Intervista fattami da Livio Partiti per la sua rubrica radiofonica Il Posto delle Parole su Voices of the Book of Kells di James Harpur

 

 

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La trovate qui

http://ilpostodelleparole.typepad.com/blog/2015/09/francesca-diano.html

James Harpur – San Simeone Stilita, a cura di Francesca Diano

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Foto di © Dino Ignani

HARPUR SAN SIMEONE

James Harpur  San Simeone Stilita, testo a fronte, a cura di Francesca Diano, Proget Edizioni, 2017

In occasione della presenza in Italia di James Harpur, a fine maggio 2017, che ha tenuto, per la prima volta nel nostro paese, una serie di incontri e conferenze, esce l’elegante plaquette con il lungo poemetto in quattro parti San Simeone Stilita, edito da Proget Edizioni e da me curato. Insieme a questo testo, sto lavorando alla ricca antologia Il vento e la creta – selected poems, 1993 – 2016, che raccoglie testi scelti dalle otto raccolte fino ad ora pubblicate e alcuni testi in prosa. James Harpur, un poeta ormai considerato fra i maggiori del nostro tempo a livello internazionale, ma che, in Italia, non ha ancora la fama che merita.

Il poemetto di circa 600 versi, è dedicato alla bizzarra, affascinante figura di San Simeone Stilita. Ne propongo qui la prima parte, con un breve estratto del mio testo introduttivo.

F.D.

***************

“La via in su e la via in giù sono una e la medesima”[1]. E veramente il basamento della colonna da cui clama lo Stilita di James Harpur potrebbe recare incise le parole di Eraclito, poiché quella colonna, che vorrebbe essere una verticale via di fuga dal mondo, ma si rivela vano, illusorio abbaglio, non è vettore unidirezionale verso l’invisibile – ascesa dall’umano al divino, dalla materia allo spirito – ma percorso inverso, anche, dal divino all’umano, ed è, allo stesso tempo, via orizzontale ché, nella tensione che tra quelle polarità si crea, vibra, e questa vibrazione ne dissolve i contorni, fino a sfarli in un alone luminescente. Una vibrazione che si dilata, in onde centrifughe, ad abbracciare lo spazio circostante, permeandolo, inglobandolo.

Fu questa, forse, l’origine dell’attrazione magnetica che colonna e Stilita, non separabile binomio, esercitarono allora, seguitarono ad esercitare dopo la sua morte, ed esercitano, se la sua particolare forma di fuga dal mondo ebbe più di un centinaio di imitatori, ancora fino a metà del XIX secolo, mentre Alfred Tennyson scrisse un poemetto di duecento versi – in realtà assai critico e ironico – sull’anacoreta e Luis Buñuel, nel 1964, girò un film, Simòn del desierto, Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia. In entrambi, l’immagine di Simeone è ambigua e contraddittoria; ma questo non deve meravigliare, ché ambiguo e contraddittorio è il rapporto di Simeone con sé stesso, col proprio Dio e con le sue creature.

La colonna, fuga e piedistallo, da lui scelta come distacco-separazione dal mondo e come diretta via d’accesso all’invisibile, è essa stessa  contraddizione, anzi, è un paradosso. In fondo non è che un supporto di pochi metri; nulla rispetto all’immensa distanza – non certo solo fisica – fra terra e cielo. Così il Simeone di Harpur anela negando, rifiuta ciò di cui ha sete, cieco di fronte all’essenza stessa di quanto desidera, s’illude di non dover fare i conti col mondo cui appartiene. A tal punto vi appartiene, da sentirsi costretto a operare una rimozione, un’escissione cruenta, di cui parla in termini chirurgici.

Per quanto Simeone si allontani dalla terra, dalla materia che ricusa con tutto l’essere, per quanta distanza ponga tra sé e la realtà, per quanto tenti, accrescendo sempre più l’altezza del suo trampolino, di farsi possessione di Dio oltre un cielo, per lui, deserto quanto il deserto di rocce e sabbia, lo Stilita è prigioniero di un inganno, di un feroce equivoco. E più Simeone nega il suo corpo (parte di quel mondo fisico da cui fugge), più quel corpo esercita una furiosa attrazione sui suoi seguaci. Il suo occhio, che rifiuta di abbracciare la sfera dell’evento per perdersi in quella della forma, se ne stacca e si solleva verso il vuoto, cercando risposta a una domanda improponibile. La crudeltà del suo auto-inganno è tanto più corrosiva, quanto più Simeone trascura l’impossibilità di eliminare uno dei due poli, la tensione dai quali è generata è la vita stessa. Il Simeone di Harpur non vede, se non alla fine, che la sua colonna è inutile; il cielo è qui, Dio è qui, su quella terra che lui si rifiuta di sfiorare, in mezzo a quell’umanità da cui fugge. Inseguito.

Non si dà forma senza evento, né evento senza forma. Non si accede al divino se non passando attraverso l’uomo. Né si accede all’uomo senza fare i conti col Sacro. L’evento primario, per ogni cristiano, è Cristo incarnato. Tu neghi la carne, neghi l’uomo, e neghi Cristo, ne fai una favoletta. Trascendere è possibile solo a condizione di accettare questa verità, e difatti, in tutto il testo, mai Simeone si rivolge altri che a Dio; solo negli ultimi tre versi, dopo l’avvenuta catarsi, nomina Cristo:

Ciascuno è Cristo

Che solo cammina fra campi di grano

O lungo il mare della Galilea.

Solo. La visione che Simeone ha dell’uomo è finalmente quella di Cristo. Solo, ma non separato. Cristo è nella relazione che dell’umanità fa una. È quella relazione. Simeone lo comprende infine quando l’amore di coloro che lo soccorrono e lo riportano in vita, dopo la quasi-morte, cui come giudice spietato si autocondanna, gli rivela da quale profonda tenebra originasse il suo errore, quando, superato il proprio abbaglio, riconosce negli altri, e dunque in sé, il miracolo, sì abbagliante, dell’incarnazione. Abbandonare l’umano per tornare all’umano, dunque.

La via in su e la via in giù sono una e la medesima. Dio, o il Sacro, come lo si intraveda, se mai lo si intravede, non è tenebra, ma è attraversando la tenebra di sé stessi che, nel cercarlo, solamente lo si può trovare, per attitudine o illuminazione. Non è fuori di noi, è in noi.

La piattaforma su cui Simeone visse era di forma quadrata (“la quadrata materia”); il simbolismo numerologico del Quattro, sia come manifestazione di tutto ciò che è concreto e immutabile, sia come manifestazione della materia, dell’ordine, dell’orientamento, torna in tutto il poemetto, a partire dalla sua stessa struttura quadripartita. A significare che la salvezza è in questo mondo, in questa realtà, nell’abbracciare la propria umanità.

[…….]  Storicamente, quel corpo che lui aveva negato, dopo la morte scatenò aspre rivalità – vere guerre fra gruppi armati – per il suo possesso. Così, l’originaria negazione del corpo, ne sancisce infine, con ironico rovesciamento, la sacralità, ne fa oggetto di venerazione, facendo del cadavere centro di culto straordinario.

Il corpo fu trasportato ad Antiochia ed esposto per trenta giorni nella chiesa di Cassiano e, successivamente, traslato nel duomo ottagonale costruito da Costantino. L’ottagono, non si dimentichi, è simbolo di resurrezione. Non è chiaro, dai testi, se il corpo o parte di esso, fosse poi portato a Costantinopoli.  Nel VII secolo però, con la caduta di Antiochia  in mani arabe, di quel corpo si perse ogni traccia.

