Anita Nair, La ferocia del cuore, tradotto da Francesca Diano al Festivaletteratura di Mantova 2012

Anita Nair, La ferocia del cuore

Come si regola un traduttore quando deve decidere se il buco che la vittima ha in testa ben piazzato sul cranio, come risulta dall’esame autoptico, è una frattura lineare, composta o depressa, anche detta fracture a la signature,  con infossamento del tessuto cranico e la deve descrivere nella sua lingua con l’appropriato linguaggio tecnico? Capita di scoprire, nelle sue ricerche, che in Arabia Saudita lo scontro fra cammelli è una causa piuttosto comune di incidenti, con un alto tasso di mortalità e morbosità e può succedere che un bimbo di quattro anni subisca, a causa di un simile scontro fra questi eleganti animali, una frattura cranica depressa.  O che l’accidentale caduta di una noce di cocco sulla testa possa causare una frattura depressa.  Così si documenta con tutta una serie di foto impressionanti tratte dai trattati di medicina legale. Ma mai tanto impressionanti quanto quelle di ferite lineari inferte da arma da taglio, con i bordi della ferita ben netti e perfettamente combacianti.

Così questa volta, traducendo questo ultimo romanzo di Anita Nair, mi sono trovata ad entrare in una stazione di Polizia di Bangalore, in un obitorio, dove sono stata ad osservare il medico legale che dissezionava un cadavere, in una sala per interrogatori, dove la Polizia, seguendo metodi più moderni e rispettosi dei diritti umani, sa come sciogliere la lingua ai sospettati a suon di pranzetti succulenti. MOLTI pranzetti succulenti, come prova un articolo comparso sul Deccan Herald  http://archive.deccanherald.com/Deccanherald/jan042004/sh1.asp

L’India è un paese dalle mille contraddizioni e dai mille volti. Sono molte le facce dell’India che i film, la letteratura, la cronaca e allo stesso tempo i luoghi comuni ci riflettono. Anita Nair ha scelto, nei suoi libri, di narrare soprattutto le contraddizioni tra un paese dalla storia e dalla cultura millenaria e una nazione che la nuova economia e lo sviluppo delle tecnologie ha reso competitivo e vincente di fronte a un Occidente in declino.

Lo scarto brusco che la convivenza tra questi due aspetti genera è visibile soprattutto nella condizione femminile. La ricca nuova borghesia dell’India che si affaccia sul futuro imita l’Occidente nello stile di vita e negli atteggiamenti. La condizione femminile delle signore e delle ragazze della nuova India si sta lentamente occidentalizzando e a volte rinnega le proprie radici culturali. Il che, se è un bene per l’emancipazione della donna, non è sempre un bene per lo sradicamento che può produrre. Questo accade soprattutto in chi confonde la cultura occidentale con il progresso e la modernità. I manager rampanti, i businessmen che stanno trasformando il paese in una superpotenza economica. Non poca parte ha avuto in questo il dominio britannico e non vi sono dubbi che l’India, che ha creato la civiltà a cui l’Occidente molti millenni fa si è abbeverato, si trova a doversi liberare dai crismi di una cultura postcoloniale.

Ci sono tuttavia intellettuali, artisti, scrittori che proseguono sulla via che la Grande Madre India ha sempre percorso da millenni: inglobare e abbracciare ciò che proviene dall’esterno per amalgamarlo e accoglierlo trasformato.
Il conflitto tra antico e nuovo, tra queste due forze, genera, per dirlo con termine della fisica, una turbolenza.
In quasi tutti i suoi romanzi Anita Nair ha cercato di leggere questa turbolenza e gli effetti che essa provoca nel mondo femminile.
La particolarità di Anita Nair come scrittrice è quella di esplorare un microcosmo – il suo Kerala nativo – con mezzi sempre nuovi e diversi. In situazioni sempre diverse.
Ma, in questo ultimo romanzo – Cut like Wound nel titolo originale – che verrà presentato a Mantova al Festivaletteratura,  l’ambiente non è più la dimensione del villaggio ma, come in parte nel precedente, L’arte di dimenticare, è la megalopoli in cui lei stessa vive: Bangalore.

