Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

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Tradurre, un’appassionante arte. Intervista a Francesca Diano

Tradurre: un’appassionante arteIntervista a Francesca Diano per Librialice. di Valentina Acava Mmaka Ha una voce profonda e avvolgente che trasmette entusiasmo, ha il privilegio di conoscere tutti i retroscena di molti dei romanzi che nell’ultimo decennio abbiamo imparato ad apprezzare. Francesca Diano, studiosa di letteratura e tradizioni irlandesi e traduttrice di autori come Anita Nair, Themina Durrani, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Thomas Croker ci ha raccontato l’appassionante esperienza di essere traduttore.
È noto che in Italia il traduttore è una figura professionale che resta quasi sempre sullo sfondo. Raramente, salvo casi eccellenti, il suo nome appare in copertina, o viene citato dai recensori e giornalisti, eppure il traduttore ha un compito delicato e di grande responsabilità. Nella sua trasposizione da una lingua all’altra, può succedere, come ci racconta la Diano ”che una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante”.


Francesca, tu sei traduttrice dall’inglese, come è nata questa tua professione?
 

 

Come molte delle cose che accadono nella vita e hanno un seguito che non ti aspetti, sono diventata traduttrice “per caso”.
Io mi sono laureata in Storia dell’Arte. L’arte è sempre stata una mia grande passione, tanto che avrei voluto essere una pittrice. Il linguaggio delle immagini ha sempre avuto su di me un fascino molto profondo. Ma insieme all’arte, l’altra forma d’espressione che per me è stata determinante è quella della parola, scritta e parlata.
Per anni ho unito le due cose, occupandomi di critica d’arte e, nell’ambito di questi studi, è nata la mia prima traduzione; una corposa opera in tedesco sulla grammatica dell’arte, del padre della moderna critica d’arte, Alois Riegl.
Devo anche dire che sono figlia di un grande traduttore, che non era solo traduttore. Mio padre, Carlo Diano, filosofo, filologo e grande grecista, ha lasciato straordinarie traduzioni dei classici greci, ma anche di autori scandinavi. In questo senso posso dire di aver respirato l’arte del tradurre. Perché tradurre è un’arte.
Poi la mia lingua privilegiata è diventata l’inglese, soprattutto grazie agli anni da me passati a Londra, dove ho lavorato al Courtauld Institute e ho insegnato all’Istituto Italiano di Cultura. È stato proprio a Londra che il libro che ha cambiato la mia vita “mi ha trovata”.


Ci parli della tua formazione?

Della mia formazione ho in parte parlato. Ma devo aggiungere che non ho avuto una formazione molto lineare, perché una buona parte è nata dalla passione divorante per la lettura. Una lettura eclettica e forse anche caotica di libri d’ogni epoca, autore, argomento e stile, iniziata fin da bambina, attinti “a naso” dalla biblioteca di casa, che contava circa diecimila volumi, in cui figuravano tutte le letterature del mondo e argomenti d’ogni tipo. La biblioteca di un umanista con interessi scientifici.
Prima di diventare una fedele traduttrice di Neri Pozza, rapporto durato circa 10 anni, avevo collaborato con Fabbri e  la Cappelli, per cui avevo curato  la traduzione del testo dal tedesco di cui ho detto e con Corbo e Fiore una prima versione delle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker. A metà degli anni ’90, Neri Pozza cercava un esperto di arte, per tradurre un testo di commento alle tecniche artistiche di Giorgio Vasari e così si sono messi in contatto con me. Da allora ho seguitato a collaborare con loro, in modo sempre più attivo, sia come consulente editoriale che come traduttrice, ma ho poi interrotto il mio rapporto di collaborazione con Neri Pozza qualche anno fa per motivi su cui preferisco sorvolare.
Mi piace anche avere la possibilità di proporre degli autori e delle opere in cui credo, con la soddisfazione poi di vederli diventare dei successi editoriali. Così è avvenuto per Anita Nair, per Sudhir Kakar, per Thomas Crofton Croker, per Alka Saraogi, o Tehmina Durrani.


