Ennio Abate – Riflessioni su “Dinanzi al morire” di Francesca Diano

 

 Vanitas vanitatum (Ecclesiastes 1:12f) - Salvador Dali

Vanitas vanitatum – Salvador Dalì

Ospito molto volentieri alcune riflessioni di Ennio Abate a proposito del mio post sul Convegno “Dinanzi al morire”, che potete leggere qui https://emiliashop.wordpress.com/2012/09/09/dinanzi-al-morire-percorsi-interdisciplinari-dalla-ricerca-allintervento-palliativo/

riflessioni che avrebbero richiesto uno spazio troppo ampio se in forma di commento.

Francesca Diano 

Ieri sono stato ai funerali di Carlo Oliva. C’era molta gente. Nel salone in sottofondo una canzone anarchica. «Nostra patria è il mondo inter..». Sicuramente molti di questi suoi amici e amiche, oggi coi segni della vecchiaia nei corpi, saranno stati nelle manifestazioni a cui anch’io partecipai nel ’68-’69 per le strade di Milano. Invano cerco di riconoscere  qualche volto. Non siamo più quelli di allora. Tra quanti hanno preso la parola per salutare l’amico morto, le  cose più commosse e amare le ha dette Felice Accame, il libraio della Odradek di Milano, che con Carlo Oliva ha avuto un sodalizio intellettuale durato oltre un quarantennio. Ha accennato alla forza dell’amicizia e alla fiducia che si era costruita tra loro due nel tempo: quello che scriveva uno era condiviso  pienamente dall’altro. Ma ha anche detto che tutto quel lavoro  compiuto assieme in tanti anni è rimasto inascoltato: la società è andata nella direzione opposta a quella desiderata; i nemici si sono dimostrati  più forti. È un atto di coraggio, per me ammirevole, dirselo e dirlo in pubblico davanti alla salma di un amico. Poi ciascuno farà o confermerà la propria scelta: inchinarsi ai forti diventati più forti o continuare a resistere comunque.

2.

Oggi, con ancora nella mente le immagini della salma di Carlo Oliva e del suo funerale, leggo sul blog IL RAMO DI CORALLO «Dinanzi al morire – Un convegno e tre mondi a confronto». È un resoconto dei principali interventi lì tenuti, ma anche una profonda riflessione sul tema della morte che relegata da noi «nel sottoscala, come un parente di cui ci si vergogna». Francesca Diano sostiene, infatti, che «l’occidente non accetta la morte» e non la vuole «guardare in faccia», pur essendo «una delle società più violente, sanguinarie e prive di compassione». Aggiunge che da noi «il lutto diviene spesso una patologia da guarire», per il venir meno di «quelle forme e quei riti codificati che nel corso della storia e delle culture hanno accompagnato il trapasso». E conclude con una sorta di denuncia: oggi si preferisce coprire il vuoto prodotto dalla perdita di senso di quei riti con «l’ossessiva celebrazione dell’eterna giovinezza, dell’eterna efficienza, dell’eterna sopravvivenza a qualunque costo».

3.

Mi chiedo se sia davvero così. Certo, è così nella sfera pubblica dei mass media, il cui immaginario ci avvolge e ci condiziona. Ma penso che la morte  sia stata «temuta, relegata ai margini, rimossa» anche nelle epoche precedenti. Anche se in modi forse meno drastici, più “umani” rispetto alle società di massa odierne. Credo che non sia possibile costruire alcuna civiltà mantenendo o mettendo la morte in primo piano.  E se è vero che la morte «è in fondo una dimensione irrazionale», la razionalità (o meglio la ragione) a me pare sia servita a non consegnarsi totalmente alla sua “brutalità” fino a farsene paralizzare. Non mi pare, dunque, giusto sostenere che la razionalità  « a nulla serve». Né rimproverare l’Occidente o la scienza, che sulla razionalità si è costruita (non senza rischi e danni, come abbiamo potuto vedere nei secoli recenti dopo l’ubriacatura illuministica e positivista), di  aver «liquidato con poca grazia l’invisibile» e di  non avere più, per questo, «gli strumenti per rapportarsi con la morte». Direi, piuttosto, che il rapporto con la morte abbia dovuto essere fondamentalmente di ostilità: tu, Morte, sei nemica nostra. Non ti possiamo eliminare, ma faremo di tutto per tenerti a bada. Perché, infatti, dovremmo dare alla morte «quella solennità, quella dignità», di cui il mondo moderno l’avrebbe privata? L’ha, in fondo, mai avuta? O le fu data in epoche in cui l’umanità era più inerme di fronte alla sua  minaccia e, non avendo alternativa, era costretta a muoversi  nell’orizzonte del pensiero magico?