Il titolo originale, Cut like Wound, è un termine tecnico, usato in patologia  forense, “ferita lineare” in italiano, che sta a indicare quel tipo di lesione nitida e allungata inferta da un mezzo tagliente. Già il titolo originale indica che si tratta di un noir, quello che in inglese si chiama whodunit. C’è un ispettore, Gowda e il suo vice, Santosh. Il primo è un uomo di mezza età, burbero, che ha combattuto tutta la vita contro la corruzione e le ipocrisie e che per questo si trova ora ai margini. E’ uomo stanco, provato, con molti problemi personali  irrisolti, ma ha qualcosa di assolutamente speciale: il suo sesto senso. Infallibile. Santosh è giovane, pieno di entusiasmo, di ideali e ha fatto di Gowda il suo idolo. Poi c’è il mondo corrotto della politica, degli sfruttatori del popolo, di chi accumula enormi profitti grazie alla sua posizione di privilegio, ben rappresentato dal Consigliere, che vive in un palazzo quasi principesco e riceve visite seduto su una sorta di trono. Ma, collegato a quel mondo, ce n’è un altro meno visibile, ma non meno presente, quello dei bassifondi, dei piccoli delinquenti, dei quartieri degradati. E c’è un serial killer. E poi ci sono i dipinti di Raja Ravi Varma,  il prodigioso pittore ottocentesco le cui rappresentazioni di dei e di eroi, di fanciulle e di scene mitologiche sono le immagini che ne costituiscono un’iconografia ormai universale e che ha inventato la calendar art. E poi  ci sono gli hijra. 

Gli hijra, che in India chiamano anche eunuchi, sono uomini che si vestono da donna e si sentono profondamente donne. Il termine significa “colui che lascia la propria tribù”, perché molti di loro venivano rifiutati dalle famiglie di origine. Non sono eunuchi in senso stretto, perché molti conservano tutti gli attributi. Sono una vera e propria casta,  con complessi riti e una propria Dea Madre di origine prevedica, la cui presenza in India è attestata sin dai tempi più antichi e in testi quali il Mahabharatha, il Ramayana e il Kama Sutra. Non sono, come qualcuno erroneamente può credere, dei transessuali o dei travestiti nel senso che noi intendiamo, e non c’è nulla, assolutamente nulla in Occidente, a cui si possano paragonare. Gli hijra sono organizzati in comunità, o case in cui una guru, o Maestra anziana ha un ruolo dominante e di cui si riconosce l’autorità. Il numero stimato degli hijra in India è di circa 200.000.

Gli hijra, o chakka in lingua kannada, non hanno diritti e solo di recente è stato loro riconosciuto il diritto al voto. La società non li tratta bene, ma di recente vi sono dei movimenti per il riconoscimento dei loro diritti. Si guadagnano da vivere chiedendo offerte, anche in modo molto insistente, ai semafori, sui treni, nei luoghi pubblici o partecipando a feste, matrimoni ecc. perché la loro presenza è ritenuta di buon auspicio e foriera di fertilità e fortuna. Si vede infatti in loro la perfezione dell’unione tra maschile e femminile, la sacra unione cosmica di Shiva e Shakti che è il cuore del tantrismo. Oggi però molti si prostituiscono per sopravvivere, anche se non è questo ciò che la loro condizione per antica tradizione prevede. Tuttavia alcuni hanno fatto fortuna. Una è diventata una modella di successo, un’altra una donna d’affari importante e qualcuno si affaccia  persino in politica.

Ho compiuto un viaggio nel mondo incantato di Raja Ravi Varma, studiandone la vita, le tecniche pittoriche, i suoi soggiorni nel palazzo reale del suo mecenate, i contatti con l’arte occidentale, la sua prodigiosa produzione e la sua visionarietà. E ho acquistato, ovviamente online, perché da noi non si trova, un piccolo flaconcino di un intensissimo profumo chiamato Shamama,  che è una preziosa mistura di fiori, legni, cortecce e spezie in base di olio di sandalo, perché uno dei personaggi lo usa in un momento cruciale e volevo sapere quali emozioni olfattive il profumo gli desse.