Come riesci a conciliare il tuo lavoro di traduttrice con quello di insegnante di storia e letteratura in un liceo artistico? Quest’ultima esperienza ti aiuta nella tua professione di traduttrice?

Anche se le due attività non sono tra loro correlate, in realtà tradurre e insegnare sono esattamente la stessa cosa. Si tratta sempre di un “tradere”, trasmettere, trasporre, tramandare. Per me, che sono così legata allo studio della tradizione, è un atteggiamento che fa parte della mia natura. La parola, scritta e parlata, come dicevo. Insegnare è uno dei compiti più nobili e più alti. Ma solo se lo si intende nel senso di educare, nel suo significato etimologico. Trarre fuori. Come la maieutica di Socrate o i suggerimenti di Krishnamurti per l’educazione dei giovani. Io credo che ciò che è necessario, a parte la trasmissione di conoscenze di base, sia proprio aiutare i giovani a liberare il proprio sé dalle incrostazioni che la società, la famiglia, la scuola rovesciano loro addosso. In questo modo, dall’esterno si depositano sulla psiche individuale tutta una serie di sovrastrutture inutili e spesso dannose, di preconcetti e credenze, che impediscono all’indole originaria di manifestarsi con le sue qualità e i suoi talenti. Questo non è trasmettere, ma tradire. Educare significa mettere in grado un’anima di conoscere se stessa. Renderla libera.
Alcuni anni fa ho organizzato un convegno a Padova dedicato a: “Mito, fiaba, leggenda, tradizione. “Tradire” il passato per salvare il futuro”, che partiva proprio da questo punto di vista.


Sei la voce italiana di Anita Nair, Susan Vreeland (La passione di Artemisia), Kushwant Singh (La compagnia delle donne) Geraldine Brooks (Annus Mirabilis). Che rapporto hai con gli autori che traduci? Secondo te è importante stabilire un contatto personale o c’è meno “libertà” rispetto al tradurre un autore defunto?

Il rapporto con gli autori è molto vario. In alcuni casi, come con Anita Nair, questo rapporto, iniziato timidamente per e-mail, è sfociato in un’amicizia profonda, emozionante, direi sororale. Lei è stata anche mia ospite alcune volte. Al punto che Anita mi ha fatto l’onore di dedicarmi la raccolta di racconti appena pubblicata, “Il satiro della sotterranea”. Questo direi è stato per me il più grande riconoscimento per il mio lavoro. Ci sono autori che si rendono conto benissimo di come una traduzione possa determinare il successo della loro opera o azzerarlo. Diciamo che i grandi scrittori lo sanno e hanno dunque con il loro traduttore un rapporto quasi “intimo”, di confessionale.
È una cosa bellissima allora, perché si entra nel processo creativo di un’opera e nei meccanismi che l’hanno fatta nascere. In altri casi – ma sono rari per fortuna – ci si limita a chiedere alcuni chiarimenti, quando sia necessario, perché non sempre l’autore colloquia col suo traduttore comprendendo che una buona traduzione può decretare il suo successo all’estero e risponde seccamente. L’idea in questo caso è che un traduttore sia una sorta di manovale meccanico o uno scrittore frustrato. Per fortuna non è così.
Non direi che ci sia meno libertà rispetto a un autore defunto, anzi. La presenza dell’autore può sciogliere molti dubbi. E poi, perché libertà? Il traduttore deve comunque rispettare al massimo la fedeltà al testo. Questa è la prima regola. Poi vorrei aggiungere una cosa. Per tradurre veramente bene un autore, si dovrebbe conoscere tutta l’opera di quell’autore. E in fondo tradurre è un po’ come disegnare dal vero. Un oggetto lo si conosce davvero bene solo quando lo si disegna. Così un’opera la si conosce davvero bene solo quando la si traduce, perché se ne devono smontare i meccanismi, per poi ricostruirli e renderli in un’altra lingua.


Quali sono le traduzioni a cui sei maggiormente legata?

