James Harpur – Voci del Libro di Kells – traduzione di Francesca Diano

Libro di Kells, pagina del X Rho

Libro di Kells, pagina del X Rho

                JAMES  HARPUR

 

             Voci del Libro di Kells

 Traduzione di FRANCESCA   DIANO

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Sono da anni, da quando l’ho scoperto in Irlanda, innamorata della poesia di questo grandissimo poeta, e di suo ho tradotto vari testi. Per la Giornata Mondiale della Poesia ho deciso di rendergli omaggio pubblicando la mia traduzione, in anteprima assoluta per l’Italia, dato che nulla di lui è mai stato da noi tradotto, del suo lungo poemetto sul miracolo di sconvolgente bellezza che è il Libro di Kells. Questa, L’Orafo, è la prima di quattro parti che compongono l’opera.

Harpur è nato nel 1956 da genitori angloirlandesi e da alcuni anni si è trasferito a vivere  nella Contea di Cork a Clonakilty. Ha compiuto studi  classici, approfondendo soprattutto la storia e la letteratura irlandese ma anche latina e greca  dei primi secoli del cristianesimo e ha soggiornato per lunghi periodi sull’isola di Creta, ambiente che ha ispirato molte delle sue opere. La sua è una delle voci più originali, colte e intense della poesia irlandese contemporanea in lingua inglese e, non mi parrebbe eccessivo dire,  della poesia europea, non solo per la cultura vastissima, per  l’originalità della sua voce, ma per  i temi che tratta, che spaziano dall’Irlanda celtica, a quella protocristiana, al declino del mondo classico in occidente, alla contemporaneità. Ha pubblicato  varie raccolte di testi poetici con la prestigiosa Anvil Press e una meravigliosa traduzione di Boezio, che ha intitolato Fortune’s Prisoner. Ma traduzioni ha pubblicato anche da Dante, da Virgilio, da Tagore, da Eschilo, da Plotino  ecc.

Interessantissimo è l’uso della metrica, che spesso è quella classica; trimetro giambico, distico elegiaco ecc.

Da A Vision of Comets, a The Monk’s Dream, da The Dark Age a Oracle Bones a Voices of the Book of Kells, le sue raccolte  poetiche gli hanno guadagnato moltissimi riconoscimenti e premi. Nel 1995 ha ricevuto the British National Poetry Prize, borse dalla Cork Arts, dall’Arts Council, dall’Eric Gregory Trust e dalla Society of Authors. Nel 2009 ha vinto il Michael Hartnett Award. E’ direttore della sezione poesia  di Southword, uno dei più importanti e autorevoli  periodici letterari irlandesi e del Temenos Academy Review.  È stato poeta residente per il Munster Literary Centre e la Cattedrale di Exeter.

La sua è una poesia dalla voce forte e potente, che getta una luce del tutto nuova su un’epoca poco frequentata e sui santi irlandesi dei primi secoli dell’era cristiana, su figure di primi asceti cristiani o di aruspici di Siria e d’Egitto, su figure pagane dell’Irlanda che sta per divenire cristiana, su personaggi, temi e aspetti di diverse tradizioni e culture, ma che tutte appartengono a quei secoli insomma critici e di passaggio dal mondo antico al primo Medio Evo. Ma non mancano temi più personali e intimi, che lo vedono muoversi nell’Irlanda contemporanea. È una poesia fortemente impregnata di misticismo, dunque molto irlandese, ma un misticismo che ha una profondissima connessione con la modernità. Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano suoi uomini, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

Ho da anni l’onore di un rapporto epistolare con James Harpur, che presento in anteprima assoluta per l’Italia per la Giornata Mondiale della Poesia e ho avuto da lui il consenso a tradurre e far conoscere la sua opera in Italia. Presento dunque oggi la prima parte del lungo poemetto Voices of the Book of Kells . Mi piacerebbe che questo grandissimo poeta irlandese, molto noto e giustamente celebrato, ma da noi sconosciuto, potesse trovare un editore.

Francesca Diano

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Storia del Libro di Kells (di James Harpur)

 Il Libro di Kells è stato associato almeno a tre luoghi: Iona, Kells e Dublino. Alcuni ritengono che fosse proprio il Libro di Kells che  Giraldus Cambrensis  vide a Kildare alla fine del 12° secolo. Ma chi  creò il libro e dove, rimane tuttora un mistero. Ora molti studiosi pensano che sia stato iniziato, se non condotto a termine, nel monastero irlandese di Iona, prima di essere portato nel monastero fratello di Kells  dopo l’incursione vichinga dell’806. Rimase probabilmente a Kells negli otto secoli successivi e infine, a metà del 17° secolo,  venne trasferito al Trinity College di Dublino, dove è ora esposto.

Il Libro di Kells è un luogo di poesia divina, scritta e visiva e, soprattutto, da una moderna prospettiva, l’archetipo, o il santo patrono di ogni libro. In ogni pagina vi si dispiega un senso di devozione amorevole, di concentrazione e maestria – è chiaro che il libro fu fatto per durare. È anche un libro di sorprendente tensione; il gusto visionario per la totalità si unisce all’ossessione per il dettaglio; il grandioso formalismo statico delle miniature a tutta pagina è bilanciato da spirali vorticose, intrecci nastriformi e fogliame, gatti birichini e topi, lontre e pesci che saltellano in angoli nascosti. Questo  libro suscita in ogni scrittore delle domande fondamentali sull’arte; il suo rapporto con l’ispirazione; la moderna preoccupazione per l’ originalità e la voce individuale; lo scopo dell’arte sacra e il suo rapporto con la  funzione dell’arte laica o con l’arte in un’epoca laica; la natura dell’immaginazione; la possibilità o meno di rappresentare in forma visibile la verità ultima, ecc.

Premessa di James Harpur  

Il poemetto è diviso in quattro parti. Ciascuna è costituita da un monologo pronunciato da un personaggio storico associato a un luogo specifico: L’Orafo (un miniatore), è associato all’isola di Iona; Scriba B (un amanuense), a Kells;   Giraldo di Cumbria a Kildare; Lo Scribacchino (uno scrittore moderno) a Dublino. Oltre ad essere imperniata su una ‘voce’ e un luogo specifico, ogni sezione si concentra su di una particolare miniatura del Libro di Kells, sulla sua immagine e sui suoi riferimenti, il tutto intessuto nella trama della narrazione. I metri e i ritmi dei versi riflettono, in certa misura, il carattere dei diversi personaggi. Ad esempio, la voce tagliente dello Scriba B è resa con un trimetro giambico ridotto e leggermente spezzettato (scazonte), mentre il raffinato ed esuberante Giraldo si esprime in pentametri pieni ed estesi.