Come l’ispettore Gowda, il mondo corrotto della politica, l’arte di Varma e il mondo misterioso degli hijra si mescoli in questo romanzo, con la presenza di un serial killer i cui efferati delitti sono legati da un filo d’aquilone, starà al lettore scoprire.

Ma, quali difficoltà si presentano a un traduttore nel momento in cui si trova immerso in un contesto che comprende un ordinamento di polizia del tutto diverso dal nostro, esami autoptici meticolosamente descritti in tutti i loro particolari più crudi e tecnici, la mentalità di una creatura così lontana dal nostro modo di vedere le cose quale può essere quello di un hijra? Ed eccomi così alle prese con i manuali e gli ordinamenti della polizia indiana e di quella italiana, a cercare di capire quale grado corrisponde a quale, per scoprire a volte che non esiste esatto corrispondente di un ruolo o di un grado, poiché gli ordinamenti dei corpi di polizia dei nostri due paesi differiscono in molti punti. Eccomi a studiare i gradi e le stellette sulle divise per trovare delle analogie.  Eccomi allora andare a compulsare manuali di patologia forense, testi di medicina legale, foto di lesioni e grafici. Eccomi immersa nelle quasi 20.000 foto dai colori meravigliosi del fotografo indiano Firoze Shakir, che da alcuni anni gira l’India documentando e raccontando la vita e le usanze di questa straordinaria comunità. Le potete trovare qui:

http://www.flickr.com/photos/firozeshakir/sets/72157601082804917/

Il lavoro di un traduttore è fatto di conoscenza. Spesso si imparano cose che mai avresti immaginato. Così, tra commissariati indiani, vicoli di Bangalore, l’arte di Varma, corruzione politica, hijra, patologia e psicologia forense, spero di aver reso il fascino di questa detective story avvincente.

(C) 2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Kamala Das – La danza degli eunuchi e altre poesie. Traduzione di Francesca Diano

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Kamala Das

Kamala Das,   nata Kamala Madhavikutty successivamente Kamala Surayya, (Punnayurkulam, Kerala, 31/3/1934 – Pune 31/5/2009) è considerata in India “poeta laureato”, la voce più incisiva e autorevole della moderna poesia indiana in lingua inglese e allo stesso tempo uno degli autori più determinanti in lingua malayalam, in particolare per i suoi numerosi racconti e l’autobiografia, My Life, che scrisse in questa sua lingua d’origine e poi tradusse in inglese. Una figura coraggiosa, controversa per i temi forti affrontati nella sua poesia e per le scelte di vita, così controcorrente.

Nata nella casta aristocratica Nair, da un padre noto giornalista e da una madre famosa poetessa in lingua malayalam, passò l’infanzia e la giovinezza tra Calcutta e  il Kerala, uno stato che all’epoca era parte di una zona dell’India chiamata Malabar e fin da sempre manifestò un fortissimo amore per la poesia e la scrittura, sia per la propria natura di scrittrice, che per l’influenza della madre e del prozio materno, Nalapatt Narayana Menon, famoso scrittore. Dunque non c’è dubbio che l’ambiente aristocraticamente letterario e l’alta tradizione culturale    in cui il suo talento si radica, la pone tra quegli scrittori indiani che rappresentano una continuità letteraria di profilo alto.  A differenza della pletora di autori indiani, romanzieri e poeti  in lingua inglese che, spuntati dal nulla, stanno facendo la loro fortuna fuori dall’India, solo perché in occidente l’India è ora di moda, pur  mancano ai loro lettori occidentali  i riferimenti per poter distinguere il talento da un’esotica  mediocrità, Kamala Das, che è il frutto diretto di una tradizione letteraria antica e raffinata,  ha questa potenza nel rompere proprio quella tradizione, perché ne è portatrice .