Prima di tutto i “Racconti di fate e tradizioni irlandesi” di Thomas C.Croker poi tutti i libri di Anita Nair e di Sudhir Kakar. Nel primo caso perché questo è il libro che ha cambiato la mia vita. Mi ha aperto le porte della grande tradizione orale irlandese e del mondo dei miti celtici, ma mi ha fatto anche trovare una patria spirituale, un mondo antico e ricco. Ho sempre amato le fiabe e il mito e il raccontare e in Irlanda, dove ho vissuto poi un anno, ho trovato più di quanto avessi mai immaginato.
Per la Nair e Kakar, perché sono due grandissimi scrittori, molto diversi tra loro per sensibilità e formazione, ma entrambi capaci di rendere un mondo, un’atmosfera, una serie di personaggi, dando loro la vita. Ma a questo va anche aggiunto che il loro stile è fantastico e tradurli è la mia più grande gioia. Forse, le due migliori traduzioni che io abbia mai fatto sono proprio Un uomo migliore della Nair e L’ascesi del desiderio di Kakar. Un libro di una bellezza incredibile.


Ci sono degli autori che non hai tradotto ancora e che vorresti a tradurre? E perché?

Direi che mi piacerebbe tradurre Hermann Melville e Charles Dickens. Perché sono due scrittori che amo moltissimo e vorrei saper scrivere come loro. Ma soprattutto perché nelle loro pagine si avverte il respiro potente del Male e del Bene. L’eterna lotta dualistica che percorre tutta la storia umana. È un soggetto che mi affascina e questi due scrittori, in particolare, oltre ad affrontare un problema titanico, nel caso di Melville addirittura messianico, posseggono uno stile poderoso, michelangiolesco.
Nello stile mi piace la forza, la potenza di uno scrittore, la capacità di vedere la realtà da punti di vista inusuali. Poi, tra i poeti, mi piacerebbe tradurre Percy Bysshe Shelley, perché raggiunge le vette del sublime. Ma anche Friedrich Hölderlin e per lo stesso motivo.


A chi volesse intraprendere questa professione cosa consiglieresti. È necessaria una scuola specifica?

Per essere un buon traduttore, la cosa più ovvia è conoscere alla perfezione tanto la propria lingua che quella da cui si traduce. E ripeto: alla perfezione. Il che implica la cultura, le tradizioni, le usanze. Poi naturalmente, non sempre si conosce nello specifico un certo argomento e qui interviene la ricerca. Spesso questa è anche una parte appassionante, perché si scopre e si impara ciò che non si conosce. Io ho imparato così moltissime cose. Dunque ben vengano le scuole serie di traduzione, ma non sono sufficienti, perché poi è necessaria l’esperienza sul campo. Un buon traduttore di opere letterarie difficilmente è giovane a mio avviso. Non ultimo, un buon traduttore di letteratura o di poesia deve essere anche uno scrittore e un poeta. Chi volesse iniziare questa professione deve sapere che un duro lavoro lo attende. In questo senso, non è una scuola che può insegnare un talento. Perché di talento si tratta. Se poi parliamo di traduzioni d’altro tipo, certo il discorso è un po’ diverso.


Sulla professione del traduttore c’è molta “letteratura”, viene visto come un mestiere poco riconosciuto in Italia. Ti identifichi in questa problematica e cosa secondo te riuscirebbe a migliorare la visibilità del traduttore?

Che sia un mestiere poco riconosciuto in Italia è noto. È rarissimo che nelle recensioni compaia il nome del traduttore, a meno che l’opera non sia un grande classico o il traduttore un nome altisonante. Va però detto che vi sono delle eccezioni. Il quotidiano La Stampa ad esempio, che nel suo inserto del sabato, Tuttolibri, cita sempre il traduttore. Ma c’è da dire che anche dal punto di vista economico l’opera di un traduttore, che comporta molte competenze specifiche, non è particolarmente riconosciuta, tranne in rarissimi casi. Eppure una cattiva traduzione può uccidere una grande opera, così come una meravigliosa traduzione può rendere bella un’opera dallo stile zoppicante. Alla fine però, tutto dipende dal mestiere e dalla capacità di ciascuno. Esistono delle associazioni a livello nazionale, ma da quello che ho potuto vedere, in molti casi tutto si riduce a organizzare corsi costosissimi per giovani in cerca di uno sbocco. Immagino che si potrebbe istituire un albo e fissare delle retribuzioni minime standard, come per altre libere professioni.


