Di iris, di savonarole, di un anziano professore e del profumo dello scrivere.

Efisio Mameli e sua moglie

Efisio Mameli e sua moglie, la chimica Anne Mannessier. (Fonte, web)

Si può vivere tutta la vita o quasi, senza sapere che l’eccezionale ti sia passato accanto o, se lo hai percepito, senza scoprirne il senso. Il senso per te.
 Quando avevo due anni, ci trasferimmo a Padova da Roma e nell’appartamento sotto il nostro abitava il professor Efisio Mameli. Era vedovo, viveva in solitudine, ed era un signore dall’aspetto elegante, il viso appuntito, piccolo di statura, i capelli bianchissimi, il pizzetto e due occhietti penetranti. Io lo vedevo molto vecchio ovviamente, ma all’epoca doveva avere 75 anni, che oggi conterebbero assai meno del passato.
Ogni tanto andavo a trovarlo a casa sua, dove mi colpivano molto delle poltroncine di un tipo che non avevo mai visto e lui mi disse che si chiamavano savonarole, come il predicatore arso vivo. Quelle poltroncine di stile medievale, con i ricchi intarsi, ma l’aria austera, perfino tetra, come tutto l’insieme dell’arredamento del resto, molto liberty, dopo questa rivelazione mi apparvero un po’ sinistre, eppure tanto più affascinanti. Anche perché ne vidi poi di simili nella casa di Petrarca, che era vissuto più o meno all’epoca – per me – di Robin Hood. Dunque figurarsi quanto antico dovesse apparirmi il professore.
Il professor Mameli era un signore molto gentile, anche se riservato, ma la cosa più straordinaria che lo riguardava, almeno per i miei occhi di bambina, erano i fiori che aveva piantato, forse due o tre anni dopo il nostro arrivo, nel giardino del nostro piccolo condominio. Grandi bocche di leone dai molti colori, che se opportunamente manovrate, potevano parlare, ed enormi iris dai colori fiabeschi: violetti con pennellate crema e dorate, bianchi con striature lilla e viola scurissimo, ocra tigrati di viola e di marrone, bruniti con sfumature iridate.  Diceva che glieli aveva regalati sua sorella e presto si moltiplicarono, orlando le aiuole rettangolari lungo il muro, a destra e a sinistra del portoncino d’ingresso.
Fiori così non li avevo mai visti e mi apparivano creature fantastiche, vive.  Quasi non fiori ma farfalle che si posavano sugli alti steli. Ogni primavera, verso aprile, rifiorivano,  diffondendo un profumo delicatissimo, vanigliato, che ancora ho nelle narici.
Per molti anni, dopo la morte del professore, questa sua eredità profumata seguitò a ricordare ad ogni primavera la sua presenza. Perché la vita, anche dopo la morte, continua, e non solo nel ricordo, ma nelle tante tracce che lasciamo di noi. Eppure a volte, quelle tracce più evidenti ne contengono altre di più misteriose. Messaggi da essere decifrati al momento opportuno.
Io bambina con gli iris della madre di Italo Calvino, Eva Mameli

Io bambina nel giardino di casa con gli iris e le bocche di leone della madre di Italo Calvino, Eva Mameli.

Ferma al ricordo di quei fiori, di quelle savonarole e di quegli occhietti penetranti di proprietà di un signore anziano che abitava sotto di noi,  solo di recente ho scoperto che in realtà Efisio Mameli è stato un grandissimo chimico e tossicologo di fama internazionale, fondatore dell’Istituto di chimica farmaceutica e tossicologica dell’Università di Padova. Che Mameli era stato un eroe di guerra nella Prima Guerra Mondiale, attivamente presente nella vita politica italiana, difensore dei diritti delle donne, studioso all’avanguardia nel suo campo.
Ma non solo; era lo zio di Italo Calvino, perché sua sorella Eva Mameli Calvino, da lui molto amata e che gli regalava le sue piante, preziosi ibridi e incroci, botanica eccezionale, era appunto la madre dello scrittore. Tra “gli zii chimici” (Efisio Mameli e sua moglie, anche lei chimica di valore), come lui li chiamava, e Italo Calvino, c’era un grande affetto e si frequentavano spesso. Infatti, alla sua morte, Efisio Mameli lasciò la sua intera biblioteca, quella che io vedevo racchiusa in solide librerie intagliate di quercia scura, alla sorella e al nipote.
Io purtroppo ero una bambina – quando Mameli morì avevo nove anni – e non facevo certo caso a chi venisse a trovare il professore, ma è possibile che mi sia accaduto di incrociare il giovane Calvino in giardino o sulle scale di casa o la sua mamma.
E così, con un gioco di immaginazione, amo pensare che il grande amore che ho per la scrittura di Calvino, il considerarlo uno dei miei Maestri, l’ispirazione che sempre ho tratto da lui sia una magia di quei fiori rarissimi. Forse il suo influsso è passato attraverso il loro profumo, le loro forme e i loro colori bizzarri.
Il Postino di Domenico Dara – e io con lui – annoterebbe tutto questo nel suo quadernetto delle Coincidenze.
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(C)2016 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Io sono il Nordest – Antologia di scrittrici del Veneto, Venezia Giulia, Trentino. Apogeo Editore