A 15 anni fu data in sposa a Madhava Das, dirigente di banca molto più grande di lei, che tuttavia la incoraggiò a scrivere ed è sintomatico che, pur scrivendo indistintamente in inglese, hindi e malayalam, Kamala Das non abbia mai rinnegato letterariamente la sua lingua madre. Proprio perché è in quella che si radicavano le sue robuste radici, quelle che le permisero di lanciarsi oltre le convenzioni e le limitazioni di una condizione femminile per lei troppo angusta e soffocante.

La scelta dell’inglese per la poesia ha un motivo – io ritengo – preciso. I temi che la sua poesia tratta infatti, sono fin dall’inizio scottanti e mai affrontati da una donna indiana: la sessualità femminile, l’educazione, la politica, l’indipendenza e l’autonomia della donna ecc. E per temi così esplosivi all’epoca in India, l’inglese era la lingua adatta, poiché lingua degli invasori ma anche veicolo di quelle idee sovversive.

La prima raccolta, Summer in Calcutta,  pubblicata nel 1965, tratta temi d’amore, d’abbandono e di tradimento, ma senza il romanticismo e il sentimentalismo della contemporanea poesia amorosa. La seconda raccolta, The Descendants (1967) è da questo punto di vista ancora più esplicita.

Nel 1976 pubblica un’autobiografia, che è la traduzione in inglese dell’originale in malayalam, ma successivamente rivela che buona parte dei fatti, alcuni dei quali scioccanti per l’esplicita libertà sessuale e mentale,  sono romanzati e non reali. Nei suoi romanzi, nei racconti, nelle raccolte di poesia, negli articoli, nei saggi e nelle seguitissime colonne che teneva su quotidiani e riviste, Das si pone come una vera e propria innovatrice nella voce indiana femminile e non a caso è stata definita sulle pagine del Times “la madre della poesia indiana moderna in lingua inglese.” Non a caso, perché si può dire che molte delle poetesse indiane più recenti, che scrivono in inglese, hanno attinto e attingono da lei temi e ispirazione, raramente raggiungendo la stessa qualità letteraria e la stessa potenza dirompente.

Di famiglia strettamente hindu di  antica tradizione conservatrice, a  65 anni, dopo la morte del marito,  abbandona la religione hindu per convertirsi all’Islam, religione del suo più giovane nuovo compagno Sadiq Ali e assume il nome di Kamala Surayya, anche se poi riterrà un errore quella scelta.  La sua fama la porta in tutto il mondo, a tenere corsi e conferenze in università, festival letterari, istituzioni culturali. Fondò anche un partito, il Lok Seva Party, in favore di madri single e orfani. Alla sua morte il corpo tornò in Kerala e le  furono tributati i funerali di Stato.

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Presento qui alcune  sue poesie, nella mia traduzione. La prima si riferisce a quelli che in India sono chiamati hijra, o eunuchs, non veri e propri eunuchi, ma uomini che si vestono da donna e che delle donne assumono atteggiamenti e gusti. Hanno nella società indiana un’antichissima tradizione, al punto da costituire una sorta di casta.  Non hanno molto a che fare con i nostri travestiti o transgender, proprio per il ruolo che da tempi immemorabili viene loro riconosciuto. Se da una parte sono emarginati, dall’altra, riunendo in sé la doppia natura di femminile e maschile, sono considerati di buon auspicio e di buona fortuna nelle feste, ai matrimoni, nelle celebrazioni e vengono pagati per  la loro presenza. Ma molti sono poveri, chiedono la carità con molta insistenza ai semafori e alcuni si prostituiscono. Il che non toglie che alcuni abbiano fatto fortuna e siano imprenditori o, come in un caso, un’acclamata attrice di Bollywood.  Hanno un loro culto, una Dea Madre di origini prevediche e in genere vivono in comunità, sorta di case madri, in cui un hijra più anziano ha un ruolo di rilievo.