Spesso il lettore che legge in traduzione non fa caso al nome del traduttore, credi che si percepisca pur non avendo letto lo stesso testo in lingua originale, la buona fattura di una traduzione? O questo è un privilegio riservato ai grandi lettori o scrittori?

È vero, e aggiungo che spesso non fa caso nemmeno alla traduzione. E questo è un peccato. Ma va detto che la traduzione ideale è quella in cui non si avverte che di traduzione si tratta. Chi legge deve avere il senso di leggere l’originale. Il che significa anche riproporre lo stile dell’autore, il suo ritmo narrativo, ove sia possibile le sfumature. In Italia abbiamo dei meravigliosi traduttori. Poi, per lo meno a me, può accadere di non riuscire più a leggere un libro tradotto, senza porre attenzione alla traduzione. Una vera a propria deformazione! Ma mi sforzo di disintossicarmi….


C’è chi sostiene che tradurre significa in qualche modo “riscrivere” un’opera, quanto conta la conoscenza del substrato culturale dell’autore per il successo di una traduzione?

Non sono d’accordo, tradurre non è riscrivere l’opera. Questo è tradire. Tradurre è trasporre. Da una lingua a un’altra e in questo senso può essere necessario trovare nella propria lingua sfumature o espressioni che meglio rendano il senso, magari non letterali, del testo. Ripeto che la traduzione ideale deve essere assolutamente fedele all’originale, ma allo stesso tempo dare l’idea di un originale nella nostra lingua. Ecco perché chi traduce narrativa o poesia deve essere anche uno scrittore o un poeta.
Per quanto riguarda la conoscenza del sostrato culturale, direi che è essenziale. Altrimenti non sai nemmeno di cosa si sta parlando e gli equivoci possono essere terribili o addirittura ridicoli. Faccio un esempio molto efficace, anche se non rientra nell’ambito di quanto stiamo dicendo. Tempo fa è arrivato in Italia un delizioso film irlandese, che in originale si intitolava Ned’s Wake, cioè la veglia funebre di Ned. E difatti tutto il film ruotava attorno a questo. In Irlanda la veglia funebre ha tutta una tradizione antichissima e densa di suggestioni. Anche oggetto di studi. Ebbene, il titolo è stato tradotto: Svegliati Ned! E non perché il titolo suonava bene, perché non ha alcun senso nella storia, ma per pura ignoranza. Forse il traduttore non aveva visto il film!
Nello specifico della letteratura anglo-indiana, fra cui ormai si annoverano molti dei miei autori, a parte una conoscenza di base della cultura indiana, ho la fortuna di avere una delle mie figlie, Marged, che è studiosa di hindi e di musica indiana e lei è stata ed è per me molto preziosa in questo senso, mentre l’altra mia figlia Eurwen, che è un’esperta botanica, mi soccorre in questo campo.


Tu sei anche una studiosa di fate e leggende irlandesi, come nasce questo interesse e come mai è un argomento poco conosciuto in Italia?

Il mio interesse per l’Irlanda, o meglio sarebbe dire, la mia storia d’amore con L’Irlanda, nasce a Londra. Ho vissuto in Inghilterra per alcuni anni negli anni ’70 e lì ho trovato questo libro antico e preziosissimo di leggende irlandesi. Dalla mia curiosità per la storia del libro, stranamente anonimo, e in seguito per il suo autore, Thomas C.Croker, sono nati i miei studi sul folklore e le tradizioni irlandesi. Croker è stato il pioniere, direi lo scopritore delle tradizioni folkloriche irlandesi e l’opera da me scoperta e tradotta, fu tradotta in tedesco dai fratelli Grimm, che divennero suoi amici.
Nel 1998 ho insegnato all’università di Cork per un anno e ho approfondito lì i miei studi. La meravigliosa storia di questo libro e di ciò che ha significato per me la racconto nel saggio che compare sia nell’edizione italiana che in quelle anastatiche americana e irlandese da me curate.
Per me l’Irlanda è diventata una patria spirituale. È una terra straordinaria, magica, di dolcezza struggente, ma anche forte e potente. Le tradizioni folkloriche sono molto ricche e radicate ancora oggi e gli irlandesi posseggono il più vasto archivio d’Europa in questo senso, avendo raccolto in modo sistematico, fin dall’indipendenza del paese, una quantità impressionante di materiale sul campo. Qui da noi si conosce solo un’infinitesima parte di questo tesoro prezioso e in genere mediata dalle mode. È un peccato. Io spero di poter tradurre alcune opere di grande bellezza, che sono certa affascinerebbero il pubblico italiano, come è stato per l’opera di Croker.