Quel che invece rimase, come sede di culto vivissimo, fu il luogo ove sorgeva la sua colonna, a Telanissos (ora Qalat Siman, nell’attuale Turchia), e dove sorse un enorme monastero e una grande basilica, di cui oggi restano rovine. Notizie, chiaramente gonfiate ad arte, riportano che la chiesa potesse contenere fino a diecimila persone. Numero che semplicemente indica una grande pluralità indefinita, (penso all’uso di tale numero nella tradizione letteraria e filosofica cinese) ma  attesta l’eccezionalità del culto.

[…..]

Francesca Diano

[1] Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano. Fondazione Lorenzo Valla.

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Foto di © Dino Ignani

Da
SAN SIMEONE STILITA
Traduzione di Francesca Diano

“Si collocò su di una serie di colonne dove trascorse il resto
della vita. La prima era alta poco meno di tre metri e su
di essa visse quattro anni. La seconda era alta circa cinque
metri e mezzo (tre anni). La terza, di dieci metri, fu la sua casa
per dieci anni, mentre la quarta ed ultima… era alta diciotto
metri. Lì visse per gli ultimi vent’anni della sua vita.”

Oxford Dictionary of the Saints

“Non c’è bisogno di graticole; l’inferno sono gli altri.”
Jean-Paul Sartre

“Ovunque io voli è Inferno; io stesso sono Inferno…”
Milton, Paradiso perduto, IV, 75.

1

Nell’urto del calore,
Tremano gli orizzonti di chiarità fumosa.
Il deserto è un fondale marino
Da cui tutta l’acqua sia riarsa.
Qui non ebbe potenza la creazione
Se non per sabbia, rocce,
Ciuffi d’erba e pidocchi.
Un arco di montagne, vetrose di calore,
Isola questo paradiso adamantino
Dalla profanazione del triviale.

Ho tutto il giorno per volgermi
In direzione dei punti cardinali
In armonia col sole
Osservare il vuoto che m’assedia,
Sabbia che avanza e mai sembra muoversi,
L’armata del non-essere
Che con la notte si dilegua nel nulla.
Sono il centro di un cosmo
Acceso solamente dai miei occhi.
Sono la meridiana del Signore:
La mia ombra è il tempo
Ch’egli proietta dall’eternità.

La notte facevo questo sogno:
Mi trovo a scavare in un deserto
Come scorpione in fuga dal calore;
la buca si fa così ampia e profonda
Che sono chiuso, come in un pozzo,
E sfiorato da un’ombra rinfrescante.
Ogni vangata di sabbia a espellere un peccato
Alleggerisce l’anima dall’oppressione
E illumina il mio corpo dall’interno
Ma mi fa scorgere più buio giù nel fondo
E seguito a scavare
Finché mi sveglio, colgo la luce del giorno.

Con il tempo compresi
Che questo era un sogno capovolto:
Avevo costruito un buco speculare
Ma fatto materiale da blocchi di pietra.
Qui, sulla cima, son mio proprio signore,
Il mio palazzo è una piattaforma balaustrata
Il tetto un baldacchino di sconfinato azzurro,
I terreni di caccia sono un mare di polvere.
Non odo altra voce che la mia,
A profferire anatemi, preghiere – pur solo
Per ricordare il suono,
O mi sussurra in testa, dove evoco
I chiacchierii di Antiochia
Gerusalemme e Damasco,
Di eremiti che ciarlano sui monti.

Signore, è eresia pensare
Che l’isolarsi spiani la via verso di te,
Che la gente sia corrotta ed infetta
Poiché calpesta quiete, silenzio, solitudine
Nel suo accapigliarsi per dar sollievo
Ai tormenti dell’imperfezione?
Quando alla terra ero vincolato, un penitente
Incatenato a una cornice di roccia
Non riuscivo a pregare se non pregando
Che la notte si potesse protrarre
Contro l’onda dell’alba che s’infrangeva
Contro la roccia, rivelando pastorelli
Sboccati, che scagliavano pietre,
E plebaglia di pellegrini
Che passavano da un oracolo all’altro
Condotti senza posa da domande
Lasciate prive di risposta
Per dare un senso alla vita
E far fare esercizio alle gambe.

Perdonami Signore –
Credo di odiare il mio vicino.
Pur se appartengo al mondo
Ora almeno la superficie non la tocco.
So che odio me stesso,
Della vita temo le dita che contaminano,
Pavento gli effluvi del giorno
Sguscianti attraverso sensi incontrollati
Per putrefarsi dentro la mia testa;
Con codardia crescente
Temo l’attaccamento dell’amore
Temo l’infinità della morte
Temo il sonno, l’oscurità, i dèmoni
Striscianti, i loro occhi grigi come pietra.
Lo so che devo rendere me stesso
Un deserto, un vaso ben lustrato,
Perché in me tu riversi il tuo amore
E trasformi in luce la mia carne.
La notte invece sogni immondi
Mi colmano di donne che conobbi –
Ma un po’ mutate e nude –
Che danzando tra velami di sonno
Sussurrano alla mia verginità.

Si dice che simile attrae simile.
Quanto putrido devo essere dentro
Se di continuo mi pasco
D’ira, lussuria, rancori del passato
Rievocando in crudele dettaglio
Involontarie offese che punsero il mio orgoglio,
Lasciando che la vendetta cresca
Con una tale grottesca intensità
Che la bile potrebbe intossicare l’esercito persiano.

Quasi sempre mi sento dilaniato.
Uno spirito che anela alla luce,
E un corpo con colpevoli appetiti
Che domo stando rigido e ritto tutto il giorno,
Osservando la sagoma emaciata
Ruotarmi lenta intorno
In attesa di debolezza, esitazione.
Oppongo la volontà contro la carne
Ma quando il sole viene inghiottito
Mi unisco al buio, ombra mi faccio
Nell’anarchia sudicia dei sogni;
Inerme, alla deriva, tutta notte mi volvo
Attorno alla rammemorante colonna dei miei peccati.

All’alba mi risveglio, avido di provare la letizia
Di Noè che libero galleggia verso
Un mondo incontaminato risplendente,
Ma quando il sole irrompe
Sono un corvo malconcio in un nido
Di sabbia, capelli, feci albe
E croste di pane che un monaco babbeo
Mi lancia insieme a otri –
Un essere senz’ali che sogna di volare
Sento il deserto che mi stipa dentro
Ogni solitudine io abbia mai provato.

Le distese di nulla del deserto
Specchi giganti dell’anima mia
Riflettono ogni frammento di peccato;
Più mi purifico
Più emergono macchie brulicando
Come formiche che schiaccio adirato –
Come può Dio amare la mia carne rattrappita,
La mia fragilità, l’assenza di costanza?
Perché attende per annientarmi?
Mille volte mi inchino ogni giorno –
La notte resto desto a pregare
E prego per star desto.
A volte mi domando s’io preghi
Per tenere il Signore a distanza.

ST SYMEON STYLITES

by
JAMES HARPUR

From
The Dark Age
2007

“He set himself up on a series of pillars where
he spent the remainder of his life. The first one
was about nine feet high, where he lived for four years.
The second was eighteen feet high (three years).
The third, thirty-three feet high, was his home for
ten years, while the fourth and last … was sixty feet
high. Here he lived for the last twenty years of his life.”

OXFORD DICTIONARY OF SAINTS

“No need of a gridiron. Hell it’s other people.”
JEAN-PAUL SARTRE

“Which way I fly is Hell; my self is Hell…”
MILTON, PARADISE LOST, IV.75

1

Heat struck,
Horizons wobble with clarified smoke.
The desert is a sea-bed
From which all water has been burnt.
Creation, here, was impotent
Except in sand, rock,
Spikes of grass, and head lice.
A sweep of mountains, heat glazed,
Cuts off this adamantine paradise
From profanities of the vulgar.

I have all day to turn
Towards the compass points
In rhythm with the sun
And watch the emptiness besiege me,
Advancing sand that never seems to move,
An army of nothingness
Melting away to nothing with the night.
I am the centre of a cosmos
Lit only by my eyes.
I am the sundial of the Lord:
My shadow is the time
He casts from eternity.