Sono onorata di essere  parte di questo gruppo di  scrittrici che raccontano un territorio, il Nordest, dalle caratteristiche uniche, in un’antologia di racconti edita da Apogeo Editore, che verrà presentata ufficialmente al pubblico il 20 marzo 2016 a Padova e successivamente in molte altre città. Io sono nata a Roma, ma Padova è la mia città da quando avevo due anni, a parte i miei soggiorni all’estero. Qui sono nati i miei figli, qui ho legami e affetti, qui ha svolto il suo magistero mio padre, qui ho legami col territorio e dunque nel mio racconto ho voluto intrecciare Nord e Sud, donne, situazioni e mentalità apparentemente diverse ma che, alla radice, hanno un comune denominatore: la forza di affrontare la vita, le sue crudeltà, le sue dolcezze e le sue bizzarrie.   Inoltre i proventi della pubblicazione andranno a un progetto che sta a cuore a tutte noi. 

 

Francesca Diano

 

“IO SONO IL NORDEST”

Amore, violenza, lavoro, famiglia, relazioni, potere

Sullo sfondo il Nordest, territorio in bilico tra crisi e rinascita

L’antologia di Apogeo Editore

Racconti di Antonia Arslan, Isabella Bossi Fedrigotti, Irene Cao, Mary B. Tolusso, Gabriella Imperatori, Barbara Codogno, Federica Sgaggio, Michaela K.Bellisario, Francesca Diano, Elena Girardin, Anna Laura Folena, Annalisa Bruni, Antonella Sbuelz, Micaela Scapin, Maria Pia Morelli, Serenella Antoniazzi, Irene Vella, Francesca Visentin

Le voci più rappresentative delle scrittrici di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, raccontano 18 storie indimenticabili.

Il titolo “Io sono il Nordest” vuole rendere protagonista ognuna delle autrici, ma anche tutte le donne del Nordest, la loro forza e quello sguardo speciale che hanno sulla vita.

Ogni racconto è la fotografia di una realtà, spesso brutale o difficile.

I racconti sono legati da un percorso coerente, anche se espressioni di scrittrici diverse e sono carichi di speranza, sebbene testimoniano storie di crisi, di rapporti egoistici e strumentali tra uomini e donne, in cui alle donne è negata la possibilità di essere fino in fondo persone – scrive Marina Salamon nella prefazione del libro – . Possiamo scegliere ogni giorno di crescere, imparare, evolvere la nostra storia attraverso le testimonianze di altre vite”.

Il libro, curato dalla giornalista Francesca Visentin, nasce da un’idea dell’editore Paolo Spinello di Adria, che l’ha realizzato con la sua casa editrice Apogeo. L’immagine di copertina è dell’art director Giorgio Maggiolo e ritrae Maria Giulia Zorzato, ragazzina di 11 anni di Padova, simbolo di forza, entusiasmo, fiducia nel futuro.

La vendita del libro “Io sono il Nordest” sostiene il Centro Veneto Progetti Donna e vuole contribuire al finanziamento delle case di fuga, luoghi segreti che mettono in salvo e al sicuro le donne vittime di violenza.

 

 

Fiabe d’amor crudele – racconti di Francesca Diano

Francesca Diano - Fiabe d'amor crudele. Edizioni La Gru

Francesca Diano – Fiabe d’amor crudele. Edizioni La Gru

 

Cos’è amore e cosa non lo è? Spesso chiamiamo amore l’egoismo, l’attaccamento, la dipendenza, il desiderio di rivalsa, la sete di potere, l’insicurezza. Persino la paura.   Come tutti, o come molti, mi sono spesso chiesta quale sia la vera natura dell’amore e, ovviamente, non ho risposte certe. Tutto ciò su cui posso contare, al di là delle letture, degli studi, dell’analisi del mondo in cui vivo, non è altro che l’esperienza.  Solo provando sulla propria pelle le scelte, gli eventi e le loro conseguenze nella nostra vita, solo in questo modo capiamo e apprendiamo. Solo sbattendo – spesso malamente – la faccia contro gli errori siamo in grado di vederli come maestri. Se lo vogliamo, ovviamente.  E, in tal senso, non esistono errori o scelte sbagliate, ma esperienze necessarie.

