eroi della Grecia)  della quale Kerényi aveva pubblicato la prima parte a partire dal 1951.

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“Padova 20 sett. 1954

Mio caro e illustre Maestro,

grazie per il bellissimo saggio sugli stati della mitologia, che ho letto con il più profondo interesse, tanto più vivo in quanto in questo momento sono alle prese col mito cosmogonico del Timeo platonico. È uno dei capitoli di un lavoro sulla storia nel concetto dei filosofi greci, al quale attendo ἄλγεα πάσχων, da due anni, una specie di abisso in cui non c’è forma che stia ferma né concetto che non sia antinomico. Quel che ne verrà fuori non lo so. A suo tempo Lei vedrà, se avrà tempo e voglia di leggermi.

Sono perfettamente d’accordo con Lei che la mitologia va trattata come si tratta un’opera d’arte. Aggiungo per parte mia – e credo di non dir nulla che Lei non dica, che non c’è cosa umana (tolta la tecnica e la “scienza” nel senso moderno) che possa essere trattata diversamente. E bisognerà forse che tutte le discipline concorrano a scrivere questa storia unica dell’uomo, che è la storia dell’ “anima” e di Dio – del mondo! Ci vedremo a Roma. Intanto La prego di gradire i miei più cari e devoti saluti

suo Carlo Diano”

Il primo punto che trovo di fondamentale interesse è  quanto mio padre scrive: “in questo momento sono alle prese col mito cosmogonico del Timeo platonico. È uno dei capitoli di un lavoro sulla storia nel concetto dei filosofi greci, al quale attendo ἄλγεα πάσχων, da due anni”, ecc.  Il lavoro cui si riferisce è Il concetto di storia nella filosofia dei Greci, che darà alle stampe di lì a poco (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1954 Vol. II), poi incluso in Studi e saggi di filosofia antica (Antenore, Padova, 1973) e ripubblicato postumo col titolo Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici, prefazione di Massimo Cacciari (Bollati Boringhieri, Torino, 2007). Il capitolo cui fa riferimento è La cosmogonia del Timeo (pag. 168 e segg. nell’edizione Bollati Boringhieri.)  Il concetto di storia, insieme a Forma ed evento e Linee per una fenomenologia dell’arte, che ne è la naturale prosecuzione, è l’opera del pensiero più importante di Diano e anzi, come Cacciari precisa mirabilmente nella sua prefazione, è una straordinaria anti-storia del pensiero greco, scritta da un “grande outsider della filologia filosofica italiana”. È in quest’opera che Diano, affidandosi alle sue due categorie fenomenologiche di forma e di evento, e affrontando il momento critico e drammatico che ha segnato la storia dell’Occidente, del confronto fra Eraclito e Parmenide, “nell’inoltrarsi per  lo stretto sentiero dell’Oscuro” (Cacciari)  e ponendo in discussione l’equivalenza fra Logos e  Logica, (tanto che egli traduce il Logos di Eraclito con: Discorso)  rivela, in tutta la sua drammaticità il volto oscuro del pensiero greco. Qui, veramente, Diano si inoltra, completamente solo, in quell’abisso “in cui non c’è forma che stia ferma né concetto che non sia antinomico”.

Quello che Diano definisce “abisso” è la profondità vertiginosa dell’apeiron periechon, infinito e onnicomprensivo principio che circonda e governa gli aspetti dell’essere, e allo stesso tempo il rapporto che fra essi, finiti, c’è e l’infinito dell’apeiron. Ed è evidente come Diano scorga, in questo abisso, l’abisso in cui l’Occidente al suo tempo, e ancor di più oggi, si dibatte. Non è solo il volto oscuro del pensiero greco tragico che è in gioco, ma quello dei tempi in cui viviamo.

Nella successiva frase della lettera, Diano esprime a Kerényi la sua condivisione della posizione secondo cui il mito va trattato, per poterlo comprendere appieno, come un’opera d’arte. Ma, aggiunge,  “che non c’è cosa umana (tolta la tecnica e la ‘scienza’ nel senso moderno) che possa essere trattata diversamente. E bisognerà forse che tutte le discipline concorrano a scrivere questa storia unica dell’uomo, che è la storia dell’ ‘anima’ e di Dio – del mondo!”