4.

Francesca Diano riferisce pure che nel convegno di Padova  il rabbino Giuseppe Laras, presidente della Comunità Rabbinica italiana, il filosofo Umberto Curi e il lama tibetano Tharchin Rimpoche, sono stati invitati a presentare ciascuno la propria visione e le proprie considerazioni sulla morte e sul come affrontarla. Leggendo il suo resoconto mi vengono spontanee alcune obiezioni sui vari interventi. Se, come dice Curi, «ciò che la filosofia può fare è mostrare l’infondatezza di ogni discorso che voglia compiutamente dire la morte», com’è possibile essere d’accordo con l’affermazione «la morte è ciò che dà significato alla vita»? Proprio il non poterla dire e farne esperienza ma l’essere costretti a “spiarne” i segni del suo approssimarsi sui corpi degli altri (e in misura minore sul nostro), mi pare che impedisca che essa dia significato – il che verrebbe a dire: fare da fondamento –  alla vita.  Se non nei modi ambigui e indiretti di cui dirò più avanti al punto 5. A me pare poi di capire (sempre dal resoconto) che l’intervento del Rabbino Laras, studioso di Moisè Maimonide e del pensiero ebraico medievale e rinascimentale, abbia di fatto posto solo domande, senza dare alcuna riposta. «Nessuno è tornato dalla morte a raccontare cosa ci sia di là» – ha detto – «tranne in un episodio narrato dalla Bibbia». L’episodio è quello che narra di un uomo morto e poi tornato alla vita. A chi gli chiedeva come fosse l’aldilà, aveva risposto che era esattamente come qui: tutto era uguale, ma alla rovescia e  quelli che erano stati ricchi sulla terra erano diventati poveri, quelli che erano potenti miseri ecc. Ora io posso trovare affascinanti sia il racconto  che una concezione rovesciata del mondo, ma cosa queste immagini aggiungono al senso comune sulla morte che tutti noi abbiamo, se sembrano confermare un nostro ben noto desiderio (infantile) di immortalità che ci accompagna da sempre? Più dubbi (inquieti e forse fecondi) mi mette – e qui il legame col discorso di Felice Accame (che ho ricordato al punto 1) è evidente – il richiamo del rabbino Laras al Qohèlet e all’Ecclesiaste  o all’antichissimo detto «vanitas vanitatum et omnia vanitas». E mi chiedo però: furono, dunque, vane le nostre lotte (nei tempi in cui fummo capaci di intraprenderle)? lo sono quelle che si stanno facendo ora o che  altri si apprestano a fare? E ancora: sono esse che forse impedirono o impediscono di dare quello che una persona dotta come il rabbino Laras sa dare (e cioè quella decisione di assistere nell’ultimo tratto del viaggio i suoi simili e «dare come viatico la propria presenza amorevole e amicale»)?

 

5.

E vengo al discorso della morte che darebbe significato alla vita. Sempre perplesso mi chiedo: perché dovrei propormi di sperimentare «tale cessazione [la morte] mentre sono ancora in vita»? o dovrei « liberare la mente da tutto ciò che la [mia] memoria ha accumulato»? Per prepararmi all’atto traumatico e misterioso della morte? Per rinvigorire paradossalmente  la mia voglia di vivere con uno stratagemma, intellettualistico, raffinato e quasi omeopatico? Insomma, a me questo suggerimento (o pretesa)  pare una sorta di gratuito esercizio di anticipazione, che ha gli ambigui caratteri dell’esorcisma popolare. (Mi viene in mente la poesia in cui Giovanni Giudici  immagina il proprio funerale). Dimostra la forza della nostra immaginazione, direi. Ma nulla più.