I used to have this dream at night:
I’m in a desert digging
Like a scorpion escaping heat;
The hole becomes so wide and deep
That I’m enclosed, as if inside a well,
And lightly touched by cooling shade.
Each spade of sand expels a sin
Relieves the pressure on my soul
And lights my body from within
But makes me see more dark below.
And so I keep on digging
Until I wake and grasp the light of day.

In time I came to realize
The dream was upside-down:
I built a mirror hole
But made material with blocks of stone.
Here, on top, I rule myself,
My palace a balustraded stage
Its roof a canopy of endless blue,
My hunting grounds a sea of dust.
I hear no voice except my own,
Exclaiming curses, prayers – if only
To remind itself of sound,
Or whispering in my head, where I revive
The chatterings of Antioch
Damascus and Jerusalem,
Of hermits gossiping in mountains.

Lord, is it heresy to think
That isolation smoothes the path to you,
That people are infectiously corrupt
Trampling silence, stillness, solitude
In their scramble to relieve
The agony of imperfection?
When I was earthbound, a penitent
Chained up on a mountain ledge
I could not pray except to pray
For night to be protracted
Against the wave of dawn that broke
Against the rock, unveiling shepherds boys
Foul-mouthed, throwing stones,
And ragtag pilgrims
Drifting from oracle to oracle
Led on and on by questions
They kept unanswered
To give their lives a meaning
Their legs some exercise.

Forgive me Lord –
I think I hate my neighbour.
I may be of the world
But now at least I do not touch its surface.
I know I hate myself,
Fearful of life’s contaminating fingers,
Dreading the day’s effluvia
That slip through each unguarded sense
To rot inside my head;
More and more I’m cowardly
Afraid of love’s attachments
Afraid of death’s infinity
Afraid of sleep, darkness, demons
Scuttling, their eyes as grey as stone.
I know I have to make myself
Into a desert, a vessel scoured,
For you to pour your love in me
And turn my flesh to light.
Instead at night foul dreams
Fill me with women I once knew –
But slightly rearranged and naked –
Who dance through veils of sleep
Whispering to my virginity.

It’s said that like draws like.
How putrid I must be inside
That I’m forever feasting on
Anger, lust, spite from years ago
Recalling in excruciating detail
Unwitting slights that pricked my pride,
And letting vengeance grow
With such grotesque intensity
The bile would poison all the Persian army.

Most days I think I’m split in two.
A spirit yearning for the light
And a body of delinquent appetites
I tame by standing stiff all day,
Watching its scraggy silhouette
Revolve around me slowly
Waiting for hesitation, weakness.
I set my will against my flesh
But when the sun is swallowed up
I join the dark, become a shade
Within the filthy anarchy of dreams;
Helpless, adrift, I’m turned nightlong
Around the memory column of my sins.

At dawn I wake, bursting to feel the joy
Of Noah floating free towards
A shining uncontaminated world.
But when the sun erupts
I am a tatty raven in a nest
Of sand, hair, albino faeces
And bread rinds a half-wit monk
Lobs up to me with water-skins –
A wingless creature dreaming of flight
Feeling the desert cram inside me
Every loneliness I’ve ever known.

The desert’s fields of nothing
Are giant mirrors of my soul
Reflecting every scrap of sin;
The more I purge myself
The more the specks crawl out
Like ants I stamp to death in rage –
How can God love my shrinking flesh,
My frailty, lack of constancy?
Why does he wait to strike me down?
I bow a thousand times a day –
At night I stay awake to pray
And pray to stay awake.
Sometimes I wonder if I pray
To keep the Lord away?

© by James Harpur, 2007 e Francesca Diano 2017. RIPRODUZIONE RISERVATA

Anassimene di James Harpur tradotto da Francesca Diano

Transport XIXB

Photo (C) Eric J. Heller.

 

Questo il sito dello scienziato Eric J. Heller:    http://jalbum.net/it/browse/user/album/1696720

La foto dello scienziato Eric J. Heller, valente studioso di fisica quantistica, quanto visionario artista , Transport XIXB, visualizza lo studio di un particolare momento del flusso di elettroni gassosi. Questa serie è stata ispirata dagli esperimenti di Mark Topinka, Brian Leroy, e Professor Robert Westervelt ad Harvard per i quali Eric Heller e Scot Shaw hanno lavorato alla componente teorica. L’ho trovata meravigliosamente adatta a illustrare lo splendido testo di Harpur, perché è come se la scienza ai suoi albori, che si fondeva con la filosofia e la poesia, si potesse riconoscere nei suoi più recenti sviluppi, quando, come in questo caso, la scienza è arte essa stessa. Nel leggere il testo di Harpur, che non è ispirato, si badi bene, a questa immagine, sono rimasta profondamente colpita da come i suoi versi sembrino invece descriverla e commentarla. Descrivere cioè, con il linguaggio quasi mistico della sua coltissima poesia, le strutture più profonde e invisibili della materia.

F. D.

 

Anassimene

 

L’anima nostra è aria, guarda il respiro

Che entra gelido, riappare

Fantasma che s’arriccia mentre cammini all’alba

Fra boschi di pini che s’estendono

Sulle colline sulla città dormiente.

 

Come in basso così in alto. Un inverno in cui

Gli arbusti si rattrappirono in nudi agglomerati

Le querce e i faggi, gli sfavillanti salici

Lasciarono la luce scorrere lungo gli spogli rami;

Quando l’erba decrebbe, si sciolsero i cespugli

E la foresta spalancò i suoi sentieri

Come canali che dopo la meditazione si liberano

Quando il sole velato si fermò

All’improvviso ebbi la visione –

Creazione come momento non creato

Lo pneuma è un flusso ininterrotto

Di mobilità infinita e delicatezza

Che assume sempre rinnovate forme,

Una luce che nulla perde di se stessa

Mentre si materializza nel mondo

E si sposta come uno sciame d’api

Per dar forma a nuove particole di senso:

L’aria s’andò addensando in foschia

Poi lentamente s’ingrossò in pioggia

Che creò attrito, cadde a schizzi

Nei solchi e riempì le pozzanghere

Poi più s’addensò in fango e melma

Che il tempo avrebbe indurito come pietra

O per rarefazione ritrasformata in bruma

Per sollevarsi ancora diluendosi in aria

E rarefarsi ancora sempre più –

Raffinandosi e ancora raffinandosi

In oscillanti granuli di fiamma

Fluenti verso l’alto in piccole faville

Per riunirsi in pozze ardenti a risplendere

Dall’emisfero delle tenebre

In forma di stelle e di luna e di sole.

****

Anaximenes

 

Our souls are air, just watch the breath

That enters icy, reappears

A curling ghost on early morning walks

Through groves of pines that stretch

Along the hills above the sleeping town.

 

As below, so above. One winter, when

Shrubs shrank in naked tangles

Oaks and beeches, flashing willows

Let light glide through bare branches;

When grass subsided, bushes melted

And the forest opened up its paths

Like channels clearing after meditation

When the shrouded sun stood still

I suddenly saw the vision –

Creation as an uncreated movement

The pneuma in a never-ending stream

Of infinite mobility and tenderness

Assuming ever-fresher forms,

A light that loses nothing from itself

Materializing in the world

And shifting like a swarm of bees

To shape new particles of meaning:

Air was thickening into mist

Then slowly coarsened into rain

Which gathered friction, splashed

In ruts and filled up pools

Grew denser into slush and mud

That time would harden into stone

Or turn by rarefaction back to mist

To rise up thinning into air again

Then growing rarer still –

Refining and refining further

Into flickering grains of flame

Streaming up in sparklings

To coalesce in fiery pools to shine

From the hemisphere of darkness

As stars and moon and sun.