Forse mai Diano ha condensato per iscritto, con la limpidezza stringente del “Discorso”, del Logos che gli era propria, quella che è stata la sostanza a fondamento di tutta la sua ricerca filosofica, come in queste parole. Mi sono emozionata nel leggerle, perché ho risentito la voce di mio padre quando, in quel Discorso ininterrotto che è stata tutta la sua vita, si fosse a tavola con gli amici o gli allievi, o nel corso di una passeggiata in montagna, dispensava a piene mani la sua sophia e, nel farlo, chiariva a se stesso problemi, affrontava e scioglieva nodi, ininterrottamente scopriva. L’immenso sapere, cristallino nella parola, si è fatto quintessenza  densissima e concentrata nei suoi scritti. Tutto concorreva a questo, ogni esperienza, ogni disciplina (la sua biblioteca, ora dissennatamente smembrata e non per mia volontà, raccoglieva nei suoi 10.000 volumi opere di ogni tempo e luogo e di ogni disciplina, umanistica o scientifica che fosse), ogni conoscenza, di cui era avido e senza distinzioni o separazioni classificatorie. Come per tutti i grandi, l’anelito della sua ricerca era quello di trovare una via aurea e unica alla comprensione dell’uomo, di “ogni cosa umana”. La sua convinzione che gli strumenti e i percorsi che permettono di intendere il mito e  l’arte (“tutte le arti tendono alla parola, ma la parola al silenzio”, scrive alla chiusa di  Linee per una fenomenologia dell’arte) possano essere gli stessi  che permetteranno di intendere la storia unica dell’uomo, dell’anima e dunque di Dio (il Demiurgo del Timeo platonico)  e dunque del mondo, nasce in parte dalla sua costante attenzione nei confronti dell’arte, e successivamente si arricchisce nel confronto con il grandissimo e originalissimo storico dell’arte, forse il maggiore del ‘900, suo amico fraterno e amato, Sergio Bettini, che Diano conobbe nel suo primo soggiorno padovano, nei primi anni ’40 e poi frequentò quotidianamente dal 1950 al suo arrivo a Padova e con cui gli scambi furono ricchissimi e intensi fino alla sua morte. Con Bettini discusse a lungo, fra le altre cose,  di Alois Riegl e degli storici dell’arte della Scuola di Vienna – che pure già conosceva – e in Forma ed evento e in Linee per una fenomenologia dell’arte, (non a caso dedicata a Sergio Bettini) il principio riegeliano del Kunstwollen è un punto nodale.

Non ho dubbi che, nell’Etere abitato dalle anime luminose, Diano seguiti a discorrere con Kerènyi e Jung e Bettini e Giovanni Gentile e Ugo Spirito e Mircea Eliade e – finalmente – con Platone e Parmenide ed Eraclito (non più oscuro)  e Socrate ed Epicuro. Fluttuanti, tutti, in quell’apeiron periechon che tutti li contiene e ci contiene.

(C) 2014 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Pietro Citati su “Forma ed evento” di Carlo Diano

Carlo Diano a Bressanone, 1965

Carlo Diano a Bressanone, 1965

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1993 Pietro Citati pubblicò su la Repubblica qui   questo splendido articolo su Forma ed evento di Carlo Diano, il più abbagliante concentrato del suo pensiero, il suo lascito di Maestro e pensatore rivoluzionario.  Lo ripropongo per la lucidità con cui Citati analizza l’opera di Diano, riconoscendo come la sua opera sia ancora tutta da scoprire e studiare. Se una efficacissima chiave di lettura dello sventurato tempo in cui viviamo esiste, al di sopra delle parziali analisi sociologiche, economiche, politiche, culturali, ideologiche è proprio in “Forma ed evento”. Noi viviamo nel tempo dell’Evento. Siamo avvolti dalle spire proteiformi di un Ulisse dai molti inganni e dalle molte facce, che crea una realtà illusoria e priva di sostanza, e tutto ciò che sta accadendo non è che la tragedia di quell’illusione eletta a realtà. Poiché lontanissimo è Achille e altrettanto lo sono gli dei della Forma.

