Francesca Diano. La notte che il satellite cadde sulla terra

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Satellite UARS (Fonte NASA)

La notte che il satellite cadde sulla terra

Da Francesca Diano, Fiabe d’amor crudele. Edizioni La Gru, 2013

 

Così, seguendo una sua traiettoria bizzarra, a vite – dissero – a spirale – dissero ancora – il vecchio satellite tornò a casa.

La nostalgia lo aveva macerato per tempi resi intollerabili dalla solitudine. Gli aveva corroso le giunture, i tessuti metallici, i circuiti elettronici, nelle cui pulsazioni nessuno avrebbe sospettato l’attività del pensiero. Nel cuore di berillio e titanio, che batteva con fatica sempre crescente,  palpitava però il desiderio di tornare alle origini. Era partito tanto tempo prima – quanto? Non ricordava – e del resto, che importanza aveva il tempo?  E, in ogni modo,  cos’era il tempo? La sola misura che ne conosceva era una quantità compresa tra  due cesure: il momento in cui  s’era ritrovato a volare in uno spazio allagato da un’oscurità luminosa, dove non v’era linea d’orizzonte, né limiti segnati, né direzioni, in cui gli impulsi intelligenti delle sinapsi elettroniche lo avevano indotto a un corteggiamento perenne della curva terrestre e l’altro momento, quando il suo cuore – un ordinato aggroviglio di circuiti – aveva cessato di battere e il suo dialogo con casa, fatto di impulsi elettronici e numeri, s’era spento nel silenzio.

Era stato felice di comunicare ai Costruttori l’incantamento di quella vastità infinita, l’ebbrezza dell’esplorazione, lo slancio inarrestabile del percorso.  Ma i mutamenti della cupola invisibile che fasciava il pianeta natale erano, per i Costruttori,  oggetto di interesse puramente  meccanico. Lo aveva capito perché le raffiche di dati che trasmetteva, invece di suscitare esclamazioni di entusiasmo – così gli era sembrato  che i Costruttori manifestassero le loro emozioni  – venivano passati ad altri circuiti. “Elaborati”, dicevano. Ma i numeri che inviava loro non avrebbero potuto trasmettere quello che andava osservando con una meraviglia che s’era trasformata  prima in amore e poi  corrosiva nostalgia.

Sotto i suoi occhi attenti si volgeva la rotondità del pianeta azzurro, i vortici delle sue nubi e gli occhi maligni dei tornadi, i colori sempre mutanti della sua atmosfera, l’alternarsi di azzurri, ocra, bruni, verdi, bianchi spumosi. Il sorgere e il tramontare del sole, che tingeva di un pulviscolo multicolore la curva del pianeta, per poi sfumare in un’oscurità alleggerita dagli astri. Cercava – ogni volta che nel suo volo  rotondo vi passava sopra – il punto da cui era partito. Casa.  Col tempo gli era stato sempre più difficile ritrovarlo. Col tempo le sue membra metalliche avevano perso il vigore degli inizi, e così i riflessi dei suoi circuiti.

Non era solo nel suo percorso perenne. Altri oggetti, molti altri oggetti, galleggiavano nello spazio sorretti dalla fedeltà dell’orbitare. Alcuni erano nuovi e pulsanti, altri ormai privi di vita, altri lasciavano intravvedere dagli oblò delle forme immobili. Forme che somigliavano a quelle dei Costruttori. Ma con quegli oggetti non aveva contatti. Tutto il suo dialogo avveniva con casa.

Quando il suo cuore e la sua mente elettronica si spensero, dopo gli ultimi impulsi debolissimi, seppe che i Costruttori lo avevano abbandonato. Dismesso come una cosa ormai inutile.  Per loro  era diventato uno di quegli oggetti morti e inservibili, catturati per sempre dall’orbita. Che mai sarebbero tornati a casa. Da loro, dalla grande casa dei Costruttori,  non gli giungeva più nessun messaggio, né fu in grado di inviare alcun impulso.  Non riusciva a comunicare la sua nostalgia,  la sua preghiera di farlo tornare.  Quell’isolamento, quella solitudine lo terrorizzavano.