Prima Parte. L’Orafo (Iona, AD 806)

 Nella prima parte compare un miniatore anonimo che lo studioso francese del Libro di Kells, Françoise Henry ha soprannominato l’Orafo, per la sua predilezione per l’orpimento, il pigmento minerale usato per rappresentare l’oro. L’azione si svolge a Iona, poco prima di una devastante incursione vichinga. L’Orafo racconta di come sia arrivato a Iona nel tentativo di salvare la propria vita spirituale dal lassismo di un monastero irlandese e dell’onere di creare ciò che poi diverrà (nella realtà) la famosa pagina del Chi Rho. La sua è la tensione di ogni artista; la pagina o la tela bianca rimane l’eccitante regno del possibile, dell’infinito, fino all’istante in cui il primo segno di inchiostro o di colore riducono l’astrazione del pensiero e del sentire entro i confini del mondo materiale finito. Ed in questo sta il paradosso: la spinta a creare e tuttavia la delusione di non essere in grado di rappresentare la vastità e la ricchezza del sogno. Allo stesso tempo, l’Orafo si strugge sul ruolo che ha come miniatore: è l’opera della sua vita, dedicata a Dio…ma che accadrà una volta che avrà completato il suo ultimo dipinto? Che ruolo avrà allora agli occhi di Dio? Questa  parte esplora queste tensioni, che giungono al culmine quando infine l’Orafo si impegna nella sua opera più grande: la pagina del Chi Rho.

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Pagina del X Rho, particolare

Pagina del X Rho, particolare


 

 

 

 

KELLS

 

 A Francesca Diano, con profonda gratitudine e affetto

 

 

Per dipingerti, o Vergine, più stelle che colori si dovrebbero usare,
così che tu, o Porta della Luce fossi dipinta nel tuo sfolgorare.
E tuttavia le stelle non obbediscono a voce mortale.
Dunque noi ti tracciamo e  dipingiamo con ciò che ci può offrire la natura
 secondo le regole che chiede  la pittura.

Costantino Rodio, 9° sec.

 

 

Il grado in cui la bellezza è effusa  nel penetrare  all’interno della materia,  è tanto più debole di quanto  sia concentrata nell’Uno.

Plotino

 

A questa mèta noi tendiamo mentre siamo ancora pellegrini e non ancora arrivati nella stabile dimora, mentre siamo ancora in cammino e non ancora nella patria, ancora spinti dal desiderio, non ancora nel godimento.

                                                                                              Sant’Agostino. Sermone 103

 

 I

 

 L’Orafo

 

Libro di Kells, Folio 34r Matteo 1.18 Chi Rho

 

 

Christi autem generatio sic erat…
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo…

Matteo 1. 18

 

Françoise Henry ha definito il primo e più grande (degli artisti del Libro di Kells) “l’orafo”, perché il suo uso del giallo e dell’azzurro argenteo… evoca l’idea del metallo.

                                                               Bernard Meehan, The Book of Kells

 

 

 

 

La sera deviava la barca

da Mull verso Iona,

un viaggio eco di un grido,

ed io scrutavo l’acqua nel profondo

con l’attenzione di un cercatore d’oro.

Dietro, si levava Dalriada[i]

in monti accesi d’erica, frontiera

di un regno d’ombre.

Alla ricerca di tracce di Columba[ii]

nulla avevo trovato se non pietra

nell’abbazia sferzata dal nevischio,

lastre tombali che andavano in rovina,

l’alloggio grigio ardesia

di vedovo silenzio, fulgore senza rete.

Nessun indizio sui sentieri costieri,

o sulla ritmica erba collinare

e il ginestrone del machair[iii];

o nella “baia del coracle”

dove Columba vide finalmente

che era invisibile l’Irlanda;

o sull’altura di Síthean Mor[iv]

dove un cerchio di angeli apparve

mentre pregava solo in ginocchio

e carezzarono l’aria

con le ali pulsanti, un oratorio

di cigni, che in un alone discendono.

 

*

 

Di rado giungono a meta i pellegrini:

i loro santuari scintillanti

non contegno che ossa, gemme,

e santi di cera. Riprovano

come se il viaggio fosse meta

a sé stesso, la prova generale della morte.

O mossi da intuizione

di un ricordo spirituale sepolto,

camminando verso cappelle, sorgenti

o fonti, imitano il percorso [v]

d’ogni cosa creata che ritorna

all’increata origine:

la Fonte

della luce in eterno fluente

che emana forme, o modelli,

da cui deriva il nostro mondo –

cerchio di cosmico exitus,

poi terreno redditus

I pellegrini seguono trame di percorsi

e ippovie e strade sterrate,

strade romane e viottoli tortuosi;

sfidano fiumi, laghi,

costeggiano paludi, torbiere,

ma la loro visione è sempre diritta,

diretta dalla volontà di raggiungere

una precisa mèta redentiva.

Tuttavia cosa accade quando osiamo

essere audaci come peregrini

monaci che abbandonano i remi

lasciando che lo spirito nel vento

li guidi lungo il loro viaggio?

Come s’affidarono i Magi ad una stella

o Columba nel suo esilio sul mare

fu diretto da vento e onda fino a dove

trovò la sua Casa,[vi] un approdo

da cui casa era ora invisibile.

 

*

 

Attico in un castello scozzese,

Hawthornden,[vii] lontano un mondo;

ho della carta, una cartolina –

in cui tento di decifrare

Christi generatio

e voglia di scrivere. Ho il vuoto,

come affrontassi un esame

con domande in inchiostro bianco.

Attraverso la finestra sulla torre

guardo un torrente spumeggiare verso est,

giunchiglie piegate dalla neve,

scheletriche scritture d’alberi.

Aprile è rigido in linfa e cellula.