 

(C) by James Harpur – (per la traduzione Francesca Diano) RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur – The Ascetic of Light

JAMES HARPUR: THE ASCETIC OF LIGHT

 By Francesca Diano

Poetry on the Lake Festival. October 2015

Isola San Giulio on the Lake of Orta

Isola San Giulio on the Lake of Orta

 

FOREWORD

This talk was delivered during the Poetry On the Lake International Festival 2015. It was a privilege for me to be there, among great poets and to talk about James Harpur, a poet who means a lot to me.

My special thanks to Gabriel Griffin, wonderful hostess and patron of Poetry, the mind and soul behind this unique festival, for her generous invitation and affection. The spiritual energy of the place and the universal language of poetry make this one of the most perfect poetry festivals in the world, as Carol Ann Duffy said.

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At first you are dazzled, then stunned, then you fall into darkness, then you feel comforted. Finally, that darkness where he let you penetrate, is suddenly brightened, sometimes by a dim, sometimes by a flashing, but always unexpected light. This is at least how I felt when, exactly ten years ago, I came across James Harpur’s Voices of the Book of Kells and his coruscating language.

Harpur certainly needs no introduction to an English speaking public, as you will all be familiar with his name and works. I must confess I was utterly ignorant of this poet. So, to me, he was an epiphany. A sudden revelation.

At that time I was doing some research on the Book of Kells for a novel I was then writing. And, while surfing the net, I discovered Harpur’s long poem. I had seen the illuminated Gospel of Kells in Dublin and that experience had left a very deep mark on me.

So I read this poem and, the more I read, the more I couldn’t believe my feelings. There, under my eyes, a great poet that I didn’t know before had voiced with an almost overwhelming intensity and art all those feelings and emotions I had experienced in Trinity.  And much, much more. That was the work not only of a great and substantial poet. It was the work of a mystic.

In the verses I was reading, the words were conveying every possible secret meaning, the Word itself   was emerging as Lògos and, at the same time, as  the regulating power of the universe. A power that separates, differentiates, names and orders.

What I immediately did then, was exactly what I always do when I find something that captures my mind and heart: I translated the text. Translation, to me, is the most perfect and precise way to understanding and learning. Not even the most attentive  and accurate reading can show you  the very deep and inner structure of a text. Because you need to understand before you translate. And, to understand, you need to analyze. And, in doing so, you see and learn. Not only words and ideas, but the structure itself. To me, translation is the golden path to comprehension.

I have chosen to speak today about Voices of the Book of Kells, because I think that  this masterly poem is – I believe – the sum of Harpur’s poetics and philosophical views about poetry, life, himself and the world. The alchemical quintessence of everything that can be found further developed in his other works.

Today there are not many to whom poetry is a direct connection to the divine, as it was at its origin. Harpur is certainly one of them. In fact Harpur is a poet deeply connected to the original root of poetry. An Urdichter, one may say, for his poetry draws from that indistinct original magma that was at the beginning of the universe and of creation.

The role that poetry has to Harpur emerges in the four parts of  Voices of the Book of Kells, where he explores not only the genesis of this prodigious illuminated manuscript, the feelings of its anonymous illuminators and admirers, but he plunges also into the deep mechanism of creation and art.

The four parts of the poem are linked to four places and characters:  two of them creators of the manuscript, namely an illuminator and a scribe; while the other two are witnesses of the work: Iona is linked with the illuminator, known to scholars as Goldworker –  Kells with a scribe known as Scribe B – Kildare with the Anglo-Norman churchman, Gerald of Wales or Giraldus Cambrensis, and Dublin with a modern witness, whom one might suspect is Harpur himself (Scribbler). The four parts are also linked to four different historical times and to four different illuminated pages of the Book. In this perfect interconnection between places and times, men and things, nature and spirit, heart and mind, lies a perfect  symbolical architecture of what should be seen as One, as a whole:  the created universe.

That is the aim of the Book of Kells. That is the aim of James Harpur’s poetry.

The number 4, as you know, has a strong symbolic meaning  not only in the Judaic Christian tradition, but in almost all religions and esoteric traditions. On the fourth day of his “creation week” God completed the material universe. In numerology the number 4 resonates with the vibrations and energies of practicality, organization and exactitude, service, patience, devotion, application, pragmatism, dignity, trust, worthiness, endurance, loyalty, mastery, building solid foundations, determination, production and hard work. And are not all these virtues and qualities required of a scribe and illuminator? And, of course, of an artist?Four is also the number of the Gospels and of the Living Creatures in the vision of Ezekiel.The number 4 is not something to play around easily with!

So, what Harpur actually explores in all his works, but most of all in Voices, is that mysterious sphere of creation – a constant struggle between matter and spirit – a struggle that can only find its resolution by annihilating the opposition (and the Self) through the visionary power of the creative Word.

Thus, it is not by chance that the invisible, whispering voice that is heard by the protagonist in Goldworker belongs to Johannes Scotus Eriugena, or John of Ireland, the great Irish Neoplatonic philosopher and theologian, a key figure in early Middle Ages thought, in which I think we can recognize Harpur’s own voice, as well as, perhaps, the contemplations of the illuminator, Goldworker, himself.

Recently Harpur sent me a new version of the first two parts of Voices. In his previous version, the Goldworker is described as recalling his abbot’s advice in order to attain perfection in his creative process. All Goldworker’s doubts and  his fear of not succeeding, find their answer in the sage abbott’s out-of-frame voice. But in this later version, Harpur decided to introduce the voice of Johannes Scotus, who was born in AD 810, that is to say just after the Book of Kells was probably written, the Irish philosopher, a man yet to be born.

Scotus’s great work, On Nature, or De Divisione Naturae, has a four-part structure and this, again, is another mirror of the number four in the poem In this four-parted structure, in fact, Harpur recalls, in many ways, the same quadruple structure of Scotus Eriugena’s magnum opus, Περί φύσεων was its original title, later  translated in the 17th century with the title De divisione naturae (The division of Nature), a dialogue between Master and Pupil. As peculiar as the presence/non presence of Scotus may appear, yet it is crucial to understanding what Harpur’s view of art and creation is. A neoplatonic view, one should say. To him, the process of art and creativity is the same as the process of the soul seeking its way to illumination and understanding. Meditation and vision are the tools. But this process is not an easy one. The same exhausting  path, the same convoluted journey, the same search strewn with doubts and uncertainties. The same quest.  As in the following lines, addressed by Scotus to Goldworker, during a sort of trance – what Ted Hughes called, the ‘sacred trance’, a sort of guided daydream, akin to Jung’s ‘active imagination’ –  in which the illuminator appears to have fallen:

True images arrive from meditation:

As the interfering self falls away

Things surface like stars in a lake

Then fix what you see unflinchingly

And pour it molten into temporal moulds. 

 So, it is through meditation, that is through ascesis, discarding the encùmbrances of the self, that it is possible to see with crystalline clearness the truth of hidden reality, to contemplate it and then, and only then, to represent it in a visible, actual, material form. So the process can not happen through intellectual comprehension, but by attaining the void, emptying the mind, annihilating the self. An emptiness to be filled with the contemplation of the truth. A vision then, a truth that has to be fixed unflinchingly.

Be a void – the voice will in fact whisper this injunction further on. And also Let the spirit surge into the emptiness. The spirit, not the mind. But, for many, be they artists or not,  total emptiness is scary. Fear is thus the only real enemy of art and creation. But of ascesis as well. The menace of the unknown, of that void, of that non-being to be transformed into being,  which is there in front of the artist and of the ascetic, is the same. The challenge is the same.

To Johannes Scotus, true philosophy is true religion and vice versa. In reading  Harpur’s Goldworker, we could paraphrase this assertion with true religion  is true art  and vice versa.