Certo, loro non immaginavano che, una volta cessato il suo compito di esploratore, una volta spenta la sua mente, lui fosse ancora in grado di sentire, di vedere.  Ma, quello che per tanto tempo gli era parso meraviglioso, ora gli appariva temibile e minaccioso.  E dai Costruttori, capì, non sarebbe arrivato alcun segnale di ritorno. Capì anche che non lo avrebbero voluto il suo ritorno.

Poi accadde  un evento che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Un piccolo frammento di asteroide lo urtò. E, nell’urtarlo, lo scalzò dal percorso obbligato che era stato fin dall’inizio il suo tracciato nello spazio.  Uscì dall’orbita. Il corpo fragile smembrato in molti frammenti. Eppure, anche ridotto in pezzi, il pensiero era unico. Comune ad ogni frammento. Il pianeta, più compassionevole e più grato dei Costruttori, lo attrasse a sé. Con potenza sempre maggiore lo chiamava  verso il proprio centro. Ora vedeva più distintamente i profili dei continenti, i rilievi che percorrevano la terra di vene brune, i colori cangianti dei mari e degli oceani.

Ma nella felicità del ritorno non aveva previsto che la morte dei circuiti non gli avrebbe permesso di ritrovare il punto di partenza.  La sua caduta era scomposta, avvitata, deviata dai venti  solari e dalle correnti.  Non riusciva a capire dove si trovasse, come tornare a casa.

Fu allora che avvertì la paura. Non la propria, ma quella dei Costruttori. La paura che il suo ritorno imprevisto, non voluto, incontrollato, potesse danneggiarli, causare distruzione  e devastazione. Eppure li aveva serviti fedelmente, con dedizione assoluta. E ora lo temevano. Una creatura nata dalle loro stesse mani.  Tutti i Costruttori e i loro simili parevano impazziti. Ora gli prestavano attenzione. Ora erano interessati al suo destino. Ma non con gratitudine.  Non nell’attesa di dargli il benvenuto a casa. Avrebbero preferito che il ritorno lo ardesse come mille piccoli soli e lo dissolvesse nell’atmosfera. Avrebbero voluto saperlo sospeso per sempre nello spazio vuoto e gelido.

E allora capì che sarebbe stato meglio non tornare.  Non sarebbe tornato a casa. Meglio far perdere ogni traccia, meglio lasciarsi inghiottire dalle profondità dell’abisso liquido , dove nessuno l’avrebbe più trovato.

 

 

 

 

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EGIDIO GAVAZZI “DESIDERIO DI VOLO”

Egidio Gavazzi è una di quelle persone di cui l’Italia dovrebbe essere orgogliosa. Perché è uno dei nostri più illustri ecologi, è un raro conoscitore, osservatore e fotografo della natura, ha fondato riviste come Airone, Acqua, Silva, Alisei, perché la sezione italiana di Greenpeace è nata a casa sua, perché ha dedicato la vita all’amore per la natura, perché è un uomo di una cultura vasta, raffinata e che spazia in molte culture ed epoche, perché ha girato il mondo con occhi di poeta e perché è da sempre innamorato perso di una delle passioni più antiche e mistiche dell’uomo: volare.

Ho usato il condizionale all’inizio, perché la storia di questo libro, o meglio, di questa lunghissima poesia, lascerebbe intendere che le grandi case editrici italiane, che tanto si danno da fare – a loro detta – per scoprire vecchi e nuovi talenti e per pubblicare scrittori di tutto il mondo, non hanno in realtà alcun interesse a pubblicare testi il cui contenuto e la cui scrittura sono di qualità eccellente. Ma questa mia affermazione, le parole che ho usato, non dicono quel che è il libro, sono scioccamente riduttive.

Tuttavia, conoscendo bene il mondo dell’editoria italiana, non mi meraviglia affatto che Gavazzi abbia trovato tante difficoltà per la pubblicazione, lui che per poter scrivere di natura come voleva e poteva, ha fondato una delle riviste più belle del 900, Airone. Come meravigliarsi se, anche uno scrittore unico come Guido Morselli, di cui pure si parla nel romanzo, abbia dovuto tirarsi una rivoltellata perché gli editori corressero a pubblicarlo? Ma evidentemente da morto non era più tanto pericoloso. Pensare, e soprattutto pensare in modo originale, avere una visione del mondo complessa e inusitata, in Italia, si sa, è ritenuto sospetto, dunque pericoloso.  Non c’è di meglio che oscurare, ignorare, mettere a tacere.