Son mesticato per la “trance poetica”

ma le pressioni della volontà

hanno ancora fallito nel far sì che il silenzio

scenda e riluca, come il sole che sorge

prima che emerga la terra

dalla notte, e gli uccelli son pronti

a rompere l’attesa

e sciogliere versi di lode

all’auctorem regni caelestis.

La carta sul mio tavolo

resta un foglio di ghiaccio.

Respiro profondamente; il ritmo

mi fa ritrarre strato dopo strato

come il sussurrato ripetere

della Preghiera di Gesù,

uniforme quiete marina del respiro…

il vetro della finestra è una cornice

di potente scialbore –

fisso lo sguardo lascio giungere Iona:

una figura sfocata, in controluce,

un monaco, una cella, un leggio da scrivano.

Fa la punta a una piuma,

mormora all’ovattato oceano:

 

“Signore guidami, dirigi la mia mano, la scelta dei colori.

E dimmi: dovrò ispirarmi a una sembianza umana,

o a qualunque sembianza sia nel mondo?

Le mie dita son grigie e il naso congelato,

la volontà fiaccata da Esichio il Presbitero

che dice solo un cuore svuotato di immagini

può incubare la tua presenza.

Nel mio vellum[viii] è il sacro bagliore

dell’assenza: non linee, parole. Solo luce.

Come posso magnificare il Nulla?

Eppure cosa vi giace, in attesa di balzare

come delfini dal mare, liberi d’inalare

l’aria e gioire dell’esser senza peso?

O come viticci che si tendono al sole

robusti, che alcuno scopo ostacola?

Per fare la tua immagine dobbiamo guardarti;

per guardarti dobbiamo divenire come te –

ogni giorno preghiamo, digiuniamo, puniamo il nostro corpo

come fossimo bestie caudate di sterco –

ma siamo infatuati dei pigmenti e rendiamo

il vellum liscio come seta pura di Bisanzio –

nutriamo i sensi che dobbiamo annichilare.

Signore, devo dipingerti. Ma come?

In carne e ossa, una cosa che s’affloscia,

come farebbero i seguaci di Ario?

Oppure un balenio dello spirito – fuoco fatuo –

il fantasma dei Monofisiti?”

L’osservo mentre osserva il vellum

infliggere le infinite sue paralisi.

Penso: ‘Cristo’ non è una ‘persona’

ma energeia, lux fluens,

ininterrotto fluire di luce che muove

il sole e l’altre stelle[ix]

e semina quella sorta d’amore

che fiorisce quando il sé perde sé stesso.

Penso: Cristo non può essere dipinto,

solo il suo effetto sulla natura –

creazione ch’è stata fatta Cristo.

Voglio dire al monaco: Capitola!

Allora quel ch’è oltre la caverna

del tuo protetto piccolo sé

sciamerà dentro – come api sul trifoglio –

vorticherà come le ruote di Ezechiele –

la tua opera sarà un’arca – per leoni,

aquile, serpi ed angeli,

che si muovono invisibili tra noi –

e linee di luce cristica tutti noi collegheranno

insieme a livello dell’anima.

Non dico nulla. La sua mano è ferma.

 

*

 

I giorni gocciolano verso il disgelo,

i boccioli son più viscosi sugli alberi,

le giunchiglie spelano nel giallo

sull’orlo del burrone.

Sogno, ad occhi aperti sogno, vedo Iona

sulla mia pagina, il monaco immobile.

Una volta l’osservo dopo i Vespri

sulla White Strand[x], l’oceano

a cancellare un giorno di insuccessi.

Guardiamo la notte risigillare il cielo

con il buio, ed Orione emergere

sopra Dalriada, come se uno scrivano

stesse forando la pergamena cosmica –

la sua cintura di stelle silenziosa e lucente

quanto i Magi in ginocchio nella stalla.

Christi autem generatio.

   Lascia il mare ai suoi incessanti amen,

e fa ritorno all’onere

dell’abbazia, e alla rivalsa del sonno.

La sua cella è gelida come una caverna.

Inizia a pregare e a confessarsi,

lo sento nell’oscurità.

 

“Signore, mi manca la valle dell’Humber,

la luce tagliente dell’Anglia.

Iona va alla deriva sul mare, ed io son trasportato

dall’accidia alla melanconia.

Ogni giorno rivela i frantumi

della tua creazione; detriti, alghe,

funghi, muffe, foschia satanica,

la carne dolorante, il torcicollo.

Se la creazione non fosse che mestiere

mi basterebbe prendere il coltello,

praticare fori, tracciare linee, cerchi.

Ma ogni punto dà inizio ad una forma

che ho timore possa dileggiarti.

Cerco purezza in pigmenti macinati

per mondare il cervello dai pensieri.

E tuttavia temo che il vuoto della mente

sia lo specchio del vuoto della morte.

Come posso dipingerti Signore?

quali occhi, naso, bocca?”

 

Sento le sue parole e sento Plotino

scoraggiare un pittore di ritratti:

“È già duro sopportar queste fattezze

che mi furono conferite alla nascita.

Perché dovrei voler lasciare un’immagine

della mia immagine ai posteri?”

Mi concentro sul volto del monaco,

che cosa posso dirgli? …

Non dipingere l’aspetto delle cose

ma le Idee da cui sorgono –

non una rosa, ma la Rosa, in cui

una rosa sarà l’essenza

di ogni rosa; non celebrare il bello

soltanto, o solo quel che è santo e sacro:

includi il disgustoso, il marginale,

il deforme; e quando mediti

lascia avvizzire e perire i tuoi pensieri –

poi, in seguito, in silenzio, potrai scorgere

il divino in tutto quel che vedi:

il tuo pennello sarà la lanterna

che illuminerà il tuo sentiero

verso l’Immaginazione, i suoi raggi

di luce, come un flusso d’energeia,

annienteranno il velo tra il vedente e il veduto.

 

E lui, come assorto:

“Può il vellum esser casa per Cristo?

Può essere circoscritto da linee –

Colui che è come vento, oceano trascorrente

da un non formato a un altro non formato?”

 

Penso: dipingi il non formato – dipingilo

attraverso la forma; Cristo era spirito e carne,

e la pittura è incarnazione dello spirito.

Non pensare! Desisti – e il tuo pennello

catturerà lo spirito, solcherà

il mistero della tua pagina

e nei suoi abissi vedrà le ricchezze;

abbi fede; emergerà l’immagine.