6. Nel passo in cui viene ripresa la posizione di Jiddu Krishnamurti: «Qualsiasi cosa siate, buddhisti, induisti, cristiani o altro ancora, siete plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione. Siete avidità, invidia, gioia, piacere, il godimento di qualcosa di bello, l’angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarsi; siete tutto ciò, ovvero il processo della continuità. Consideriamone un aspetto: siete attaccati a ciò che possedete. È un dato di fatto. Non intendo parlare del distacco. Siete attaccati alle vostre opinioni , al vostro modo di pensare», ancora mi chiedo: perché non dovrei essere attaccato a qualcosa, se appunto sono vivo? Al massimo sono disposto  a valutare se certi miei attaccamenti sono positivi o negativi, mi fanno  bene o procurano dolore ad altri; e a cercare di sostituire  quello che risultasse negativo con uno che giudico più positivo. Dire, però, che sono attaccato a qualcosa solo per paura mi pare una intimidazione. Sentirmi dire che «senza tale attaccamento non sareste nulla» mi irrita. Sono attaccato a cose  o persone che mi piacciono o mi danno piacere. È vero poi che, se me le tolgono o le perdo, sperimento qualcosa che s’avvicina alla morte. Però non è ancora la morte. Perché, se perdo certe cose e persone amate o alle quali sono semplicemente affezionato, non perdo ancora tutto. La possibilità di  sopravvivere, magari in condizioni più negative, con delle mutilazioni (corporee o affettive), rimane.

7.

Proprio perché «quando la morte sopraggiunge non ci chiede il permesso, arriva e si prende la nostra vita , ci distrugge in un sol colpo», tutti i possibili preparativi alla morte immaginati dalle varie tradizioni restano, secondo me, dubbi e semplicemente consolatori (cosa che non disprezzo: se uno ci crede non vedo perché strapparglieli). Restano, comunque, entro la logica della vita. Che un po’ si muore «ogni giorno, in ogni momento» è vero, ma è un pensiero  con cui i vivi imparano a convivere. (Anche se ammetto che si possa andare incontro – sempre da vivi – a situazione patologiche, che  annullano tale controllo o gli effetti di contenimento dell’angoscia che nasce da un apprendimento doloroso e non facile). Prospettare, invece, l’obiettivo di una «cessazione di ogni ambizione» in vista di una conoscenza di «quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere, per cosi dire, l’abisso dell’eterno movimento, e oltrepassarne il confine, che è la morte» è proporre una forma di vita ascetica, ma non una sperimentazione inedita della morte. E anche confondere la morte con Dio mi pare una consolatoria menzogna che serve solo a giustificare e ad enfatizzare una conoscenza della morte che in realtà non c’è, essendo tale ascetismo solo in grado di fingere la morte.

8.