DESIDERIO DI VOLO, Sironi Editore, racconta con l’andamento ondivago della memoria, un sogno che si realizza nel corso di una vita eccezionale. Il sogno di volare. Che è da sempre un sogno umano, ma che qui nasce insieme a quel bambino che prima osserva l’universo aereo, poi lo imita, poi si identifica in un nibbio. Che SCEGLIE di diventare un uccello e vi si immedesima, al punto di pensare e vedere il mondo con gli occhi e la mente di un uccello. E dunque, da adulto, si fornisce di ali, quelle degli aerei, per iniziare una lunghissima e ininterrotta storia d’amore con l’aria e la sua dimensione.  Quella della libertà.

Come tutti i percorsi che, se non conducono definitivamente alla libertà, vi si dirigono comunque con ostinazione, anche questo è disseminato di sconfitte, di  disillusioni e amarezze. Che non vengono dall’aria e dai suoi abitanti, ma da altri uomini e, talvolta, dal misurarsi con parti non del tutto note di sé. Eppure, è proprio da questi incidenti di percorso che nasce la conoscenza e la passione cresce e dilaga fino ad invadere ogni campo della vita. Una vita, quella narrata, che davvero diventa “una vita inimitabile”.

Una vita che è stata e continua ad essere, la ricerca della purezza, della bellezza.

“Il cielo, il volo, hanno un potere purificatore sul mondo. Dall’alto il brutto e lo spiacevole tendono a sparire. Nella prospettiva che si allontana si perdono le costruzioni sgradevoli, il disordine, la sporcizia. Tuttavia la nostra capacità di leggere il paesaggio integra il segnale visivo con quegli elementi di negatività che ci sono troppo noti per riuscire a rimuoverli, anche quando sono lontani e confusi. La notte è diverso. La notte è un altro mondo.

Senza il dettaglio del reale che sfila di fianco, senza gli odori degli scarichi, senza un’individuabile presenza di persone, come sarebbe vista da un’automobile, la città dall’alto si trasforma in una sinfonia di luci, senza rumori, senza odori, e si offre in tutta la sua apparente purezza ai pochi che hanno il privilegio di sorvolarla come noi, così piano, così basso.”

E penso, leggendo queste righe, a quando Leopardi parla della luna, di come, osservata dagli astri, la terra appaia lontana e tutti gli affanni e le brutture umane perdano di valore e significato. Perché è così, perché solo uscendo da noi stessi e fondendoci col tutto e dimenticando noi stessi riusciamo a capire noi stessi.

Storie di uccelli e di aerei, divenuti creature vive, dotate di anima e sentimenti, si rincorrono alternandosi come una doppia spirale del DNA attorno a quest’anima di sognatore.

E la dimensione onirica si mischia col quotidiano e il reale, anche grazie a uno stile davvero originale. Anche narrando di dati tecnici di volo, anche tracciando i ritratti e gli ambienti di una famiglia d’origine così bizzarra e affascinante da aver impresso per sempre il marchio della libertà e del desiderio di conoscenza, lo stile è quello di un poema in prosa e non v’è fatto o avvenimento che non acquisti un significato paradigmatico. Che non si faccia conoscenza.

La storia narrata è quella di chi ha girato il vasto mondo, da un continente all’altro, per vedere, scoprire, capire, per amore della vita che si manifesta in innumerevoli forme, una delle quali è anche l’uomo, ma non l’unica e, certo, non la più felice.

Del resto l’Ulisse di Dante compie il folle volo per inseguire la “canoscenza”. Ed il volo non è che la metafora di una visione “dall’alto” delle cose, di una visione più universale.

Leggendo questo libro intensissimo, che in molti punti ti afferra dentro, non ho potuto evitare di chiedermi quale visione abbiano gli uccelli di noi. 