C’è un volume, Menzogna, (Bollati Boringhieri) della filosofa Franca D’Agostini, che analizza il nostro tempo e le qualità della menzogna che lo domina ad ogni livello proprio in questo senso, confermando di fatto la validità universale delle categorie di Diano.

Venti anni dopo le parole di Citati, la sua opera, a cui molti seguitano ad attingere silenziosamente, seguita ad essere poco pubblicata e su Diano il silenzio è ancora assordante. Speriamo ancora per poco.

LE STRADE DI ZEUS

Insieme a Giorgio Pasquali, Carlo Diano è stato il maggior filologo classico italiano del nostro secolo. Ma, se Pasquali ha conosciuto una larga fama, l’ opera di Diano è ancora nascosta, sparsa, ignota  al largo pubblico. Aveva una conoscenza prodigiosa del greco, come un pianista modula sulla tastiera, a occhi bendati, Bach e Beethoven, Chopin e Schumann. Giocava a proporre delle congetture. Aveva tra le mani un testo lacunoso; e subito la sua immensa memoria, dove giacevano tutte le forme del greco, disponeva nella lacuna la parola giusta, che qualche anno dopo la scoperta di un codice o di un papiro avrebbe confermato. Possedeva un dono raro tra i filologi. Aveva una geniale immaginazione filosofica, un’ intuizione naturale delle forme della mente, una vocazione metafisica. Con la mente così ricca di idee e di illuminazioni, Diano aveva foggiato uno stile concentrato, ellittico, densissimo, che tendeva alla folgorazione dell’ aforisma. Ognuno dei suoi saggi avrebbe potuto svolgersi in un grosso volume pieno di note. Tradusse molto: ma mai la sua vocazione di scrittore si misurò con un suo simile come quando tradusse Eraclito (Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1980); e sembrò per un istante che il vecchio, oscuro, “malinconico” Eraclito fosse rinato fra noi, reincarnato in una lingua diventata miracolosamente sua, con i suoi scorci così taglienti e luminosi o avvolti in una tenebra inesplicabile e per noi non meno affascinante e ispiratrice: “Il tempo è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno”. Eppure né la vocazione di filologo né quella di filosofo né quella di scrittore bastavano a Carlo Diano. Avrebbe voluto altro. Un’ ansia, un’ inquietudine lo assalivano. Nulla poteva placarle: se non, forse, la caritas, la dedizione a qualcosa o a qualcuno. Forma ed evento, che oggi Marsilio ripubblica con una bella prefazione di Remo Bodei (pagg. 78, lire 22.000), è il capolavoro di Diano. Sono appena quaranta pagine: ma così dense di intuizioni, così rapide di rapporti, così sapienti nelle allusioni e nelle omissioni, che il lettore si sofferma ad ogni rigo, e alla fine ha l’ impressione di aver bevuto un grande mare, dove l’ universo greco si è concentrato nella sua essenza. Gli dei delle forme Non posso riassumere queste intuizioni. Basterà dire che Diano individua, nello spirito greco, due mondi: quello della forma, che culmina in Platone e nella statuaria arcaica, e quello dell’ evento, che si esprime sopratutto nella civiltà ellenistica. Al regno della forma appartiene il sillogismo aristotelico, fondato sulla necessità dei concetti: al regno dell’ evento, il sillogismo degli stoici, che si basa sui fatti che stanno accadendo in questo momento. Il Dio di Aristotele è forma per eccellenza: luminoso, immobile, fuori dal tempo e dallo spazio: per gli Stoici, invece, Dio sta nelle cose, come un corpo fluido, divisibile all’ infinito, che ha la natura del fuoco, perché di Zeus “sono piene tutte le strade, tutte le piazze degli uomini, pieno ne è il mare, e i suoi porti”. Molti sono gli dei delle forme: uno il dio dell’ evento, che poi si esprime in infinite epifanie. Se