«Ecco perché voglio conoscere la morte completamente. Perciò devo morire a tutto ciò che già conosco». Questa frase esprime per me un ideale ascetico. Che rispetto a patto che sia accompagnato dalla consapevolezza che esso non garantisce nulla di più rispetto alle esperienze più “comuni”con cui gli uomini  affrontano la morte. Non mi sembra che questa operazione della mente (questo “esercizio spirituale”) renda un umano «consapevole del non conosciuto». Proprio perché, nell’eseguirlo, nel praticarlo, egli non «muore al conosciuto». Non ha, cioè, accesso allo sconosciuto in questo modo simulato. Finge solo di morire. E posso intendere tale finzione come qualcosa di positivo (come accade per l’arte). Una simulazione però non ci permette di «scoprire cosa sia la morte mentre sono ancora in vita», ma solo di fingere questa scoperta. Proprio come avviene a teatro, quando un attore recita e fa il morto. Recitare la propria morte non significa provarla. Ti liberi dalla paura della morte per  qualche istante, temporaneamente, ma subito le paure torneranno. Per provare la morte, bisognerebbe morire veramente. Ma, se muori, non puoi dire più cosa provi. Che la simulazione permetta di conoscere qualcosa a cui prima non si pensava o a cui si pensava per attimi e distrattamente è vero. Ma la morte è, resta altra cosa. Quando poi si mescolano amore e morte («Mi chiedo se abbiate mai conosciuto veramente l’amore. Penso che in realtà morte e amore vadano di pari passo. Morte , amore e vita sono la stessa identica cosa.»), ribatterei: No, non sono la stessa cosa. Noi abbiamo dovuto dividere la vita dalla morte per difenderci. E questo penso si faccia ancora anche quando si ama. «Per amare bisogna morire»? Bisogna intendersi sulle parole. Se con quel «bisogna morire» indichiamo questa ambigua simulazione della morte, questo “esercizio spirituale” che ha per tema la morte, rientriamo nel caso trattato al punto 5. È come se ci “drogassimo” con il pensiero della morte per  godere di più dell’amore. Infine, se devo credere in dio  («Il dio in cui credete è un meraviglioso espediente per sfuggire alla paura») solo per sfuggire alla paura della morte, mi pare davvero fare un torto a questo dio. Farei un uso strumentale o di dio, se esistesse o di una  mia/nostra fantasia, nel caso contrario.

(c) Ennio Abate 19 ottobre 2012 RIPRODUZIONE RISERVATA

Dinanzi al morire – Un convegno e tre mondi a confronto

L’occidente ha un rapporto molto controverso con la morte, e oggi più che mai. Che sia la propria o la morte dell’altro, questo, che è un evento certo e naturale, viene considerato forse il più inaccettabile e “osceno” dalla nostra cultura. L’occidente non accetta la morte.  A parte le morti violente (per incidente o altro), il trapasso è confinato negli ospedali e lasciato alle cure dei “tecnici”. La nostra, che è una delle società più violente, sanguinarie e prive di compassione, generatrice di morte, non vuole guardare in faccia la morte. Dunque anche il lutto diviene spesso una patologia da guarire. Perché quelle forme e quei riti codificati che nel corso della storia e delle culture hanno accompagnato il trapasso, che rendevano possibile sanare e ricomporre, quantomeno a livello sociale, ma anche individuale e psicologico, lo strappo operato dalla morte, non sussistono più qui da noi. E questa è una grande perdita. Si potrebbe dire che l’occidente è in lutto per la perdita del lutto. E questo ha lasciato un vuoto che si tenta di riempire con l’ossessiva celebrazione dell’eterna giovinezza, dell’eterna efficienza, dell’eterna sopravvivenza a qualunque costo. Ma ovviamente invano. E questo è il tragico abbaglio dell’occidente. L’aver relegato la morte nel sottoscala, come un parente di cui ci si vergogna. Non è una questione di religione o di fede, ma di perdita profonda del Sé.  La morte, che è parte integrante della vita, come lo è la nascita, è temuta, relegata ai margini, rimossa. Ma questo accade perché si è tolto alla vita il suo senso profondo e il suo valore.

Poiché la morte è un regno sconosciuto, ben più dell’universo, che si può comunque esplorare e scoprire con la tecnologia, è in fondo una dimensione irrazionale. Cioè, la razionalità a nulla serve e, poiché l’occidente, col trionfo della sua scienza razionale, altro mezzo di indagine e conoscenza non ammette e ha liquidato con poca grazia l’invisibile, non è più in grado, non ha più gli strumenti per rapportarsi con la morte.