Hawking e Cacciari

Con grande piacere cito le parole di Massimo Cacciari a commento della nuova tesi illogica di Hawking, dato che, esattamente come ho scritto nel mio post precedente, Cacciari conferma in modo chiaro e senza tanti giri di parole, quello che a me era parso subito evidente.

Massimo Cacciari è un noto filosofo e accademico italiano (per alcune associazioni non religiose è un “famoso ateo”). Egli dichiara:

«La tesi di Hawking è illogica. Nulla è più assurdo e antiscientifico di pretendere che un linguaggio specialistico fornisca risposte universali. È una contraddizione logica, quella di Hawking che ha qualcosa di comico e non va nemmeno presa in considerazione. Meglio avrebbe fatto a leggersi la “Dialettica trascendentale di Kant” (da MTV.com).

Allora ecco che il problema da me sollevato: ma che idea di dio ha Hawking? è il punto fondamentale della questione.

Sospetto che anche Cacciari deduca, dalle parole di Hawking, che il dio dello scienziato sia il buon vecchione barbuto dell’immaginazione popolare. Infatti il dio inesistente di Hawking, ha di fatto da esistere, dato che lo nega e per negarlo ne deve avere un concetto.

Cito Cacciari, che conosco e ammiro immensamente, perché lo ritengo una delle rarissime teste pensanti oggi in Italia. Una delle poche menti LIBERE in un paese di servi.

La libertà è sempre relativa, perché siamo condizionati da mille fattori, ma anche nella relatività delle sue possibilità, c’è chi vive tendendo a. La libertà di pensiero è certo un lusso che pochi si concedono. Ma quando si trova una mente libera e coraggiosa come quella di Cacciari, che sollievo!

Una ventata d’aria pura in un paese che ormai è affondato nel bitume, come oggi è l’Italia.

IL VALORE DEL PASSATO

 

 

Che valore può avere il passato per noi? Penso che nessuno metta in dubbio che ciò che siamo oggi è la somma di tutte le nostre esperienze, avvenimenti, emozioni vissuti. Delle conoscenze che abbiamo accumulato e delle lezioni che abbiamo o non abbiamo imparato.

Eppure, rimanere ancorati al passato è come vivere in una morsa, in una gabbia che ci toglie ogni libertà, perché ci impedisce di vivere il presente. E la vita non è altro che un eterno presente.

Il tempo, come noi lo concepiamo, è solo una convenzione umana, respira solo nella dimensione dell’esistenza  che ci fa esseri che “sentono”. E l’esistere è sentire. 

Ma l’esistere è cosa dell’istante, l’Augenblick di  cui parla Goethe nel Faust. “Istante fermati. Sei bello!” dice Faust, nella sua assetata ricerca del senso della vita. Noi “esistiamo” perché in quella esperienza – e non in un’altra – percepiamo noi stessi essere. Dunque il senso è nel presente.

E allora, che valore ha o deve avere per noi il passato? Ecco, io penso che  il passato non come fardello debba intendersi, come ancora a cui rimanere attraccati e bloccati, ma il passato come serbatoio di futuro. Perché noi siamo la somma del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro. Ma non tanto, o non solo come individui, ma come umanità.

Penso all’immenso patrimonio dei miti, della tradizione orale, in cui è racchiusa, e ancora solo in minima parte esplorata, la risposta a chi noi siamo. E’ tutto lì, racchiuso nel passato e galleggiante, come un immenso universo sommerso, sul mare del tempo.

C’è un dipinto famosissimo di Paul Gauguin, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che dipinse nel 1897, poco tempo prima del tentativo di suicidio. E mi immagino che quel dipinto abbia significato per lui la ricerca disperata di un senso a se stesso. Forse più che una domanda sul senso collettivo dell’esistenza umana, la ricerca del significato del proprio destino, del proprio essere nel mondo.

Nessuna cultura ha mai cancellato, condannato, eliminato il passato come stiamo facendo noi. E il risultato non è la capacità di vivere nel presente. Tutt’altro. Perché il presente acquista valore solo nella prospettiva di  un passato riconoscibile, di un passato che diventa fonte e origine. Un presente svincolato da una continuità fluida diventa per forza di cose una superficie senza profondità. E l’assenza di profondità, di radici, genera angoscia.