A cosa stai lavorando?
 
 

 

 

Al momento sto traducendo l’ultimo romanzo di Sudhir Kakar, che parla della straordinaria amicizia fra il Mahatma Gandhi e Madeline Slade, un’inglese che gli fu accanto per molti anni. Inoltre sto pazientemente portando avanti la traduzione delle poesie di Edgar Allan Poe e questa per me è una grande sfida, perché tradurre le poesie di Poe è pressoché impossibile!
Sto anche portando a termine una mia raccolta di racconti, a cui lavoro da tempo e un romanzo. Da sempre scrivo poesie.

Nota bio-bibliografica

Francesca Diano è nata a Roma e a da bambina si è trasferita a Padova. Si è laureata in Storia dell’Arte con Sergio Bettini e poi ha vissuto alcuni anni a Londra, dove ha lavorato al Courtauld Institute e ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura, compiendo allo stesso tempo delle ricerche sulle miniature medievali italiane nei musei inglesi.
Tornata in Italia, negli anni ’80 ha iniziato a occuparsi di mostre, convegni e ha fatto parte di alcune associazioni culturali, organizzando concerti e manifestazioni, in collaborazione con istituzioni pubbliche e private. Ha collaborato con quotidiani e riviste culturali e scientifiche, scrivendo numerosi articoli e conducendo un’intensa attività di conferenziera. In questo stesso periodo ha iniziato a interessarsi di folklore irlandese e miti celtici, approfondendo poi le ricerche in Irlanda.
Nel 1998 ha insegnato per un anno all’University College di Cork, in Irlanda, dove ha tenuto anche alcuni corsi sull’arte italiana contemporanea e ha commemorato ufficialmente Thomas C. Croker nel bicentenario della nascita.
Dal 1996 ha collaborato per quasi 10 anni con la Neri Pozza come traduttrice e consulente editoriale, contribuendo attivamente a iniziare la serie di autori indiani che poi tanta fortuna ha avuto, una collaborazione che si è poi interrotta senza tanti rimpianti. Nel 2009 ha iniziato a collaborare con Guanda.

E’ scrittrice, poetessa e saggista.

Di Valentina Acava Mmaka

 


La Strega Bianca di Francesca Diano

La mia storia d’amore con l’Irlanda inizia molti anni fa, a Londra, negli anni 70, con quello che io ormai ritengo uno di quei miracoli con cui la vita ci sorprende. Quando, cioè, il libraio antiquario che era divenuto un amico – passavo nella sua misteriosa caverna delle meraviglie quasi tutti i giorni – mi consigliò di acquistare un piccolo volume anonimo intitolato  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, pubblicato da John Murray nel 1825. Bellissima edizione originale, costellata di preziose incisioni.

Ciò che mi venne da quel libro, il valore e significato di quel libro e quello che vi scoprii è narrato nel post che potete leggere su questo blog, Thomas Crofton Croker, Leggende di fate e tradizioni irlandesi.

https://emiliashop.wordpress.com/2011/01/29/thomas-crofton-croker-leggende-di-fate-e-tradizioni-irlandesi-traduzione-e-commento-di-francesca-diano/

Quel libro, una preziosa rarità antiquaria, iniziò a fin da subito parlarmi e mi spinse – direi, mi costrinse –  a scoprire un mondo che mi era ignoto e che mi avrebbe aperto le porte di una nuova fase della mia vita ma, soprattutto, mi avrebbe fatto trovare una patria che inconsapevolmente cercavo da sempre. L’Irlanda mi stava chiamando e mi apriva le braccia.