Dunque, come accade, la morte diventa qualcosa da analizzare in convegni, seminari, corsi universitari, forse per tornare a darle quella solennità, quella dignità di cui il mondo moderno l’ha privata. Eppure non posso non pensare che, l’esistenza di una disciplina chiamata tanatologia, che lo studiare NON  da un punto di vista storico o antropologico o filosofico la morte, ma da un punto di vista patologico e medico (come affrontarla, come aiutare chi resta ecc.) significhi definitivamente relegare l’evento che accomuna ogni essere  vivente in un ghetto accademico. La morte come oggetto. Tuttavia, se l’affrontare questo nodo con un approccio interdisciplinare può servire a liberare il rapporto con la morte dalle retrovie della sua rimozione, ben venga.

Dal 6 all’8 settembre 2012 il Centro Culturale San Gaetano di Padova ospita il Convegno internazionale  “Dinanzi al morire”,  organizzato da Ines Testoni direttore del Master “Death studies & the End of Life” dell’Università di Padova in collaborazione con FISPPA sezione di Psicologia Applicata, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Università degli Studi di Padova, Associazione Italiana di Psicologia, Ordine Nazionale Psicologi, Comune di Padova – Assessorato alla Cultura, GRUPPO AIP “Death & Dying studies per l’intervento psicologico”, Ordine degli Psicologi, Ordine dei Medici, Sicp, Aiom, Sipsot e Sipo. Il titolo del convegno però è “Dinanzi al morire”. Dunque il suo scopo è quello di indagare l’approccio con la morte nella nostra società, più che la morte in sé.

Nel primo pomeriggio del 6 settembre si sono incontrati sul podio dei relatori  il Rabbino Giuseppe Laras, presidente della Comunità Rabbinica italiana, il filosofo Umberto Curi e il lama tibetano Tharchin Rimpoche, a presentare ciascuno la propria visione e le proprie considerazioni sulla morte e sul come affrontarla.

La cosa più interessante è stata osservare e mettere a confronto tre mondi, tre culture, tre visioni fra loro molto lontane. Umberto Curi, il cui saggio Via di qua. Imparare a morire,  esplora proprio quella dimensione contraddittoria che è il morire,  ha parlato da filosofo, ma non solo da filosofo, citando Seneca che, nella Lettera a Lucilio, pone, in modo del tutto inaspettato e improvviso,  la questione: che cosa è la morte? E la risposta è: o fine o passaggio. “Passaggio” che in termini cristiani, si potrebbe dire “ritorno”. Dunque, ha sottolineato Curi, la morte è qualcosa. Ma per Curi questa risposta di Seneca non è sufficiente. La sua analisi – di cosa sia il processo della morte – spazia dalla tragedia e dalla filosofia  greca a Kafka,  al gigante Rilke.  Dal mito di Orfeo (che impegna Curi da molti anni)  alla “favola” dell’ Alcesti euripidea, poiché la filosofia non offre – di fronte alla morte – le chiavi e le parole sufficienti. Con la limpidezza e la chiarezza che gli sono proprie e così rare oggi, ha dato prova di quale ricchezza si dispieghi dianzi a un pensatore se non si limita a coltivare un angusto e soffocante orticello.  “Ciò che la filosofia può fare è mostrare l’infondatezza di ogni discorso che voglia compiutamente dire la morte”, afferma Curi, che è un grande lettore di miti. La morte è ciò che dà significato alla vita. E su questo non si può non convenire.  Nell’Euridice di Rilke, Curi scopre la vera lettura del gesto incomprensibile di Orfeo: la sua impazienza di fronte all’estrema lentezza di Euridice nel seguirlo. Per Euridice la morte è una forma di esistenza pari a quella che per i vivi è la vita. Ormai vi appartiene ed è riluttante ad abbandonarla. Al punto è ormai estranea alla vita, che non solo non riconosce Orfeo, ma non ne percepisce nemmeno la presenza. “Chi?” chiede a Hermes. E non ricorda, questa inversione dei piani, la morte descritta dalle mummie leopardiane nel Coro dei Morti del  Dialogo di Federigo Ruysch e delle sue mummie?