Sembra lui voglia lanciarsi

dentro la pergamena intonsa, mentre

io sto per mettere mano alla penna –

insieme, forse, vedremo il Chi

inseguire la gioia nello spazio –

come a recare la notizia straordinaria

che la sorgente è sgorgata finalmente –

ma il nucleo di diamante permane immobile,

spioncino su un mondo ch’è oltre;

e ora si lascia dietro il Rho

schizzando lontano da lune e soli –

e si differenzia, e diviene.

 

[i] Antico regno goidelico che si estendeva dalle coste occidentali della Scozia alle coste settentrionali dell’Irlanda a partire dal V secolo. (N. d. T.)

[ii] San Columba, in gaelico Colum Cille, (Gartan, 521 – Iona 597) di nobili origini, giunse sull’isola scozzese di Iona, all’epoca parte del regno di Dalriada nel 563 e vi fondò un monastero, divenuto centro importantissimo di spiritualità e cultura. In seguito alle morti provocate dalla “Battaglia del Libro”, fece voto di autoesiliarsi e stabilirsi solo in un luogo da cui non fosse possibile vedere l’Irlanda. A bordo di un coracle, l’imbarcazione rotonda rivestita di pelli tipica dei popoli celtici e ancora in uso in Galles e in qualche luogo dell’Irlanda e delle Ebridi, sbarcò con i suoi pochi monaci in una piccola baia, Port a Churaich, che significa Baia del Coracle, oggi nota come Columba’s Bay.

La battaglia di Cúl Dreimhne, nota anche come “La battaglia del Libro”, fu uno dei primissimi conflitti conosciuti su questioni di copyright, nel VI secolo nella contea di Sligo. Secondo la tradizione, l’abate irlandese San Columba entrò in lite con San Finnian, dell’abbazia di Movilla, a causa di un salterio. Columba copiò il salterio nello scriptorium dell’abbazia di Finnian con l’intenzione di tenersi la copia, ma non di questo parere era Finnian. Il conflitto era dunque sulla proprietà della copia del salterio, se di Columba perché l’aveva copiato o di Finnian che possedeva l’originale. Il re Diarmait mac Cerbaill emise la sentenza che: “Ad ogni vacca appartiene il suo vitello, ad ogni libro la sua copia.”
Ma Columba non accettò il giudizio e istigò una rivolta del clan Uì Néill contro il re. La battaglia vide la vittoria della parte di Columba (che ovviamente si tenne la copia) ma pare abbia causato 3.000 morti. (N. d. T.)

[iii] Machair, letteralmente “pianura fertile”. È il termine gaelico con cui si indicano le verdi praterie dunose o con leggero andamento collinare esclusivamente tipiche di alcune zone costiere della Scozia, delle Ebridi, e dell’Irlanda nordoccidentale. (N. d. T.)

[iv] Il nome significa “la collina delle Fate” e si dice che lì Columba fu visitato dagli angeli. (N. d. T.)

[vi] In originale Home, dimora, il luogo cui apparteniamo, affettivamente connotato, distinto da house, la casa come edificio. In tutto il testo Harpur usa questo termine che ho tradotto “casa”, non essendoci in italiano un termine semanticamente corrispondente e distintivo. (N. d. T.)

[vii] Il castello del XV secolo, ampliato nel XVII, si trova a poca distanza da Edimburgo. Dopo vari passaggi di proprietà, è stato acquistato e restaurato negli anni ’80 dalla famiglia Heinz, quella dei famosi cibi in scatola, e trasformato in un ritiro internazionale per scrittori, che vengono ospitati per un mese. (N. d. T.)

[viii] Il vellum era la pergamena di qualità migliore e più costosa, ricavata in genere da vitellini o da capretti o vitellini nati morti, dunque molto morbida e sottile. Veniva lavorata lungamente per ottenerne un supporto alla scrittura perfettamente liscio, resistente e il più bianco possibile. In genere, da un animale usato per il vellum, si ottenevano tre, al massimo quattro fogli. Per il Libro di Kells è appunto stato usato il vellum. (N. d. T.)

[ix] In italiano nel testo. (N. d. T.)

[x] White Strand of the Monks è la bellissima spiaggia bianca di frammenti di conchiglie su cui avvenne la strage dei monaci dell’Abbazia di Iona da parte dei Vichinghi. (N. d. T.)

 

 

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gerard Hanberry – Braci e altre poesie, tradotte da Francesca Diano

Gerard Hanberry

Gerard (Gerry) Hanberry (1955) è un noto poeta e scrittore irlandese, che vive a Galway e ha pubblicato varie raccolte di poesie che gli hanno guadagnato numerosi premi nazionali. È stato giornalista, con una sua rubrica settimanale su un quotidiano nazionale, perfino cantautore – attività che ancora svolge occasionalmente –  e tiene corsi universitari di scrittura creativa e scrittura poetica a Galway.

Ha pubblicato tre raccolte di poesie, Rough Night, Stonebridge Publications, 2002, Something Like Lovers, Stonebridge Publications, 2005 e At Grattan Road, 2009. Una quarta raccolta uscirà a breve. Ha vinto il Brendan Kennelly Sunday Tribune Poetry Award ed è stato finalista in numerosissimi premi nazionali di poesia. È stato invitato ai più importanti festival poetici e a reading pubblici e ha tenuto reading delle sue poesie sia alla radio nazionale che alla TV nazionale irlandese RTE.

È membro permanente della commissione del Cùirt International Festival of Literature.

Nel 2011 ha pubblicato un’originalissima e documentatissima biografia di Oscar Wilde, More lives than one, in cui per la prima volta si indaga non solo sulla vita e sulle tragiche vicende del genio Wilde, ma, con il supporto di molti documenti fino ad ora inediti (parte dei quali forniti dai discendenti di Wilde) si traccia un quadro in parte ancora sconosciuto delle origini familiari e delle motivazioni che condussero Wilde alla sua fine infelice. Il tutto senza avere però la pesantezza di una fredda biografia, ma con una felicissima scrittura allo stesso tempo documentata e poetica, narrativa e stringata. Il libro ha ricevuto recensioni entusiastiche ed è stato presentato anche a Dublino, nella residenza e al cospetto del Presidente della Repubblica, che ha voluto congratularsi personalmente con Hanberry.