Si può imparare ad amare? Sì, credo di sì.  Per la maggior  parte di noi, per chi non nasce già con quella consapevolezza che l’amore è semplicemente accoglienza e dono, che l’amore per se stessi è un’unica cosa con l’amore per tutti gli altri e per tutto ciò che esiste,  per tutti noi dunque è possibile  imparare ad amare. Ma non ci si illuda che sia facile;  è un percorso lungo e molto accidentato. E’ lungo e faticoso, richiede cuore forte e  animo coraggioso.

Amare non è cosa per cuori pavidi.  E così questo lungo apprendimento, che richiede coraggio e pazienza,  è riflesso nella ricchezza multiforme del mito e della fiaba, luoghi universali del simbolo e del cammino iniziatico.

L’opposto dell’amore non è l’odio. E’ la crudeltà, la malvagità. L’amore trae gioia dal dono, dal sacrificio – nel senso più profondo e originario del sacer facere – dal traslare e trasmutare ciò che di sé si dona all’altro nella sfera del sacro. E’ un’unione mistica con l’altro, prima ancora che fisica. Ed è il riconoscimento della propria sacralità.   Quello che ho definito “non amore”, o “amor crudele” è il regno oscuro della negazione: prima di tutto del proprio Sé e poi di quello dell’altro. Non v’è gioia in questa oscurità, ma solo sofferenza.  Rabbia, invidia, dolore, che possono trasformarsi in odio distruttivo perché è negata la via d’accesso alla pienezza. Così, le vittime del non amore diventano strumenti crudeli di distruzione:  di se stessi e degli altri. E l’unico piacere che si conosce è quello di proiettare all’esterno, sull’altro, la propria sofferenza, la propria inadeguatezza, nel tentativo di liberarsene. La sofferenza che nell’altro si provoca è l’unica forma di piacere.  Un piacere monco e sordo. Sterile e crudele.

Molti di questi racconti sono nati nel corso dei decenni passati. Alcuni avevano una forma diversa, poi rielaborata, ma il nucleo è rimasto lo stesso, altri sono nati più di recente. Nello scrivere questi racconti, molto diversi tra loro per stile, ambientazione temporale e geografica, ho seguito un filo molto preciso e coerente. Ho voluto analizzare – e quindi capire – i meccanismi del non amore, la sua natura e gli effetti.  Qualcuno dei miei personaggi si salva, qualcuno affonda. Qualcuno capisce, qualcuno non è in grado di farlo. Uomini e donne annaspano in paludi che a volte hanno apparenza piacevole, si muovono in un mondo di illusioni ed equivoci. E pagano un prezzo. In genere molto alto. Lo pagano e lo fanno pagare. C’è chi vive in un paesino di mare in qualche luogo del sud Italia, chi si muove tra le calli e il Ghetto di Venezia, chi in una città del nord, chi nella Londra contemporanea, chi nella Creta del XV sec. , chi attraversa l’Italia del XVII sec. con una compagnia di Comici dell’Arte…  se si incontrassero tutti insieme non si riconoscerebbero. Eppure tutti hanno dentro un guasto comune, una ferita analoga.

La crudeltà, l’orrore della tenebra del cuore si possono narrare in molti modi. Io ho scelto la leggerezza quando possibile, e l’ironia. Perché quanto più vischioso e denso il buio, tanto più intensa dev’essere la luminosità del raggio che lo sfiora per disegnarne l’esatta geografia. Ottusa e pesante è la crudeltà del non amore, ma manca di verità. Mentre lieve e luminosa è la verità. O almeno quanto di essa siamo in grado di percepire. Ma, se un barlume anche solo ne abbiamo, l’unico strumento è quello del saper amare.

Il bellissimo disegno della copertina, il Padma, è opera di mia figlia Marged Trumper e rappresenta il Loto del cuore nei suoi diversi stadi.

Francesca Diano Fiabe d’amor crudele, 2013 Edizioni La Gru

(C) 2013 by FRANCESCA DIANO  – RIPRODUZIONE RISERVATA