 As the scholar Dermot Moran writes in an article on Scotus Eriugena: “Overall, Eriugena develops a Neoplatonic cosmology according to which the infinite, transcendent and ‘unknown’ God, who is beyond being and non-being, through a process of self-articulation, procession, or ‘self-creation’, proceeds from his divine ‘darkness’ or ‘non-being’ into the light of being, speaking the Word who is understood as Christ, and at the same timeless moment bringing forth the Primary Causes of all creation”

So, light is being and darkness is non-being. And, while reading Voices of the Book of Kells, we will see much of Eriugena’s  Neoplatonic cosmology, as Moran defines it, transformed into poetry and superlative beauty.

It is very interesting to observe at this point, that the  word illumination, meaning in English both a painted image on a parchment and the experience of spiritual enlightenment, has its origin in the Latin lumen, light; and the Latin noun illuminatio, comes from the verb illuminare“to throw into light, make bright, light up”. Visible, that is. In Italian instead an illuminated image is called miniatura, from minium, the red pigment used in manuscripts for the first capital letter of a chapter. What I would like to stress, is that illumination, vision, light and ascesis  are constant elements in Harpur’s poetry. There are, for example, the golden comets in the night sky in the poem, A Vision of Comets; the vision of angels moving through a wheat field in the title poem of his latest book, Angels and Harvesters.

But let’s analyze more closely the object of this talk.

The four characters of Voices of the Book of Kells, namely – Goldworker, Scribe B, Gerald of Wales, and Scribbler –  could be related to the four stages, or phases, both of the creative process and of spiritual evolution. To the eventful struggle of the artist and of the mystic. As Harpur points out, in the lecture he gave at the Loyola Institute  in Dublin, called “The way up and the way down – Two paths to poetry, art and divinity”, (and available on Youtube https://www.youtube.com/watch?v=Q8PiZY7m-1g) there are two ways through which man can approach the divine, himself and the world: the negative way and the positive way Via negativa and via positiva. And no doubt that Harpur’s way is the positive way. In Voices, Goldworker and the Scribbler follow the via positiva, while Scribe B and Giraldus the via negativa.

If we consider the four parts, we can detect in each of them the fundamental stages that the soul needs to face along its journey to salvation.

1 –  Goldworker:  THE QUESTION OF CREATION

2 – Scribe B: THE QUESTION OF LOSS AND DEATH

3 – Gerald of Wales: THE OVERWHELMING SELF (a self-obsessed and ambitious ego that prevents  comprehension)

4 – The Scribbler: INSPIRATION AND CREATION TROUGH VISION AND WORD

 If we extrapolate Scotus’ words scattered throughout Goldworker  and read them all  in a flow, we will understand what all this means:

Douse your senses, then images will stir (the awakening )

The Spirit must be clothed with line and colour

Haul up from the dark a vision of the whole (all is One. In the One is multiplicity)

Then details will cluster, like bees around clover (cfr Anaximene)

Your painting must shimmer with angels’ skin (sensual reality appears in a multiplicity

Or fish scales, but below the surface                of forms, but its real nature is unity)

Its waters must flow deeper than a well

Let it whirl with Ezekiel’s wheels

Yet be rooted as a reed in a river –        (the deep root is only one)

Let the image reveal its life

As a peacock’s tail staggers apart

And it should be an ark for all creatures

For eagle and lion, salmon and otter

And for the angels, who move unseen among us (See Angels and harvesters)

Nature flows from God, flows back to him – (these are Scotus’ own words)

The pattern will emerge of its own accord

As long as you surrender, let yourself go

You cannot see me because I’m unborn,

My name will be John of Ireland; know this

That creation flows from God, flows back;

Each stone and tree, seed and insect –

If we can see beyond their surface –

Are lanterns to help us find our way home

To where the many melts into one.

 

But ignore the different instances of nature

Shift beyond their various shapes

To the eternal patterns of the universe

And gaze on the original of every object

Then paint it live, in the splendour of its light.

 

Your drawings should be diagrams

That lead us upwards to annihilation

As they wipe out the separation of seer and seen

As iron on the anvil absorbs fire

Or sunlight permeates particles of air

True images arrive from meditation:

As the interfering self falls away

Things surface like stars in a lake

Then fix what you see unflinchingly

And pour it molten into temporal moulds

Be a void! Induct eternal life

Through spirals, twists, loops, entanglements

In which the alpha and omega are everywhere

For there’s no start or end, just seamlessness (the discretion of nature and matter is only

This is your chance to incarnate: Christi

autem generatio sic erat –

Loosen the brush and let it rove

Over the page, place trust in it

Don’t shirk from the suspended space

Just float yourself in and all will flow

First the Chi, followed by the Rho

 

That Voices is the description of a spiritual journey, is very clear when considering its first and last lines:

in Goldworker the poem starts with the voice of the illuminator:

 

I follow the path inland that fades

In rabbit light and leads to the smoke

Of home, past bracken, furze and boulders

A lurching sheep, its face lamp-black

The froth of its wool flamed by the sun.

 

And the concluding lines in Scribbler, at the end of the poem, read:

Then higher up I saw a cliff

Long grass spread-eagled by the wind

A beaten path that wound inland

A path that led me on and on.

 

At the beginning the path inland, in Iona, fades, in a light that is elusive, like the form of a fast running rabbit, leading to a place made hardly visible  by smoke. That is the beginning of a journey whose destination is uncertain.

At the end, that same path inland is clearly visible, beaten, although winding. A path that has to be followed. Thus, beginning and end coincide, the closing of a circle where the non being comes into being in an eternal rotation.

This path is flooded with light – even when light is absent, as its absence stresses its existence, like in Dante’s Divina Commedia. From darkness to light. Each of Harpur’s four characters is bound to follow this path. Each of them needs to overcome his resistance to change and evolution, but only Gerald of Wales fails. Because his fear to let go of the self is stronger than his wish to see. He desperately tries to fill the immense vastness of his inner emptiness – which it is not the void of the ascetic or of the mystic – with  worldly goods, pleasures and ambition. He’s a vain man, lacking courage and determination. Thus he cannot love. And, without love, there is neither art nor spiritual evolution. He refuses to let himself be captured and merged by the light that the Book, which he has been told, has been painted by the angels, irradiates.  He glimpses it, but is scared. To Gerald, sensation is more valuable than feeling.

What happens instead in the last section, Scribbler, is that the platonic archetype – the Word, or the Verbum of the Gospel of John – comes to life from a spontaneous bit of doodling that Scribbler is indulging in, and enters the  material world, in the form of a beautiful woman, who then begins to speak to him.

Here we are indeed in the realm of the platonic ὑπερουράνιον τόπον, the place of Forms, of Ideas. There every change, every motion is absent, as it was absent in the woman figure scribbled by the poet. But the Word starts moving when she descends into the world of matter. Contemplating and listening to her is what the artist does. But what is of fundamental importance is actually that this Form emerges from within him. It is something that wells up spontaneously in him; it does not come as an act of will, but from his subconscious, after he has seen the Book of Kells. And it is this grace-given vision that triggers the inspiration the poet had lost.

I think it’s important to observe that the apparent remoteness of the medieval world and culture that Harpur writes about, is not so remote and  has a lot to do with us. For, in writing about mystics and prophets, about saints and sinners, about oracles, diviners and philosophers from the past, Harpur is actually writing about us, about our troubled times, when great changes are taking place. And times of change are never painless. It’s like a delivery. They give birth to something new.

Harpur’s Voices, no less than the whole of his poetry, reveals in front of our spiritual eyes fearful abysses and inaccessible heights. Will we ever be able to follow him there?

But why then, don’t we take John of Ireland’s advise to the Goldworker?  Just make the start, the rest will flow….