Quando ho chiesto a Gerry Hanberry il permesso di pubblicare alcune sue poesie che volevo tradurre in italiano, non solo è stato entusiasta, ma la sua gentilezza è giunta fino a mandarmi personalmente questi testi. Gli ultimi due testi sono inediti anche in inglese e usciranno in ottobre come parte della sua quarta raccolta. Dunque sono per il lettore italiano un dono prezioso.

Hanberry non è mai stato tradotto in italiano ed è dunque per me un grande onore essere la sua prima traduttrice. Ringrazio di questo Gerard Hanberry con gratitudine.

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BRACI

Questo testo ha  vinto il Brendan Kenelly/ Sunday Tribune Award nel 2006

 

Quando Apollo ordinò a Mitra il sacrificio d’un toro

a malincuore obbedì, lo si vede in mosaici

con il volto girato. Quando il toro morì divenne

luna, ed il cielo stellato il mantello di Mitra.

 

 Dal sangue del toro germogliò il primo grano,

i primi rossi grappoli. Ogni altra cosa germinò

dal suo seme, eccetto lo scorpione.

Lo scorpione si beve sangue e seme.

 

*

I loro giorni trascorrono in silenzi

o frasi fatte, arrivano e poi vanno,

tenendo duro come meglio possono,

ritraendosi dietro le abitudini

e in stanze vuote a sud,

ignorando che mai nessuno viene.

E tuttavia fan l’amore,

più con speranza che con passione,

come due naufraghi

tengono acceso il segnale luminoso

nella remota ipotesi,

dandosi il turno a soffiar sulle braci,

a raddrizzare il segnale d’aiuto

fatto con pietre bianche

lungo la spiaggia.

Ogni notte arrivano i frangenti

A spazzar via le orme,

ora quelle di lui, ora di lei.

*

Avevano ragione i cartografi antichi;

si può precipitare dal limite del mondo

ed esistono i mostri degli abissi

lì dove le antiche mappe li ponevano.

*

Guglie di pini, medievali, qua e là nella campagna d’ambra;

silenzio non ancora rotto dal traffico sull’Aurelia.

Lei dorme poco nella stanza dal soffitto alto, le paure fruscianti

come creature notturne nel bosco, l’aria è già secca come foglie morte.

Ieri un uomo, nel negozio di souvenir ha sorriso ma non era

un sorriso d’estraneo quello che voleva. No, non il suo, non il suo.

Un grande uccello, forse un falco, si leva dispiegando le ali e vola in circoli,

petali bianchi s’incurvano in veranda, conchiglie madreperla sparse sulle                                                                                                                 pareti  decorate.

Sul comodino, accanto alla sua testa addormentata,

la scritta sul cartello in stampatello NON DISTURBARE.

*

Dove l’antico fiume forma un’ansa

attraverso la terra arsa della campagna

è difficile distinguere dove l’est e dove l’ovest.

Una lucertola, la gola pulsante nella calura,

sta ferma su una roccia, attende, ascolta,

poi guizza nella crepa polverosa.

Lei resta nella piazza, mentre lui sale

le scale verso la grande cupola della basilica.

Più su, più su, lentamente s’avvolge, un inno, un canto,

forse non è troppo tardi, amore mio, forse non è troppo tardi.

poi la città gli si stende di fronte, il colonnato

curvo di San Pietro, ellittico, come una chela.

La vede giù lontana tra i turisti vaganti,

accanto alla fontana, minuscola, non puoi confonderla.

Vuole gridare. Il cielo è un marmo azzurro e

stupendo, han fatto bene a venire. Ma lei si muove,

passa accanto all’obelisco di Nerone, la cui lunga ombra nera

attraversa la piazza, una coda, la punta aguzza un pungiglione.

*

Sono arrivati ai ruderi di Ostia.

Lui all’ombra sfoglia la guida,

il berretto calato contro la vampa della luce bianca,

lei s’aggira vagando, facendosi strada

attraverso cortili vuoti, colonne inclinate

e irregolari, verso il silenzio di un anfiteatro dove

si siede, ginocchia ripiegate, ad osservare tre gatti randagi

allontanarsi sui gradini come voglie respinte con dolcezza.

Nella frescura del tempio di Mitra si dividono

del pane casareccio e del Chianti, versando il vino in bicchieri di plastica,

qualche gocciola rossa cade sopra i mosaici, sullo scorpione

ed attraversa il toro, il collo teso alla lama.

Vicino alla via Ostiense siedono separati nell’ombra che si addensa,

lungo l’antica strada ha marciato un impero,

ora non c’è clangore di legioni, né pulsazioni di seme e di sangue,

solo tazze di plastica che scricchiolano.

Poi esili attraverso le ere e il farsi del crepuscolo

chiamati forse dal loro sgomento, dalla sconfitta, giungono attutiti

dei suoni, una donna singhiozza, una porta chiusa ed inchiodata,

l’ultimo carro carico che s’avvia cigolando verso Roma.

 

 

 

EMBERS

When Apollo ordered Mithras  to sacrifice a bull

he carried out the task unwillingly, mosaics depict

his face averted. As the bull died the animal became

the moon, Mithras’ mantle the starry sky.

 

From the bull’s blood the first corn sprouted,

the first purple grapes. Every other thing sprang

from his seed, except the scorpion.

The scorpion drinks seed and blood.

*

Their days are passed in silences

or set pieces, coming and going,

holding out as best they can,

retreating into props and costumes

and south facing rooms,

ignoring the fact that no one ever calls.

And still they make love,

more in hope than passion,

like two castaways

keeping the signal-fire burning

on the off chance,

taking turns to fan the embers,

to straighten the help sign

built with white stones

along their beach.

Each night the great breakers roll in

to wipe away the footprints,

now his, now hers.

*

The old cartographers were right;

it is possible to drop off the edge of the world

and monsters of the deep exist

exactly where the ancient charts placed them.

*

Spires of pine trees, medieval, here and there on the amber hillside;

silence not yet shattered by traffic on the via Aurelia.

She sleeps little in this high-ceilinged room, her fears rustling

like night-creatures in the wood, the air already dry as dead leaves.

Yesterday, a man in the gift-shop smiled but it was not

a stranger’s smile she wanted. No, not his, not his.