“Vivemmo: e qual di paurosa larva,
E di sudato sogno,
A lattante fanciullo erra nell’alma
Confusa ricordanza:
Tal memoria n’avanza
Del viver nostro: ma da tema è lunge
Il rimembrar. Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?
Cosa arcana e stupenda
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale
Qual de’ vivi al pensiero
L’ignota morte appar. Come da morte
Vivendo rifuggia, così rifugge
Dalla fiamma vitale
Nostra ignuda natura;
Lieta no ma sicura,

Però ch’esser beato
Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.”

Il successivo intervento del Rabbino Laras, dottissimo studioso di Moisè Maimonide e finissimo conoscitore del pensiero ebraico medievale e rinascimentale, ha di fatto posto solo delle domande. Senza dare alcuna riposta. “Nessuno è tornato dalla morte a raccontare cosa ci sia di là”, ha detto. “Tranne in un episodio narrato dalla Bibbia”. L’episodio narra di un uomo, morto e poi tornato alla vita. A chi gli chiedesse come fosse l’aldilà, rispose che era esattamente come qui. Tutto uguale. Solo rovesciato. Quelli che erano stati ricchi sono poveri, quelli che erano potenti sono miseri ecc. Mi ha affascinata questa prospettiva del mondo rovesciato, perché l’avevo già trovata in quel meraviglioso racconto di Isaac B. Singer, Jachid e Jechidà,in cui degli esseri perfetti abitano un mondo perfetto. Ma anche in quel mondo esiste il peccato, la trasgressione delle leggi che lo reggono. E allora possono essere condannati a morte. E quando si muore, si va a Sheol (il Regno dei morti) che, dice Singer: “laggiù chiamano Terra”. Dunque, la vita è la morte e la morte è la vita.

Ed ecco allora che quel “rovesciamento” quell’inversione che si trovava nell’Euridice di Rilke citata da Curi, ritorna anche qui.

Nell’accennare al Qohèlet poi, al Libro dell’Ecclesiate, il Rabbino ha fatto riferimento al vanitas vanitatum et omnia vanitas che è ciò che resta quando l’uomo pretende di raggiungere la felicità attraverso i beni materiali. La vanità del tutto, se dopo la vita ci fosse solo la morte.

Il Rabbino Laras, nel porre (e porsi) domande, seguendo quindi l’antichissima e sottilissima tradizione talmudica, non aveva risposte da dare su cosa sia il morire, ma la sua esperienza umana di chi assiste nell’ultimo tratto del viaggio i suoi simili e può solo dare come viatico la propria presenza amorevole e amicale.

Infine, in questo che ai miei occhi è apparso davvero un rivivere la parabola di Melchisedec e il Saladino, pur con il buddhismo al posto dell’Islam, ha parlato il Lama Tharchin Rimpoche. Ho trovato il suo sforzo di esprimersi in italiano una prova di generosità e coraggio, perché non conosce molto bene la nostra lingua. Ma questo non solo non gli ha impedito di farsi comprendere perfettamente, anzi gli ha permesso di isolare quei pochi concetti, apparentemente semplici, ma enormi come oceani, che sono alla base del lamaismo tibetano, ma anche più in generale del buddhismo. Perché temere la morte? E’ un ritorno a casa. Si torna a casa dopo “una vacanza di lavoro”, la vita. E se l’uomo vive con questo perenne stato di pesantezza, di scontentezza, che gli grava l’anima nonostante tutto ciò che possiede, questo è l’effetto dell’attaccamento. Ma, ripeteva il Lama, qui tutto è impermanenza. Nulla è stabile, nulla è fisso. Tutto di fatto è illusorio, proprio come nel Qohélet del rabbino Laras. Vero, forse si dirà che sono i soliti, pochi concetti che il buddhismo parrebbe ripetere agli orecchi occidentali. Ma il buddhismo non usa lo strumento della dialettica. I Maestri buddhisti non articolano in analisi sottili il loro insegnamento. danno solo delle regole pratiche. Poiché il buddhismo, come anche le arti e la medicina in oriente, insegna attraverso la pratica. In India questa antichissima tradizione  si chiama guru-shishya parampara. Trasmissione diretta da maestro ad allievo attraverso la pratica.