Ma prima di arrivare in Irlanda, molti anni sarebbero passati e molte cose sarebbero accadute. Tra queste la pubblicazione del libro di Croker in italiano, per cui mi ci vollero molti anni, perché i vari editori a cui lo proponevo non parevano essere interessati a quel tesoro, che era stato nientemeno che il primo libro di leggende orali mai pubblicato sulle Isole Britanniche, tradotto dai fratelli Grimm in tedesco e di un autore che era stato il pioniere del folklore irlandese. L’Irlanda, quando io agli inizi degli anni 80 proponevo quel libro, non era ancora di moda nel nostro paese provinciale e i nostri editori, provinciali quanto la nostra cultura, non pensarono avesse un qualche interesse. Finalmente, nel 1998 e con l’Irlanda ormai protagonista culturale anche da noi, il libro venne pubblicato da Neri Pozza.

Ma nel frattempo io ero ormai diventata una studiosa di folklore irlandese e venni chiamata in Irlanda ad insegnare all’Università di Cork.

Ed è da tutto questo che è nato il mio primo romanzo, La strega bianca.

Quando andai in Irlanda per insegnare, ma  soprattutto per approfondire le mie ricerche e i miei studi sul folklore irlandese, mi sono trovata di fronte a una realtà che superava di molto la mia immaginazione e le mie conoscenze  sulle bellezze e sulla magia di quest’isola meravigliosa.

La gente, i paesaggi, l’amore per i miti e la persistenza di una ricchissima tradizione folklorica mi hanno spinta a scrivere un romanzo che unisse tutti questi aspetti e che rendesse la magia, il mistero che si respira ovunque. In cui respirasse la bellezza, la dimensione onirica, la potenza della natura e delle sue energie.

Di che narra? Di un  viaggio in Irlanda alla ricerca di un mistero da scoprire. Di una storia d’amore che appartiene a un’altra vita. Di una donna che è strega e veggente. Della bellezza e della magia dell’isola, della potenza del femminile come agente di trasformazione. Un viaggio nel tempo e nello spazio, doppiato da un viaggio interiore. Attraverso l’incontro con la bellezza di una natura  intatta, con la ricchezza di una tradizione di miti e di leggende, con la dimensione magica e fiabesca, Sofia ritrova una parte di sé che non conosceva se non per lampi.

            Sofia arriva in Irlanda mentre ancora sta vivendo una storia d’amore tormentata e nebulosa. Si lascia alle spalle un mondo fatto di sofferenza e incomprensioni. Come bagaglio si porta dentro l’amore incondizionato per questa terra e la capacità di vedere.

            Gli avvenimenti del presente si intrecciano con flash back di un lontano passato, seguendo un percorso a spirale, come parti di un puzzle che deve essere ricomposto.

            I moti del cuore sono un’eco dei paesaggi magici  e delle varie voci che alla sua si intrecciano e si sovrappongono. Una storia in cui la dimensione del femminile ha un ruolo centrale. Così come la terra madre che la genera. Ed è in questa isola magica che si rivela il volto guaritore della Grande Dea.

            L’Irlanda e i suoi abitanti, i suoi miti e i suoi paesaggi, si fanno mezzo di guarigione e rinascita. La struttura circolare del racconto si snoda seguendo la visione del tempo propria degli antichi Celti così che la fine della storia è anche il suo inizio.

Ma soprattutto questa è una ricerca delle radici profonde del femminile, della consapevolezza, del potere trasformatore che il principio creatore femminile possiede. E’ un percorso interiore alla ricerca di se stesse che, come ogni percorso interiore, richiede di superare delle prove, di affrontare le ombre, il dolore sepolto per poi rinascere.