A great bird, a hawk maybe, rises broad-winged and circles, circles,

white petals curl on the veranda, pearl-shells loose from the patterned wall.

On the bedside table near his sleeping head,

the door-sign in bold lettering – DO NOT DISTURB.

*

Where the ancient river winds

through the scorched earth of the campagna

it’s hard to know east from west.

A lizard, throat pulsing in the heat,

clings to a rock, waits, listens,

then slithers for his dusty crevice.

She remains in the Piazza while he climbs

the stairs to the Basilica’s great dome.

Higher, higher, slowly winding, a hymn, a chant,

perhaps it’s not too late, my love, perhaps it’s not too late.

Then the city spreads before him, the curving

colonnades of St. Peter’s, elliptical, like a claw.

He sees her far below among the wandering tourists,

standing near the fountain, tiny, unmistakable.

He wants to call out. The sky is marble blue and

beautiful; they were right to come. But she moves,

crossing by Nero’s obelisk, its shadow long and black

across the square, a tail, its sharp point the sting.

*

They have arrived at the ruins of Ostia.

He thumbs the guidebook in the shade,

cap pulled low against the blaze of white sunlight,

she prowls the edges, making her own way

through empty courtyards, the tilt and stagger

of columns, to the still of an amphitheatre where

she sits, knees drawn up, watching three wild cats

move away over the steps like wishes softly rebuffed.

In the cool of Mithras’ Temple they share casareccio

bread and Chianti, splashing wine into plastic cups,

red droplets falling on the mosaic floor, on the scorpion

and across the bull, his neck stretched for the blade.

 

By the via Ostiense they sit apart in deepening shadow,

down this ancient road an Empire marched,

no clang of legions now, no throb of seed and blood,

just the dry crackle of their plastic cups.

Then faint through the ages and the gathering twilight,

drawn perhaps by their dismay, their defeat, come faded

sounds, a woman sobbing, a door being nailed and shuttered,

the last bundled cart creaking up the road for Rome.

**********

LO STALLONE MARINO

 

Troppo vecchi ormai per stare su una barca

e non comunque col mare agitato,

pensammo di tornare fino a Na Clocha,

Steve e io, e buttare una lenza,

magari cercare qualche scorfano nascosto

nelle fessure in fondo alla scogliera.

Quella mattina era alta la marea con delle belle raffiche

così c’accomodammo su una pietra a vedere come buttava la giornata.

Steve lo vide per primo, alzarsi di lontano,

la testa e il collo tesi, una fluente criniera bianca,

il petto ampio, i grandi fianchi rotondi

dietro la bianca coda che s’arricciava in alto

nello slanciarsi d’impeto verso la riva.

Capimmo subito che era lo stallone marino.

E nell’avvicinarsi alla scogliera si levò sulle zampe posteriori

e con balzo possente superò la parete

cadendo con clangore sulla pietra nemmeno a venti passi

da dove noi stavamo a farci il segno della croce,

poiché quello che vedevamo non era cosa di questo mondo.

Si raddrizzò e si lanciò all’interno dell’isola.

Non una sola parola dicemmo ad anima viva,

chi ci avrebbe creduto comunque all’età nostra,

ma quando Paddy Dick scoprì che la sua cavalla era incinta

e non poté spiegarlo, allora ne parlammo.

Non sono tornato mai più alla scogliera

e spesso il mio sonno è agitato.

( Nota di Traduttore. The Sea Stallion è una creatura del folklore irlandese, anche detto Phooka, la cui natura è assai pericolosa.)

 

SEA-STALLION

Da “The Stinging Fly”

Too old now for the open boat

on frothy days anyway,

we thought to go back as far as Na Clocha,

Steve and myself, and drop a line,

maybe try for some rockfish hiding

in the cracks at the foot of the cliff.

The tide was big that morning with a good gust up

so we sat back on a stone to see what the day would do.

Steve saw it first, rising far out,

its straining head and neck, a flowing white mane,

its huge chest, its great round flanks

and a white tail curling high behind

as it charged headlong towards the shore.

We knew straight away it was the sea-stallion.

Nearing the cliffs he rose on his hind legs

and with one mighty leap cleared the face

clattering down on the flag not twenty steps

from where we stood making the sign of the cross,

for what we had seen was not of this world.

He steadied himself and headed off across the island.

Not a word did we say to anyone,

who would have believed us anyway at our age,

but when Paddy Dick found his mare to be with foal

and couldn’t explain it, we spoke up.

I’ve not been over to the cliffs since

And my sleep is often astray.

*************

OCCHIALI DA SOLE

 

Ieri io ero il pesce che s’incurva

nel mulinello presso il ponte a schiena d’asino

e tu eri la dolce corrente del fiume

che carezza i ciottoli lisci sul fondo sabbioso.

Poi tu eri la luce gialla tra le tende

della finestra al terzo piano e io ero l’uomo

dal cappotto lungo con il cappello e la sigaretta

appoggiato al lampione giù in strada.

Questa mattina, guardandoti in giardino

con le cesoie e il cesto seppi che tu eri

i raggi di miele che si riversano dagli occhi

di quell’antico ponte ai limiti del bosco.

e io non ero più il pesce che s’incurva

nel gorgo oscuro, invece ero adesso

l’airone silenzioso a monte nel canneto

con un cappotto grigio e gli occhiali da sole

molto simili al paio costoso che hai riportato dall’Italia,

quelli che uso solo per occasioni formali

o quella volta al chiuso della nostra stanza d’albergo

a Cascais alle due della mattina.

SHADES

 

Yesterday I was the bending fish

in the swirlpool by the humpback bridge

and you were the river’s gentle current

stroking the smooth pebbles on the sandy bed.

Later, you were the yellow light between the curtains

in the third-floor window and I was the man

in the long coat and hat with a cigarette

leaning against the streetlamp down below.

This morning, as I watched you in the garden

with pruner and basket I knew that you were

the honey-beams pouring through the eye

of that ancient bridge at the edge of the woods

and the I was no longer the bending fish

in the dark pool, instead I was now

the silent heron upstream in the reeds

wearing a grey cloak and dark shades

very like the expensive pair you brought home from Italy,

the ones I take out only on state occasions

or that one time in the privacy of our hotel room

in Cascais at two o’clock in the morning.