Mi piace qui però ricordare quel grandissimo pensatore rivoluzionario, slegato da ogni scuola di pensiero, filosofia, credo o religione e che rifiutò tutta la vita di avere un seguito, una scuola o dei seguaci. Parlo di Jiddu Krishnamurti. Nella conferenza dal titolo “Sul vivere e sul morire” che tenne a Madras nel 1959, afferma che la radice di ogni disagio e infelicità è la paura. E la paura più grande è quella della morte. Ora – si chiede Krishnamurti – cos’è la morte? La stessa domanda di Seneca. La morte, dice Krishnamurti, è cessazione.  Non ha importanza che vi sia o meno una vita dopo la morte.  Ciò che interessa è la cessazione.

“Posso sperimentare tale cessazione mentre sono ancora in vita? Come posso far sì che la mia mente, con tutti i suoi pensieri, le attività, i ricordi, giunga alla fine mentre sono in vita, con il corpo non ancora intaccato dalla vecchiaia e dalla malattia, o spazzato via da un incidente?

La mia mente, che ha edificato un senso di continuità , può cessare ora , invece che all’ultimo respiro?
Voglio dire , è davvero impossibile liberare la mente da tutto ciò che la sua memoria ha accumulato?
Qualsiasi cosa siate, buddhisti, induisti, cristiani o altro ancora, siete plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione.
Siete avidità, invidia, gioia, piacere, il godimento di qualcosa di bello, l’angoscia del non essere amati, del non riuscire a realizzarsi; siete tutto ciò, ovvero il processo della continuità. Consideriamone un aspetto: siete attaccati a ciò che possedete. È un dato di fatto. Non intendo parlare del distacco.
Siete attaccati alle vostre opinioni , al vostro modo di pensare.
Ora , siete capaci di porre fine a tale attaccamento?
Perché siete attaccati? È questo il punto, non come realizzare il distacco.
Se vi sforzate di essere distaccati, non fate altro che alimentare l’opposto, e di conseguenza la contraddizione continua. Tuttavia nel momento in cui la vostra mente è libera dall’attaccamento, è anche libera da quel senso di continuità che è generato proprio dall’attaccamento, non vi pare?
Allora , perché siete attaccati a qualcosa?
Perché avete paura che senza tale attaccamento non sareste nulla; quindi voi siete la vostra casa, siete vostra moglie, siete il vostro conto in banca, siete il vostro lavoro.
Siete tutte queste cose. Se riuscirete a mettere fine a tale senso di continuità, generato dall’attaccamento, facendolo cessare completamente, saprete cos’è la morte.
È chiaro? Per esempio, supponiamo che io odi e che mi sia trascinato quest’odio nella memoria per anni, lottando continuamente con esso.
Posso smettere di odiare all’istante?
Posso lasciarlo andare con la stessa definitività della morte?
Quando la morte sopraggiunge non ci chiede il permesso, arriva e si prende la nostra vita , ci distrugge in un sol colpo.
Possiamo lasciar andare nello stesso modo l’odio, l’invidia, l’orgoglio del possesso, l’attaccamento al credo, alle opinioni, alle idee, a un certo modo di pensare?
Possiamo abbandonare tutto ciò all’istante?
Non c’è un metodo per farlo, perché ciò non rappresenterebbe altro che una forma di continuità. Abbandonare credo, opinioni, attaccamenti, avidità o invidia vuol dire morire, morire ogni giorno, in ogni momento.
Se giungiamo alla cessazione di ogni ambizione, istante dopo istante, conosceremo quella condizione straordinaria che consiste nel non essere nulla, nel raggiungere, per cosi dire, l’abisso dell’eterno movimento, e oltrepassarne il confine, che è la morte.
Voglio sapere tutto della morte, perché la morte potrebbe essere la realtà , potrebbe essere ciò che chiamiamo Dio , quel qualcosa di assolutamente straordinario che vive e si muove, eppure non ha inizio né fine.