(C)2015 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

The Sacro Monte of Orta, where part of the Festival took place

The Sacro Monte of Orta, where part of the Festival took place

 

James Harpur – Voci del Libro di Kells – traduzione di Francesca Diano

Libro di Kells, pagina del X Rho

Libro di Kells, pagina del X Rho

                JAMES  HARPUR

 

             Voci del Libro di Kells

 Traduzione di FRANCESCA   DIANO

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Sono da anni, da quando l’ho scoperto in Irlanda, innamorata della poesia di questo grandissimo poeta, e di suo ho tradotto vari testi. Per la Giornata Mondiale della Poesia ho deciso di rendergli omaggio pubblicando la mia traduzione, in anteprima assoluta per l’Italia, dato che nulla di lui è mai stato da noi tradotto, del suo lungo poemetto sul miracolo di sconvolgente bellezza che è il Libro di Kells. Questa, L’Orafo, è la prima di quattro parti che compongono l’opera.

Harpur è nato nel 1956 da genitori angloirlandesi e da alcuni anni si è trasferito a vivere  nella Contea di Cork a Clonakilty. Ha compiuto studi  classici, approfondendo soprattutto la storia e la letteratura irlandese ma anche latina e greca  dei primi secoli del cristianesimo e ha soggiornato per lunghi periodi sull’isola di Creta, ambiente che ha ispirato molte delle sue opere. La sua è una delle voci più originali, colte e intense della poesia irlandese contemporanea in lingua inglese e, non mi parrebbe eccessivo dire,  della poesia europea, non solo per la cultura vastissima, per  l’originalità della sua voce, ma per  i temi che tratta, che spaziano dall’Irlanda celtica, a quella protocristiana, al declino del mondo classico in occidente, alla contemporaneità. Ha pubblicato  varie raccolte di testi poetici con la prestigiosa Anvil Press e una meravigliosa traduzione di Boezio, che ha intitolato Fortune’s Prisoner. Ma traduzioni ha pubblicato anche da Dante, da Virgilio, da Tagore, da Eschilo, da Plotino  ecc.

Interessantissimo è l’uso della metrica, che spesso è quella classica; trimetro giambico, distico elegiaco ecc.

Da A Vision of Comets, a The Monk’s Dream, da The Dark Age a Oracle Bones a Voices of the Book of Kells, le sue raccolte  poetiche gli hanno guadagnato moltissimi riconoscimenti e premi. Nel 1995 ha ricevuto the British National Poetry Prize, borse dalla Cork Arts, dall’Arts Council, dall’Eric Gregory Trust e dalla Society of Authors. Nel 2009 ha vinto il Michael Hartnett Award. E’ direttore della sezione poesia  di Southword, uno dei più importanti e autorevoli  periodici letterari irlandesi e del Temenos Academy Review.  È stato poeta residente per il Munster Literary Centre e la Cattedrale di Exeter.

La sua è una poesia dalla voce forte e potente, che getta una luce del tutto nuova su un’epoca poco frequentata e sui santi irlandesi dei primi secoli dell’era cristiana, su figure di primi asceti cristiani o di aruspici di Siria e d’Egitto, su figure pagane dell’Irlanda che sta per divenire cristiana, su personaggi, temi e aspetti di diverse tradizioni e culture, ma che tutte appartengono a quei secoli insomma critici e di passaggio dal mondo antico al primo Medio Evo. Ma non mancano temi più personali e intimi, che lo vedono muoversi nell’Irlanda contemporanea. È una poesia fortemente impregnata di misticismo, dunque molto irlandese, ma un misticismo che ha una profondissima connessione con la modernità. Il travaglio del passaggio da un’epoca a un’altra infatti è l’eco del nostro, le domande  che torturano i suoi asceti, cristiani e pagani, i dubbi che attanagliano suoi uomini, i suoi indovini, i suoi monaci, sospesi tra un mondo e un altro, sono i nostri, la fine drammatica  di un’epoca che si avvia incerta verso l’ignoto è la nostra.

Ho da anni l’onore di un rapporto epistolare con James Harpur, che presento in anteprima assoluta per l’Italia per la Giornata Mondiale della Poesia e ho avuto da lui il consenso a tradurre e far conoscere la sua opera in Italia. Presento dunque oggi la prima parte del lungo poemetto Voices of the Book of Kells . Mi piacerebbe che questo grandissimo poeta irlandese, molto noto e giustamente celebrato, ma da noi sconosciuto, potesse trovare un editore.

Francesca Diano

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Storia del Libro di Kells (di James Harpur)

 Il Libro di Kells è stato associato almeno a tre luoghi: Iona, Kells e Dublino. Alcuni ritengono che fosse proprio il Libro di Kells che  Giraldus Cambrensis  vide a Kildare alla fine del 12° secolo. Ma chi  creò il libro e dove, rimane tuttora un mistero. Ora molti studiosi pensano che sia stato iniziato, se non condotto a termine, nel monastero irlandese di Iona, prima di essere portato nel monastero fratello di Kells  dopo l’incursione vichinga dell’806. Rimase probabilmente a Kells negli otto secoli successivi e infine, a metà del 17° secolo,  venne trasferito al Trinity College di Dublino, dove è ora esposto.

Il Libro di Kells è un luogo di poesia divina, scritta e visiva e, soprattutto, da una moderna prospettiva, l’archetipo, o il santo patrono di ogni libro. In ogni pagina vi si dispiega un senso di devozione amorevole, di concentrazione e maestria – è chiaro che il libro fu fatto per durare. È anche un libro di sorprendente tensione; il gusto visionario per la totalità si unisce all’ossessione per il dettaglio; il grandioso formalismo statico delle miniature a tutta pagina è bilanciato da spirali vorticose, intrecci nastriformi e fogliame, gatti birichini e topi, lontre e pesci che saltellano in angoli nascosti. Questo  libro suscita in ogni scrittore delle domande fondamentali sull’arte; il suo rapporto con l’ispirazione; la moderna preoccupazione per l’ originalità e la voce individuale; lo scopo dell’arte sacra e il suo rapporto con la  funzione dell’arte laica o con l’arte in un’epoca laica; la natura dell’immaginazione; la possibilità o meno di rappresentare in forma visibile la verità ultima, ecc.

Premessa di James Harpur  

Il poemetto è diviso in quattro parti. Ciascuna è costituita da un monologo pronunciato da un personaggio storico associato a un luogo specifico: L’Orafo (un miniatore), è associato all’isola di Iona; Scriba B (un amanuense), a Kells;   Giraldo di Cumbria a Kildare; Lo Scribacchino (uno scrittore moderno) a Dublino. Oltre ad essere imperniata su una ‘voce’ e un luogo specifico, ogni sezione si concentra su di una particolare miniatura del Libro di Kells, sulla sua immagine e sui suoi riferimenti, il tutto intessuto nella trama della narrazione. I metri e i ritmi dei versi riflettono, in certa misura, il carattere dei diversi personaggi. Ad esempio, la voce tagliente dello Scriba B è resa con un trimetro giambico ridotto e leggermente spezzettato (scazonte), mentre il raffinato ed esuberante Giraldo si esprime in pentametri pieni ed estesi.

Prima Parte. L’Orafo (Iona, AD 806)

 Nella prima parte compare un miniatore anonimo che lo studioso francese del Libro di Kells, Françoise Henry ha soprannominato l’Orafo, per la sua predilezione per l’orpimento, il pigmento minerale usato per rappresentare l’oro. L’azione si svolge a Iona, poco prima di una devastante incursione vichinga. L’Orafo racconta di come sia arrivato a Iona nel tentativo di salvare la propria vita spirituale dal lassismo di un monastero irlandese e dell’onere di creare ciò che poi diverrà (nella realtà) la famosa pagina del Chi Rho. La sua è la tensione di ogni artista; la pagina o la tela bianca rimane l’eccitante regno del possibile, dell’infinito, fino all’istante in cui il primo segno di inchiostro o di colore riducono l’astrazione del pensiero e del sentire entro i confini del mondo materiale finito. Ed in questo sta il paradosso: la spinta a creare e tuttavia la delusione di non essere in grado di rappresentare la vastità e la ricchezza del sogno. Allo stesso tempo, l’Orafo si strugge sul ruolo che ha come miniatore: è l’opera della sua vita, dedicata a Dio…ma che accadrà una volta che avrà completato il suo ultimo dipinto? Che ruolo avrà allora agli occhi di Dio? Questa  parte esplora queste tensioni, che giungono al culmine quando infine l’Orafo si impegna nella sua opera più grande: la pagina del Chi Rho.