 

LA DANZA DEGLI EUNUCHI

(Da Summer in Calcutta 1965)

Era caldo, così caldo prima che gli eunuchi venissero

A danzare, le ampie gonne volteggianti, il clangore

Intenso dei  cimbali e cavigliere tinnanti, tinnanti

Tinnanti… sotto il fiammante albero di fuoco, con

Volar di lunghe trecce, lampi degli occhi scuri, danzarono e

Danzarono, oh danzarono fino a sanguinare…sulle guance

Tatuaggi verdi, gelsomini tra i capelli, alcuni

Erano scuri ed altri quasi bianchi. La loro voce

Aspra, melanconici i canti; cantavano di

Amanti morenti e o bambini non nati…

Alcuni battevano i tamburi; e altri il seno afflitto

E gemevano, torcendosi in estasi vacanti.

Sottili le membra e rinsecchite; come ceppi semiarsi di

Pire funebri, aridità e marciume

V’era in ciascuno. Persino i corvi stavano così

Silenti sui rami, ed i bambini immobili, ad occhi dilatati;

Tutti a guardar le convulsioni di quei poveri esseri

Poi il cielo crepitò, e venne il tuono e il fulmine

E la pioggia, una misera pioggia che sapeva di polvere nelle

Soffitte e di urina di topo e di lucertola….


 

THE DANCE OF THE EUNUCHS

It was hot, so hot, before the eunuchs came
To dance, wide skirts going round and round, cymbals
Richly clashing, and anklets jingling, jingling
Jingling… Beneath the fiery gulmohur, with
Long braids flying, dark eyes flashing, they danced and
They dance, oh, they danced till they bled… There were green
Tattoos on their cheeks, jasmines in their hair, some
Were dark and some were almost fair. Their voices
Were harsh, their songs melancholy; they sang of
Lovers dying and or children left unborn….
Some beat their drums; others beat their sorry breasts
And wailed, and writhed in vacant ecstasy. They
Were thin in limbs and dry; like half-burnt logs from
Funeral pyres, a drought and a rottenness
Were in each of them. Even the crows were so
Silent on trees, and the children wide-eyed, still;
All were watching these poor creatures’ convulsions
The sky crackled then, thunder came, and lightning
And rain, a meager rain that smelt of dust in
Attics and the urine of lizards and mice….

 

PRESENTAZIONE

da Summer in Calcutta

Non so di politica ma conosco i nomi

Di chi è al potere, e li posso ripetere come

I giorni della settimana, o i nomi dei mesi, a partire da Nehru.

Sono indiana, molto scura, nata nel Malabar,

Parlo tre lingue, scrivo in

Due, sogno in una.

Non scrivere in inglese, m’hanno detto, l’inglese non

È la tua lingua madre. Perché non mi lasciate

In pace, critici, amici, cugini in visita,

Tutti voi quanti siete? Perché non lasciarmi parlare

Qualunque lingua voglia? La lingua in cui io parlo,

Diviene mia, le sue distorsioni, le sue bizzarrie

Tutte mie, solo mie.

È mezza inglese, mezza indiana, forse buffa, ma onesta.

È umana poiché umana sono, non

Capite? Dà voce alla mia gioia, ai miei desideri, alle

Speranze, e poi mi è utile come il gracchiare

Al corvo o il ruggito al leone, è

Una parlata umana, la parlata della mente che

C’è e non c’è, di una mente che vede e sente e

È consapevole. Non il linguaggio sordo e muto

Degli alberi nella tempesta o di nubi monsoniche o della pioggia o

Il balbettio incoerente della pira

Funebre fiammeggiante. Ero bambina e poi

Mi dissero ch’ero cresciuta, perché mi feci alta, le membra

S’ingrossarono e in uno o due punti spuntarono dei peli.

Quando chiesi l’amore, non sapendo che altro poter chiedere

Egli condusse una ragazza sedicenne nella

Stanza da letto e poi chiuse la porta. Non mi batteva

Ma il mio triste corpo di donna si sentiva battuto.

