Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo

Giordano Boscolo, Le nausee di Darwin, Autodafé Edizioni

Quando Darwin, dopo il ritorno in Inghilterra dal suo lungo  viaggio esplorativo per mare sul Beagle, durato cinque anni e affrontato con una tempra e una salute invidiabili, sviluppò una serie di sintomi strani e allarmanti, tra cui vomito violento, nausea, fatica cronica, attacchi di panico, depressione  e malesseri di ogni tipo, non ci fu medico in grado di capire che tipo di malattia lo affliggesse. Darwin divenne un invalido per i successivi 36 anni, fino alla sua morte.

Giordano Boscolo ha scelto questo titolo per il suo primo romanzo, (ma non prima pubblicazione) perché la sua narrazione è in fondo un apologo amaro e feroce di come, nell’Italia di oggi, ci si possa trovare, dopo la laurea, a vomitare  su un peschereccio tra pescatori chioggiotti sballottato dai marosi, per un’improbabile ricerca sulle tartarughe marine, le Carretta carretta, commissionata da un fantomatico centro di ricerche, che non ha uffici, non paga, non si manifesta se non attraverso un tizio sfuggente e laconico.

Boscolo è uno scrittore nato. Scrive bene. Conosce i trucchi per legare il lettore alla pagina e, probabilmente per il suo carattere, ha scelto la cifra dell’ironia. Lui non ama questo termine, preferisce “umorismo”. Ma, mentre l’umorismo ha sempre, in qualche modo,  una componente bonaria e sorridente, l’ironia è distruttiva, corrosiva, graffiante. E’ il mezzo più sottile ed efficace per mostrare la tragedia che si cela dietro la commedia. Non sorride. Ghigna.  Rivela senza pietà la sofferenza.

E, come si diceva, la storia, molto ben strutturata, di cui Luca Visentin, col suo compagno di sventure Davide, è protagonista, è una storia tragica. Quella di moltissimi ragazzi che, in un’Italia dove millantatori, grassatori, mafiosi, politici corrotti ed escort fanno soldi a palate, non hanno lavoro, non hanno futuro, nonostante le lauree, le specializzazioni, la sete di costruirsi una vita.

La tragedia è nell’assassinio della speranza, nell’uccisione del futuro.

Luca è la voce narrante, ma questa è una storia corale. Sullo sfondo della vicenda si avverte la presenza invisibile di molti che non hanno voce. Fantasmi, come Alessandro, alla fine, che si aggira esangue tra le vasche dell’allevamento di branzini.

Poi ci sono le pagine epiche dei viaggi sul peschereccio. I pescatori hanno qualcosa di conradiano e questa ricerca della tartaruga marina ricorda l’inseguimento della  balena bianca. Esiste ma non si sa dove sia. E’ quasi un’entità soprannaturale. Con la differenza che una tartaruga viene pescata. L’unica probabilmente di tutto il Mediterraneo. E, come si conviene a un Leviathan degno di questo nome, mozza il dito del povero Davide.

Ma la tragedia si sfiora davvero e non riveleremo come.  La fine è terribile. Perché l’unico sentimento che emerge è la rassegnazione. Ed è il sentimento più terribile di tutti, perché è come morire da vivi.

L’intelligenza dell’autore – l’ironia è propria solo delle menti intelligenti – sta nel narrare questa Italia sommersa, grigia, priva di luce, senza un solo piagnisteo, senza autocompatimenti, ma in modo secco e quasi distaccato.

Distaccato al punto che si ride fino alle lacrime.  Come quando Luca, per ammazzare il tempo prima di iniziare il suo ultimo lavoro, che consiste nell’aggirarsi da solo in piena notte in uno sconfinato capannone immerso nel buio, tra le vasche di branzini (pare che poi i guardiani inizino a sentire le voci), si immerge nella lettura di La mia pipì è gialla. La tua, di che colore è? istruttivo  libretto per l’infanzia. Ma, a dire il vero, metafora di una forzata regressione, o meglio costrizione, a uno stadio arcaico dell’evoluzione dell’individuo.

E poi ci sono momenti di scrittura che fanno di questo romanzo un’opera davvero speciale.