**********

Pagina del X Rho, particolare

Pagina del X Rho, particolare


 

 

 

 

KELLS

 

 A Francesca Diano, con profonda gratitudine e affetto

 

 

Per dipingerti, o Vergine, più stelle che colori si dovrebbero usare,
così che tu, o Porta della Luce fossi dipinta nel tuo sfolgorare.
E tuttavia le stelle non obbediscono a voce mortale.
Dunque noi ti tracciamo e  dipingiamo con ciò che ci può offrire la natura
 secondo le regole che chiede  la pittura.

Costantino Rodio, 9° sec.

 

 

Il grado in cui la bellezza è effusa  nel penetrare  all’interno della materia,  è tanto più debole di quanto  sia concentrata nell’Uno.

Plotino

 

A questa mèta noi tendiamo mentre siamo ancora pellegrini e non ancora arrivati nella stabile dimora, mentre siamo ancora in cammino e non ancora nella patria, ancora spinti dal desiderio, non ancora nel godimento.

                                                                                              Sant’Agostino. Sermone 103

 

 I

 

 L’Orafo

 

Libro di Kells, Folio 34r Matteo 1.18 Chi Rho

 

 

Christi autem generatio sic erat…
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo…

Matteo 1. 18

 

Françoise Henry ha definito il primo e più grande (degli artisti del Libro di Kells) “l’orafo”, perché il suo uso del giallo e dell’azzurro argenteo… evoca l’idea del metallo.

                                                               Bernard Meehan, The Book of Kells

 

 

 

 

La sera deviava la barca

da Mull verso Iona,

un viaggio eco di un grido,

ed io scrutavo l’acqua nel profondo

con l’attenzione di un cercatore d’oro.

Dietro, si levava Dalriada[i]

in monti accesi d’erica, frontiera

di un regno d’ombre.

Alla ricerca di tracce di Columba[ii]

nulla avevo trovato se non pietra

nell’abbazia sferzata dal nevischio,

lastre tombali che andavano in rovina,

l’alloggio grigio ardesia

di vedovo silenzio, fulgore senza rete.

Nessun indizio sui sentieri costieri,

o sulla ritmica erba collinare

e il ginestrone del machair[iii];

o nella “baia del coracle”

dove Columba vide finalmente

che era invisibile l’Irlanda;

o sull’altura di Síthean Mor[iv]

dove un cerchio di angeli apparve

mentre pregava solo in ginocchio

e carezzarono l’aria

con le ali pulsanti, un oratorio

di cigni, che in un alone discendono.

 

*

 

Di rado giungono a meta i pellegrini:

i loro santuari scintillanti

non contegno che ossa, gemme,

e santi di cera. Riprovano

come se il viaggio fosse meta

a sé stesso, la prova generale della morte.

O mossi da intuizione

di un ricordo spirituale sepolto,

camminando verso cappelle, sorgenti

o fonti, imitano il percorso [v]

d’ogni cosa creata che ritorna

all’increata origine:

la Fonte

della luce in eterno fluente

che emana forme, o modelli,

da cui deriva il nostro mondo –

cerchio di cosmico exitus,

poi terreno redditus

I pellegrini seguono trame di percorsi

e ippovie e strade sterrate,

strade romane e viottoli tortuosi;

sfidano fiumi, laghi,

costeggiano paludi, torbiere,

ma la loro visione è sempre diritta,

diretta dalla volontà di raggiungere

una precisa mèta redentiva.

Tuttavia cosa accade quando osiamo

essere audaci come peregrini

monaci che abbandonano i remi

lasciando che lo spirito nel vento

li guidi lungo il loro viaggio?

Come s’affidarono i Magi ad una stella

o Columba nel suo esilio sul mare

fu diretto da vento e onda fino a dove

trovò la sua Casa,[vi] un approdo

da cui casa era ora invisibile.

 

*

 

Attico in un castello scozzese,

Hawthornden,[vii] lontano un mondo;

ho della carta, una cartolina –

in cui tento di decifrare

Christi generatio

e voglia di scrivere. Ho il vuoto,

come affrontassi un esame

con domande in inchiostro bianco.

Attraverso la finestra sulla torre

guardo un torrente spumeggiare verso est,

giunchiglie piegate dalla neve,

scheletriche scritture d’alberi.

Aprile è rigido in linfa e cellula.

Son mesticato per la “trance poetica”

ma le pressioni della volontà

hanno ancora fallito nel far sì che il silenzio

scenda e riluca, come il sole che sorge

prima che emerga la terra

dalla notte, e gli uccelli son pronti

a rompere l’attesa

e sciogliere versi di lode

all’auctorem regni caelestis.

La carta sul mio tavolo

resta un foglio di ghiaccio.

Respiro profondamente; il ritmo

mi fa ritrarre strato dopo strato

come il sussurrato ripetere

della Preghiera di Gesù,

uniforme quiete marina del respiro…

il vetro della finestra è una cornice

di potente scialbore –

fisso lo sguardo lascio giungere Iona:

una figura sfocata, in controluce,

un monaco, una cella, un leggio da scrivano.

Fa la punta a una piuma,

mormora all’ovattato oceano:

 

“Signore guidami, dirigi la mia mano, la scelta dei colori.

E dimmi: dovrò ispirarmi a una sembianza umana,

o a qualunque sembianza sia nel mondo?

Le mie dita son grigie e il naso congelato,

la volontà fiaccata da Esichio il Presbitero

che dice solo un cuore svuotato di immagini

può incubare la tua presenza.

Nel mio vellum[viii] è il sacro bagliore

dell’assenza: non linee, parole. Solo luce.

Come posso magnificare il Nulla?

Eppure cosa vi giace, in attesa di balzare

come delfini dal mare, liberi d’inalare

l’aria e gioire dell’esser senza peso?

O come viticci che si tendono al sole

robusti, che alcuno scopo ostacola?

Per fare la tua immagine dobbiamo guardarti;

per guardarti dobbiamo divenire come te –

ogni giorno preghiamo, digiuniamo, puniamo il nostro corpo

come fossimo bestie caudate di sterco –

ma siamo infatuati dei pigmenti e rendiamo

il vellum liscio come seta pura di Bisanzio –

nutriamo i sensi che dobbiamo annichilare.

Signore, devo dipingerti. Ma come?

In carne e ossa, una cosa che s’affloscia,

come farebbero i seguaci di Ario?

Oppure un balenio dello spirito – fuoco fatuo –

il fantasma dei Monofisiti?”

L’osservo mentre osserva il vellum

infliggere le infinite sue paralisi.

Penso: ‘Cristo’ non è una ‘persona’

ma energeia, lux fluens,

ininterrotto fluire di luce che muove

il sole e l’altre stelle[ix]

e semina quella sorta d’amore

che fiorisce quando il sé perde sé stesso.

Penso: Cristo non può essere dipinto,

solo il suo effetto sulla natura –

creazione ch’è stata fatta Cristo.

Voglio dire al monaco: Capitola!

Allora quel ch’è oltre la caverna

del tuo protetto piccolo sé

sciamerà dentro – come api sul trifoglio –

vorticherà come le ruote di Ezechiele –

la tua opera sarà un’arca – per leoni,

aquile, serpi ed angeli,

che si muovono invisibili tra noi –

e linee di luce cristica tutti noi collegheranno

insieme a livello dell’anima.