Il peso dei miei seni e del mio ventre m’opprimeva.

Mi rimpicciolii. Penosamente.

Poi…indossai una camicia e

I pantaloni di mio fratello, mi tagliai i capelli ed ignorai

Il mio essere donna. Metti la sari, sii ragazza

Sii moglie, dissero. Ricama, cucina,

Litiga con la servitù. Adeguati. Oh,

Stai al tuo posto, gridarono i categorizzatori. Non sedere

Sui muri e non sbirciare nelle nostre finestre con tendine di pizzo.

Sii Amy, o sii Kamala. O meglio

Ancora, sii Madhavukutty. È tempo di

Scegliere un nome, un ruolo. Non giocare a far finta.

Non giocare a far la schizofrenica o a fare

La ninfomane. Non piangere in modo imbarazzante quando

L’amore ti abbandona…ho incontrato un uomo, l’ho amato. Non chiamatelo

Con un nome quale che sia, è ciascun uomo.

Che vuole una donna, come io sono ciascuna

Donna che cerca amore. In lui… l’affamata urgenza

Dei fiumi, in me… l’instancabile

Attesa dell’oceano. Chi sei, chiedo a tutti e ad ognuno,

La risposta è, sono io. Ovunque e

In ogni luogo, vedo colui che chiama Io se stesso

In questo mondo, è avvolto strettamente come

La spada nel suo fodero. Sono io a bere solitaria

A mezzogiorno, a mezzanotte, in hotel o in città estranee,

Son io che rido, che faccio l’amore

E poi provo vergogna, son io che giaccio morente

Con un rantolo in gola. Sono una peccatrice,

Sono una santa. Sono l’amata e la

Tradita. Non ho gioie che le tue non siano, non

Dolori che non siano tuoi. Anch’io chiamo me stessa Io.

 

AN INTRODUCTION

I don’t know politics but I know the names
Of those in power, and can repeat them like
Days of week, or names of months, beginning with Nehru.
I amIndian, very brown, born inMalabar,
I speak three languages, write in
Two, dream in one.
Don’t write in English, they said, English is
Not your mother-tongue. Why not leave
Me alone, critics, friends, visiting cousins,
Every one of you? Why not let me speak in
Any language I like? The language I speak,
Becomes mine, its distortions, its queernesses
All mine, mine alone.
It is half English, halfIndian, funny perhaps, but it is honest,
It is as human as I am human, don’t
You see? It voices my joys, my longings, my
Hopes, and it is useful to me as cawing
Is to crows or roaring to the lions, it
Is human speech, the speech of the mind that is
Here and not there, a mind that sees and hears and
Is aware. Not the deaf, blind speech
Of trees in storm or of monsoon clouds or of rain or the
Incoherent mutterings of the blazing
Funeral pyre. I was child, and later they
Told me I grew, for I became tall, my limbs
Swelled and one or two places sprouted hair.
WhenI asked for love, not knowing what else to ask
For, he drew a youth of sixteen into the
Bedroom and closed the door, He did not beat me
But my sad woman-body felt so beaten.
The weight of my breasts and womb crushed me.
I shrank Pitifully.
Then … I wore a shirt and my
Brother’s trousers, cut my hair short and ignored
My womanliness. Dress in sarees, be girl
Be wife, they said. Be embroiderer, be cook,
Be a quarreller with servants. Fit in. Oh,
Belong, cried the categorizers. Don’t sit
On walls or peep in through our lace-draped windows.
Be Amy, or be Kamala. Or, better
Still, be Madhavikutty. It is time to
Choose a name, a role. Don’t play pretending games.
Don’t play at schizophrenia or be a
Nympho. Don’t cry embarrassingly loud when
Jilted in love … I met a man, loved him. Call
Him not by any name, he is every man
Who wants. a woman, just as I am every
Woman who seeks love. In him . . . the hungry haste
Of rivers, in me . . . the oceans’ tireless
Waiting. Who are you, I ask each and everyone,
The answer is, it is I. Anywhere and,
Everywhere, I see the one who calls himself I
In this world, he is tightly packed like the
Sword in its sheath. It is I who drink lonely
Drinks at twelve, midnight, in hotels of strange towns,
It is I who laugh, it is I who make love
And then, feel shame, it is I who lie dying
With a rattle in my throat. I am sinner,
I am saint. I am the beloved and the
Betrayed. I have no joys that are not yours, no
Aches which are not yours. I too call myself I.