Allo stesso tempo ho cercato, perché questo era per me importante, di costruire il romanzo in modo da riprodurre il senso del tempo e dello spazio che era proprio degli antichi Celti. Un tempo che non è lineare, ma circolare, e uno spazio  “il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Dunque la struttura è quella di una sorta di puzzle, in cui tempo e spazio di eventi e luoghi del passato si intrecciano a quelli del presente, di fatto annullando il confine tra visibile e invisibile, tra presente e passato.

E’ questa la sostanza del romanzo, che può leggersi come un romanzo di viaggio, come un viaggio interiore, come un’esperienza iniziatica, come un romanzo di formazione o, se si vuole, come un fantasy. Tutti questi generi si uniscono a formare una storia  in cui ho voluto riprodurre il senso del magico e del sogno che è proprio della cultura irlandese e che emerge dalle leggende, dalle fiabe e dal folklore.

(C)2011 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

VIAGGIO IN IRLANDA 2

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La Baia di Cobh, nel Munster

  

Un viaggio, ogni viaggio, se tale è,  è sempre dentro se stessi. Mi piacerebbe che qualcuno iniziasse una discussione su questo.

 Io ne sono convinta, perché molto spesso abbiamo bisogno di volgere lo sguardo all’esterno per trovarvi lo specchio dell’interno. Un volgere centripeto, poiché è nel confronto col mondo che ci conosciamo e riconosciamo.  

Avviene così anche nei rapporti umani in fondo. E anche quelli sono dei viaggi in altri universi.

L’Irlanda, tra tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato,  per me è stata questo viaggio. 

Conoscevo l’Irlanda solo da un punto di vista letterario, da studiosa di folklore e tradizioni orali, ma avevo deciso di non andarci da turista. Quel luogo aveva già troppi significati dentro di me per non desiderare di ritrovarli uno per uno in esperienze vissute.

Così mi sono fermata un anno. E lì mi sono trovata.

So che da alcuni anni l’Irlanda è di moda e che in molti che vi sono stati ha suscitato emozioni intense. Ma, come per tutti i luoghi, il solo vero modo di conoscerli è quello di diventarne parte, di lasciare che il “genius loci”, il dio protettore e signore del luogo,  ti catturi e ti accolga come parte di sé.   

Fra le cose che più mi sono rimaste dentro in Irlanda, è stata l’acqua, anzi le acque. Mare, fiumi, laghi, rivi, torrenti, fonti spesso ancora oggetto di culti molto arcaici.

L’acqua è ovunque, dentro e attorno alla terra. E isole. Isole nei fiumi e nei laghi, oltre che lungo le coste. E’ un’acqua talmente viva, che nemmeno nei laghetti più minuscoli è stagnante e pullula di forme di vita animale e vegetale.

 E poi i profumi. Perchè in Irlanda l’aria profuma. Cosa sia il profumo dell’aria noi qui lo abbiamo totalmente dimenticato. Ci siamo quasi abituati, anche quando la crediamo pulita, a quella sua pesantezza di piombo. Lì no. L’aria è leggera e porta con sé gli aromi di mille piante e fiori e della terra ricca misto a quello del mare portato dal vento fino all’interno.

 Il paesaggio non è solo saturo di verdi e azzurri e delle forme mosse delle colline o delle scogliere, delle case colorate e della vegetazione, ma è avvolto come in una carta da regalo in questo misterioso profumo che ti inebria e rende un po’ pazzerelli, come sono tutti gli irlandesi. 

© by emiliashop

Viaggio in Irlanda

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Ho vissuto in Irlanda per un anno. A Cork. Sento da sempre l’Irlanda la mia patria spirituale.

E’ una terra meravigliosa, ricca di spiritualità, rigogliosa, intensa, dove l’incredibile mutevolezza del paesaggio, la sua bellezza, ti spingono a guardarti dentro, a conoscerti. Non a caso nell’antico mondo celtico questa grande isola era considerata l’Isola Sacra per eccellenza, in cui i druidi di tutto il variegato mondo dei Celti d’Europa andavano ad apprendere la parte più complessa ed esoterica della loro conoscenza.

Era una sorta di terra-santuario, in cui immergersi e rinascere.

E di fatto l’Irlanda, ancora oggi fa questo per il visitatore non veloce e non distratto dal folklore turistico.