Non dico nulla. La sua mano è ferma.

 

*

 

I giorni gocciolano verso il disgelo,

i boccioli son più viscosi sugli alberi,

le giunchiglie spelano nel giallo

sull’orlo del burrone.

Sogno, ad occhi aperti sogno, vedo Iona

sulla mia pagina, il monaco immobile.

Una volta l’osservo dopo i Vespri

sulla White Strand[x], l’oceano

a cancellare un giorno di insuccessi.

Guardiamo la notte risigillare il cielo

con il buio, ed Orione emergere

sopra Dalriada, come se uno scrivano

stesse forando la pergamena cosmica –

la sua cintura di stelle silenziosa e lucente

quanto i Magi in ginocchio nella stalla.

Christi autem generatio.

   Lascia il mare ai suoi incessanti amen,

e fa ritorno all’onere

dell’abbazia, e alla rivalsa del sonno.

La sua cella è gelida come una caverna.

Inizia a pregare e a confessarsi,

lo sento nell’oscurità.

 

“Signore, mi manca la valle dell’Humber,

la luce tagliente dell’Anglia.

Iona va alla deriva sul mare, ed io son trasportato

dall’accidia alla melanconia.

Ogni giorno rivela i frantumi

della tua creazione; detriti, alghe,

funghi, muffe, foschia satanica,

la carne dolorante, il torcicollo.

Se la creazione non fosse che mestiere

mi basterebbe prendere il coltello,

praticare fori, tracciare linee, cerchi.

Ma ogni punto dà inizio ad una forma

che ho timore possa dileggiarti.

Cerco purezza in pigmenti macinati

per mondare il cervello dai pensieri.

E tuttavia temo che il vuoto della mente

sia lo specchio del vuoto della morte.

Come posso dipingerti Signore?

quali occhi, naso, bocca?”

 

Sento le sue parole e sento Plotino

scoraggiare un pittore di ritratti:

“È già duro sopportar queste fattezze

che mi furono conferite alla nascita.

Perché dovrei voler lasciare un’immagine

della mia immagine ai posteri?”

Mi concentro sul volto del monaco,

che cosa posso dirgli? …

Non dipingere l’aspetto delle cose

ma le Idee da cui sorgono –

non una rosa, ma la Rosa, in cui

una rosa sarà l’essenza

di ogni rosa; non celebrare il bello

soltanto, o solo quel che è santo e sacro:

includi il disgustoso, il marginale,

il deforme; e quando mediti

lascia avvizzire e perire i tuoi pensieri –

poi, in seguito, in silenzio, potrai scorgere

il divino in tutto quel che vedi:

il tuo pennello sarà la lanterna

che illuminerà il tuo sentiero

verso l’Immaginazione, i suoi raggi

di luce, come un flusso d’energeia,

annienteranno il velo tra il vedente e il veduto.

 

E lui, come assorto:

“Può il vellum esser casa per Cristo?

Può essere circoscritto da linee –

Colui che è come vento, oceano trascorrente

da un non formato a un altro non formato?”

 

Penso: dipingi il non formato – dipingilo

attraverso la forma; Cristo era spirito e carne,

e la pittura è incarnazione dello spirito.

Non pensare! Desisti – e il tuo pennello

catturerà lo spirito, solcherà

il mistero della tua pagina

e nei suoi abissi vedrà le ricchezze;

abbi fede; emergerà l’immagine.

Sembra lui voglia lanciarsi

dentro la pergamena intonsa, mentre

io sto per mettere mano alla penna –

insieme, forse, vedremo il Chi

inseguire la gioia nello spazio –

come a recare la notizia straordinaria

che la sorgente è sgorgata finalmente –

ma il nucleo di diamante permane immobile,

spioncino su un mondo ch’è oltre;

e ora si lascia dietro il Rho

schizzando lontano da lune e soli –

e si differenzia, e diviene.

 

[i] Antico regno goidelico che si estendeva dalle coste occidentali della Scozia alle coste settentrionali dell’Irlanda a partire dal V secolo. (N. d. T.)

[ii] San Columba, in gaelico Colum Cille, (Gartan, 521 – Iona 597) di nobili origini, giunse sull’isola scozzese di Iona, all’epoca parte del regno di Dalriada nel 563 e vi fondò un monastero, divenuto centro importantissimo di spiritualità e cultura. In seguito alle morti provocate dalla “Battaglia del Libro”, fece voto di autoesiliarsi e stabilirsi solo in un luogo da cui non fosse possibile vedere l’Irlanda. A bordo di un coracle, l’imbarcazione rotonda rivestita di pelli tipica dei popoli celtici e ancora in uso in Galles e in qualche luogo dell’Irlanda e delle Ebridi, sbarcò con i suoi pochi monaci in una piccola baia, Port a Churaich, che significa Baia del Coracle, oggi nota come Columba’s Bay.

La battaglia di Cúl Dreimhne, nota anche come “La battaglia del Libro”, fu uno dei primissimi conflitti conosciuti su questioni di copyright, nel VI secolo nella contea di Sligo. Secondo la tradizione, l’abate irlandese San Columba entrò in lite con San Finnian, dell’abbazia di Movilla, a causa di un salterio. Columba copiò il salterio nello scriptorium dell’abbazia di Finnian con l’intenzione di tenersi la copia, ma non di questo parere era Finnian. Il conflitto era dunque sulla proprietà della copia del salterio, se di Columba perché l’aveva copiato o di Finnian che possedeva l’originale. Il re Diarmait mac Cerbaill emise la sentenza che: “Ad ogni vacca appartiene il suo vitello, ad ogni libro la sua copia.”
Ma Columba non accettò il giudizio e istigò una rivolta del clan Uì Néill contro il re. La battaglia vide la vittoria della parte di Columba (che ovviamente si tenne la copia) ma pare abbia causato 3.000 morti. (N. d. T.)

[iii] Machair, letteralmente “pianura fertile”. È il termine gaelico con cui si indicano le verdi praterie dunose o con leggero andamento collinare esclusivamente tipiche di alcune zone costiere della Scozia, delle Ebridi, e dell’Irlanda nordoccidentale. (N. d. T.)

[iv] Il nome significa “la collina delle Fate” e si dice che lì Columba fu visitato dagli angeli. (N. d. T.)

[vi] In originale Home, dimora, il luogo cui apparteniamo, affettivamente connotato, distinto da house, la casa come edificio. In tutto il testo Harpur usa questo termine che ho tradotto “casa”, non essendoci in italiano un termine semanticamente corrispondente e distintivo. (N. d. T.)

[vii] Il castello del XV secolo, ampliato nel XVII, si trova a poca distanza da Edimburgo. Dopo vari passaggi di proprietà, è stato acquistato e restaurato negli anni ’80 dalla famiglia Heinz, quella dei famosi cibi in scatola, e trasformato in un ritiro internazionale per scrittori, che vengono ospitati per un mese. (N. d. T.)

[viii] Il vellum era la pergamena di qualità migliore e più costosa, ricavata in genere da vitellini o da capretti o vitellini nati morti, dunque molto morbida e sottile. Veniva lavorata lungamente per ottenerne un supporto alla scrittura perfettamente liscio, resistente e il più bianco possibile. In genere, da un animale usato per il vellum, si ottenevano tre, al massimo quattro fogli. Per il Libro di Kells è appunto stato usato il vellum. (N. d. T.)

[ix] In italiano nel testo. (N. d. T.)

[x] White Strand of the Monks è la bellissima spiaggia bianca di frammenti di conchiglie su cui avvenne la strage dei monaci dell’Abbazia di Iona da parte dei Vichinghi. (N. d. T.)

 

 

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