“In notti, o prealbe, come questa, il tempo si manifesta nella sua vera natura di entità informe, ti appare nella sua nudità, tutt’altro che inerme, evocato dall’oscillazione dello scafo, dal rumore regolare del motore, dal fiato caldo che ti esce dalla bocca in sbuffi di vapore. E’ come il tempo delle sale d’aspetto nelle piccole stazioni di provincia, quando il treno non arriva mai e non c’è nessun altro passeggero con cui chiacchierare; il tempo delle code in autostrada, della mamma che ritarda più del solito e tu hai solo cinque anni, del telefono che non squilla anche se Lei ha promesso di chiamarti. E’ il tempo un minuto prima di essere impiccati. Il tempo dei manicomi.

Solo i filosofi possono permettersi il lusso di dire che il tempo non esiste.” ecc.

In questa riflessione filosofica sul tempo, perché filosofica lo è, sta tutto il senso del romanzo. Il tempo che fugge e sfugge eppure che ti acciuffa, un tempo grigio e compatto su cui non si ha potere se non quello di esserne vittime.

E’ amaro che sia un giovane a percepirlo così. Quasi tremendo. E’ il tempo di Aspettando Godot.

Questo romanzo filosofico, questo apologo, questa storia di illusioni perdute di un’intera generazione (e forse più di una) è costruito con una struttura che mi è molto piaciuta. I capitoli si alternano secondo una temporalità diversa, passato e presente storico, l’inizio della storia e un passato recente che diviene presente, per confluire poi nella contemporaneità della narrazione.

E tutta la storia, il modo in cui è narrata, il distacco fatto di presa di distanza da una disillusione troppo cocente per poterla trasformare in lacrime, l’uso del chioggiotto (che non è il veneziano di Goldoni, come è stato detto) per la parlata dei pescatori (finalmente un testo di narrativa in cui i personaggi non parlino in siciliano o romanesco), lo stile asciutto e sapiente, tutta la storia dicevo, è ciò che oggi, nella nostra Italia alla deriva,  solo può essere un romanzo di formazione: cercare la leggendaria tartaruga di Darwin in un mare tempestoso, può significare ritrovarsi senza un dito o senza vita.

(C) by Francesca Diano

RIPRODUZIONE RISERVATA

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Un cuore irlandese

Celtic Missionaries Starting on a Voyage

Missionari irlandesi all’inizio del loro viaggio. Acquaforte  (1901)

Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a mutare la loro qualità, che è quella del continuo, di uno scorrere ininterrotto che dà loro il carattere del provvisorio. Ci sono luoghi in cui il tempo e lo spazio escono dal fiume eracliteo dell’eterno  fluire, per separare la loro natura in essenza puntiforme. Questa qualità del discreto, dell’infinitamente separato, sospende tempo e spazio, così che ogni istante/punto diviene un’entità a sé stante: diviene eternità., o meglio, assenza della provvisorietà.

Luoghi come questi sono in genere aree circoscritte e limitate; non solo luoghi geografici, come Olimpia, Capo Sunion, Pompei, alcune calli veneziane lontane dalle greggi di turisti, Machu Picchu, i circoli di pietre (tranne Stonehenge che è stato completamente ricostruito) e altri che a ciascuno verranno in mente.

Ma esiste un’intera isola in cui questo avviene e quell’isola è l’Irlanda. Non è tanto per la presenza così forte del passato, ma all’opposto.  La presenza del passato, di un passato che non è fluire del tempo, ma sospensione puntiforme del tempo,  è così potente, perché l’isola ha una qualità che la pone al di fuori dello scorrere del tempo.  Difatti, quel passato è la sostanza di cui è intessuto il presente. Ovunque si vada, che sia nel mezzo del traffico di Dublino, lungo le strade animate di Cork, lungo le coste frastagliate, nelle foreste, nelle brughiere, sulle colline o sui monti, lungo le stradine di campagna, dietro e dentro il paesaggio esiste un altro paesaggio, simile a quello visibile, ma di consistenza e sostanza  diverse. L’uno è composto di materia, l’altro di energia eterica. Il primo è l’emanazione del secondo. Come se la sostanza eterica si rapprendesse in una proiezione materiale della propria forma.