SAKURA[1]

 

A Okinawa a sud fioriscono i primi Sakura

la nuvola di fiori si spinge lenta a nord

verso Kyoto e Tokio, delicata onda di petali,

seguita lungo la via da innamorati

in attesa dei primi boccioli

e poi l’hanami sotto l’esplodere dei petali.

(Sakura è il meraviglioso ciliegio da fiore giapponese, simbolo d’amore e di giovinezza. L’hanami è il tradizionale picnic sotto gli alberi in fiore.)

SAKURA

In Okinawa to the south the first Sakura blooms,

the blossom-clouds creep slowly north

towards Kyote and Tokyo, a gentle petal-wave,

tracked all the way by lovers

watching for the early buds

and then the Hanami beneath the petal-burst.

(Sakura is the beautiful Japanese Flowering Cherry, symbol of love and rejuvenation.

Hanami is a traditional picnic beneath the blooming tree.)


[1] Il testo è stato ispirato dalla tragedia del recente tsunami  nel nord del Giappone.)

(C) 2012 Gerard Hanberry per i testi originali – (C) 2012 Francesca Diano per le traduzioni. RIPRODUZIONE RISERVATA

 


Q&A with Francesca Diano on The Wild Geese.com Part 1

I’m greatly indebted to the wonderful people of The Wild Geese website: Maryann Tracy for her constant presence, help and ethusiastic support,  Gerry Regan for his  great help and presence. my special thanks to Belinda Evangelista, who introduced me to The Wild Geese and with her loving presence made all this possible.

FROM: The Wild Geese The history of the Irish worldwide

http://us1.campaign-archive.com/?u=c2de7d833977ba0b4852d9b81&id=b5ce7f0d5f

AND DIRECTLY FROM HELL’S KITCHEN

http://thewildgeeseblog.blogspot.it/2012/04/italians-affair-with-irish-antiquarian.html

An interview to Francesca Diano. 

IRISH MINUTE

Italian’s Affair With Irish Antiquarian:
A Q&A With Writer Francesca Diano 

Writer and teacher Francesca Diano seems likely to be among Italy’s greatest living experts on Irish folklore, with her particular focus on the work of 19th century Irish folklorist Thomas CroftonCroker. She is what one might call in American slang “a chip off the old block,” the daughter of Carlo Diano, a famous philosopher and scholar of ancient Greek and professor at the University of Padua. He had a great influence on her interest in mythology and ancient cultures.

A graduate of Padua University, she lived in London for a time, where she taught courses on Italian art at the Italian Institute of Culture and worked at the Courtauld Institute of Art. In the late 1990s, she lectured in Italian at University College Cork.

A literary translator, having worked for well-known Italian publishers, she has done translations of many famous authors, including Croker. With Irish folklore and oral tradition among her main interests, she was lucky to find one of the few and very rare original copies of the 1825 first edition of Croker’s “Fairy Legends.”

Diano was curator for Collins Press, Cork, of the facsimile edition of “Fairy Legends,” which was released on the bicentenary of Croker’s birth [Editor’s Note: Croker was born at Cork on January 15, 1798]. For the occasion, she was interviewed by The Irish Times about her interest in Croker and Irish folklore. Her Italian translation of Croker’s work was launched at the Irish Embassy in Rome.

She has lectured extensively on art, literature, translation studies and Irish folklore. Her work been published in journals and newspapers. She writes poetry, in Italian and English, short stories and essays, and has served as art critic for some well known Italian artists.

In May, she will present on Irish funeral traditions and keening, a focus of Croker’s, at an international meeting in Tuscany on the 10th anniversary of the death of Italian-English writer and scholar Elémire Zolla.

Diano has her own blog, “Il ramo di corallo” (The Coral Branch) and is a teacher at the Art High School in Padua. The Wild Geese Folklore Producer Maryann Tracy decided to learn more about Diano’s fascinating Irish focus. Here’s what she learned:

The Wild Geese: You mentioned that everything connected to Ireland is a joy for your soul. How did you develop this love of Ireland?

Francesca Diano (left, with her T.C.Croker’s original book): Yes, it’s true. Ireland has this power of attraction and fascinates many people. I suppose this has something to do with its beautiful, intact nature, but also with a special energy radiating from the island. But, as far as I’m concerned, there is much more. It’s a long story, starting in London, in the early 70s, when I lived there for some years. I’m Italian, but although I love my country, since the first time I went to UK, I felt a strange sense of belonging. It was in London that I found this very special book. It all started from it. I’ve always loved fairy tales, myth and legends, and the past. The very distant past, but at the time I didn’t know much about Irish folklore and traditions.

Yet, as soon as I started to read this book, something clicked inside me. Like a faint bell ringing deep inside. I was extremely puzzled, because the anonymous author’s elegant style, encyclopedic culture and the same structure of the work clearly revealed a refined education and a great knowledge of the subject.

I have a very enquiring nature (I love detective stories), and discovering the name of the author was a challenge. At that time, the Internet had yet to come, as well as personal computers, so it was very difficult to do research from abroad. I was back in Italy then and from here I couldn’t find any clue about this work. In fact, in my country it was totally unknown. It took me 15 years to unveil the mystery, but all along those years of research my love for Ireland grew stronger and stronger. It was, you see, like digging for a treasure, or going on a quest, but that country, where I had never been before, didn’t seem unknown at all. It seemed like a place I knew and that was gradually coming back into my life. The time had come for the soul to find its way back to my soul country. That was how I got interested in Irish folklore. It was an act of love. Like if I was just rediscovering a great and long lost love.

The Wild Geese: How did you acquire Croker’s “Fairy Legends”?

Francesca Diano: It was while living in London that, on a late summer afternoon, I met for the first time an Irishman without a name. I was unaware at that time that he would completely change the course of my life.

I met him in an antiquarian bookshop in Hornsey, so the bookseller was actually a go-between. I had befriended the bookseller, and we shared a passion for old books, for things of the past, for the lovely smell of old dusty paper. In that shop I could dig into the past – a past that proved to be my future.

Often, on my way back from the Courtauld Institute, where I worked, I stopped there and he displayed his treasures in front of my adoring eyes — prints and books that rarely I could afford, as he was well aware of their value and he wasn’t very keen on parting with the objects of his love. But he liked me, so, that afternoon, knowing that soon I would return to Italy after my years in London, he went at the back of his bookshop, and after a while he emerged with a little book that he handed me with great care.