Ecco perché voglio conoscere la morte completamente.
Perciò devo morire a tutto ciò che già conosco.
La mente può essere consapevole del non conosciuto solo se muore al conosciuto, se muore senza avere obiettivi, senza sperare in una ricompensa né temere una punizione.
Allora potrò scoprire cosa sia la morte mentre sono ancora in vita, ed è in tale scoperta che posso trovare la libertà dalla paura.
Che ci sia o non ci sia una continuità dopo la morte fisica è irrilevante.
Che ci sia o non ci sia una rinascita è una questione di nessun conto.
Per me la vita non è separata dalla morte perché nella vita c’è la morte.
Non c’è separazione tra la morte e la vita. Possiamo conoscere la morte perché la mente muore in ogni istante, ed è in quella cessazione, non nella continuità, che si cela il rinnovamento, la novità, la vitalità e l’innocenza.
Tuttavia , per molti di noi la morte è una cosa che la mente non ha mai davvero sperimentato. Per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un’esperienza diretta.
Mi chiedo se abbiate mai conosciuto veramente l’amore.
Penso che in realtà morte e amore vadano di pari passo.
Morte , amore e vita sono la stessa identica cosa.
Ma noi abbiamo diviso la vita, così come abbiamo fatto con la terra.
Parliamo dell’amore come di qualcosa che può essere carnale o spirituale, e abbiamo dato avvio a una battaglia tra il sacro e il profano. Abbiamo separato ciò che l’amore è realmente da ciò che dovrebbe essere, cosicché non giungiamo mai a sapere cosa sia.
L’amore è senza dubbio una sensazione totale che non è sentimentale, nella quale non c’è alcun senso di separazione. È la completa purezza della sensazione senza le caratteristiche divisorie e frammentanti dell’intelletto. L’amore non ha un senso di continuità. Laddove c’è un senso di continuità l’amore è già morto, ha il retaggio dello ieri, con i suoi tristi ricordi, le liti e le brutalità.
Per amare bisogna morire. La morte è amore, le due cose non sono separate.
Tuttavia non voglio che vi lasciate incantare dalle mie parole: dovete sperimentarlo, e cioè penetrarlo, gustarlo e scoprirlo da soli.
La paura della più totale solitudine, dell’isolamento, del non essere nulla è la base, la radice stessa della nostra auto contraddizione. Poiché abbiamo paura di non essere nulla, subiamo la frammentazione generata dai nostri desideri, ognuno dei quali ci spinge in una direzione diversa. Ecco perché c’è sicuramente libertà dalla paura quando la mente conosce l’azione totale, non contraddittoria; un’azione nella quale andare in ufficio non è diverso dal non andarci, dal diventare un sannyasin, dal meditare o dall’osservare il cielo al tramonto.
Tuttavia la paura stessa deve essere sperimentata, altrimenti non può esserci libertà dalla paura, e per sperimentare la paura occorre rinunciare a ogni metodo e mezzo per sfuggirla.
Il dio in cui credete è un meraviglioso espediente per sfuggire alla paura.
I rituali, i libri, le teorie e il credo ci impediscono di sperimentarla realmente.
Scopriremo che solo nella cessazione c’è una totale assenza di paura ; la cessazione dello ieri, di ciò che è stato, ovvero del terreno in cui la paura affonda le sue radici.
Solo così capiremo che l’amore, la morte e la vita sono un’unica cosa .
La mente è libera solo quando è stata abbandonata l’accumulazione della memoria.
La creazione è nella cessazione , non nella continuità. E’ l’unica via per giungere a quell’azione totale che è vita, amore e morte.”

Nelle parole di Krishnamurti non posso non ravvisare la lettura rivoluzionario che Carlo Diano, che pure non conosceva questo testo del pensatore indiano, diede dell’Alcesti di Euripide.

(C) 2012 by Francesca Diano –  RIPRODUZIONE RISERRVATA