E’ il suo volto immutabile. Ed è per questo che l’Irlanda parla al cuore di chi vi arriva come pellegrino del cuore. Forse anche i turisti frettolosi, che vanno a visitare le distillerie, i pub, i negozi di souvenir, i monumenti megalitici davanti ai quali si fanno fotografare avvertono quel respiro primordiale e, pur ignorandolo con la mente, se ne sentono avvolti in modo inspiegabile. Provano forse, dentro, una nostalgia a cui non sanno dare nome né spiegazione, di cui non comprendono il significato. Ma è lì, rannicchiata in un angolino segreto.

Che cos’è un cuore irlandese? E’ un cuore che sussurra il canto che sente salire dalla terra, dalle acque, dalle rocce e lo trasforma in parole udibili.

La narrazione degli antichi miti diventa la narrazione bardica e poi tradizione orale di leggende e storie, e poi diventa la  preghiera degli antichi primi anacoreti dell’isola e  diventa un canto gregoriano con caratteristiche molto speciali  e poi diventa lamentazione funebre ritualizzata e  la poesia dei grandi poeti irlandesi della nostra epoca e poi  storytelling dei moderni seanchaì, non affatto diversi dai loro antenati e discorsi che animano il quotidiano.

Il suono e la parola sono la stessa cosa e il suono e l’immagine sono la stessa cosa. Dunque è all’origine del mondo che si deve guardare, quando l’energia non era ancora materia e la materia era già nell’energia. Quando tempo e spazio non erano separati ma l’uno era l’altro.

Fonte sacra- acquaforte

Nelle migliaia di fonti sacre disseminate sul suo suolo, l’Irlanda riversa il cristallo liquido che la nutre e l’attribuzione di qualità taumaturgiche a queste acque trasparenti, che sgorgano silenziose dal sottosuolo, meta di pellegrinaggi e offerte, altro non è che il tributo a questa verità invisibile. I fiumi in Irlanda sono vene in cui scorre la linfa che alimenta il sogno. Le fonti sacre sono uteri che riversano quella linfa vitale e come tali, in passato e ancora oggi, venerate.

L’oppressione inglese ha di fatto conservato, più che annientato, questa trasparenza della realtà. L’ha incapsulata in una teca protettiva e ha impedito che evaporasse.

Un cuore irlandese ride piangendo e piange ridendo, perché tra riso e pianto non c’è distinzione. Solo in Irlanda esiste la merry wake, la veglia funebre in cui si ride, si scherza, si raccontano storie e barzellette, si mangia e si fuma, lasciando che il fumo del tabacco salga al cielo, accompagnando l’anima, che è fatta di fumo eterico e luminoso,  nel suo viaggio. E’ questo che in apparenza rende contraddittorio un cuore irlandese, la coincidenza degli opposti.

Che cosa separa la vita e la morte? Nulla, sono la stessa medesima cosa, ma l’una è immersa nella precarietà del tempo, l’altra se ne è astratta. Essere e non-essere, essenza ed esistenza si incontrano in un unico punto. Quel punto è ineffabile e inafferrabile, ma non precario.

(C) by Francesca Diano. RIPRODUZIONE RISERVATA

Anita Nair. L’arte di dimenticare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho scritto questo post sul romanzo di Anita Nair (da me tradotto) nel 2010, quando fu pubblicato in Italia contemporaneamente all’uscita in India e UK.  Lo ripropongo volentieri perché ora (giugno 2012) sta uscendo in India il film tratto dal romanzo, col titolo originale “Lessons in forgetting”, di cui si può vedere qui sotto il trailer.

https://www.facebook.com/photo.php?v=237058679738323

Il film, girato in Kerala e a Bangalore, è prodotto da  Arowana Studios, produced by Prince Thampi, il regista è  Unni Vijayan e la sceneggiatura di Anita Nair stessa.  Gli attori sono Adil Hussain, Roshni Achreja, Maya Tideman, Raaghav Chanana, Karan Nair, Amey Wagh, Bhanu Prakash, Srilekha, Anuja Vaidya,Veena Sajnani, Lakshmi Krishnamurthy, Parthiv Shah, Sukitha Aiyar, Uttara Baokar.