“I am sure you will like this very much,” he told me with a knowing smile. He charged me only £3.6. This book is now worth hundreds and hundreds of pounds. I often wonder, thinking of how this book dramatically changed my life, if the bookshop in Hornsey and the bookseller really ever existed, or were they just a fairy trick.

The Wild Geese:  Why is Croker’s work so significant?

Francesca Diano: Thomas Crofton Croker was an incredible man and a unique character. Since he was a young boy, he was fascinated by antiquities and old curiosities, so he started to collect them very early in his life. His family belonged to the Ascendency, but he developed a great interest in old Irish traditions and tales, a subject not at all considered at that time, if not with [disdain]. In his teens, he toured Munster, sketching old ruins and inscriptions, collecting tales and superstitions from the peasantry, noting them down, an interest quite unusual for an Anglo-Irish. Then, on the 23rd of June 1813, he went with one of his friends to the lake of Gougane Barra, to attend a “Pattern,” such was called the festivity of a Patron Saint.

On the little island in the middle of that lake, in the 6thcentury, Saint Finnbarr (or Barra), the patron and founder of Cork, had his hermitage. For centuries, around the lake, Saint John’s Eve was celebrated and a great number of people gathered there, even coming from distant places, to pray, sing, dance, play and feast.
It was on that occasion that Croker heard for the first time a caoineadh,recited by an old woman.  He noted it down and was so impressed, that he decided he would devote himself to collect and write down oral traditions.
Later he went to live and work in London as cartographer for the Admiralty, and in 1824 the publisher John Murray released his first work, Researches in the South of Ireland, a unique collection of observations, documents, descriptions and tales of the places and people, a sort of sentimental journey, so to say. Croker had collected so much of oral tales and traditions that Murray asked him to write a book. So, in 1825, he did, and that was the first collection of oral tales ever published on the British Isles.
 Croker greatly admired the Brothers Grimm, and their work inspired him. In fact, the “Fairy Legends” were translated into German by them that same year, as they acknowledged the great importance of this work, although it was anonymous. Later, they became friends and they even contributed to a later edition of Croker’s legends with a long essay.
The 1825 first edition bears, in fact, no author’s name. This was because Croker had lost the original manuscript, and he asked his friends in Cork to help him in reconstructing it. So, honest and true as he was, in this first edition he only refers to himself, not by name, but as “the compiler.”
This edition was printed in 600 copies and sold out in a week! And Croker became a famous man. The importance of Croker’s work lays in its very modern structure and research method. That is, in the fact that he gives the tales as they were told to him, and all his rich notes and comments are confined at the end of each tale, thus showing great respect for his informants and for the truth. This is why he is regarded as the pioneer of Irish folklore and of folklore research in the British Isles.
The Wild Geese:  What compelled you to translate Croker’s work into Italian?
Francesca Diano: My father was one of the greatest Italian translators of the Greek tragedies, but also of German and Swedish authors. So I can say I breathed the art of translation since I was born. Translating, as I said, is first of all an act of love, that is, knowledge and a way to share this knowledge with others. A way to connect cultures and times.
But I started to translate Croker’s work long before I decided to publish it. It was because I loved it and because I wanted my children to love it with me. I’ve always had the spirit of a storyteller, and I told my children stories every night, at bedtime, for years and years. So, that was the first reason why I translated it. They were its first Italian public. Later I submitted my work to a publisher.
The Wild Geese:  I understand that you just completed your first novel. Tell me about it.
Francesca Diano: Yes, after more than seven revisions in the course of some years, I eventually resolved it was time to print my novel. I’m an obsessive editor! “The White Witch” (“La Strega Bianca” in Italian) is, as according to the subtitle, an Irish story, set mainly in Ireland and partly in Italy. It came first as short story I wrote while living in Ireland, which later developed into a novel.
Sofia, the main character of the story, sets on a long journey through Ireland on a very special quest, a mystery to be unravelled. There is also a love story that belongs to another life and a surprising encounter with a woman, who is both a witch and a psychic — the White Witch. She will help to lift the veil hiding Sofia’s past.
The beauty and magic of the island reveal to Sofia the power of the feminine, the healing power of the Great Mother Goddess, as a means of a total transformation.
Sofia’s is a journey through time and space, paralleled by a journey inside her. …
 While meeting the various characters in her new homeland, Sofia recalls people and events of her life, and all the things that were before unclear and confused. These will now acquire a new meaning and place through the unexpected events of her new life.
Cork, Cobh, Dublin, Monkstown, the Killarney lakes, Glandore, the National Museum, are all for Sofia places of learning and discovery. Each one of them is a center. In Ireland, Sofia will find the mother she never had. WG

Bloghttp://thewildgeeseblog.blogspot.com/  . To follow the blog via e-mail, register at  http://thewildgeeseblog.blogspot.com/ 

COBH a poem by Francesca Diano

Photo: Illustrative image for the 'COBH' page

Cobh Bay

 

This is a poem from a short collection of poems I wrote in English. Most of them have been written while I lived in Ireland.

http://www.ouririshheritage.org/page_id__89_path__.aspx

COBH

Green like dawn among the oaks

green I am – and my throat

thick with moss and heather –

opens to the flush of greenish words.

Green is my smile and leaf-like is my skin

my fingers green grass leaves.

My eyes – a wave – lost in translucent waters

melt into currents and wriggling  sands –

travel beyond  the bay – flooded with stars –

Flatland –where long rows of preying seagulls

keep time beyond the line of time.

The time that fills me, that fills up the banks

of twin skies – reflecting a blue shyness –

bringing together – interlaced fingers – moon and tide.

Around me  dripping of archaic waters

ebullient flashing words.

In their rolling – the clouds – melting the hills

burst with green froth of rhyming waves.

Ogham signs carved into the stone of heaven.

High is the sky and higher still

When I set on my quest – searching the limit

For its primeval sign.

The well of my new path –

gleaming already in its triple spiral.

Listening  – open-eyed – to the song of the light

to the lightning that sets rainbows on fire.

The green sacred Isle that is buried inside –

Sphere of desire.

Nothing will win you back

If not a running – melting sky.

 

(C) 1998  Francesca Diano. All rights reserved