 

 

I VERMI
(da The Descendants 1967)

Al tramonto, sulla riva del fiume, Krishna
L’amò per l’ultima volta e se ne andò…

Quella notte tra le braccia del marito, Radha si sentì
Così morta che lui chiese: che hai?
Ti spiacciono i miei baci, amore? E lei rispose,
No, affatto, ma pensò, Che cosa importa
Al  cadavere se lo mordono i vermi?

THE MAGGOTS

At sunset, on the river ban, Krishna
Loved her for the last time and left…
That night in her husband’s arms, Radha felt
So dead that he asked, What is wrong,
Do you mind my kisses, love? And she said,
No, not at all, but thought, What is
It to the corpse if the maggots nip?

ETA’ DELLA PIETRA
(da The Old Playhouse and Other Poems, 1973)

Tenero sposo, antico colono della mente,
Vecchio ragno pingue, che tessi ragnatele di sconcerto,
Sii gentile. Tu mi trasformi in un uccello di pietra, in una
Colomba di granito, mi costruisci attorno una misera stanza,
E mi accarezzi distratto il viso butterato mentre
Leggi. Parlando ad alta voce frantumi il mio sonno antelucano,
Ficchi un dito nel mio occhio sognante. E
Tuttavia, sognando ad occhi aperti, uomini forti proiettano un’ombra, sprofondano
Come bianchi soli nei flutti del mio sangue dravidico,
Segretamente scorrono le fogne sotto le città sacre.
Quando vai via, con la mia auto azzurra scassata guido
Lungo il mare più azzurro. Salgo di corsa i quaranta
Gradini rumorosi per picchiare all’altrui porta.
Attraverso lo spioncino osservano i vicini,
Mi osservano arrivare
E andare come la pioggia. Chiedetemi, tutti, chiedetemi
Cosa ci veda in me, chiedetemi perché lo chiamino leone,
Libertino, chiedetemi perché oscillino le mani come un cobra
Prima che il pube m’afferri. Chiedetemi perché come
Un grande albero, abbattuto, s’accasci sui miei seni,
E dorma. Chiedetemi perché la vita sia breve e l’amore sia
Più breve ancora, chiedetemi cosa sia l’estasi e quale sia il suo prezzo…

THE STONE AGE

Fond husband, ancient settler in the mind,
Old fat spider, weaving webs of bewilderment,
Be kind. You turn me into a bird of stone, a granite
Dove, you build round me a shabby room,
And stroke my pitted face absent-mindedly while
You read. With loud talk you bruise my pre-morning sleep,
You stick a finger into my dreaming eye. And
Yet, on daydreams, strong men cast their shadows, they sink
Like white suns in the swell of my Dravidian blood,
Secretly flow the drains beneath sacred cities.
When you leave, I drive my blue battered car
Along the bluer sea. I run up the forty
Noisy steps to knock at another’s door.
Though peep-holes, the neighbours watch,
they watch me come
And go like rain. Ask me, everybody, ask me
What he sees in me, ask me why he is called a lion,
A libertine, ask me why his hand sways like a hooded snake
Before it clasps my pubis. Ask me why like
A great tree, felled, he slumps against my breasts,
And sleeps. Ask me why life is short and love is
Shorter still, ask me what is bliss and what its price…