 

Pochi mesi fa è uscito per i tipi di Guanda, “L’arte di dimenticare” di Anita Nair, l’ultimo romanzo, in ordine di tempo, dell’autrice del best seller  “Cuccette per signora”. Anche questo, come tutti gli altri romanzi di questa grande voce della letteratura indiana contemporanea, è stato da me tradotto. E con grande gioia.

E’  un romanzo dalla struttura di grande originalità, perché le vicende dei due protagonisti, Mira e Jak, si sviluppano e si dispiegano secondo la struttura a stadio dei cicloni.  La caratteristica di un ciclone è l’impossibilità di prevederne la formazione. Non si sa dove e quando colpirà. I suoi effetti sono imprevedibili.

Mira è una raffinata signora di Bangalore, sposata e con due figli. La sua vita di moglie apparentemente appagata di un manager di successo e di autrice di libri di cucina si svolge all’interno di una casa antica, la casa lilla, che è quasi monumento nazionale, tra ricevimenti raffinati, incombenze familiari e  intense relazioni sociali. All’improvviso suo marito scompare. Senza un motivo apparente.

Jak, docente universitario e studioso di cicloni, è tornato a Bangalore dagli USA per assistere la giovane figlia,  ridotta a un tronco senza vita cosciente a  causa di un incidente misterioso. Che è accaduto?

Le circostanze li portano a incontrarsi e a sopravvivere, ciascuno a suo modo, al ciclone che ha colpito le loro vite, per poi tentare di ricostruire un futuro. Per trovare una nuova possibilità. Insieme.

Il fascino del romanzo è nella scrittura, ma soprattutto nella struttura originale, che crea una tensione costante tra i vari personaggi.

Il romanzo affronta    anche il tema drammatico del feticidio femminile, una piaga che, pur vietata per legge, seguita a mietere vittime innocenti in India.

E’ soprattutto una storia di circostanze e vite che si intrecciano, di come, dopo le devastazioni, si possa guardare a un nuovo inizio e di come l’amore in tutte le sue sfumature e coniugazioni e la solidarietà possa essere un potente agente di rinnovamento.

Come tutti i romanzi di Anita Nair, anche questo ha una fine aperta. La vita è imprevedibile e una conclusione precisa è, nella visione della Nair, una contraddizione. La vita è una faccenda aperta, il romanziere che voglia darne un’immagine, non può che lasciare alla vita stessa la scelta.

(C)2012 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

COBH

La Baia di Cobh

COBH

   

Verde come l’aurora tra le querce

Verde io sono e la mia gola

Folta di muschi ed erica

Si apre dilagando parole come antere.

Verde è il mio riso e foglia la mia pelle

Le dita trasmutanti in fili d’erba verde.

Trasparente lo sguardo che si perde nell’acqua

Si fa onda e corrente e guizzo e sabbia –

Perso oltre la baia allagata di stelle

Piatta dove filari di gabbiani

Segnano il tempo.Il tempo che mi allaga, che riempie le secche

Riportando la luna e la marea a intrecciare le dita.

 Grondo di acque arcaiche

Di parole lucenti. Rotola lungo i colli

Gonfi di spuma verde la rima delle nubi

Segni oghamici impressi sulla pietra celeste.

Alto è il cielo e più alto si fa

Quando ne cerco il limite, il segno primordiale.

Da lì mi viene l’alba del mio nuovo cammino

Già segnato nella sua triplice spirale.

Ascolto ad occhi aperti il canto della luce

La verde isola sacra che mi porto nel cuore

Sfera di desiderio – ascolto il tuo respiro

Modulato sul mio – ora non più straniero

Che sale dal profondo della terra

E segreti sussurra alle mie orecchie tese. 

Sono venuta al mondo con gli occhi spalancati

Ho vestito me stessa di infiniti mantelli

Tutti li ho persi e nuda finalmente

Premo il piede sul suolo familiare

Non più in esilio – sola – ma accolta tra le braccia

Verdi e materne – morbide e segrete

Della Donna di Bheara

F.E.D.