A chi voglia fare un viaggio in Irlanda darei il consiglio, se possibile, di non avere fretta. Questa terra non ama la fretta e la velocità. Non solo perché c’è così tanto da vedere, e va visto più con gli occhi dell’anima che con quelli fisici, ma anche e soprattutto perché gli irlandesi di oggi, non diversamente dai loro padri Celti, hanno una diversa concezione del tempo. Ce l’hanno proprio nel DNA. Se un irlandese ti dice: ci vediamo alle 3, intende qualunque ora tra le 3 e le 5 e non per maleducazione, ma proprio perché qui non si è mai dimenticato che il tempo non esiste. E’ solo una convenzione.

Certo, se si tratta di un appuntamento di affari la cosa cambia, ma solo in quel caso. In fondo l’Irlanda è oggi uno dei pochi paesi in Europa in cui la crescita economica sia così costante, anche se sta  lievemente rallentando rispetto allo scorso decennio.

E questo atteggiamento si unisce a una capacità di ironia e di affabulazione e di pazienza davvero uniche, che hanno permesso agli irlandesi di non solo sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione degli invasori britannici, ma di conservare intatta la tradizione e il sogno.

E’, l’Irlanda, l’unica terra oggi in Europa che abbia conservato intatto il suo immenso patrimonio di leggende e tradizioni, e anzi esiste a Dublino il più grande archivio europeo di documenti in questo senso. 

Io non vi darò i consigli di viaggio che potete trovare in moltissime agenzie o su internet. Ma posso dirvi con quale stato d’animo si può visitare questa terra in cui domina ancora lo spirito del passato.

Uno dei luoghi più belli, se mai è possibile fare una simile classifica di ciò che è tutto bello, è la visione che offrono le Blasket Islands, che si trovano di fronte alla penisola di Dingle, nel Kerry. Sono sette isole che si protendono verso l’Atlantico, anzi, sono la propaggine più occidentale d’Europa, oltre la quale c’è la vastità dell’oceano.

L’isola maggiore, Inish Mòr, che significa appunto Grande Isola, è stata la sola abitata, ma dagli anni 50 fu evacuata e ora è meta di turismo. Sulla terra ferma c’è un piccolo museo, bellissimo, in cui sono conservati gli oggetti della vita quotidiana dei suoi abitanti.

La popolazione di Inish Mòr era composta da poche decine di individui, che vivevano di pesca e di quel poco che dava la terra scoscesa dell’isola: patate, rape, un po’ di verdura e nulla più. Non c’era elettricità, nè telefono, solo a un certo punto, negli anni 40, un telegrafo. I giovani iniziarono a emigrare, per cercare una vita meno faticosa e più adatta, e così alla fine il governo decise di evacuare gli abitanti rimasti.

Eppure, su questa isola aspra e meravigliosa, si conservava la parlata gaelica più aulica e pura d’Irlanda e un patrimonio di leggende e tradizioni talmente ricco, che nei primi decenni del 900 iniziarono ad arrivare gli studiosi di folklore per raccogliere dalla viva voce di questi seanchaì (pronuncia scianachì, il termine gaelico che designa i narratori di storie della comunità), l’immenso patrimonio orale che alcuni individui speciali conservavano.

Studiosi inglesi, americani, svedesi rimasero ammaliati e affascinati da tanta arte narrativa e iniziarono a registrare queste voci.

Racconterò di più. E racconterò delle fonti sacre e del culto che ancora sussiste. E della Grande Dea Madre, Anu, dei circoli di pietre, non meno belli e suggestivi di Stonehenge e meno ricostruiti dall’uomo moderno.

Ma se qualcuno intanto volesse riempirsi l’anima di bellezza, vada a vedere il Kerry e le Blasket. Qui non c’è che il mare con le sue infinite sfumature, gli innumerevoli verdi e bruni del paesaggio, le coste ritagliate da un dio, come un merletto, il cielo continuamente mutevole.

Tutto qui muta, tutto è in costante mutamento, eppure tutto è sempre uguale a se stesso.

Così è difatti l’universo.

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