LO SPECCHIO

Farsi amare da un uomo è facile
Solo sii onesta sulle tue esigenze di
Donna. Sta nuda con lui di fronte allo specchio
Così che possa vedersi più forte
E che lo creda, e te molto più
Morbida, più giovane e graziosa. Ammetti la tua
Ammirazione. Nota la perfezione
Delle sue membra, i suoi occhi arrossati sotto
La doccia, il cauto camminare sul pavimento del bagno,
Seminando asciugamani e il modo a scatti
In cui urina. Tutti i dettagli teneri che lo rendono
Maschio e il tuo unico uomo. Donagli tutto,
Donagli quel che ti rende donna, il profumo
Dei capelli lunghi, il muschio del sudore tra i seni,
Il caldo shock del sangue mestruale, e tutti i tuoi
Infiniti appetiti di femmina. Oh sì, farsi
Amare da un uomo è facile, ma vivere
Poi senza di lui potrebbe essere
Qualcosa da affrontare. Un vivere senza vita quando ti
Muovi, incontri degli estranei, con occhi che
Hanno rinunciato a ricercare, con orecchie che sentono solo
La sua ultima voce chiamare il tuo nome e il tuo
Corpo che un tempo sotto il suo tocco scintillava
Come ottone brunito, ora misero e privo di colore.

THE LOOKING GLASS

Getting a man to love you is easy
Only be honest about your wants as
Woman. Stand nude before the glass with him
So that he sees himself the stronger one
And believes it so, and you so much more
Softer, younger, lovelier. Admit your
Admiration. Notice the perfection
Of his limbs, his eyes reddening under
The shower, the shy walk across the bathroom floor,
Dropping towels, and the jerky way he
Urinates. All the fond details that make
Him male and your only man. Gift him all,
Gift him what makes you woman, the scent of
Long hair, the musk of sweat between the breasts,
The warm shock of menstrual blood, and all your
Endless female hungers. Oh yes, getting
A man to love is easy, but living
Without him afterwards may have to be
Faced. A living without life when you move
Around, meeting strangers, with your eyes that
Gave up their search, with ears that hear only
His last voice calling out your name and your
Body which once under his touch had gleamed
Like burnished brass, now drab and destitute.

LA PIOGGIA
(Da Only The Soul Knows How To Sing 1996)

Lasciammo quella casa sgraziata e vecchia
Quando morì lì il mio cane, dopo
Il funerale, dopo che la rosa
Fiorì due volte, sradicandola
E portandocela via coi nostri libri,
Con gli abiti e le sedie di gran fretta.
Ora viviamo in una nuova casa,
Ed i tetti non perdono, ma, quando
Qui piove, vedo la pioggia inzuppare
Quella casa vuota. La sento cadere
Dove ora giace il mio cagnetto,
Solo.

THE RAIN

We left that old ungainly house
When my dog died there, after
The burial, after the rose
Flowered twice, pulling it by its
Roots and carting it with our books,
Clothes and chairs in a hurry.
We live in a new house now,
And, the roofs do not leak, but, when
It rains here, I see the rain drench
That empty house, I hear it fall
Where my puppy now lies,
Alone..

INVERNO
Da Summer in Calcutta.

Sapeva di nuove piogge e di teneri
Germogli di piante – e il suo calore era il calore
Della terra in cerca di radici…perfino la mia
Anima, pensavo, dovrà inviare le sue radici da qualche parte
E, amavo il suo corpo senza vergogna,
Nelle sere d’inverno mentre gelidi venti
Ridacchiavano contro i vetri bianchi.

WINTER

It smelt of new rains and of tender
Shoots of plants- and its warmth was the warmth
Of earth groping for roots… even my
Soul, I thought, must send its roots somewhere
And, I loved his body without shame,
On winter evenings as cold winds
Chuckled against the white window-panes.

KRISHNA
Da Only The Soul Knows How To Sing

Il tuo corpo è la mia prigione, Krishna,
Oltre esso non vedo.
Mi acceca la tua tenebra,
Le tue parole d’amore escludono il fragore del mondo saggio.

KRISHNA

Your body is my prison, Krishna,
I cannot see beyond it.
Your darkness blinds me,
Your love words shut out the wise world’s din.

Traduzioni di Francesca Diano (C)2012  RIPRODUZIONE RISERVATA