vogliamo conoscere l’ eroe della forma, dobbiamo pensare ad Achille: sempre eguale a sé stesso, dalla mente contemplativa, sempre di fronte, scultoreo, possiede il dono del canto, ed è avvolto dalla stessa luce che bagna dal di dentro la plastica greca. Se vogliamo conoscere l’ eroe dell’ evento, pensiamo a Ulisse: sempre di sbieco, tutto “scorci e spire”, incapace di poesia e di contemplazione, pittorico, mobilissimo, pieghevole, artigiano ed astuto, eroe di tutte le strade e di tutte le sorprese, ciurmatore ed attore. Lo scandalo della Croce Diano non nasconde l’ intima debolezza della meravigliosa civiltà della forma che trionfò in due secoli di lirica, statuaria, tragedia e filosofia. Essa ha terrore dell’ evento, lo tiene lontano, e alla fine se ne lascia travolgere. Chi la travolge è un dio dell’ evento, e addirittura un evento: Cristo, lo scandalo della Croce. Ma il paradosso vuole che dopo che il Cristianesimo dissolse le forme della filosofia e della scienza greche, ne ebbe bisogno; e per più di mille anni tentò di apparirci attraverso le figure elaborate dalla mente greca, come se l’ Occidente non potesse fare a meno della fragile e luminosa civiltà della forma. Diano non era uno storico. Preferiva definirsi un fenomenologo di una civiltà e di una letteratura. Gli storici dicevano che Diano inseguiva soltanto delle astrazioni. Non esiste, secondo loro, né civiltà della forma né civiltà dell’ evento: ci sono milioni di fatti, inconfondibili gli uni cogli altri, che formano il tessuto della civiltà greca. Ma Diano era lo studioso meno astratto che si possa immaginare. Mosso da una estrema passione del concreto, desideroso del particolare, Forma ed evento è una miniera di analisi, che attendono di essere sviluppate e compiute. Soltanto che né Achille o Ulisse né il sillogismo stoico o aristotelico possono essere compresi nel loro isolamento. Bisogna studiarli in rapporto con tutti gli aspetti della civiltà greca, in una relazione vivente, e allora si capirà che le decine di secoli tra Omero e Plotino obbediscono ad alcune cadenze intemporali. In quel mondo mobilissimo, dove forma ed evento si intrecciavano, Carlo Diano viveva come a casa propria. Nessuno sentì, come lui, i greci nella nostra epoca; non c’ erano che Eschilo e Euripide e Aristotele e Epicuro e Plotino; avevano pensato il pensabile, e tutto ciò che noi pensiamo non è che un’ ombra della loro luce. Non c’ è, per lui, nulla più vicino a noi della forma secondo Omero, Platone e Pindaro. Rigida, immobile e luminosa, ora contemplazione teoretica ora scienza ora poesia, essa era il valore inattingibile a cui l’ uomo giunse per sempre, e a cui aveva dovuto rinunciare. Ma Diano era attratto egualmente da ciò che, nell’ evento, è molteplice, colorato e polimorfo, come nell’ Odissea; e dal fatto sublime che un semplice evento possa caricarsi, come nella rivelazione cristiana, di una forza sacra. Alle spalle dell’ antitesi fra forma ed evento, ne risuona un’ altra più antica, quella che Nietzsche propose tra momento apollineo e dionisiaco, sebbene esse coincidano soltanto in alcuni particolari. Non credo sia ancora fruttuoso, oggi, pensare la civiltà greca secondo due soli principii polari. Le antitesi non sono soltanto tra apollineo e dionisiaco, o tra forma ed evento (1): esse sono moltissime, e ogni giorno ne scopriamo di nuove, via via che si moltiplicano i nostri punti di vista. La civiltà greca è così grande, proprio perché è solcata da così numerose forme mentali: esse si combattono a morte, e sembra che vogliano tutto per sé; fino a quando la mano invisibile di un dio le risolve in una unità superiore.

PIETRO CITATI