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VIAGGIO IN IRLANDA 2

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La Baia di Cobh, nel Munster

  

Un viaggio, ogni viaggio, se tale è,  è sempre dentro se stessi. Mi piacerebbe che qualcuno iniziasse una discussione su questo.

 Io ne sono convinta, perché molto spesso abbiamo bisogno di volgere lo sguardo all’esterno per trovarvi lo specchio dell’interno. Un volgere centripeto, poiché è nel confronto col mondo che ci conosciamo e riconosciamo.  

Avviene così anche nei rapporti umani in fondo. E anche quelli sono dei viaggi in altri universi.

L’Irlanda, tra tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto e che ho visitato,  per me è stata questo viaggio. 

Conoscevo l’Irlanda solo da un punto di vista letterario, da studiosa di folklore e tradizioni orali, ma avevo deciso di non andarci da turista. Quel luogo aveva già troppi significati dentro di me per non desiderare di ritrovarli uno per uno in esperienze vissute.

Così mi sono fermata un anno. E lì mi sono trovata.

So che da alcuni anni l’Irlanda è di moda e che in molti che vi sono stati ha suscitato emozioni intense. Ma, come per tutti i luoghi, il solo vero modo di conoscerli è quello di diventarne parte, di lasciare che il “genius loci”, il dio protettore e signore del luogo,  ti catturi e ti accolga come parte di sé.   

Fra le cose che più mi sono rimaste dentro in Irlanda, è stata l’acqua, anzi le acque. Mare, fiumi, laghi, rivi, torrenti, fonti spesso ancora oggetto di culti molto arcaici.

L’acqua è ovunque, dentro e attorno alla terra. E isole. Isole nei fiumi e nei laghi, oltre che lungo le coste. E’ un’acqua talmente viva, che nemmeno nei laghetti più minuscoli è stagnante e pullula di forme di vita animale e vegetale.

 E poi i profumi. Perchè in Irlanda l’aria profuma. Cosa sia il profumo dell’aria noi qui lo abbiamo totalmente dimenticato. Ci siamo quasi abituati, anche quando la crediamo pulita, a quella sua pesantezza di piombo. Lì no. L’aria è leggera e porta con sé gli aromi di mille piante e fiori e della terra ricca misto a quello del mare portato dal vento fino all’interno.

 Il paesaggio non è solo saturo di verdi e azzurri e delle forme mosse delle colline o delle scogliere, delle case colorate e della vegetazione, ma è avvolto come in una carta da regalo in questo misterioso profumo che ti inebria e rende un po’ pazzerelli, come sono tutti gli irlandesi. 

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UN RAMO DI CORALLO

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Ho scelto un ramo di corallo.

 

Corallo

 

Perché il corallo unisce in sé la vita organica e quella inorganica. Ha forma di un albero dai molti significati simbolici. Il rosso è il colore della vita e dell’energia. Il corallo è la pazienza che richiede il costruire, briciola dopo briciola, il lungo percorso che ci porta alla nostra meta, per quanto lontana e irraggiungibile si possa immaginare. E’ il tempo, che nel suo infinito dispiegarsi, costruisce mondi.

 I suoi rami sono le apparenti deviazioni verso cui a volte ci dirigiamo, convinti di aver imboccato la strada maestra, per poi trovarci in un vicolo cieco. Eppure, anche quei percorsi contorti ci hanno avvicinato al punto d’arrivo, molto più di una via diretta.

Il corallo è figlio del mare, misterioso e bello, e il mare è l’origine della vita. E’ culla e ventre, bellezza e impeto. E non v’è ornamento più abbagliante e vivifico per una donna del corallo. Non a caso, in antico si regalava alle balie una grande collana di corallo da indossare sempre.

Le sue forme si sviluppano in modo imprevedibile, come la vita, eppure seguono un loro disegno. I suoi colori, le sue infinite forme, la sua rarità, sono perfetta e asimmetrica bellezza.

Ecco perché ho scelto un ramo di corallo. 

 

© 2010 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA